Qual è la priorità?

La notte tra venerdì 3 e sabato 4 giugno l’Unità 2 di Watts Bar ha iniziato a produrre elettricità a Knoxville, TN (USA). L’unità termoelettrica nucleare è sincronizzata con la rete e questa prima generazione fa parte dei test di funzionamento ed ottimizzazione che termineranno con la messa in servizio per usi commerciali probabilmente entro la fine di questa estate. La centrale nucleare Watts Bar è esercita dalla Tennessee Valley Authority.
Ironia della sorte, il giorno prima la Exelon Corporation ha annunciato la chiusura anticipata di Quad Cities e Clinton, due centrali nucleari site nello Stato dell’Illinois. Secondo Exelon, le due unità di Quad Cities (due BWR per una capacità totale di circa 1,9 GWe) e la singola unità di Clinton (un BWR da circa 1,1 GWe) nel corso degli ultimi sette anni hanno comportato una perdita complessiva di 800 milioni di dollari, pur essendo tra i loro impianti più performanti.
Dunque Clinton chiuderà il 1° giugno 2017 e Quad Cities il 1° giugno 2018, perché sono in perdita.
La priorità della Exelon è evitare/ridurre le perdite, o meglio massimizzare i guadagni.
Tuttavia vale la pena ricordare che, con un fattore di capacità medio superiore al 90%, negli ultimi anni Quad Cities e Clinton hanno dimostrato di poter fornire in media circa 24 TWh/anno di elettricità, sufficienti a coprire i consumi di 1,7 milioni di “statunitensi medi”. Inoltre forniscono migliaia di posti di lavoro per le loro comunità. Ed il loro pensionamento anticipato potrebbe aumentare le emissioni di anidride carbonica di oltre 20 milioni di tonnellate all’anno (emissioni equivalenti a quelle di circa 4 milioni di auto – consumi medi su strada). Un recente studio dello Stato dell’Illinois ha concluso che la chiusura di queste centrali aumenterebbe i costi energetici grossomodo di 439-645 milioni di dollari all’anno.

01

Fig.1 Centrale nucleare di Clinton, Illinois, USA

Secondo Agneta Rising, direttore generale della World Nuclear Association, il problema è che in Illinois, come in altri Paesi, sia in USA che nel resto del Mondo, il mercato dell’energia elettrica e le politiche ambientali non riescono a valorizzare la produzione elettrica estremamente affidabile e a basso tenore di carbonio offerta dalle centrali nucleari.
Tra il 2010 ed il 2014 gli Stati Uniti hanno perso circa 4,2 GWe di capacità elettronucleare a causa di problemi di competitività nel mercato elettrico, o meglio, a seconda dei casi, a causa dei forti sussidi/incentivi alle altre fonti (ivi compreso il gas di scisto) o dei costi eccessivi di operatività dovuti a regolamentazioni concernenti la manutenzione.
Emblematici i casi di San Onofre (Pendleton, CA) e Vermont Yankee (Vernon, VT).
Nel primo, i ritardi nella risposta degli enti regolatori hanno reso impossibile riparare in tempo alcuni danni ai generatori di vapore di una delle unità, rendendo di fatto anti-economico mantenere operativa la centrale [1].
Nel secondo, le priorità della società esercente Entergy, oltre ad aver lasciato a spasso almeno 600 lavoratori qualificati e ben retribuiti, hanno gettato il mercato elettrico del New England nelle “grinfie” del gas naturale, mettendo a serio rischio l’affidabilità sul lungo periodo dell’intero sistema elettrico di quell’area e facendo sorgere l’impellente e costosa esigenza di adeguare la rete di distribuzione del gas [2].
Ma gli affari sono affari, si sa, e non saremo certo noi a mettere qui in discussione gli interessi di Entergy.
D’altra parte questi fatti ci stimolano ad approfondire un paio di questioni davvero interessanti, che pur riguardando nello specifico la situazione in USA a nostro parere permettono di avere una visione più critica e costruttiva della situazione generale, almeno nei Paesi c.d. Sviluppati.

02

Fig.2 Origine (in percentuale) dei ricavi per le varie tipologie di centrali elettriche in New England. Legenda: “energy”, da vendita dell’elettricità prodotta; “capacity”, da sussidi/incentivi proporzionali alla capacità installata; “ancillary services”, servizi ausiliari; “PTC/REC”, da incentivi/sussidi erogati sotto forma di crediti (production tax credit/renewable electricity credit). Fonte: studio di Entergy citato da Nunclear Engineering International.

