Sabato 14 maggio 2022, nell’auditorium dell’Istituto di Istruzione Superiore P. Scalcerle di Padova, si è tenuto un incontro/dibattito a cui hanno partecipato la nostra socia Claudia Gasparrini e il presidente di Legambiente Veneto, Luigi Lazzaro.
Il confronto tra i due oratori è stata un’importante occasione per gli studenti per ragionare sui vantaggi e gli svantaggi dell’energia nucleare e per interrogarsi sul suo possibile ruolo in Italia per la transizione energetica e la lotta ai cambiamenti climatici.
Riportiamo qui di seguito il link al video del dibattito.
Volete anche voi proporre un evento simile nella vostra scuola per il prossimo anno scolastico? Scriveteci!
Il 24 febbraio e il 30 maggio 2022 il nostro presidente Pierluigi Totaro è stato invitato dall’associazione culturale Synapser, a tenere un mini-ciclo di seminari sul tema dell’energia nucleare, per i suoi associati.
I due incontri si sono svolti presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Trieste, e hanno visto la partecipazione di un gruppo molto attento di giovani professionisti e studenti universitari. Tanti gli argomenti toccati e che hanno suscitato le domande del pubblico, dal problema di come comunicare correttamente le problematiche energetiche e le possibili soluzioni in un contesto fortemente polarizzato, al ruolo dell’energia nucleare per la transizione energetica, passando per i dettagli tecnici relativi ai principi di funzionamento di una centrale nucleare a fissione e senza trascurare gli aspetti più controversi e che spesso suscitano paure e incomprensioni, come quelli relativi alla sicurezza e alla gestione dei rifiuti radioattivi. Non poteva mancare anche una panoramica sulla fusione nucleare e sulle prospettive di questa tecnologia per il futuro energetico dell’umanità.
La nostra associazione è sempre a disposizione per intervenire in scuole, università, associazioni, circoli, offrendo le proprie competenze e la propria passione per la divulgazione. Come fare? Scriveteci!
Parlando di radiazioni, Orvieto non è un posto come gli altri, l’UNSCEAR l’ha inclusa nella lista di aree del pianeta ad alta radioattività ambientale [1]. E’ fondata su una rupe di tufo e pozzolana, usati anche per costruire gran parte degli edifici del centro storico che, come Piazza San Pietro a Roma, è quasi interamente pavimentato in porfido, tutte rocce di origine vulcanica ben più radioattive della media.
Tra le strade e le stradine di Orvieto si rilevano valori di rateo di dose tra 0.35 e 0.55 μSv/h, ma qua e là si può arrivare anche oltre gli 0.70 μSv/h, ovvero da 5 a 10 volte i valori medi che si registrano in Italia.
Quando leggiamo di situazioni o eventi che causano un aumento dei livelli di radiazioni ionizzanti fino a dieci volte i valori “normali” per qualche ora, ricordiamoci che in posti come Orvieto questi valori ci sono 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno (366 nei bisestili).
Ma nelle grotte sotto la città di Orvieto, dove ogni giorno si dirigono visite guidate che fanno il pieno di turisti ogni 15-20 minuti, si va anche oltre.
Quando ci si trova in zona, Orvieto e le sue grotte meritano sempre una visita
Ieri sono sceso in due di queste grotte armato di dosimetro e in circa 35 minuti ho accumulato una dose di 0.40 μSv, che corrisponde ad un rateo di dose medio di circa 0.70 μSv/h, ma in diverse zone ho rilevato valori ben al di sopra di 1 μSv/h, anche se il picco 3.53 μSv/h, registrato per pochi secondi, è frutto di una semplice fluttuazione e quindi non significativo.
Nel corso di poco più di tre ore ad Orvieto il mio dosimetro ha accumulato una dose di 1.37 μSv, con un picco di 3.53 μSv/h che è però il frutto di una semplice fluttuazione
Non si tratta di valori pericolosi (*), ma se consideriamo che il livello “normale” di fondo ambientale da radiazione gamma in Italia è intorno a 0.07 μSv/h [2], c’è da scommettere che se questi dati venissero pubblicizzati con i toni che usa abitualmente certa stampa, non ci sarebbero più molte persone disposte a pagare un biglietto per scendere in quelle grotte, e magari mettendoci qualche punto esclamativo in più spunterebbero fuori comitati locali per farle chiudere per motivi di sicurezza e non è da escludere che qualche politico senza il senso del ridicolo (un tipo di fauna di cui certo in Italia non siamo sprovvisti) proporrebbe l’evacuazione della città.
