Foligno si prepara al giorno più atteso dell’anno: tutto pronto per lo Stand Up for Nuclear 2026

C’è un sabato, ogni anno, in cui l’Umbria smette per qualche ora di guardare il nucleare con sospetto e inizia a guardarlo con curiosità. Quel giorno, quest’anno, è sabato 19 settembre, e la città è Foligno.

Lo Stand Up for Nuclear torna a farsi sentire nell’ambito dell’ottava edizione italiana della manifestazione internazionale che da otto anni porta scienza, dati e rigore nelle piazze di tutto il mondo. Ma quest’anno a Foligno non ci accontentiamo del solito gazebo. Abbiamo alzato l’asticella, e vogliamo raccontarvi perché vale la pena esserci dalla mattina alla sera.

Un’offerta divulgativa più ampia

Chi ci segue da tempo sa che lo Stand Up for Nuclear nasce come banchetto informativo in piazza – materiale divulgativo, attivisti pronti a rispondere a domande e dubbi, un modo diretto e senza filtri per avvicinare i cittadini al tema. Quella parte c’è ancora, e ci sarà con tutta la sua energia. Ma quest’anno a Foligno l’abbiamo trasformata nel cuore pulsante di una giornata intera, con altri tre appuntamenti che si intrecciano e si rafforzano a vicenda.

Al mattino, dalle 9:30, il Nuovo Cinema Vittoria apre le porte agli studenti delle scuole superiori della città per una conferenza pensata apposta per loro: “Energia nucleare e cambiamento climatico: scienza, dati e futuro”. Sul palco, due voci che parlano agli studenti con codici diversi ma complementari. Edoardo Ventafridda, di Giovani Blu, ha vent’anni ed è uno di loro: non spiega il nucleare agli studenti, lo spiega con loro, nella lingua e con i riferimenti che sente propri una generazione che si informa sui social prima ancora che sui libri di testo. Accanto a lui, Annafrancesca Mariani di SOGIN porta qualcosa che va oltre la divulgazione: per chi siede in platea, sentire raccontare dal vivo il progetto del Deposito Nazionale dei Rifiuti Radioattivi da chi ci lavora ogni giorno significa scoprire, magari per la prima volta, che il nucleare non è solo un argomento da dibattito televisivo, ma un settore che assume, che cerca ingegneri, fisici, tecnici – e che quella carriera potrebbe cominciare proprio da un’aula di scuola superiore a Foligno. Perché se c’è una generazione che merita di ereditare un dibattito energetico onesto, invece che i miti e le paure degli anni ’80, è proprio quella che oggi siede tra i banchi.

Dalle 9:30 del mattino anche il classico gazebo informativo trova casa davanti al Nuovo Cinema Vittoria sotto le Logge di Corso Cavour, nel cuore della città, aperto a chiunque voglia fermarsi, fare domande, mettere alla prova le proprie convinzioni – o semplicemente scoprire qualcosa che non sapeva.

Nel primo pomeriggio, alle 14:45, arriva la vera novità di quest’anno: “La Scienza di Oppenheimer”, uno spettacolo di divulgazione scientifica che usa il film di Christopher Nolan come porta d’ingresso per raccontare, con rigore e senza retorica hollywoodiana, la fisica che sta dietro alla fissione nucleare. Un modo diverso, quasi narrativo, di far entrare la scienza sotto la pelle di chi guarda. A trattare in maniera divertente la struttura dell’atomo e la fisica quantistica saranno i nostri soci Simone Batori (Coordinatore della sezione Toscana-Umbria) e Marco Coletti (fisico della materia, autore di “Radioactivity” e organizzatore dello Stand Up di Bologna).

E per chiudere, dalle 16:30, la conferenza pubblica che dà il titolo a tutta la giornata: “Nucleare: le domande che tutti fanno, le risposte che nessuno dà”. Quattro blocchi tematici – sicurezza e percezione del rischio, fattibilità economica, complementarità con le rinnovabili, gestione dei rifiuti radioattivi – affrontati da relatori che il tema lo vivono ogni giorno: i nostri soci Marco Coletti e Riccardo Mariscalco insieme a  Nicola Daniele Ippolito (Direttore della divisione nucleare del MASE), Monica Tommasi, Presidente di Amici della Terra e Annafrancesca Mariani (Direttrice del progetto del Deposito Nazionale dei Rifiuti Radioattivi e Parco Tecnologico di SOGIN). A moderare la nostra socia Martina Gallarati. E per chi ha ancora domande da fare un’ora intera di tavola rotonda aperta al pubblico, senza scalette concordate, senza filtri.

Non siamo soli in questo

C’è un dettaglio che ci rende particolarmente orgogliosi di questa edizione: lo Stand Up for Nuclear di Foligno si svolge con il patrocinio del Comune di Foligno, concesso con Deliberazione di Giunta Comunale n. 346 del 20 agosto 2026. Non è un dettaglio burocratico da nota a piè di pagina – significa che un’istituzione pubblica ha scelto di riconoscere il valore civico e culturale di questa giornata, di aprirci le porte del Nuovo Cinema Vittoria, di stare al nostro fianco mentre proviamo, ancora una volta, a raccontare il nucleare per quello che è: dati, fisica, ingegneria. Non slogan.

Perché venire, se il nucleare già vi piace

Se siete qui a leggere questo articolo, probabilmente non avete bisogno che vi convinciamo delle basi – le conoscete già, forse meglio di molti che ne parlano in televisione senza averle mai aperte, quelle basi. Ma proprio per questo Foligno il 19 settembre è il posto dove dovreste essere: perché è il giorno in cui l’energia che normalmente mettiamo nei commenti sotto un post, nelle discussioni al bar, nelle mail che scriviamo a chi non ci ascolta, si trasforma finalmente in qualcosa di fisico, condiviso, contagioso. Una sala piena. Una piazza che si ferma a chiedere. Uno spettacolo che racconta la scienza come merita di essere raccontata. E una tavola rotonda dove, per una volta, le domande scomode trovano davvero una risposta.

Portate un amico scettico. Portate i vostri dubbi più duri, quelli a cui ancora non sapete rispondere da soli. Portatevi anche solo curiosità.

Sabato 19 settembre 2026, Nuovo Cinema Vittoria, Foligno. Ingresso libero, per tutta la giornata.

Ci vediamo lì.


Per maggiori informazioni: nucleareeragione.org/sufn · info@nucleareeragione.org

Referente locale: Simone Batori, Coordinatore Sezione Toscana-Umbria — 342 143 2748

Comunicato stampa: al via l’ottava edizione dello Stand Up for Nuclear

Zero emissioni, infinite ambizioni – il nucleare per le prossime generazioni

Tra settembre e ottobre 2026 si svolgerà in 42 città italiane lo Stand Up for Nuclear, una manifestazione nata per promuovere presso l’opinione pubblica i benefici delle tecnologie nucleari civili in ambito energetico, medico-diagnostico, alimentare, industriale e nella ricerca scientifica.
L’iniziativa è promossa a livello mondiale da una rete di associazioni e organizzazioni no-profit indipendenti1, che negli anni è arrivata a mobilitare cittadini nelle piazze di oltre 30 nazioni. 

In Italia la manifestazione, giunta quest’anno all’ottava edizione, è promossa dal Comitato Nucleare e Ragione2, da Riforma e Progresso3 ed Energy Break4, in collaborazione con numerose altre realtà associative e di divulgazione scientifica. 