Innanzitutto, è importante sottolineare che in USA non esiste un unico mercato elettrico.
Essenzialmente i mercati elettrici statunitensi si dividono in due macro-gruppi: regulated e de-regulated. Nel primo è lo Stato (o una particolare Authority) a fare da calmiere dei prezzi (verrebbe da dire “paciere”), nel secondo, lo Stato fa da “droghiere” [modalità sarcasmo attiva]. Infatti anche se ci si aspetterebbe che in un mercato “de-regolamentato”, ovvero liberalizzato, sia il libero scambio a stabilire il giusto prezzo, in realtà è sempre lo Stato a dirigere le danze, erogando sussidi e stabilendo incentivi mirati, principalmente a supporto delle FER, sia direttamente per esempio con speciali crediti, sia indirettamente sostenendo gli impianti che permettono il back-up delle FER (e.g. centrali a gas) e neutralizzano i problemi di aleatorietà tipici soprattutto di fotovoltaico ed eolico.

03

Fig.4 Mercati elettrici liberalizzati in Nord America (aree colorate), dove gli operatori gestiscono la rete elettrica tramite vendite all’asta. Gli operatori si dividono tra Regional Transmission Organisations (RTOs) ed Independent System Operators (ISOs). Southwest Power Pool appartiene alla categoria RTO, Electric Reliability Council of Texas alla ISO. Nelle aree in bianco il mercato elettrico è regulated, ossia non liberalizzato. Fonte: US Federal Energy Regulatory Commission (FERC).

Disattivando la modalità sarcasmo e tornando seri, è utile osservare che se la priorità è la produzione di energia elettrica low carbon, potrebbe essere assolutamente legittimo accettare tale scelta a qualsiasi prezzo, o meglio ad un prezzo più alto di quello pagato usando le fonti fossili tradizionali.
Rimane tuttavia difficile se non impossibile comprendere perché l’opzione “ad un prezzo più alto” non debba contemplare l’utilizzo della fonte nucleare, con tutti i suoi annessi e connessi, vale a dire i costi di costruzione/operatività/manutenzione/smantellamento.
Viceversa se la priorità è il basso costo dell’energia, allora è evidente che i cittadini statunitensi debbano scordarsi quella “low carbon senza il nucleare”. Infatti i dati sul prezzo retail dell’energia elettrica in USA parlano chiaro: i mercati più liberalizzati mettono in crisi il nucleare sbilanciando sussidi ed incentivi a favore delle FER, e “gratificano” i consumatori con costi più alti; mentre i mercati “più controllati” non sfavoriscono il nucleare ed offrono ai consumatori energia a costi più bassi.

0405

Fig. 5 In alto: valori medi dei prezzi al dettaglio dell’elettricità nel tempo, per area geografica e per settore di utilizzo (gennaio 2010-marzo 2016); In basso: focus sul New England. Fonte: U.S. Energy Information administration (EIA) http://www.eia.gov/electricity/data.cfm

Vediamo i dati della EIA concernenti i prezzi al dettaglio dell’elettricità, suddivisi per area geografica e per settore di utilizzo. Qui sotto i valori a marzo 2016:

06

Fig. 6 Fonte: elaborazione CNeR su dati EIA http://www.eia.gov/electricity/data.cfm

Ecco dunque una conferma di quanto affermato.
L’area del New England è 100% in regime di mercato elettrico liberalizzato (ISO-NE), quella del South Atlantic è completamente “regulated”. Chiunque può notare con facilità dove è più alto il costo dell’elettricità per gli utenti finali.
Altri paragoni possono essere fatti confrontando la tabella qui sopra con la mappa della FERC. Oppure dando uno sguardo attento al grafico qui sotto.

07

Fig. 7 Grafico dei prezzi al dettaglio nel tempo. Si noti che gli “Stati Ristrutturati” (i.e. dove il mercato elettrico è gestito da RTO) hanno i prezzi più alti per l’energia elettrica al dettaglio (linea rossa nella parte superiore del grafico). Fonte: uno studio della UC Berkeley, citato nel rapporto “Electric Restructuring in New England – A Look Back” redatto dalla Reishus Consulting LLC per conto della NESCOE (New England States Committee on Electricity, comitato che rappresenta gli interessi collettivi in materia di utilizzo dell’energia elettrica da parte dei sei Governi componenti il New England).

Tornando alla domanda iniziale. Potrebbe esserci una terza ipotesi, a pensar male… La priorità potrebbe essere quella di impedire con ogni mezzo lecito l’estromissione delle fonti fossili dalla produzione elettrica. Dato che la cacciata più probabile sarebbe senz’altro quella “a pedate nucleari”, il metodo più consono per evitarla sarebbe quello di perseguire un obiettivo low carbon di facciata: sovvenzionare le FER, specialmente quelle più aleatorie, che necessitano di un “aiutino” da parte delle fonti fossili; drogare il mercato; mettere all’angolo la produzione elettronucleare ed ottenere eventualmente qualche chiusura anticipata che aggravi i problemi di gestione delle scorie nucleari. A pensar male…

08

Fig.8 Copertura dei consumi energetici (tutti i tipi e tutte le fonti) in USA nel 2014. Si noti che, nonostante i forti incentivi, le FER arrivano a soddisfare appena il 10% della domanda, e soprattutto che di questa fornitura rinnovabile il 76% viene da biomasse (50%) e idroelettrico (26%).