Nelle grotte rilevare valori superiori a 1 μSv/h è tutt’altro che raro (qui 1.36 μSv/h) Il valore medio del rateo di dose minuto per minuto. Il periodo passato nelle grotte è quello tra le 16:30 e le 17:05 circa.
Teniamo a mente questi numeri e spostiamoci a Chernobyl, non fisicamente perché al momento la cosa comporta il rischio concreto di essere attraversati da qualcosa di più distruttivo di un raggio gamma, ma sfruttando dati pubblicamente accessibili anche da qui.
Molti ricorderanno che nelle scorse settimane si è parlato dei soldati russi che, nel corso della criminale invasione dell’Ucraina, avrebbero avuto la brillante idea di scavare trincee nell’area intorno alla centrale nucleare, nei pressi della foresta rossa, e così facendo si sarebbero esposti a livelli di radiazioni tali da causare una sindrome acuta da radiazioni (da qui in poi ARS, cioè Acute Radiation Syndrome) con conseguente morte quasi certa nel giro di qualche settimana o mese [3].
Cominciamo con il dire che per l’ARS non bastano livelli di radiazioni un po’ superiori alla norma, secondo il CDC, serve una dose superiore a 700,000 μSv [4] assorbita in tempi brevi.
Che i soldati russi avessero potuto accumulare dosi simili, o superiori, è sembrato improbabile fin dall’inizio, ma gli articoli di stampa che ne hanno parlato si sono ben guardati dal citare un singolo numero, quindi per chi leggeva il problema non si è posto.
Lo scorso 28 aprile, il direttore generale dell’IAEA ha tenuto una conferenza stampa per rendere noto che, dopo tante parole in libertà, qualcuno è effettivamente andato a misurare i livelli di radiazioni dentro quelle trincee e il risultato è stato che passare un anno lì dentro comporterebbe una dose di 6,500 μSv [5], quindi per arrivare ad accumulare 700,000 μSv i soldati russi avrebbero dovuto starsene in quelle trincee per 107 anni, giorno e notte. Così facendo sarebbero certamente morti, ma non per le radiazioni.
Incidentalmente 6.5 mSv/anno corrispondono ad un rateo di dose medio di 0.74 μSv/h, ovvero meno di quello che si prende in diverse zone delle grotte di Orvieto.
Tutto questo per dire che, come al solito parlando di radiazioni, quando ci si imbatte in articoli in cui non ci sono dati, numeri, fonti e termini di paragone, è quasi certo che si tratti tentativi malriusciti di sceneggiature per fiction più che di informazione, quindi meglio aspettare che saltino fuori fonti serie e nel frattempo dedicarsi ad altro.
NOTE E RIFERIMENTI
(*) I valori si riferiscono alla sola radiazione gamma e non tengono quindi conto del contributo del Radon, che in certi ambienti chiusi e non ventilati può essere significativo, ma in ogni caso una permanenza di minuti o ore non comporta dosi accumulate pericolose.
Aggiornamento 25/8/2025: abbiamo pubblicato sul nostro canale Instagram alcuni quiz sulle tematiche trattate da questo articolo. Trovate i quesiti e le relative risposte scorrendo fino in fondo alla pagina. Se siete interessati alle puntate precedenti dei nostri quiz, potete leggere gli articoli correlati qui, qui, qui e qui.
Quanti di voi si sono sentiti dire, quando parlate di energia nucleare per combattere il cambiamento climatico: “Usare il nucleare?! Giammai! E le sue scorie? Dove le mettiamo?! Non c’è una soluzione!” Beh, sappiate che potete benissimo rispondere che i rifiuti radioattivi sono gestiti in maniera sicura da 60 anni e che vengono stoccati in depositi di superficie o geologici. Una soluzione considerata permanente si sta per esempio sviluppando concretamente in due Paesi, con i depositi di Onkalo in Finlandia [1] e KBS-3 in Svezia [2]. Inoltre, potete anche rispondere che le scorie radioattive possono essere riciclate!