La necessità di decarbonizzare il sistema energetico, garantendo allo stesso tempo sicurezza degli approvvigionamenti e disponibilità di energia a costi sostenibili, ha riportato il nucleare al centro del dibattito internazionale. L’invasione russa dell’Ucraina, iniziata nel 2022, ha mostrato le conseguenze della dipendenza da un numero limitato di Paesi fornitori. Più recentemente, la chiusura dello stretto di Hormuz e le interruzioni dei flussi di petrolio e gas dal Golfo Persico hanno nuovamente evidenziato la vulnerabilità dei sistemi energetici fortemente dipendenti dai combustibili fossili importati da zone geopolitiche instabili, con ripercussioni sulla sicurezza energetica, sui prezzi e sull’economia mondiale5.
Il nucleare civile gioca un ruolo strategico anche per la pace e il disarmo globale degli armamenti: le centrali a fissione possono infatti convertire il materiale fissile per le testate atomiche in elettricità, come già dimostrato dallo storico programma USA-Russia Megatons to Megawatts6.
In questo contesto, una produzione elettrica maggiormente diversificata e basata su fonti a basse emissioni diventa un elemento essenziale non soltanto per contrastare il cambiamento climatico, ma anche per rafforzare la resilienza e l’autonomia strategica dei Paesi europei. L’Unione Europea continua infatti a soddisfare attraverso importazioni nette circa il 57% del proprio fabbisogno energetico, mentre nel 2025 la dipendenza dalle importazioni di gas naturale ha raggiunto l’87,6%78.

A livello globale, la collaborazione tra Banca Mondiale e AIEA promuove lo sviluppo sostenibile del nucleare, mentre la Commissione Europea stima investimenti per 241 miliardi di euro nel settore entro il 2050 per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione910.

Anche l’Italia ha avviato un percorso istituzionale per valutare la reintroduzione dell’energia nucleare nel proprio mix energetico. Il disegno di legge delega in materia di energia nucleare sostenibile, finalizzato alla definizione di un nuovo quadro normativo, ha ricevuto il parere positivo della Conferenza Unificata nel luglio 2025 ed è stato approvato dalla Camera dei deputati il 4 giugno 2026. Il provvedimento è attualmente all’esame del Senato1112. Il percorso legislativo non autorizza direttamente la costruzione di nuove centrali, ma attribuisce al Governo il compito di predisporre, attraverso successivi decreti legislativi, il quadro normativo relativo alle tecnologie nucleari sostenibili e di nuova generazione.

Tuttavia, l’opinione pubblica, soggetta per decenni a un dibattito spesso polarizzato, continua a nutrire forti dubbi nei confronti del nucleare. Lo scopo dello Stand Up for Nuclear è quello di avvicinare i cittadini alle tecnologie nucleari, sfatando miti e pregiudizi e fornendo – con un approccio semplice ma al tempo stesso equilibrato e basato sui dati della letteratura scientifica –  le basi e le conoscenze per poter comprendere e valutare i pregi e difetti dell’energia nucleare e delle altre tecnologie di approvvigionamento energetico. L’obiettivo è pertanto quello di aiutare il pubblico a costruirsi un’opinione informata e consapevole sul tema, fornendo informazioni equilibrate e oggettive.
Gli Stand Up for Nuclear si caratterizzano per l’allestimento di gazebo e banchetti dove gli attivisti offrono materiale informativo e propongono attività ludiche su tutte le tematiche correlate all’energia nucleare e alla sfida della transizione energetica, e si mettono a disposizione per rispondere a domande e chiarire dubbi e paure.


Lo Stand Up for Nuclear si svolgerà nelle seguenti date e città:

5 settembre: Porto Tolle (RO)
6 settembre: Siracusa
12 settembre: Gorizia, Castiglione della Pescaia (GR), Novara
19 settembre: Foligno (PG)
20 settembre: Vigevano (PV)
25 settembre: Pavia
26 settembre: Padova, Ancona, Macerata
27 settembre: Pisa, Brescia
3 ottobre: Venezia, Perugia, Bergamo, Genova, Bari
4 ottobre: Mestre (VE)
9-10-11 ottobre: Torino
10 ottobre: Pordenone, Treviso, Piacenza, Monza, Salerno
10-11 ottobre: Verona
11 ottobre: Firenze
17 ottobre: Cagliari, Cesena, Napoli
17 e 18 ottobre: Trieste, Milano
18 ottobre: Trento, Alessandria
24 ottobre: Bologna, Acireale (CT)
24 e 25 ottobre: Schio (VI), Roma
24 o 31 ottobre: Palermo
29 ottobre: Lecce
31 ottobre: Udine, Catania


Per maggiori informazioni:
info@nucleareeragione.org
standupfornuclear.org
https://nucleareeragione.org/sufn/


Organizzatori:


Con la partecipazione e il sostegno di:

Klimatfest 2026: tra divulgazione scientifica, nucleare ed ambientalismo razionale

di Luigi Francesco Trantino

Anche quest’anno il Comitato Nucleare e Ragione ha partecipato il 6 e 7 giugno al KlimatFest, una manifestazione che ospita eventi, mostre ed esposizioni, offrendo la possibilità di un confronto diretto con il pubblico su ambiente, clima e energia, insieme a molte associazioni locali e nazionali impegnate in questi ambiti.

L’edizione 2026 si è svolta a Vimodrone (MI), nel piccolo ed accogliente giardino Cascina Tre Fontanili. E’ stato per me un piacere far parte della delegazione del Comitato, assieme a Emanuele Parrinello, Marco Pomodoro, Mattia Colombo,  Massimiliano Chiesa, Mattia Andrini, Andrea Occhi e Paolo Tortone.

Sono stati tanti i curiosi e le curiose, favorevoli e non, passati dal nostro gazebo a chiacchierare con noi sul nucleare, e l’argomento più gettonato è stato senza dubbio il possibile ritorno del nostro Paese alla generazione di energia elettrica da fissione. L’iter legislativo è infatti in corso: il disegno di legge delega promosso dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica è stato approvato dalla Camera dei Deputati il 4 giugno ed è ora all’esame del Senato. Secondo quanto dichiarato dal Ministro Gilberto Pichetto Fratin, l’obiettivo del Governo è ottenere l’approvazione definitiva entro la pausa estiva e adottare i decreti attuativi entro la fine dell’anno.

Tornando al Klimatfest, nel confronto col pubblico non sono mancate anche considerazioni sul Deposito Nazionale e sul rapporto con le rinnovabili.

Riguardo al primo abbiamo spesso parlato della Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI), redatta da Sogin, evidenziandone il rigore scientifico ed il rispetto per tutte le norme di sicurezza da rispettare per la realizzazione di un simile progetto. Abbiamo inoltre ricordato il progetto del Parco Tecnologico, un centro di ricerca, formazione ed innovazione volto a valorizzare il territorio che lo ospita, l’esperienza maturata nel decommissioning degli impianti nucleari e del trattamento e stoccaggio dei rifiuti radioattivi, la cui realizzazione è già prevista nel più ampio progetto del Deposito Nazionale.

Infine, parlando delle rinnovabili abbiamo sottolineato come non siano mutualmente esclusive rispetto al nucleare e che anzi, in un mix energetico equilibrato, adatto al fabbisogno nazionale, entrambe debbano essere presenti per meglio soddisfare esigenze diverse.

La presenza stessa del Comitato ad un evento come il Klimatfest e l’amicizia stretta con il resto delle associazioni partecipanti dimostra come un approccio votato alla complementarità e non alla competizione risulti vincente per il benessere energetico collettivo.

