Un tuffo nella fisica, un bagno di storia

di Marco De Pietra

17/06/2026, Lurisia (CN)

Oggi l’ANPEQ, la Associazione degli Esperti di Radioprotezione  di cui faccio parte, ha organizzato un sopralluogo presso la cosiddetta grotta di Marie Curie in Lurisia (CN).

Accompagnati dal collega EDR dr. Luca Gentile, responsabile del S.S.D. Salute-Ambiente-Radioprotezione della ASL CN1, che ringrazio sin da subito per la competenza e la passione con cui ci ha illustrato le peculiarità geologiche di questa grotta, abbiamo potuto visitare un posto normalmente non accessibile al pubblico.

La storia delle acque di Lurisia

Nei primi anni del XX secolo a Lurisia, località nel comune di Roccaforte Mondovì, dei minatori al lavoro per staccare le lòse (lastre di pietra piane e sottili) utilizzate per l’edilizia si accorgono che le loro ferite vengono in breve tempo rimarginate grazie all’acqua locale che sgorga da quelle rocce ai piedi del monte Pigna.

Il racconto delle proprietà “magiche” delle acque passa di bocca in bocca ed iniziano gli studi di alcuni medici e ricercatori.

Si scopre così che l’elemento portentoso è l’autunite, un minerale radioattivo secondario appartenente al gruppo delle miche di uranio, chimicamente classificato come fosfato idrato di uranile e calcio.

Tale minerale deve il suo nome alla città di Autun, in Francia, dove è stato descritto per la prima volta nel 1852.

Arriva Marie Curie

Il Governo Italiano, incuriosito da questi studi, chiama ad indagare la più stimata scienziata dell’epoca, premio Nobel per la fisica e la chimica, Marie Curie, la quale arriva a Lurisia nell’agosto del 1918 come ricordato dalla scritta (vedi Figura 1) che sormonta l’ingresso monumentale alla grotta (vedi Figura 2), in realtà una galleria scavata a mano a seguito delle ricerche sulle proprietà delle acque che da qui sgorgavano.

Figura 1
Figura 2

Si costruiscono le terme

Negli anni ’40 furono costruite le terme, ancora oggi in attività, nonché alcuni alberghi per ospitare i pazienti tra cui il Grand Hotel Radium, così chiamato in onore dell’elemento Radio, qui presente.

Le terme utilizzano infatti due fonti termali diverse: la “Garbarino” (vedi Figura 3), che è un farmaco vero e proprio (e, come tale, va utilizzato sotto il controllo diretto del medico) e la “Santa Barbara”, un’acqua minimamente mineralizzata particolarmente leggera con ottime proprietà diuretiche e depurative (vedi Figura 4). Entrambe le sorgenti sono accessibili dall’interno della grotta.

Figura 3
Figura 4

Entriamo nella grotta

Ma veniamo agli aspetti più interessanti per un fisico o un ingegnere: appena siamo entrati all’interno della grotta, ovviamente muniti di casco di sicurezza, vista la limitata altezza dello scavo, è bastato spegnere le luci ed illuminare con una lampada di Wood (che emette raggi UV) la volta dello scavo per scoprire una magia che ha lasciato tutti senza fiato (vedi Figura 5).

Figura 5

L’uranio assorbe le radiazioni ultraviolette (UV) ed emette una fluorescenza visibile di un colore verde brillante, principalmente quando illuminato da UV di lunghezza d’onda comprese tra 254 nm e 365 nm (vedi Figura 6).

Figura 6

La miniera d’uranio della Val Fredda

Su un muro prospiciente la strada principale del comune di Peveragno (CN) c’è un piccolo murales, ignorato dalla maggior parte delle persone di passaggio (e anche del posto), che ricorda un’epoca non molto lontana in cui a Peveragno esisteva una miniera di uranio.

Nel 1946, una squadra di tecnici dalla Montecatini Edison (poi Montedison), armati di un contatore Geiger, attraversa il torrente Bedale sul ponte all’inizio del paese; essi risalgono il corso del torrente ed arrivano nell’ombrosa e dimenticata Val Fredda laddove il Bedale aveva origine.