A questo punto non vorremmo aver dato l’impressione che mentre la flotta delle centrali americane statunitensi naviga in cattive acque quella delle FER vada a gonfie vele.
In realtà l’industria nucleare made in USA nel complesso gode di buona salute, anche se da diversi anni si sta ridimensionando, ed in molti sensi potrebbe essere diretta definitivamente verso un futuro pieno di “piccole speranze” [ogni allusione agli Small Modular Reactor è puramente voluta]. Dall’altra parte il mondo delle FER è assai variegato, in USA come altrove, e se alcune filiere rinnovabili vanno alla grande, tipo quella delle biomasse solide, capita anche che i super dopati impianti a fonte solare si schiantino sotto il peso di problemi sia strutturali che economici.
L’esempio più eclatante è forse quello di Ivanpah, centrale solare costruita dalla BrightSource Energy [3] in pieno deserto al confine tra California e Nevada per un costo di 2,2 miliardi di dollari. Da quando nel gennaio 2014 è entrata in funzione, foraggiata con ben 1,6 miliardi di dollari in federal loan guarantees [4] ha ampiamente dimostrato di non essere in grado di produrre l’elettricità prevista in fase di progettazione e contemporaneamente di essere perfettamente in grado di utilizzare il gas naturale in back up [5].
Ma non è finita qui perché le cattive performance di Ivanpah hanno portato alla cancellazione di diversi progetti sia del suo costruttore sia di altri, tenuto conto anche del fatto che il fotovoltaico ha ormai raggiunto prezzi praticamente pari alla metà di quelli del solare a concentrazione (CSP) a parità di dimensione degli impianti.
Tra le aziende in sofferenza per motivi analoghi e connessi spicca la spagnola Abengoa, che, nonostante abbia ricevuto ad oggi 2,7 miliardi di dollari in incentivi dall’U.S. Dept. of Energy (DoE), per alcuni impianti in USA, sta cercando disperatamente di ristrutturare il proprio debito e potrebbe regalare alla Spagna il più grande fallimento imprenditoriale della sua storia recente [6].
Brutta storia, se la priorità era il profitto…
Come se non bastasse, qualche settimana fa è scoppiato un incendio in una delle torri solari di Ivanpah, a causa di un errato allineamento degli specchi che vi concentrano la luce solare.
Sembra che nessuno si sia fatto male, anche perché questo tipo di centrali non richiedono grande impiego di personale operativo, al massimo qualche decina di operai qualificati [7].

09

Fig.9 a) 19 maggio 2016, la torre di uno dei campi eliostatici della centrale solare di Ivanpah (Nipton, CA) va a fuoco. b) Danni causati dall’incendio all’interno della torre solare. L’incendio che ha messo KO l’impianto è stato innescato da un disallineamento degli specchi concentratori. Foto per gentile concessione del San Bernardino County, Calif. Fire Department.

Potremmo fermarci qui, ma considerato quanto sopra esposto, non possiamo trattenerci dal vedere nell’immagine dell’incendio di Ivanpah una chiara metafora di come anche nel campo dei “salvapianeta” progetti grandiosi e fortemente sponsorizzati possano andare facilmente in fumo.

E mentre gli incentivi vanno in fumo i contribuenti ringraziano.

10

Fig. 10 Tramonto a Vermont Yankee

Proviamo a fare il punto.
Nella nostra breve “gita” in USA abbiamo visto che qui, come altrove, in campo energetico coesistono alcune priorità in forte competizione. Semplificando: i costruttori e gli esercenti degli impianti di produzione dell’energia vogliono guadagnare di più, mentre i consumatori vogliono spendere di meno, e tutti quanti, cittadini ed autorità varie, sembrano volere meno emissioni antropiche climalteranti. Contemporaneamente coesistono nello stesso terreno di gioco alcune soluzioni i cui effetti per ora appaiono in modo inquietante più che altro del tipo “loose-loose”: centrali nucleari low carbon in perfette condizioni di utilizzo o richiedenti una manutenzione non particolarmente onerosa sono costrette alla chiusura anticipata [8]; nuovi impianti a combustibili fossili sono in programma per sostituirle e per supportare una produzione low cost; impianti a fonte rinnovabile supersovvenzionati coi soldi dei contribuenti navigano in cattive acque finanziarie e tracannano combustibili fossili per mantenere una produzione corrispondente alla domanda 24/7; e dulcis in fundo nei mercati elettrici liberalizzati l’elettricità costa di più.

Sorge spontanea una domanda: gli Stati Uniti cosa ci sono andati a fare alla COP21 di Parigi?