Per saperne di più:

klimatfest.org

Qui le foto e i contributi di alcune edizioni precedenti: 20222025

Gli Stati Uniti riaprono il dibattito su uno dei dogmi del nucleare

di Elena Arigliani e Matteo Frosini

Per oltre mezzo secolo una convinzione ha guidato le politiche di radioprotezione in gran parte del mondo: quando si parla di radiazioni ionizzanti, ogni dose conta, anche la più piccola.
Da questa idea è nato il principio che ha modellato regolamenti, procedure industriali e campagne di comunicazione: ridurre l’esposizione alle radiazioni il più possibile, sempre. E’ questo il cosiddetto principio di ottimizzazione ALARA (As Low As Reasonably Achievable).
Oggi, però, negli Stati Uniti qualcuno sta mettendo in discussione questo paradigma. Nel quadro della nuova strategia americana per rilanciare l’energia nucleare, la Casa Bianca e il Dipartimento dell’Energia hanno riportato al centro una domanda che per anni è rimasta confinata in un dibattito esclusivamente scientifico: gli attuali limiti di esposizione alle radiazioni sono davvero basati sulle migliori evidenze disponibili o rappresentano un eccesso di cautela diventato ormai un freno tecnologico ed economico?
La questione non è marginale. Se gli Stati Uniti vogliono infatti triplicare la capacità nucleare entro il 2050, come dichiarato insieme a numerosi altri Paesi, dovranno confrontarsi con un sistema regolatorio costruito in un’epoca in cui la conoscenza biologica degli effetti delle basse dosi era molto più limitata di oggi.
Secondo un recente rapporto dell’Idaho National Laboratory [1], molti degli standard attualmente in vigore potrebbero essere significativamente più conservativi di quanto giustificato dalle evidenze scientifiche disponibili. Il rapporto sottolinea inoltre come il paradigma ALARA sia stato progressivamente interpretato come “livello più basso possibile”, anzichè “ragionevolmente ottenibile”, causando un ulteriore irrigidimento delle procedure e delle regolamentazioni.
Sulla base di queste evidenze e osservazioni, poco più di un anno fa un ordine esecutivo della Casa Bianca ha dato mandato alla Nuclear Regulatory Commission (NRC) di rivedere i propri standard di radioprotezione [2]. Vediamo in quali termini. 

Il bersaglio: il modello lineare senza soglia

Al centro del dibattito si trova il cosiddetto modello Linear No-Threshold (LNT), secondo il quale il rischio di tumore aumenta in modo proporzionale alla dose ricevuta, senza l’esistenza di una soglia al di sotto della quale il rischio scompare. È un modello semplice, prudente e facile da applicare dal punto di vista normativo, ma è anche quello contestato oggi. Molti ricercatori sostengono infatti che alle basse dosi, tipicamente inferiori a 100 mSv distribuiti nel tempo, non esistano prove epidemiologiche sufficientemente robuste per dimostrare un aumento misurabile del rischio sanitario.

Non si tratta di una posizione marginale: diverse organizzazioni scientifiche come Health Physics Society, UNSCEAR (Comitato Scientifico delle Nazioni Unite per lo Studio degli Effetti delle Radiazioni Atomiche) e Accademie Nazionale delle Scienze, hanno riconosciuto negli anni che, a queste esposizioni, gli effetti sono talmente piccoli da risultare indistinguibili dal rumore statistico prodotto da tutti gli altri fattori che influenzano l’insorgenza dei tumori.
In altre parole: il rischio potrebbe esistere, ma potrebbe anche essere troppo piccolo per essere osservato. [3][4]

Cosa ci dicono le popolazioni più esposte?

Una delle argomentazioni più frequentemente richiamate riguarda le popolazioni che vivono da generazioni in aree caratterizzate da elevata radioattività naturale.
Località come Ramsar in Iran, Yangjiang in Cina o alcune regioni del Kerala in India registrano livelli di esposizione significativamente superiori alla media mondiale. Se il modello lineare fosse rigorosamente valido a tutte le dosi, ci si aspetterebbe un aumento rilevabile di tumori o altre patologie correlate.
Eppure, dopo decenni di studi, tale incremento non è stato dimostrato in modo conclusivo [5].
Questo significa che il comportamento biologico alle basse dosi è più complesso di quanto assunto dai modelli sviluppati durante la Guerra Fredda.

Evidenza Radiobiologiche

Negli ultimi decenni la radiobiologia ha mostrato che le cellule non sono bersagli passivi, ma possiedono sofisticati meccanismi di riparazione del DNA, sistemi di eliminazione delle cellule danneggiate e risposte adattative che possono essere attivate da esposizioni di bassa intensità. Alcuni studi suggeriscono persino fenomeni di ormesi radiologica, ovvero effetti potenzialmente benefici associati a esposizioni molto basse [6].
Si tratta di un tema ancora controverso e non universalmente accettato. Tuttavia, il fatto che venga discusso evidenzia quanto la relazione tra dose e danno biologico sia meno lineare di quanto spesso si immagini.

La prudenza diventata un problema economico

Il dibattito non è soltanto scientifico ma anche economico. Negli Stati Uniti il limite normativo per i lavoratori del settore nucleare è pari a 50 mSv all’anno. Nella pratica, però, la maggioranza dei lavoratori riceve dosi enormemente inferiori.
Secondo i dati riportati dal DOE, soltanto una minoranza dei dipendenti (il 22%) registra esposizioni misurabili, mentre la dose media annua si aggira attorno a 0,5 mSv, corrispondente a circa l’1% del limite consentito.

Fonte: [1]

Per i sostenitori della riforma ciò rappresenta la prova che il sistema ha progressivamente incorporato livelli di cautela sempre maggiori, imponendo costi crescenti senza un corrispondente beneficio sanitario dimostrabile. Le conseguenze sono visibili in numerosi settori, come la progettazione degli impianti, la gestione dei rifiuti radioattivi, le attività di bonifica ambientale, e le applicazioni mediche e ricerca scientifica, dove ogni ulteriore riduzione delle dosi comporta investimenti, procedure e controlli che possono diventare estremamente costosi a fronte di un rischio radiologico già decisamente basso.

La proposta americana

Il rapporto dell’Idaho National Laboratory propone un cambiamento [1]: per i lavoratori viene suggerito di valutare un limite annuale di 100 mSv, mentre per la popolazione generale l’ipotesi è di aumentare il limite da 1 a 5 mSv all’anno. Si tratta di valori che rimarrebbero comunque inferiori alle esposizioni naturali registrate in diverse regioni del pianeta e ben lontani dalle soglie associate agli effetti deterministici delle radiazioni.

E l’Europa?

Chi si aspetta cambiamenti imminenti nelle normative europee probabilmente rimarrà deluso.
L’attuale sistema regolatorio europeo deriva direttamente dalle raccomandazioni della Commissione Internazionale per la Protezione Radiologica (ICRP) e difficilmente assisterà, nel breve periodo, a modifiche sostanziali dei limiti di dose.
Tuttavia il dibattito è aperto anche qui. La stessa ICRP sta conducendo una revisione delle proprie raccomandazioni fondamentali e tra i temi in discussione figurano proprio gli effetti delle basse dosi e dei bassi ratei di dose. Nessuno propone di abbandonare i principi cardine della radioprotezione: giustificazione, ottimizzazione e limitazione delle dosi; ma la domanda è se il modo in cui questi principi vengono applicati oggi rifletta davvero le conoscenze scientifiche del XXI secolo.