Oggi parleremo di come il nucleare di ieri, di oggi e di domani abbia sempre avuto un occhio di riguardo verso la sostenibilità e il riciclo delle sue materie prime. Per far funzionare i reattori nucleari a fissione più diffusi al mondo, i cosiddetti “reattori termici” , serve un combustibile composto da elementi “fissili”, la cui reazione di fissione a catena è sostenuta dalla presenza di neutroni lenti (detti anche, per l’appunto, “termici”). Il processo di fissione genera calore nel reattore, che viene trasferito a un fluido di lavoro (acqua o vapore) e utilizzato per azionare una turbina collegata a un alternatore, producendo così energia elettrica. Il materiale fissile più utilizzato ai giorni nostri è l’Uranio-235, l’unico isotopo naturale che può fissionare con neutroni lenti. In natura, però, l’uranio è costituito quasi interamente da Uranio-238, che differisce dall’Uranio-235 per il numero di neutroni nel nucleo. Le abbondanze naturali sono circa il 99.28% per l’Uranio-238 e solo lo 0.72% per l’Uranio-235, rendendo quest’ultimo molto raro. Ebbene sì, la maggior parte delle centrali nucleari operanti al giorno d’oggi nel mondo fa affidamento principalmente su questo 0.72% di uranio presente sulla Terra! Nella procedura di realizzazione del combustibile, questa concentrazione viene innalzata a circa il 3-5%, tramite il cosiddetto processo di “arricchimento”. I rifiuti radioattivi ad alta attività prodotti dalle centrali (le cosiddette “scorie”) contengono, a fine vita, ancora una significativa quantità di combustibile non pienamente sfruttato. I pellets di combustibile esaurito (vedi Fig.1) sono costituiti principalmente da Uranio-238 (>94% in peso), da una quota residua di Uranio-235 non fissionato (circa 1%), da vari isotopi del plutonio formati per cattura neutronica dell’Uranio-238 (circa 1%), e da altri prodotti di fissione e attinidi (circa il 5%). Il plutonio e gli attinidi sono elementi radioattivi con emivite molto lunghe, e sono i principali responsabili della necessità di conservare le scorie radioattive in contenitori sicuri per periodi estremamente lunghi, nell’ordine di centinaia di migliaia di anni.
Figura 1 – Una foto di un combustibile nucleare che alimenta centrali nucleari veloci (questo è un pellet di carburo di uranio che fu prodotto negli Anni ’50 in UK [3]).
Sin dagli Anni ’50, con lo sviluppo dei primi impianti nucleari, si pensò a come massimizzare le riserve di uranio, estraendo da esse quanta più energia possibile. Fu ideata una classe di reattori in grado di sfruttare l’abbondante Uranio-238 come combustibile, e al tempo stesso di “bruciare” o riutilizzare il plutonio e gli altri attinidi prodotti durante il funzionamento dei reattori termici. Il primo reattore a produrre elettricità nel mondo lo fece proprio grazie all’utilizzo di questi elementi radioattivi, si chiamava EBR-I: Experimental Breeder Reactor-I [4]. Questo primo esempio di reattore “avanzato”, per come lo definiremmo oggi, fu in grado di accendere 4 lampadine il 20 Dicembre 1951 ed era un reattore a neutroni veloci, fast, e autofertilizzante, breeder, ovvero in grado di generare più combustibile di quello che consumava. I fast breeder reactors (reattori veloci autofertilizzanti) sono una categoria di reattori molto particolari, in grado di utilizzare come combustibile le cosiddette “scorie” radioattive, che contengono per lo più Uranio-238. Quando investiti dai neutroni veloci, l’Uranio-238 e il plutonio possono essere fissionati, liberando calore e energia. L’Uranio-238 può inoltre trasformarsi a sua volta in plutonio tramite assorbimento neutronico, generando quindi nuovo combustibile fissile che a sua volta produce energia se sottoposto a fissione. Nei reattori veloci è anche possibile “bruciare” altri elementi presenti nelle scorie radioattive prodotte dai reattori termici: la loro fissione non solo produce energia aggiuntiva, ma riduce la quantità di rifiuti ad alta attività, riducendo notevolmente le necessità di stoccaggio a lungo termine. La potenza energetica per kg di combustibile che si ottiene nei reattori veloci autofertilizzanti è molto maggiore che nei reattori termici: si stima che l’energia prodotta possa essere 60 – 100 volte superiore a quella dei reattori convenzionali, grazie ad un uso più efficiente delle materie prime [5]. Grazie all’utilizzo delle scorie radioattive come nuovo combustibile si riesce a minimizzare la quantità di rifiuti da stoccare a fine vita, riducendone anche la loro vita radioattiva, poiché i neutroni veloci riescono a “rompere” i rifiuti radioattivi a emivita lunga. Uno schema del ciclo di vita dei pellets di combustibile nel caso in cui i reattori termici vengano accoppiati ai reattori veloci si trova nella foto sottostante.