Note:

[1] Secondo uno studio della Haas School of Business (Università di Berkley) a partire dal 2014, primo anno successivo alla chiusura di San Onofre, i costi concernenti la generazione di elettricità in California sono aumentati di 350 mln di USD all’anno mentre le emissioni di CO2 di 9 milioni di tonnellate all’anno.

[2] Fonte: NEI http://www.nei.org/Knowledge-Center/Closing-Vermont-Yankee

[3] EPC Contractor: Bechtel Engineering; Owner(s) (%): NRG Energy, BrightSource Energy, Google; Generation Offtaker(s): Pacific Gas & Electric, Southern California Edison.

La centrale è del tipo CSP (Concentrating Solar Power), si estende su 1420 ettari, ed è composta da 3 unità (campi eliostatici con torre solare) per un totale di 392 MW di potenza lorda installata. Al momento dell’inaugurazione era prevista produrre circa 1079 GWh/anno, da cui una densità di potenza areale pari a 8,7 W/m2 (o 7,6 W/m2 se si fanno i conti al netto dei consumi interni). Fonte: NREL http://www.nrel.gov/csp/solarpaces/project_detail.cfm/projectID=62
[4] Fonte: http://energy.gov/lpo/ivanpah

[5] Si potrebbe dire “al punto da farne indigestione”: 778.207 Mcf nel 2014 e 564.814 Mcf nel 2015 a fronte di -55% produzione netta nel 2014 e -40% nel 2015. Facciamo due conti: 1 Mcf sono 1000 cubic feet di gas naturale; 1 cf di gas naturale per usi industriali/commerciali/residenziali è pari a 1032 Btu; 1 Btu è pari a circa 0,29 Wh. Dunque, in due anni di produzione ad Ivanpah sono stati bruciati grossomodo 402 GWh da fonte fossile per sostenere la produzione di circa 1071 GWh di elettricità da fonte rinnovabile, con un bilancio di emissioni pari a circa 73mila tonnellate di CO2. Fonte dei dati: U.S. Energy Information Administration (EIA); U.S. Environmental Protection Agency (EPA) https://www.epa.gov/sites/production/files/2015-07/documents/emission-factors_2014.pdf

[6] Fonte: https://www.technologyreview.com/s/601083/ivanpahs-problems-could-signal-the-end-of-concentrated-solar-in-the-us/

[7] Sì avete capito bene. Dopo tutto quello che è costata ad Ivanpah lavorano appena 61 persone [4]. Ci permettiamo di annotare che a parità di potenza installata una nuova centrale nucleare può costare anche il 30% in più di una centrale solare, per quanto riguarda la costruzione, ma la sua produzione netta attesa è almeno il triplo, e con ogni probabilità impiegherà in tenuta stabile un numero di operativi 5 volte superiore.

[8] Il mese scorso Entergy ha rincarato la dose annunciando che manderà in pensione prima del previsto altre due centrali nucleari, FitzPatrick (Oswego, NY) e Pilgrim (Plymouth, MA). A queste vanno aggiunte Diablo Canyon (sulla cui sorte in California si sta molto dibattendo, su più fronti, il più interessante dei quali è quello del movimento eco-modernista pro-nuke), ed almeno un’altra decina di centrali in pochi anni, secondo le stime della WNA. Dando uno sguardo a quello che sta succedendo in altre parti del “mondo nucleare”, ai nostri occhi si delinea uno scenario che fino a pochi lustri fa quasi nessuno avrebbe ritenuto possibile: da qui al 2030 gli Stati Uniti potrebbero vedersi costretti a rinunciare alla leadership mondiale nel settore nucleare per usi civili… a favore di Cina e/o Russia. Ma di questo ne parleremo con più dettagli prossimamente.

Il Bosco coltivato ad Arte – 2^ edizione, focus biomasse

Segnaliamo lieti di segnalare la rassegna culturale “Fare i Conti con l’Ambiente“, che avrà luogo a Ravenna i prossimi giorni, dal 20 al 22 maggio. Di particolare rilievo è il workshop intitolato “Il Bosco coltivato ad Arte – 2a edizione – Focus Biomasse“, a cui il Comitato Nucleare e Ragione ha dato un importante contribuito organizzativo. Questa la scaletta degli interventi:
1) La nutrizione carbonica: significato per il mondo vegetale (Luigi Mariani)
2) Il rinnovamento del bosco come attività educativa e culturale (Luana Gasparini)
3) Energia sostenibile dalla culla alla tomba (Pierluigi Totaro)
4) Utilizzo competitivo dell’energia da biomasse: vantaggi e limiti di una fonte rinnovabile (Paolo Errani)

Conferenza Nazionale sull'Energia

COMUNICATO STAMPA

banner_ravenna

Energie per l’Italia del Futuro” ed “Ekoclub Ravenna” anche quest’anno partecipano al festival tecnico scientificoFare i conti con l’ambiente”, ed hanno organizzato il Workshop M previsto in programma venerdì prossimo, 20 maggio 2016.