Una questione di scienza, ma anche di percezione

Forse l’ultimo punto importante su cui soffermarsi a riflettere è la fiducia della popolazione. Per decenni il pubblico ha ricevuto un messaggio semplice: qualsiasi quantità di radiazione rappresenta un rischio. Questo messaggio ha contribuito a costruire una percezione del nucleare profondamente diversa da quella associata ad altri rischi tecnologici o ambientali.
Rimettere in discussione il modello LNT non significa negare l’esistenza dei rischi radiologici, bensì chiedersi se l’attuale livello di allarme associato alle basse dosi sia proporzionato alle evidenze disponibili.
È una domanda scomoda, ma è proprio dalle domande scomode che spesso nascono le revisioni più importanti della scienza e delle politiche pubbliche.

Riferimenti

[1] Reevaluation of Radiation Protection Standards for Workers and the Public Based on Current Scientific Evidence, Idaho National Laboratory, INL/RPT-25-85463, Revision 0, July 2025  https://inl.gov/content/uploads/2023/07/INLRPT-25-85463_Reevaluation-of-Radiation-Protection-Standards-R0-Final.pdf

[2] Executive order “Ordering the reform of the Nuclear Regulatory Commission”, May 2025 (https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/05/ordering-the-reform-of-the-nuclear-regulatory-commission/ )

[3] Harbron, R. (2012). Cancer risks from low dose exposure to ionising radiation – Is the linear no-threshold model still relevant?. Radiography, 18, 28-33. https://doi.org/10.1016/j.radi.2011.07.003

[4] Shore, R., Beck, H., Boice, J., Caffrey, E., Davis, S., Grogan, H., Mettler, F., Preston, R., Till, J., Wakeford, R., Walsh, L., & Dauer, L. (2018). Implications of recent epidemiologic studies for the linear nonthreshold model and radiation protection. Journal of Radiological Protection, 38, 1217 – 1233. https://doi.org/10.1088/1361-6498/aad348 

[5] Hendry, J., Simon, S., Wójcik, A., Sohrabi, M., Burkart, W., Cardis, E., Laurier, D., Tirmarche, M., & Hayata, I. (2009). Human exposure to high natural background radiation: what can it teach us about radiation risks?. Journal of radiological protection : official journal of the Society for Radiological Protection, 29, A29 – A42. https://doi.org/10.1088/0952-4746/29/2a/s03

[6]https://nucleareeragione.org/2023/03/13/ormesi-una-nuova-era/

Il materiale nato dalla prima bomba atomica

di Matteo Frosini

Molti di noi sanno che i minerali presenti sul nostro pianeta sono stati originati da processi geologici estremi, con pressioni e temperature incredibili. Forse l’esempio più conosciuto è quello dei diamanti. Esistono poi dei minerali ancor più particolari e rari che sono stati prodotti a seguito di eventi estremi ad opera dell’uomo. È il caso della trinitite, un minerale generato dalla detonazione del primo ordigno atomico (The Gadget) durante i test condotti nel deserto del Nuovo Messico. Il nome è legato al test Trinity.
Nota anche come vetro di Alamogordo o atomite, questo materiale è stato prodotto dall’elevatissimo calore sprigionato dall’esplosione che ha fuso istantaneamente la sabbia del deserto insieme ai componenti metallici della torre di supporto e dei cavi elettrici. In genere si presenta con un colore verde chiaro ma esistono anche varianti più rare di colore nero e rosso in base agli elementi inglobati al momento della fusione.

Nel 1952 la Commissione per l’energia atomica degli Stati Uniti ha rimosso per motivi di sicurezza gran parte della trinitite dal sito di Alamogordo ed è attualmente illegale raccogliere il minerale direttamente dal sito, mentre i campioni prelevati prima del divieto possono essere detenuti e scambiati dai collezionisti. La manipolazione per brevi periodi non è considerata pericolosa ma è severamente vietato ingerire o inalare frammenti di questo materiale per via della tossicità dei radionuclidi a lungo decadimento come Plutonio-239 e Americio-241. Altri prodotti di fissione come Cesio-137 e Sr-90 possono essere rilevati.

Più recentemente è stato scoperto un altro materiale, sempre nei resti del test Trinity, da un gruppo di ricercatori dell’Università di Trieste. Si tratta di un clatrato a base di calcio, rame e silicio mai osservato prima, né in natura né come composto artificiale prodotto in laboratorio. I clatrati sono materiali con strutture “a gabbia” che possono intrappolare atomi e molecole, conferendo proprietà uniche di grande interesse tecnologico per applicazioni che vanno dallo stoccaggio di energia allo sviluppo di nuovi semiconduttori.

Lo studio di questi materiali permette di comprendere meglio come gli atomi si organizzano in condizioni estreme, aprendo la strada alla progettazione di nuovi materiali. Le esplosioni atomiche non sono gli unici eventi in grado di produrre condizioni estreme sulla Terra. Un esempio sono gli impatti di meteoriti che generano materiali particolari chiamati impattiti: questi si formano quando l’energia sprigionata dall’urto fonde o trasforma le rocce terrestri e il meteorite stesso.
Famoso in questo caso è il vetro del deserto libico (Libyan desert glass) che si trova in alcune aree del Deserto Libico prodotto presumibilmente dall’impatto di un meteorite e dalla vaporizzazione di quarzo e metalli meteorici. Uno scarabeo inciso nel vetro del deserto è stato rinvenuto all’interno del sepolcro di Tutankhamon. Ancor prima, in epoca preistorica, questo materiale veniva trattato e usato per la produzione di strumenti da taglio.

Senza scomodare oggetti extraterrestri, un altro fenomeno visibile sul nostro pianeta è in grado di generare condizioni estreme: i fulmini. Il materiale più iconico prodotto dall’impatto di un fulmine è la folgorite, che assomiglia ad una saetta pietrificata. Si genera quando la scarica elettrica colpisce un terreno sabbioso o roccioso sprigionando temperature istantanee anche superiori ai 30000 °C!

RIFERIMENTI:

Un tuffo nella fisica, un bagno di storia

di Marco De Pietra

17/06/2026, Lurisia (CN)

Oggi l’ANPEQ, la Associazione degli Esperti di Radioprotezione  di cui faccio parte, ha organizzato un sopralluogo presso la cosiddetta grotta di Marie Curie in Lurisia (CN).

Accompagnati dal collega EDR dr. Luca Gentile, responsabile del S.S.D. Salute-Ambiente-Radioprotezione della ASL CN1, che ringrazio sin da subito per la competenza e la passione con cui ci ha illustrato le peculiarità geologiche di questa grotta, abbiamo potuto visitare un posto normalmente non accessibile al pubblico.

La storia delle acque di Lurisia

Nei primi anni del XX secolo a Lurisia, località nel comune di Roccaforte Mondovì, dei minatori al lavoro per staccare le lòse (lastre di pietra piane e sottili) utilizzate per l’edilizia si accorgono che le loro ferite vengono in breve tempo rimarginate grazie all’acqua locale che sgorga da quelle rocce ai piedi del monte Pigna.

Il racconto delle proprietà “magiche” delle acque passa di bocca in bocca ed iniziano gli studi di alcuni medici e ricercatori.

Si scopre così che l’elemento portentoso è l’autunite, un minerale radioattivo secondario appartenente al gruppo delle miche di uranio, chimicamente classificato come fosfato idrato di uranile e calcio.

Tale minerale deve il suo nome alla città di Autun, in Francia, dove è stato descritto per la prima volta nel 1852.