Figura 2 – Ciclo di vita del combustibile nucleare (semplificato); grazie all’opzione reattore termico accoppiato a reattore veloce i rifiuti radioattivi sono in quantità minore e con una vita radioattiva inferiore (rappresentato da frecce verdi)
Insomma, sembrerebbe la soluzione perfetta! Ma allora perché non la implementiamo sistematicamente? Esistono reattori veloci in funzione al giorno d’oggi? La prima domanda non ha una risposta immediata. I reattori veloci autofertilizzanti, come abbiamo visto, non sono una tecnologia recente, ma hanno avuto un successo inferiore rispetto ai reattori termici (in questa seconda categoria inseriamo tutte le tipologie di reattori raffreddati ad acqua o gas operanti, e che ammontano oggi a circa 400 in tutto il mondo [6]). Il motivo dello scarso successo ricade sul loro costo di costruzione e gestione, su alcune difficoltà di tipo tecnologico e sul delicato processo necessario per la preparazione dei combustibili da utilizzare in questi reattori (il cosiddetto reprocessing, o riprocessamento). Inoltre, la presenza di abbondanti risorse di uranio in natura a basso costo, non ha al momento spinto l’industria nucleare a cercare su larga scala soluzioni alternative che prevedessero il riciclo delle scorie precedentemente prodotte. La seconda domanda ha una risposta più facile: sì, esistono già reattori veloci operanti! Uno di essi è connesso alla rete elettrica russa ed è il BN-800 . Grazie allo sviluppo futuro su più larga scala di una flotta di reattori veloci, integrati con i reattori termici ad oggi più diffusi, sarà possibile ridurre significativamente la quantità e la durata di stoccaggio delle scorie radioattive, massimizzando al contempo l’utilizzo dei combustibili nucleari, che diventeranno così una risorsa abbondante e in parte auto-rigenerante.
QUANTE NE SAI?
Abbiamo di recente lanciato sul nostro canale Instagram una serie di quiz a tema nucleare, con cadenza settimanale. Ecco i quesiti proposti il 25 agosto 2025 (in grassetto le risposte corrette):
1) Quali reattori possono riciclare il combustibile? a – Reattori a fissione convenzionali b – Reattori autofertilizzanti c – Reattori a fusione
2) Il riprocessamento del combustibile serve a: a – Smaltire in sicurezza le scorie ad alta attività b – Recuperare i materiali fissili residui c – Accelerare i decadimentl radioattivi
3) I reattori autofertilizzanti non sono ancora diffusi: a – Per via del costo e della complessità dei processi b – Perché producono più scorie rispetto degli altri reattori c – Perché necessitano di uranio arricchito
Nei giorni dal 23 al 25 Maggio la nostra sezione di Torino è stata coinvolta nell’iniziativa di divulgazione “Il Nocciolo della Questione”, organizzata dall’associazione studentesca PoliENERGY. L’iniziativa, rivolta specialmente agli studenti del Politecnico, è stata volta a far conoscere le tematiche relative all’energia nucleare e la ricerca che i giovani dottorandi e ricercatori svolgono in questo ambito. Noi siamo stati presenti:
ad uno stand nel cortile dell’Aula Magna con i nostri soci Lovepreet Singh e Stefano Segantin, che insieme ad altri giovani dottorandi e ricercatori saranno disponibili a per parlare di nucleare e della loro ricerca
alla conferenza conclusiva dell’evento con il nostro socio Giuseppe Francesco Nallo
La conferenza, in particolare, si è tenuta dalle 15 alle 19:30 di mercoledì 25 maggio, nella magnifica Aula Magna Giovanni Agnelli, presso il Politecnico di Torino. L’evento era gratuito ed è stato possibile prenotare iscriversi a questo link.