Siamo alla seconda tappa di un percorso studiato per affrontare questioni ambientali ed energetiche con uno spirito rinnovato.
Partendo dalla constatazione che l’ambiente che ci circonda, in special modo qui in Italia, è antropizzato anche nei suoi aspetti più “naturali” (seppure in modo impercettibile per uno sguardo distratto), abbiamo cercato di inserire tali tematiche in un contesto più ampio, che non trascuri aspetti culturali inscindibili dall’attività dell’Uomo.
Nell’edizione di quest’anno “Il Bosco coltivato ad Arte” è l’occasione per unire diversi punti di uno scenario che comprende lo stato di salute delle nostre foreste, le emissioni di gas climalteranti, il ciclo del carbonio, l’utilizzo del suolo e…

View original post 166 altre parole

Si va in Svizzera: visita guidata alla centrale nucleare di Leibstadt!

Il Comitato Nucleare e Ragione è lieto di annunciare una nuova iniziativa culturale, che si aggiunge al già ricco programma di attività promosse in questi primi mesi del 2016. In virtù del successo del ciclo di visite alla centrale nucleare slovena di Krsko – la quarta edizione si è svolta appena due settimane fa – proponiamo per il 30 settembre e il primo ottobre una visita tecnica alla centrale di Leibstadt, l’impianto nucleare più grande della Confederazione Svizzera.

Siamo sicuri che questa proposta raccoglierà in particolare l’interesse delle tante persone che in queste settimane ci hanno contattato dalle regioni del Nord-Ovest e del Centro-Italia, manifestando apprezzamento per le nostre iniziative.

Il numero di posti è limitato e le prenotazioni si chiuderanno il 30 maggio! Per maggiori informazioni e dettagli tecnico-logistici, scriveteci all’indirizzo nucleareeragione@gmail.com

volantinoLeibstadt1.jpg

La politica energetica all’ombra del campanile

[Quando parliamo di “ambiente” facciamo riferimento anche a una particolare relazione: quella tra la natura e la società che la abita. Questo ci impedisce di considerare la natura come qualcosa di separato da noi o come una mera cornice della nostra vita. Siamo inclusi in essa, siamo parte di essa e ne siamo compenetrati. Le ragioni per le quali un luogo viene inquinato richiedono un’analisi del funzionamento della società, della sua economia, del suo comportamento, dei suoi modi di comprendere la realtà. Data l’ampiezza dei cambiamenti, non è più possibile trovare una risposta specifica e indipendente per ogni singola parte del problema. È fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura.

Lettera Enciclica Laudato Si’ del Santo Padre Francesco sulla Cura della Casa Comune]

61871

Apprendiamo da fonti di stampa che il Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana, riunitosi a Genova dal 14 al 16 marzo, avrebbe anche affrontato “la tematica delle trivelle”, ovvero l’oggetto del referendum del 17 aprile prossimo.

I vescovi italiani – riporta il comunicato ufficiale della CEI – avrebbero concordato sulla opportunità che la questione venga dibattuta nelle comunità “al fine di favorirne una soluzione appropriata alla luce dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco”.

Avendo noi di Nucleare e Ragione letto e meditato l’enciclica ed essendo il tempo a disposizione molto ristretto, umilmente ci permettiamo di suggerire alcuni spunti:

§93 Oggi, credenti e non credenti sono d’accordo sul fatto che la terra è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti. Per i credenti questo diventa una questione di fedeltà al Creatore, perché Dio ha creato il mondo per tutti. Di conseguenza, ogni approccio ecologico deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati.

Le comunità si soffermino sulle ricadute e le conseguenze delle proprie decisioni (o indecisioni) sul resto dell’umanità, con particolare riguardo alle ricadute ambientali e socio-politiche di una rinuncia alla produzione nazionale di idrocarburi in favore di una maggiore importazione da Paesi esteri, spesso poveri o teatro di conflitti proprio per le loro appetibili (da noi) risorse. Si ponga l’attenzione sul fatto che la sindrome NIMBY (non nel mio giardino) risulterebbe di difficile attuazione in questo contesto.

Le comunità si soffermino sulla necessità di spostare la prospettiva sull’argomento dal proprio baricentro individuale alla totalità umana. In un Mondo sempre più interconnesso, spostare altrove i problemi che non si desidera avere sotto casa non significa forse distogliere lo sguardo da quelli del nostro prossimo?

§67 È importante leggere i testi biblici nel loro contesto, con una giusta ermeneutica, e ricordare che essi ci invitano a «coltivare e custodire» il giardino del mondo (cfr Gen 2,15).

Ogni comunità può prendere dalla bontà della terra ciò di cui ha bisogno per la propria sopravvivenza, ma ha anche il dovere di tutelarla e garantire la continuità della sua fertilità per le generazioni future.