Arriva Marie Curie

Il Governo Italiano, incuriosito da questi studi, chiama ad indagare la più stimata scienziata dell’epoca, premio Nobel per la fisica e la chimica, Marie Curie, la quale arriva a Lurisia nell’agosto del 1918 come ricordato dalla scritta (vedi Figura 1) che sormonta l’ingresso monumentale alla grotta (vedi Figura 2), in realtà una galleria scavata a mano a seguito delle ricerche sulle proprietà delle acque che da qui sgorgavano.

Figura 1
Figura 2

Si costruiscono le terme

Negli anni ’40 furono costruite le terme, ancora oggi in attività, nonché alcuni alberghi per ospitare i pazienti tra cui il Grand Hotel Radium, così chiamato in onore dell’elemento Radio, qui presente.

Le terme utilizzano infatti due fonti termali diverse: la “Garbarino” (vedi Figura 3), che è un farmaco vero e proprio (e, come tale, va utilizzato sotto il controllo diretto del medico) e la “Santa Barbara”, un’acqua minimamente mineralizzata particolarmente leggera con ottime proprietà diuretiche e depurative (vedi Figura 4). Entrambe le sorgenti sono accessibili dall’interno della grotta.

Figura 3
Figura 4

Entriamo nella grotta

Ma veniamo agli aspetti più interessanti per un fisico o un ingegnere: appena siamo entrati all’interno della grotta, ovviamente muniti di casco di sicurezza, vista la limitata altezza dello scavo, è bastato spegnere le luci ed illuminare con una lampada di Wood (che emette raggi UV) la volta dello scavo per scoprire una magia che ha lasciato tutti senza fiato (vedi Figura 5).

Figura 5

L’uranio assorbe le radiazioni ultraviolette (UV) ed emette una fluorescenza visibile di un colore verde brillante, principalmente quando illuminato da UV di lunghezza d’onda comprese tra 254 nm e 365 nm (vedi Figura 6).

Figura 6

La miniera d’uranio della Val Fredda

Su un muro prospiciente la strada principale del comune di Peveragno (CN) c’è un piccolo murales, ignorato dalla maggior parte delle persone di passaggio (e anche del posto), che ricorda un’epoca non molto lontana in cui a Peveragno esisteva una miniera di uranio.

Nel 1946, una squadra di tecnici dalla Montecatini Edison (poi Montedison), armati di un contatore Geiger, attraversa il torrente Bedale sul ponte all’inizio del paese; essi risalgono il corso del torrente ed arrivano nell’ombrosa e dimenticata Val Fredda laddove il Bedale aveva origine.

Venne aperto un cantiere di prospezione mineraria e, dal 1950 in poi, iniziò l’estrazione di uranio che c’era ma, come si scoprì in seguito, in quantità tale da non giustificare lo sforzo economico ed organizzativo messo in piedi per gli scavi.

La miniera della Val Fredda fu il filone di estrazione più esteso del cuneese: 3 discenderie, di cui 1 interna, e una profondità di scavo che arrivava fino a 485 m slm.

La manodopera per scavare le prime gallerie venne trovata nelle persone del posto; il lavoro in miniera garantiva il posto fisso, un salario relativamente alto ed un orario che permetteva anche di coltivare la campagna. Era insomma diventato un modo di riscatto per gli abitanti, da sempre costretti ad emigrare per avere condizioni migliori. La miniera arrivò a contare fino a 48 dipendenti.

Gli scavi venivano fatti “a secco”, con perforatrici ad aria compressa, che riempivano le gallerie di polveri; un cartello (vedi Figura 7) ricorda coloro che persero la loro salute a causa delle modalità di scavo (a cottimo e a secco).

Figura 7

Nel 1962 le attività di prospezione mineraria cessarono senza mai che la miniera ottenesse una autorizzazione di coltivazione.

L’Esperto di Radioprotezione

Forse, vi sarete chiesti chi è l’Esperto di Radioprotezione (normalmente abbreviato come EDR).

È un laureato in ingegneria oppure fisica oppure chimica che, dopo avere conseguito un Master universitario di primo o secondo livello relativo alla Radioprotezione e dopo un opportuno tirocinio di alcuni mesi presso impianti o strutture che utilizzano apparecchi generatori di radiazioni ionizzanti oppure detengono materiale radioattivo, ha sostenuto con esito positivo un esame presso il Ministero del Lavoro in Roma.

L’EDR si occupa della gestione tecnico amministrativa inerente l’utilizzo di apparecchi RX e/o di materiali radioattivi, gestisce cioè tutti gli aspetti relativi alle verifiche ed ai controlli di radioprotezione.

Nota finale

Oggi sappiamo che l’esposizione prolungata e incontrollata alla radioattività è dannosa, motivo per cui il principio ALARA (As Low As Reasonably Achievable) viene applicato rigorosamente in ogni settore.
Tuttavia, rimane aperto un dibattito scientifico sulla possibilità che dosi minime di radiazioni possano avere effetti benefici sugli organismi, un fenomeno noto come ormesi. Per maggiori informazioni: https://nucleareeragione.org/2023/03/13/ormesi-una-nuova-era/. Nelle cure termali, questo principio si traduce nell’uso terapeutico del gas radon, derivante dal decadimento naturale dell’uranio, che viene somministrato sotto stretto controllo medico.
Al contrario, nell’acqua minerale imbottigliata per uso alimentare, i livelli di radioattività vengono ridotti tramite processi industriali di degassamento e filtrazione. Questo garantisce che la radioattività delle acque rimanga ampiamente inferiore ai limiti di sicurezza imposti dagli organismi internazionali; di conseguenza, i suoi effetti benefici sulla salute sono legati esclusivamente alle proprietà chimico-fisiche dell’acqua stessa (come il basso residuo fisso e il bilancio dei minerali disciolti) e non a effetti radiologici.
Per maggiori informazioni: https://nucleareeragione.org/2020/05/25/acque-termali-e-radiazioni/

Scenari di fissione nucleare in Italia: condizioni economiche necessarie e implicazioni di sistema


di Matteo Nicoli

La transizione energetica sta ridisegnando i sistemi energetici di tutto il mondo. In questo contesto, l’Italia vive una rinnovata attenzione istituzionale e politica verso l’energia nucleare come fonte stabile e a basse emissioni di carbonio, capace di affiancare le rinnovabili nella copertura del fabbisogno elettrico. Ma a quali condizioni il nucleare potrebbe davvero tornare competitivo nel nostro paese? E quali sarebbero le implicazioni per l’intero sistema elettrico?

Un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Energy (Elsevier) affronta queste domande con un approccio quantitativo basato su modelli di ottimizzazione del sistema energetico. Gli obiettivi dell’analisi sono tre: identificare le condizioni economiche e di policy sotto le quali la fissione nucleare risulta economicamente competitiva in Italia entro il 2050; quantificare le implicazioni di sistema di un eventuale ritorno al nucleare in termini di costi, capacità installata, stoccaggi e uso del suolo; e valutare come diversi vincoli geografici di localizzazione degli impianti influenzino i risultati. Tutti gli scenari analizzati condividono un unico vincolo di fondo: la neutralità carbonica del sistema elettrico italiano entro il 2050.

Per valutare il contributo potenziale del nucleare, il punto di riferimento è uno scenario in cui l’Italia raggiunga emissioni nette zero entro il 2050 affidandosi esclusivamente alle rinnovabili (eolico, fotovoltaico, idroelettrico) affiancate da stoccaggi e backup termoelettrico. Questo scenario “100% rinnovabili” costituisce il metro di confronto rispetto al quale si misurano benefici e costi di un eventuale ritorno al nucleare.