AGGIORNAMENTO 21/06/2022
E’ possibile visionare e scaricare le slides dell’intervento di Giuseppe Francesco Nallo a questo link
Ora che si inizia finalmente a parlare di opzione nucleare anche in Italia, una delle obiezioni che spesso viene sollevata riguarda la sismicità del nostro Paese, così come quella di altri paesi a noi limitrofi, che ospitano centrali e che proprio per il presunto rischio sismico destano preoccupazioni, spesso amplificate dalla stampa.
Costruire una centrale nucleare in zona sismica non è infatti per nulla impossibile né da escludere a priori, seppure la scelta del sito può escludere certe zone ad alto o medio rischio. Sembra ovvio che si faccia così ed infatti lo è: nessuno vuole complicarsi la vita se esistono luoghi a rischio più basso (fermo restando altri parametri di localizzazione che non trattiamo nel post).
Innanzitutto, diciamo che sulla Terra non esistono zone “non sismiche” in senso stretto. La crosta terrestre è formata da zolle che si muovono e scorrono tra di loro causando dei movimenti. Alcune aree sono più attive di altre, alcune sono molto stabili, ma non vuol dire che che ne siano alcune completamente ferme, tali da non subire mai un evento sismico. Tant’è che, per edifici strategici per un Paese, come potrebbe essere una centrale nucleare, si possa richiedere una analisi sismica seppure il rischio sia bassissimo.
In secondo luogo, siamo ormai ampiamente capaci di analizzare il rischio sismico e di progettare edifici capaci di resistere ai terremoti. Ricordiamo che una centrale elettrica è, per uno Stato, un edificio strategico che deve essere capace di resistere a sollecitazioni ben più elevate di qualsiasi altro edificio, ancora di più una centrale nucleare, dove la sicurezza richiesta è moltiplicata ulteriormente rispetto ad altri edifici di tipo industriale.
In terzo luogo, le analisi sismiche che si richiedono per una centrale nucleare sono di gran lunga molto più sofisticate e complesse rispetto a qualsiasi altro edificio. Anzitutto, gli studi di rischio sismico partono da indagini del suolo estensive condotte da specialisti nel campo. Queste indagini possono anche durare anni e sono vagliate da differenti studi anche preparati da diversi enti o professionisti. Lo studio del rischio sismico porta ad analisi di tipo probabilistico, che permettono di esprimere l’azione sismica in funzione della probabilità che un evento possa accadere. Ogni componente viene classificato in base alla propria funzione ed importanza nell’impianto, e progettato in base a complessi studi di resilienza che comportano lo studio di eventuali scenari di guasto, la probabilità con la quale possono verificarsi e cosa si deve fare per gestirli. L’analisi sismica dell’edificio e dei componenti viene poi fatta con analisi dinamiche, dove la struttura viene analizzata applicando l’azione sismica istante per istante sul terremoto di “progetto”.
Infine, le azioni sismiche considerate sono inoltre, già in partenza, ben più alte ed onerose rispetto a quelle usate per gli edifici comuni. Questo perché il livello di resilienza e sicurezza richiesto, così come la vita utile della struttura sono in molto più stringenti.
<<Per costruire una centrale nucleare ci vogliono più di dieci anni.>>
Quando sento questa obiezione, prima ancora di precisare che il tempo medio di costruzione di una centrale si aggira sui 7.5 anni [1] e che i programmi verso la neutralità climatica puntano al 2050 [2], la mia domanda è: qualcuno ha in programma di cambiare pianeta da qui a dieci anni?
La popolarità di questo argomento dalle nostre parti è il sintomo di un paese che, parlando di energia, ha passato gli ultimi 30 anni a pensare a come sopravvivere ai prossimi 10 minuti, prendendo decisioni con un orizzonte temporale che raramente andava oltre il prossimo sondaggio, come se il mondo dovesse sempre finire tra un mese e non ci fosse mai tempo per pianificare una strategia a lungo termine, come se quello che accadrà tra 10 o 20 anni non ci riguardasse, con il risultato che i problemi tendono ad essere ignorati fino a quando non diventano emergenze e in un’emergenza puoi solo tappare i buchi con quello che hai sottomano al momento. Se hai programmato poco e male difficilmente avrai sottomano qualcosa di buono.