Venne aperto un cantiere di prospezione mineraria e, dal 1950 in poi, iniziò l’estrazione di uranio che c’era ma, come si scoprì in seguito, in quantità tale da non giustificare lo sforzo economico ed organizzativo messo in piedi per gli scavi.

La miniera della Val Fredda fu il filone di estrazione più esteso del cuneese: 3 discenderie, di cui 1 interna, e una profondità di scavo che arrivava fino a 485 m slm.

La manodopera per scavare le prime gallerie venne trovata nelle persone del posto; il lavoro in miniera garantiva il posto fisso, un salario relativamente alto ed un orario che permetteva anche di coltivare la campagna. Era insomma diventato un modo di riscatto per gli abitanti, da sempre costretti ad emigrare per avere condizioni migliori. La miniera arrivò a contare fino a 48 dipendenti.

Gli scavi venivano fatti “a secco”, con perforatrici ad aria compressa, che riempivano le gallerie di polveri; un cartello (vedi Figura 7) ricorda coloro che persero la loro salute a causa delle modalità di scavo (a cottimo e a secco).

Figura 7

Nel 1962 le attività di prospezione mineraria cessarono senza mai che la miniera ottenesse una autorizzazione di coltivazione.

L’Esperto di Radioprotezione

Forse, vi sarete chiesti chi è l’Esperto di Radioprotezione (normalmente abbreviato come EDR).

È un laureato in ingegneria oppure fisica oppure chimica che, dopo avere conseguito un Master universitario di primo o secondo livello relativo alla Radioprotezione e dopo un opportuno tirocinio di alcuni mesi presso impianti o strutture che utilizzano apparecchi generatori di radiazioni ionizzanti oppure detengono materiale radioattivo, ha sostenuto con esito positivo un esame presso il Ministero del Lavoro in Roma.

L’EDR si occupa della gestione tecnico amministrativa inerente l’utilizzo di apparecchi RX e/o di materiali radioattivi, gestisce cioè tutti gli aspetti relativi alle verifiche ed ai controlli di radioprotezione.

Nota finale

Oggi sappiamo che l’esposizione prolungata e incontrollata alla radioattività è dannosa, motivo per cui il principio ALARA (As Low As Reasonably Achievable) viene applicato rigorosamente in ogni settore.
Tuttavia, rimane aperto un dibattito scientifico sulla possibilità che dosi minime di radiazioni possano avere effetti benefici sugli organismi, un fenomeno noto come ormesi. Per maggiori informazioni: https://nucleareeragione.org/2023/03/13/ormesi-una-nuova-era/. Nelle cure termali, questo principio si traduce nell’uso terapeutico del gas radon, derivante dal decadimento naturale dell’uranio, che viene somministrato sotto stretto controllo medico.
Al contrario, nell’acqua minerale imbottigliata per uso alimentare, i livelli di radioattività vengono ridotti tramite processi industriali di degassamento e filtrazione. Questo garantisce che la radioattività delle acque rimanga ampiamente inferiore ai limiti di sicurezza imposti dagli organismi internazionali; di conseguenza, i suoi effetti benefici sulla salute sono legati esclusivamente alle proprietà chimico-fisiche dell’acqua stessa (come il basso residuo fisso e il bilancio dei minerali disciolti) e non a effetti radiologici.
Per maggiori informazioni: https://nucleareeragione.org/2020/05/25/acque-termali-e-radiazioni/

Scenari di fissione nucleare in Italia: condizioni economiche necessarie e implicazioni di sistema


di Matteo Nicoli

La transizione energetica sta ridisegnando i sistemi energetici di tutto il mondo. In questo contesto, l’Italia vive una rinnovata attenzione istituzionale e politica verso l’energia nucleare come fonte stabile e a basse emissioni di carbonio, capace di affiancare le rinnovabili nella copertura del fabbisogno elettrico. Ma a quali condizioni il nucleare potrebbe davvero tornare competitivo nel nostro paese? E quali sarebbero le implicazioni per l’intero sistema elettrico?