Forse non è un refuso il fatto che nel comunicato CEI ci si riferisca alla “coltivazione[1] di petrolio e metano”. In effetti lo sfruttamento sapiente e responsabile di tali risorse può essere a tutti gli effetti definito un “coltivarle”, per nulla in contrasto quindi con la “conservazione” del giardino, ovvero dell’ambiente. Le comunità si soffermino su questa azione di fiducia di Dio nei confronti dell’uomo, valorizzando le conoscenze tecniche di chi lavora nel campo dell’estrazione degli idrocarburi e vigilando, ciascuno nel proprio ambito, alla corretta attuazione delle regole di convivenza sociale e salvaguardia ambientale;

§183 La partecipazione richiede che tutti siano adeguatamente informati sui diversi aspetti e sui vari rischi e possibilità, e non si riduce alla decisione iniziale su un progetto, ma implica anche azioni di controllo o monitoraggio costante. C’è bisogno di sincerità e verità nelle discussioni scientifiche e politiche, senza limitarsi a considerare che cosa sia permesso o meno dalla legislazione.

Si riconosca che diversi sono i talenti, ma uno solo è lo Spirito che li emana, per cui non tutte le questioni, specie quelle complesse come la politica energetica, possono essere discusse e indirizzate dal volere del singolo cittadino o della particolare comunità, ma si deve tener conto del parere e dell’esperienza tecnico scientifica e delle interconnessioni accennate nei punti precedenti, affinché il dibattito porti veramente frutti maturi.

Fiduciosi nei frutti che potranno scaturire da un dibattito similmente indirizzato, auspichiamo con rinnovata forza che sempre più cittadini si uniscano al nostro appello affinché il Governo convochi una Conferenza Nazionale sull’Energia, nella quale questa e più ampie e innumerevoli questioni possano trovare sostanziale, duratura e condivisa soluzione.

Note:

[1] Per coltivazione degli idrocarburi e più in generale in ambito minerario si intende la fase successiva all’esplorazione e ricerca in cui viene decisa la modalità più opportuna dal punto di vista tecnico-ambientale per lo sfruttamento del giacimento, prima della commercializzazione della risorsa.

La posizione del Comitato Nucleare e Ragione sul referendum No-Triv

Le ragioni del SI sono deboli, ma soprattutto il referendum è lo strumento sbagliato per indirizzare le scelte di politica energetica, che meriterebbero ben altra attenzione. La politica smetta di essere miope, guardi oltre il proprio naso e si convochi una Conferenza Nazionale sull’Energia che dia frutti duraturi in un quadro condiviso.

Il prossimo 17 aprile i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi su un singolo quesito referendario, popolarmente noto come “referendum anti trivelle” o “No-Triv”. Il quesito, proposto lo scorso autunno da 10 consigli regionali, testualmente recita:

“Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale?”

Messo così probabilmente non dice nulla alla gran parte di noi, dunque proviamo a capire di cosa si tratta.

Sostanzialmente si chiede al cittadino se vuole abrogare la possibilità per le industrie estrattive (Gas e Petrolio) che operano su piattaforme site nelle acque nazionali (entro 12 miglia dalla costa) di rinnovare la concessione e di continuare ad operare fino all’esaurimento del giacimento.

Il quesito dunque non riguarda né l’esplorazione ed estrazione di idrocarburi a terra né quelle in acque internazionali (oltre le 12 miglia).

Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, il referendum verte su 21 concessioni petrolifere tra quelle operanti in Italia su piattaforme offshore (oltre 130 in totale, che coprono il 10% del fabbisogno nazionale di idrocarburi).

Se vincono i SI, queste concessioni non potranno più essere rinnovate alla loro naturale scadenza (che varia a seconda dell’età dell’impianto) e i giacimenti dovranno essere abbandonati anche se ancora produttivi.

Se vincono i NO, le concessioni alla loro scadenza potranno essere rinnovate, previa procedura di valutazione dell’impatto ambientale, ed operare nel rispetto delle norme di sicurezza e tutela ambientale fino all’esaurimento del giacimento.

Il numero delle concessioni coinvolte dal quesito, relativamente ridotto, può indurre l’idea che la questione sia marginale, e questo forse è il motivo per cui il dibattito sul tema non è molto acceso.

Le ragioni di merito dei comitati per il SI, capeggiati dalle associazioni ambientaliste, ma non tutte, sono la salvaguardia ambientale e paesaggistica delle coste italiane, nonché la difesa dell’industria turistica.

Tali ragioni, a nostro avviso, sono deboli. Le piattaforme estrattive italiane dimostrano elevata sostenibilità ambientale, sono molto meno invadenti di molti eco-mostri che deturpano le nostre coste e sono finanche un’attrattiva turistica. Basti pensare che la regione con il maggior numero di trivelle, l’Emilia Romagna, ha un consolidato turismo balneare.