Che il nucleare andasse scartato perché “ci vogliono più di dieci anni” è una cosa che si sentiva dire anche dieci anni fa. Adesso i dieci anni sono passati e li abbiamo spesi dandoci pacche sulle spalle da soli, parlando di “sostenibilità” e di “transizione verde” mentre i numeri ci restituivano ogni giorno la realtà di un paese con emissioni pro-capite del settore elettrico tra le peggiori d’Europa [3].
Per sentirci tutti migliori, lo scorso febbraio abbiamo anche messo la tutela dell’ambiente in Costituzione [4], in particolare nell’art.9, che oggi recita “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica […] Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”, un passaggio che il mondo politico ha definito “storico”.
Fonte [4]
Meno di due mesi dopo essere “passati alla storia” per la nostra attenzione all’ambiente, ci troviamo nel mezzo di una crisi che ha messo a nudo, anche per chi faceva finta di non vederla, la nostra dipendenza dai combustibili fossili [5] e in cui il meglio che riusciamo a fare per parare il colpo è pensare di riavviare qualche centrale a carbone [6], ovvero sostituire il gas con l’unica fonte energetica per la produzione di energia elettrica ancora più “sporca” del gas: ogni kWh prodotto con il gas emette mediamente in atmosfera 490 grammi di CO2 equivalente, con il carbone questo numero sale a 820 grammi [7]. Le “future generazioni” di cui parla la nostra Costituzione probabilmente avrebbero qualcosa da ridire, ma sfortunatamente non votano alle prossime elezioni, quindi è improbabile che qualcuno ne tenga conto.
Fonte [6]
Nei 10-15 anni in cui noi programmavamo così male da dover oggi pensare di rimettere in pista il carbone, in Finlandia si costruiva il reattore nucleare di Olkiluoto 3, che, dopo molti ritardi, è stato connesso alla rete elettrica pochi giorni fa e sarà pienamente operativo da luglio, fornendo, da solo, il 14% dell’attuale fabbisogno di energia elettrica dei finlandesi [8] per i prossimi 60 anni [9], permettendo alla Finlandia di ridurre ulteriormente la sua dipendenza dai combustibili fossili, sostituendoli con una fonte energetica che per ogni kWh prodotto emette in atmosfera, in media, appena 12 grammi di CO2 equivalente, ovvero gli stessi dell’eolico, tre volte meno del geotermico, quattro volte meno del fotovoltaico, quaranta volte meno del gas e settanta volte meno del carbone (vedi tabella sotto [10]). Così si fanno gli interessi delle “future generazioni”.
Emissioni in grammi di CO2 equivalente per intero ciclo di vita di varie fonti energetiche per la produzione di energia elettrica. Fonte [7]
Come bonus, pochi giorni fa l’ex Primo Ministro finlandese Alexander Stubbè potuto andare alla TV tedesca e dire che “Sul blocco dell’importazione di gas e petrolio dalla Russia dobbiamo stare dalla parte giusta della storia […] noi abbiamo costruito il nostro mix energetico in modo da essere certi di non dipendere dalla Russia, ecco perché abbiamo il nucleare, ecco perché non abbiamo mai fatto qualcosa come l’Energiewende” [11] ovvero il programma di chiusura dei reattori nucleari tedeschi che rende oggi la Germania dipendente dal gas russo più o meno quanto lo siamo noi, con il risultato che nell’Europa che parla di sanzioni, ci sono stati che mandano quasi un miliardo di dollari al giorno [12] nelle casse di un regime che li usa per finanziare un’invasione in cui si radono al suolo città prendendo di mira i civili [13], si bombardano gli ospedali [14][15] e si costringono milioni di persone a scappare senza sapere dove andare, dopo aver perso praticamente tutto [16]. Questa è un’altra cosa per cui le “future generazioni”, non solo quelle ucraine, saranno probabilmente più grate ai finlandesi che a noi.
Se oggi siamo messi così è perché negli ultimi dieci anni non abbiamo fatto niente per evitarlo. Cosa stiamo facendo per non essere messi altrettanto male tra altri dieci anni?