Come è stata condotta l’analisi?

Lo studio si basa sul modello open-source TEMOA-Italy, utilizzandone una versione che rappresenta il sistema elettrico italiano suddiviso nelle 20 regioni. Per analizzare il ruolo del nucleare, il modello è stato arricchito con la rappresentazione tecno-economica di quattro tipologie di reattori: un reattore ad acqua pressurizzata di grande taglia (EPR), un reattore modulare di piccola taglia sempre ad acqua pressurizzata (SMR), un reattore di quarta generazione raffreddato a piombo e uno raffreddato a gas. Oltre ai reattori, il modello rappresenta esplicitamente l’intera catena di fornitura del combustibile nucleare, lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi e la possibilità di riprocessamento del combustibile esausto, come mostrato in Figura 1.

Figura 1. Rappresentazione schematica della catena tecnologica relativa alla fissione nucleare come rappresentata nel modello TEMOA-Italy. Figura da https://doi.org/10.1016/j.energy.2026.141475.

L’analisi esplora sistematicamente 27 scenari ottenuti combinando tre possibili traiettorie dei costi di investimento overnight al 2050 (stabili, moderatamente crescenti o fortemente crescenti rispetto ad oggi), tre livelli del tasso di interesse applicato al finanziamento degli impianti (6%, 8% e 10%), e la possibilità o meno che gli SMR beneficino di condizioni di finanziamento più favorevoli rispetto ai reattori di grande taglia (tassi inferiori di 1% e 2%), un’ipotesi data dalla minore esposizione al rischio finanziario di questi impianti.

Quando il nucleare diventa competitivo?

La competitività del nucleare dipende in modo determinante dalle condizioni di finanziamento. Il nucleare risulta conveniente in 23 casi dei 27 analizzati. Negli scenari con costi stabili, il vincolo di 8 GW di capacità installata viene sempre saturato, indipendentemente dal tasso di sconto assunto. Negli scenari con costi crescenti, la capacità installata si riduce all’aumentare dei tassi. Nei quattro scenari con la traiettoria di costo più sfavorevole e tassi elevati, invece, non viene installato alcun impianto nucleare. In sintesi, il nucleare rimane competitivo nella maggioranza dei casi, ma perde attrattività quando l’aumento dei costi di costruzione si combina con tassi di interesse dell’8% o superiori.

Il confronto tra reattori di grande taglia e SMR rivela dinamiche interessanti. I grandi reattori sfruttano le economie di scala, ma la loro lunga durata di costruzione (assunta pari a 10 anni contro 6 degli SMR) li rende molto più sensibili al costo del capitale. Di conseguenza, i grandi reattori risultano preferiti nelle condizioni di finanziamento più favorevoli, mentre gli SMR diventano relativamente più competitivi al crescere dei tassi.

Tra gli effetti di sistema, l’introduzione del nucleare riduce le importazioni di elettricità fino al 50% rispetto allo scenario senza nucleare. Nella sola Lombardia, la regione con la domanda più elevata e la concentrazione più consistente di capacità nucleare installata, la quota di elettricità coperta da importazioni cala dal 41% a una frazione trascurabile.

Dove si costruiscono i reattori? Quattro politiche di siting a confronto

Un aspetto originale dell’analisi riguarda la localizzazione degli impianti. In assenza di studi recenti mirati all’identificazione di siti adatti ad ospitare impianti nucleari, lo studio confronta quattro ipotesi alternative:

Il confronto fra questi scenari consente di stimare il “costo” in termini di sistema che deriva dall’imposizione di vincoli geografici, rispetto a una localizzazione puramente ottimale, e le implicazioni per il sistema elettrico.

Il nucleare come sostituto del solare al Nord

Confrontando lo scenario senza nucleare (NONUC) con quello CNEN, emerge un pattern geografico chiaro: il nucleare si installa prevalentemente nel Nord Italia, dove agisce come sostituto del fotovoltaico (Figura 2). Collocando reattori a carico base vicino ai grandi centri di domanda del Nord, come la Lombardia, il sistema evita di installare ingenti quantità di pannelli solari in aree dove i capacity factor sono strutturalmente bassi. Le regioni del Sud continuano invece a sviluppare ampie capacità rinnovabili intermittenti.

Figura 2. Confronto tra i mix elettrici regionali al 2050 negli scenari senza nucleare (NONUC) e CNEN. Figura da https://doi.org/10.1016/j.energy.2026.141475.

Il sistema elettrico italiano soffre di un noto squilibrio spaziale: la domanda è concentrata nel Nord industriale, mentre il maggiore potenziale rinnovabile si trova al Sud, rendendo necessario un massiccio trasporto di energia lungo la penisola. L’introduzione del nucleare non modifica in modo sostanziale questo flusso Nord-Sud dato il vincolo massimo di 8GW installabili.

Cosa cambia per il sistema con il nucleare?

I vantaggi di sistema di un’integrazione nucleare sono quantificabili su più fronti (Figura 3):

  • Risparmio economico. L’introduzione del nucleare riduce il valore attuale netto dei costi di sistema fino a 8 miliardi di euro rispetto allo scenario solo-rinnovabili, soprattutto tagliando le spese per impianti di backup e stoccaggi di grandi dimensioni.
  • Meno backup termoelettrico. La presenza di una fonte dispatchable riduce la capacità termoelettrica di riserva fino al 12%, equivalente a circa 6 GW in meno.
  • Meno batterie. Le esigenze di stoccaggio a scala nazionale si riducono fino al 42%.
  • Meno curtailment. La produzione rinnovabile sprecata (curtailment) cala del 35%.
  • Meno suolo occupato. Grazie all’alta densità di potenza del nucleare, il fabbisogno complessivo di suolo per le infrastrutture elettriche si riduce del 25%.
Figura 3. Implicazioni di sistema della disponibilità di generazione nucleare in termini di: (a-b) installazione di capacità di riserva, (c-d) installazione di capacità di stoccaggio, (e-f) riduzione del curtailment, (g-h) uso del suolo. Figura da https://doi.org/10.1016/j.energy.2026.141475.

Come funziona il sistema ora per ora?

Guardando i profili orari di generazione in Figura 4, l’effetto del nucleare è immediatamente visibile: il blocco costante di generazione nucleare copre la base della curva di carico e appiattisce i picchi diurni del fotovoltaico, riducendo la necessità di caricare e scaricare intensivamente le batterie. In Lombardia, in particolare, la presenza del nucleare azzera quasi completamente la dipendenza strutturale dalle importazioni transfrontaliere di elettricità.

Figura 4. Profili di generazione oraria a livello nazionale (a NONUC – b CNEN) e in Lombardia (c NONUC – d CNEN) per i quattro giorni rappresentativi stagionali. Figura da https://doi.org/10.1016/j.energy.2026.141475.

Limitazioni dell’analisi

Come ogni modello, anche questo studio porta con sé alcune semplificazioni che vale la pena richiamare.

L’analisi esplora in modo sistematico l’incertezza sui parametri economici del nucleare (costi di investimento e costo del capitale), ma adotta assunzioni fisse per tutte le altre tecnologie del sistema – rinnovabili, reti, stoccaggi – per le quali non si conduce un’analisi analoga. I risultati potrebbero quindi variare se si considerasse anche l’incertezza su questi parametri.