Gravi incidenti ambientali, seppur possibili, sono improbabili e comunque di minor livello rispetto al gran numero di petroliere che solcano i nostri mari, numero che inevitabilmente aumenterebbe qualora la produzione nazionale, vincendo i SI, venisse ridotta.

Mappa dei giacimenti interessati dal referendum (fonte Il Sole 24 Ore).
Mappa dei giacimenti interessati dal referendum (fonte Il Sole 24 Ore).

Le ragioni di merito dei comitati per il NO sono simmetricamente opposte per quanto riguarda i rischi per ambiente e turismo, alle quali si aggiunge il problema occupazionale (numeri rilevanti tra estrazione ed indotto) e la continuità degli investimenti, nonché delle ricche Royalties e gettito fiscale pagati allo Stato dalle compagnie estrattive.

Ma vale la pena ricordare che questo referendum, primo nella storia dei referendum popolari, è stato promosso dalle Regioni, 10 per l’esattezza, con un chiaro intento politico, ovvero quello di non cedere potere decisionale in materia energetica ai Governi nazionali, che a più riprese, dalla SEN di Monti e Passera in poi, avevano provato a recuperare spazio di manovra dopo la maldestra frammentazione dei poteri decretata dalla riforma del Titolo V della Costituzione, che di fatto rendeva l’energia materia di competenza concorrente tra Stato e Regioni.

Di referendum “politico” parlano apertamente anche i favorevoli al il SI: l’obbiettivo vero è infatti quello di marcare la politica energetica italiana, forzando l’uscita dalle fonti fossili per puntare ad un – a nostro avviso irrealistico – 100% di rinnovabili.

Scoperte le carte, si evince che il referendum è solo un mezzo – sbagliato, e spiegheremo perché – per condizionare la politica energetica italiana, menomandola e azzoppandola nei suoi già fragili, contraddittori e limitati contenuti.

Su una cosa infatti comitati per il SI e per il NO concordano, e noi pure: la materia in questione è complessa e delicata e non si addice al referendum.

Tale affermazione suona evidentemente civettuola da parte di chi il referendum l’ha promosso e lo cavalca, ma è nella sostanza adamantinamente condivisibile.

Anche perché nessuno spiega dove andremo a prendere il 10% del fabbisogno di idrocarburi (in totale Petrolio e Gas forniscono il 65% dell’energia consumata dagli italiani) prodotto dalle trivelle nostrane. È evidente che – come accaduto nel 1987 in seguito al primo (disgraziato, ndr) referendum sul nucleare – tale quota verrà coperta dalle importazioni, magari provenienti da piattaforme operate da compagnie straniere a 13 miglia dalla costa o da Paesi sfortunati come Siria, Libia o Nigeria, al pari di come oggi importiamo energia elettrica prodotta dalle centrali nucleari operanti appena oltre i nostri confini nazionali.

Al danno economico seguirebbe la beffa della persistenza del rischio ambientale!

L’incremento della produzione nazionale di idrocarburi – piaccia o no – era uno dei perni della SEN del 2012, che resterebbe azzoppata ed inapplicabile dall’esito referendario e dalle sue possibili, più ampie, conseguenze.

Il Comitato Nucleare e Ragione, tramite l’unità d’intenti promossa in queste pagine, fin dalla sua fondazione, e più marcatamente dal 2012 – anno della SEN – si batte per una definizione organica e lungimirante della strategia energetica italiana, che scaturisca – sotto forma di un Piano Energetico Nazionale che in Italia manca dal 1988 – da una Conferenza Nazionale sull’Energia in grado di sintetizzare il parere della comunità tecnico-scientifica e gli interessi della comunità nazionale e delle istituzioni locali, con un occhio all’Europa con cui siamo interconnessi e di cui condividiamo i destini.

La nostra posizione ed il nostro invito in merito al referendum del 17 aprile sono dunque semplici e chiari: rechiamoci alle urne e scriviamo sulla scheda “Conferenza energetica subito!”

In questo modo lanceremo un segale forte alla politica affinché una questione vitale per il benessere ed il progresso della Nazione riceva la dovuta attenzione istituzionale, e non sia oggetto di corte vedute e miopi ricatti di bottega, ma esito di uno sforzo di concerto, da cui nasca una Costituzione Energetica per l’Italia, quale ossatura dello sviluppo delle generazioni future.

Aggiornamento 16/03/2016: per partecipare all’evento su Facebook, cliccare qui.

Balance sheet of electricity generation capacity – 10 years of nuclear power at a glance

Since 40 years, IAEA develops and maintains a comprehensive database focused on nuclear power plants worldwide, namely PRIS (Power Reactor Information System). We have collected and analysed data starting from 2005 up to date. You can find here below shown in 5 graphs some information on new power reactors connected to the grid, those under construction, those being decommissioned on schedule, or those retired in advance.
We have not taken into account the Japanese reactors not in permanent shutdown. Since Fukushima accident and the following ban on NPP operations, 4 Japanese NPP have restarted. All of these between last summer and a few days ago. We have considered the remaining ones – not yet restarted neither yet in permanent shutdown – in a sort of Limbo: in fact, they are operable, but still waiting for the authorities and politicians’ starting signal.