Ieri il direttore generale della IAEA, Mariano Grossi, ha presentato in conferenza stampa i contenuti del summary report relativo alla sicurezza nucleare in Ucraina, contenente anche i dati delle misurazioni condotte dai tecnici internazionali durante la visita avvenuta nei giorni scorsi. La situazione rimane delicata – e non potrebbe essere altrimenti, trattandosi di un contesto di guerra – ma ci sono importanti rassicurazioni, tra le quali quelle relative ai valori di radioattività rilevati nell’area di esclusione di Chernobyl soggetta al passaggio dei mezzi pesanti e delle truppe russe.
Purtroppo, non ci risulta che la stampa italiana stia dando in queste ore il giusto risalto alle evidenze che emergono dal report. Ci stiamo a questo punto chiedendo quanti e quali giornalisti italiani fossero presente alla suddetta conferenza stampa.
Pare ormai chiaro che, quando si tratta di Chernobyl, le notizie corrano solamente quando le tinte sono fosche e drammatiche, indipendentemente dall’attendibilità delle fonti o dalla natura delle dichiarazioni, le quali, essendo formulate in contesto di guerra, andrebbero invece sempre riportate con le dovute cautele. Si dovrebbe inoltre evitare di rilanciare acriticamente le notizie e le dichiarazioni riportate da altri, senza andare a verificare direttamente alla fonte primaria: si eviterebbero scivoloni clamorosi come quello di pochi giorni fa, quando a causa di un banalissimo errore di traduzione da parte di una agenzia di stampa francese, quasi tutti i giornali italiani avevano rilanciato la notizia che i valori di radioattività a Chernobyl erano “anormali”, quando invece era esattamente il contrario.
Tornando alla radioattività nell’area di esclusione: i valori registrati dai tecnici IAEA il 27 aprile nei pressi del terreno dove erano stati effettuati degli scavi da parte delle forze russe, oscillano in un range compreso tra 0.2 μSv/h e 0.75 μSv/h. Pur trattandosi, come si legge nel report, di un valore da 3 a 5 volte superiore rispetto a quello misurato sulla strada limitrofa, rientra comunque nel range di variabilità del fondo naturale e largamente al di sotto del limite di esposizione per i lavoratori, che è di 20 mSv/anno. Come evidenziato in conferenza stampa, quando anche una persona rimanesse esposta a ratei di dose di 0.75 μSv/h per un anno intero, questo equivarrebbe ad una dose annua di circa 6.5 mSv. Più o meno come vivere a Orvieto.
Note: Rateo di dose: corrisponde alla dose assorbita per unità di tempo, e si misura solitamente in μSv/h oppure in mSv/h. Un μSv corrisponde a un millesimo di mSv. Se si conosce il rateo di dose, e si vuole sapere qual è la dose assorbita in un anno, bisogna moltiplicare per 8760 (il numero di ore in un anno).
Fondo di radioattività naturale: è la quantità di radiazioni ionizzanti dovuta a cause naturali, osservabile e rilevabile ovunque sulla Terra. La media mondiale della dose equivalente di radioattività assorbita da un essere umano e dovuta al fondo naturale è di 2.4 mSv per anno. Tuttavia il livello di tale fondo varia da luogo a luogo in modo significativo.
Il 14 aprile il nostro socio, Renzo Colombo è stato ospite del podcast “Politicast”. Durante l’incontro si è parlato della situazione energetica in Italia e delle ragioni storiche che hanno portato all’attuale situazione, della dipendenza dal gas e degli impatti della guerra in Ucraina. Si è trattato anche il tema dell’importanza di sviluppare un mix energetico che includa sia le rinnovabili che il nucleare e delle prospettive a lungo termine per il nucleare nel nostro Paese. Trovate il Podcast su Spotify:
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Il 21 aprile, alle ore 21:00, siamo andati in onda, ospiti de gli Immoderati. Il nostro socio, Alessandro Maffini ha parlato dell’attuale situazione energetica, della dipendenza dal gas e delle conseguenze della situazione in Ucraina. Si è trattato anche il tema della fusione nucleare e delle prospettive a lungo termine per il nucleare nel nostro Paese.
Se vi siete persi la diretta, potete recuperarla sulle pagine Facebook, YouTube e Twitch di Immoderati.
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