Per quanto riguarda la tecnologia nucleare, lo studio considera un numero limitato di tipologie di reattori, anche di quarta generazione. L’incertezza sui loro costi di investimento viene gestita attraverso un’analisi di sensitività, in assenza di dati più precisi.

Nella versione specificatamente usata per questo studio, il modello non rappresenta le possibili sinergie tra il nucleare e altri settori energetici: ad esempio, produzione di idrogeno da fonte nucleare, fornitura di calore a bassa temperatura per il riscaldamento degli edifici, o ad alta temperatura per applicazioni industriali. Queste interazioni potrebbero modificare sia la competitività del nucleare sia le implicazioni di sistema.

La suddivisione del territorio italiano nelle 20 regioni amministrative offre una visione regionale utile, ma potrebbe non essere sufficiente a catturare le specificità legate a siti particolari o a identificare con precisione le migliori localizzazioni per i nuovi impianti.

Infine, la risoluzione temporale si basa su 4 giorni rappresentativi con dettaglio orario. Una serie temporale più fine permetterebbe di rappresentare anche eventi rari – sia lato domanda che lato produzione – che potrebbero influenzare i risultati, specialmente per le tecnologie di stoccaggio e backup e di conseguenza per il resto del sistema.

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Lo studio è stato condotto – nell’ambito del gruppo di ricerca MAHTEP – da Andrea Mastrantuono, Daniele Mosso, Laura Savoldi (Politecnico di Torino), Matteo Nicoli, Valeria Di Cosmo (Università degli Studi di Torino) e Anderson Rodrigo de Queiroz (NC State University). L’articolo è disponibile in open access su Energy (Elsevier): https://doi.org/10.1016/j.energy.2026.141475

Lettera aperta a Dacia Maraini


Gentile Signora Maraini,

Le scriviamo perché il Suo articolo pubblicato sul Corriere della Sera lo scorso 25 maggio si apre con una domanda che da oltre quindici anni è al centro dell’attività divulgativa del Comitato Nucleare e Ragione: “cosa ne farete delle scorie che restano radioattive per migliaia di anni?” 

Siamo un’associazione di tecnici, scienziati, ricercatori e cittadini appassionati, che si occupano di divulgazione scientifica sull’energia e le tecnologie nucleari. Lei conclude scrivendo che vorrebbe se ne parlasse di più: è esattamente ciò che desideriamo anche noi, e vorremmo farlo con Lei.

Cominciamo col dirLe che la Sua preoccupazione è legittima, ed è quella di moltissime persone. Non la consideriamo un’obiezione da smontare, ma una domanda seria che merita una risposta seria. Anzi: è proprio perché questa percezione che “nessuno ne parli” è così diffusa, che esistono realtà come la nostra. Proviamo pertanto a fornirle qualche chiave di lettura, senza eccessivi tecnicismi.
La prima cosa che sorprende, analizzando i numeri, è quanto siano ridotte le quantità di materiale radioattivo in gioco. L’intero programma nucleare italiano ha prodotto circa quattrocento metri cubi di combustibile esausto: lo spazio di pochi appartamenti. Anche volendo considerare l’intero ammontare dei rifiuti radioattivi prodotti in Italia dal Secondo Dopoguerra ad oggi, e che includono quelli derivanti dalle attività ospedaliere, industriali e del mondo della ricerca, si arriva ad un totale di circa sessantamila metri cubi. Con la realizzazione del Deposito Nazionale sarà possibile stoccarli in piena sicurezza in un unico sito di poco superiore ai 100 ettari di estensione. Si tratta di volumi e superfici che, se parametrati sul singolo cittadino italiano e paragonati alle altre tipologie di rifiuto prodotte annualmente, diventano sorprendentemente irrisori.

A titolo di esempio, spostiamoci in Francia, un Paese che, come è noto, ricava quasi il 70% della propria elettricità con il nucleare: un cittadino d’Oltralpe, al netto del riprocessamento, produce in un anno circa cinque grammi di rifiuti ad alta attività, gli unici che richiedono uno stoccaggio a lungo termine. Se consideriamo il totale dei rifiuti radioattivi, la produzione pro-capite sale a circa 2 kg all’anno. Per avere un termine di paragone, nello stesso arco di tempo ogni cittadino francese è responsabile della produzione (e del relativo stoccaggio) di circa 100 kg di rifiuti tossici, oltre 350 kg di rifiuti domestici e quasi 14 tonnellate di rifiuti industriali.
E qui arriviamo alla Sua immagine delle “botti“, da cui un terremoto potrebbe far uscire qualcosa. La realtà è per fortuna molto differente. I contenitori e i siti che ospitano i rifiuti radioattivi sono progettati per resistere all’impatto di un aereo, a incendi o esplosioni. Nessun altro scarto prodotto dalla nostra civiltà è custodito con altrettanta cura, né è regolamentato e controllato da organismi internazionali tanto rigidi.
Passiamo dai depositi di superficie a quelli sotterranei. La Finlandia ha aperto la strada con Onkalo, realizzando il primo deposito geologico profondo al mondo, scavato nella roccia a oltre quattrocento metri di profondità, in una formazione geologica rimasta stabile per centinaia di milioni di anni e destinata a restarlo per altrettanti. La comunità scientifica ha più volte confermato come questa soluzione tecnologica rappresenti un modo appropriato e sicuro per confinare e isolare dall’ambiente, permanentemente, i rifiuti radioattivi ad alta attività.
E se affidarsi a tempi così lunghi le pare comunque una scommessa azzardata, le vorremmo raccontare la storia di Oklo, una località del Gabon nella quale due miliardi di anni fa la natura accese da sola un reattore nucleare. Funzionò per centinaia di migliaia di anni, e i suoi prodotti di fissione sono rimasti lì, fermi, custoditi dalla roccia, senza che nessuno li sorvegliasse. Ce ne siamo accorti solo di recente, proprio perché in superficie di quei rifiuti non vi era traccia. La natura aveva già fatto l’esperimento, e la sua “discarica” ha resistito per tutto questo tempo. 

Le vorremmo lasciare un secondo commento, più breve, sulla Spagna. Lei la cita come l’esempio ideale di un Paese che si avvia all’indipendenza energetica grazie alle rinnovabili, e ha ragione: Madrid ha investito molto, e bene, sul sole e sul vento. C’è però un tassello fondamentale che nel racconto viene quasi sempre omesso: nel suo mix elettrico la Spagna vanta anche un solido 20% di nucleare. Ed è proprio questa componente costante a tenere insieme il sistema, garantendo stabilità ai prezzi e un basso tasso di emissioni di gas serra. La transizione energetica spagnola, insomma, come quella di altri Paesi (per esempio la Svezia e la Finlandia) non si basa su una contrapposizione tra rinnovabili e nucleare, bensì sulla loro complementarietà. Ed è una distinzione che ribalta completamente la narrazione comune. 

La verità sotto gli occhi di tutti è che i Paesi nel mondo che hanno raggiunto un mix elettrico 100% rinnovabile si contano sulle dita d’una mano. E questo risultato, merita sottolinearlo, è stato possibile solo grazie a fortunate combinazioni di fattori ambientali (come l’abbondanza di idroelettrico) e sociali (bassa densità di popolazione, un tessuto industriale non energivoro). Si tratta, insomma, di modelli virtuosi ma eccezionali, che non offrono una ricetta facilmente replicabile per un Paese come il nostro. Certo, un maggior contributo delle fonti rinnovabili è sicuramente auspicabile, ma la letteratura scientifica e i principali organismi internazionali convergono su un punto: escludere a priori il nucleare, pur non rendendo impossibile il traguardo finale della decarbonizzazione e dell’abbandono dei combustibili fossili, ne rende il raggiungimento decisamente più complesso. 