 

 

Fig. 1Cumulative progress of power capacity for new nuclear reactors connected to the grid, new construction starts, cancelled constructions and permanent shutdowns. Data for 2016 only refer to the month of January. Source: IAEA PRIS; Data Processing: CNeR.
Fig. 1 Cumulative progress of power capacity for new nuclear reactors connected to the grid, new construction starts, cancelled constructions and permanent shutdowns. Data for 2016 only refer to the month of January. Source: IAEA PRIS; Data Processing: CNeR.

As can be seen in Figure 1, the new installed nuclear power from January 2005 to January 2016 amounts to 37,9 GWe, a value which exceeds the reduced capacity from permanent shutdowns by 8,1 GWe.
Let’s consider the state-by-state contribution to the new installed reactors (Figure 2). China remarkably drives overall NPP replacement with roughly 18 GWe of new capacity connected to the grid, and with an average construction duration just above 5 years. In the same time frame, South Korea follows it by return, with an average schedule duration just below 6 years.

Fig.2 New capacity connected to the grid in the period 2005-2016
Fig.2 New capacity connected to the grid in the period 2005-2016

By analyzing the year-by-year progress (Figure 3), two notable aspects deserve our attention. First of all, we observe a significant drop of installed nuclear capacity in 2011, mainly as a direct or indirect consequence of the Japanese 11th March earthquake and tsunami: among the thirteen permanent shutdowns in that year, four are from the site of Fukushima Daiichi, while eight are from German power plants which have been forced to early retire due to the political decision to accelerate the country’s nuclear phase-out.
The second interesting aspect is the outstanding amount of new capacity connected to the grid in 2015, which doubled the results of the previous year.

Fig. 3Annual progress of power capacity for new nuclear reactors connected to the grid, restarts after long-term shutdown, long-term and permanent shutdowns. Data for 2016 only refer to the month of January. Source: IAEA PRIS; Data Processing: CNeR.
Fig. 3 Annual progress of power capacity for new nuclear reactors connected to the grid, restarts after long-term shutdown, long-term and permanent shutdowns. Data for 2016 only refer to the month of January. Source: IAEA PRIS; Data Processing: CNeR.

What could we expect for the near future? Is the 2015’s achievement just a flash in the pan, or can we say that it is the restart of the nuclear renaissance?
To answer the question we ought to look at the amount construction starts in the last ten years. As can be seen in Figure 4, in four years from 2007 to 2010 the construction of nuclear power plants has experienced tremendous growth. After that, in some ways all construction plans have suffered from the impact of the Fukushima accident. However, there is a bunch of eleven Chinese reactors still under construction, starting from 2009-2010. So, taking into account the average duration of NPP construction in China – very short time, as per performances consolidated over the past ten years – as well as the number of reactors which are about to be completed in India, Japan, Pakistan, Russia, South Korea, UAE and USA, for the next two years we expect results equal to those for the last, or even more.
Figure 5 shows the state-by-state summary of the total capacity for all nuclear reactors under construction, as of January 2016.

Fig. 4Annual progress for new nuclear reactor construction starts or restarts, compared to suspended or cancelled constructions. Data for 2016 only refer to the month of January. Source: IAEA PRIS; Data Processing: CNeR.
Fig. 4 Annual progress for new nuclear reactor construction starts or restarts, compared to suspended or cancelled constructions. Data for 2016 only refer to the month of January. Source: IAEA PRIS; Data Processing: CNeR.

In short, the race to nuclear power plants is currently destined to take place primarily on the racetracks of the Far East (from 2016 to 2020, six to eight nuclear reactors will probably be approved each year in China). And this despite the current slowdown in economic growth – also felt over there. The situation is made even more interesting by the fact that the countries chasing China are almost exclusively the emerging ones – some of these are “in the early days of development”.

Nothing new on the western front? Actually something is moving. Even if we are forced to admit that all factors against are dominant, at the moment. And perhaps it is time to fully review the role of nuclear power production in modernized countries, paving definitely the way for advanced nuclear systems – not necessarily always large. But that’s another story, about which we will not dwell here. That’s all folks, for now.

Fig.5 Total capacity for the 66 reactors under construction as of January 2016. United Arab Emirates and Belarus are going to have their first nuclear power plant commercially operative in 2017 and 2019, respectively.
Fig.5 Total capacity for the 66 reactors under construction as of January 2016. United Arab Emirates and Belarus are going to have their first nuclear power plant commercially operative in 2017 and 2019, respectively.