Gentile Signora Maraini, Lei ha aperto il Suo articolo con un richiamo alla democrazia e al dovere del cittadino di informarsi. È un valore che condividiamo fino in fondo, assieme al desiderio di costruire un futuro attento alle nuove generazioni, proprio come espresso nella recente riforma dell’articolo 9 della nostra Costituzione. Mossi da questo spirito chiediamo, con grande rispetto, la Sua ospitalità: una replica nella Sua rubrica, un incontro pubblico o una conversazione privata, nella modalità che preferirà. 

Le abbiamo scritto perché crediamo che il dubbio non vada attaccato, ma accolto e accompagnato con i fatti. E una questione così importante merita risposte chiare.

I limiti (e i non detti) del DDL sul nucleare

L’approvazione alla Camera del DDL sul nucleare rappresenta indubbiamente un passaggio istituzionale importante, attorno al quale si stanno concentrando molti plausi.

Tuttavia, in quanto associazione impegnata nella divulgazione scientifica sul tema – e che ha sempre fatto del rigore e della chiarezza i propri tratti distintivi – abbiamo il compito di analizzare i testi andando oltre la superficie. Ed è per questo che rileviamo nel provvedimento una criticità sostanziale, che avevamo già evidenziato durante la nostra audizione alla Camera dei Deputati, suggerendo allora specifici correttivi che solo in parte sono stati accolti.

Parliamo di un testo che delega il Governo a (ri)definire il quadro regolatorio per la costruzione e per l’esercizio di centrali nucleari in Italia. Proprio per la natura di questo provvedimento, il principio cardine della neutralità tecnologica impone che un quadro autorizzativo nazionale non limiti preventivamente l’accesso ad alcune tecnologie. L’inserimento esplicito di questo principio nel testo è, peraltro, il risultato diretto di una nostra proposta di emendamento che è stata accolta

Ed è qui che sorge la nostra perplessità: cosa si intende, esattamente, per nucleare “sostenibile” nel testo del DDL?

Nel definirlo, il disegno di legge richiama la Tassonomia Europea per la finanza sostenibile – un altro passaggio fondamentale inserito grazie all’accoglimento di una nostra seconda proposta di emendamento. Ma il testo, nei successivi articoli, non esplicita quali tecnologie siano effettivamente oggetto della delega, prestandosi pertanto a interpretazioni differenti. Stiamo assistendo già ora a questo fenomeno nel modo in cui la notizia viene riportata dai media, commentata dalla politica e discussa sui social.

Ci teniamo a fare una precisazione fondamentale: la nostra richiesta di chiarezza non nasce dalla volontà di restringere il campo, bensì dall’esatto contrario. Il nostro obiettivo è allargarlo e tutelarlo, mantenendo la totale coerenza con le evidenze tecnico-scientifiche alla base della Tassonomia Europea.

L’attuale mancanza di specificità lascia spazio a un rischio concreto nei futuri decreti attuativi: che a posteriori l’oggetto della delega venga interpretato come limitato ai soli SMR (Small Modular Reactors) e alla Quarta Generazione, come di fatto sta già avvenendo tra i principali commentatori.

Un simile “non detto” potrebbe tradursi, in sede attuativa, in un’esclusione non giustificata della Terza Generazione Avanzata, che è l’unica tecnologia oggi matura, commercialmente disponibile e pienamente conforme ai criteri di sostenibilità definiti dal quadro europeo.

A questo si aggiunge un ulteriore elemento di vulnerabilità: le tempistiche di sbarco sul mercato degli SMR e della Quarta Generazione non sono ancora certe né consolidate. Legare i decreti attuativi esclusivamente a queste soluzioni rischia di creare un collo di bottiglia temporale nell’implementazione degli impianti nucleari, bloccando il Paese in un’attesa tecnologica dai tempi non pienamente definiti.

Se l’obiettivo è costruire un quadro normativo solido e moderno per il futuro energetico dell’Italia, non possiamo permetterci ambiguità interpretative che rischiano di tradursi in barriere tecnologiche preventive ed esclusioni arbitrarie.

Ci auguriamo che il legislatore colga questa nostra osservazione. Ora che il percorso della delega avanza, è fondamentale che in fase di stesura dei decreti attuativi si definiscano i confini tecnologici con assoluta precisione, garantendo una reale apertura a tutte le tecnologie che l’Europa stessa ha validato come sostenibili.

Conferenze, Klimatfest e Nuclear Power Expo: il Comitato scende in campo!

Il mese di giugno si apre con numerose iniziative sul territorio: non solo conferenze, ma anche diverse occasioni per incontrare dal vivo i nostri volontari, scambiare qualche parola loro e a scoprire le attività della nostra associazione in un contesto informale e rilassato. Sia che conosciate già le tecnologie nucleari, sia che vogliate semplicemente saperne di più, vi aspettiamo!

Ecco tutti gli appuntamenti in programma.

Si comincia giovedì 4 giugno alle 20:30 presso il PrimHotel di Oderzo (TV) con l’evento “E’ tempo di nucleare”. Il nostro presidente Pierluigi Totaro partecipa ad una tavola rotonda insieme al prof. Giuseppe Zollino (Responsabile Energia Azione), al prof. Marco Caresana (Consiglio Direttivo Ora!) ed Edoardo Ventafridda (socio del Comitato, nonchè founder di GiovaniBlu)

Si prosegue venerdì 5 giugno alle 21:00 a Trino (VC). Il Comune promuove presso la Biblioteca Civica Favorino Brunod un confronto tra il nostro socio Riccardo Mariscalco, l rappresentante locale di Legambiente Fausto Cognasso e il responsabile scientifico nazionale di Legambiente Andrea Minutolo. L’evento è intitolato “Costruire il futuro attraverso il dialogo – La sfida dei rifiuti radioattivi, esiste un’energia nucleare sostenibile?

Nel weekend, per le intere giornate del 6 e 7 giugno, ci troverete con un nostro gazebo informativo al Parco Cascina Tre Fontanili di Vimodrone (MI), per la sesta edizione del KlimatFest: un’ottima occasione per trascorrere del tempo all’area aperta, conoscere le altre realtà impegnate nella sensibilizzazione sui cambiamenti climatici. Noi porteremo il nostro messaggio di ambientalismo scientifico, guidati come sempre da un approccio aperto al dialogo e al confronto costruttivo.  Curiosi di sapere come sono andate le scorse edizioni? Leggete i nostri reportage del 2022 e del 2025.

Infine, dal 9 all’11 giugno, saremo presenti con un nostro spazio espositivo alla seconda edizione del Nuclear Power Expo di Piacenza, la prima mostra-convegno italiana dedicata al comparto dell’energia nucleare. Venite a trovarci i tre giorni della manifestazione presso il Padiglione 2, stand R63, del quartiere fieristico Piacenza Expo, situato in via Tirotti 1, Fraz. Le Mose.

Da oltre 15 anni Il Comitato Nucleare e Ragione si impegna per garantire una corretta informazione sulle tecnologie nucleari, affinché i cittadini possano costruirsi una opinione consapevole e libera da pregiudizi.
Per saperne di più e rimanere sempre aggiornati, seguiteci sul nostro sito web e sui canali social. Se siete studenti, professori o membri di associazioni culturali e desiderate invitarci o organizzare un evento insieme a noi, contattateci!