Un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Energy (Elsevier) affronta queste domande con un approccio quantitativo basato su modelli di ottimizzazione del sistema energetico. Gli obiettivi dell’analisi sono tre: identificare le condizioni economiche e di policy sotto le quali la fissione nucleare risulta economicamente competitiva in Italia entro il 2050; quantificare le implicazioni di sistema di un eventuale ritorno al nucleare in termini di costi, capacità installata, stoccaggi e uso del suolo; e valutare come diversi vincoli geografici di localizzazione degli impianti influenzino i risultati. Tutti gli scenari analizzati condividono un unico vincolo di fondo: la neutralità carbonica del sistema elettrico italiano entro il 2050.

Per valutare il contributo potenziale del nucleare, il punto di riferimento è uno scenario in cui l’Italia raggiunga emissioni nette zero entro il 2050 affidandosi esclusivamente alle rinnovabili (eolico, fotovoltaico, idroelettrico) affiancate da stoccaggi e backup termoelettrico. Questo scenario “100% rinnovabili” costituisce il metro di confronto rispetto al quale si misurano benefici e costi di un eventuale ritorno al nucleare.

Come è stata condotta l’analisi?

Lo studio si basa sul modello open-source TEMOA-Italy, utilizzandone una versione che rappresenta il sistema elettrico italiano suddiviso nelle 20 regioni. Per analizzare il ruolo del nucleare, il modello è stato arricchito con la rappresentazione tecno-economica di quattro tipologie di reattori: un reattore ad acqua pressurizzata di grande taglia (EPR), un reattore modulare di piccola taglia sempre ad acqua pressurizzata (SMR), un reattore di quarta generazione raffreddato a piombo e uno raffreddato a gas. Oltre ai reattori, il modello rappresenta esplicitamente l’intera catena di fornitura del combustibile nucleare, lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi e la possibilità di riprocessamento del combustibile esausto, come mostrato in Figura 1.

Figura 1. Rappresentazione schematica della catena tecnologica relativa alla fissione nucleare come rappresentata nel modello TEMOA-Italy. Figura da https://doi.org/10.1016/j.energy.2026.141475.

L’analisi esplora sistematicamente 27 scenari ottenuti combinando tre possibili traiettorie dei costi di investimento overnight al 2050 (stabili, moderatamente crescenti o fortemente crescenti rispetto ad oggi), tre livelli del tasso di interesse applicato al finanziamento degli impianti (6%, 8% e 10%), e la possibilità o meno che gli SMR beneficino di condizioni di finanziamento più favorevoli rispetto ai reattori di grande taglia (tassi inferiori di 1% e 2%), un’ipotesi data dalla minore esposizione al rischio finanziario di questi impianti.

Quando il nucleare diventa competitivo?

La competitività del nucleare dipende in modo determinante dalle condizioni di finanziamento. Il nucleare risulta conveniente in 23 casi dei 27 analizzati. Negli scenari con costi stabili, il vincolo di 8 GW di capacità installata viene sempre saturato, indipendentemente dal tasso di sconto assunto. Negli scenari con costi crescenti, la capacità installata si riduce all’aumentare dei tassi. Nei quattro scenari con la traiettoria di costo più sfavorevole e tassi elevati, invece, non viene installato alcun impianto nucleare. In sintesi, il nucleare rimane competitivo nella maggioranza dei casi, ma perde attrattività quando l’aumento dei costi di costruzione si combina con tassi di interesse dell’8% o superiori.

Il confronto tra reattori di grande taglia e SMR rivela dinamiche interessanti. I grandi reattori sfruttano le economie di scala, ma la loro lunga durata di costruzione (assunta pari a 10 anni contro 6 degli SMR) li rende molto più sensibili al costo del capitale. Di conseguenza, i grandi reattori risultano preferiti nelle condizioni di finanziamento più favorevoli, mentre gli SMR diventano relativamente più competitivi al crescere dei tassi.

Tra gli effetti di sistema, l’introduzione del nucleare riduce le importazioni di elettricità fino al 50% rispetto allo scenario senza nucleare. Nella sola Lombardia, la regione con la domanda più elevata e la concentrazione più consistente di capacità nucleare installata, la quota di elettricità coperta da importazioni cala dal 41% a una frazione trascurabile.

Dove si costruiscono i reattori? Quattro politiche di siting a confronto

Un aspetto originale dell’analisi riguarda la localizzazione degli impianti. In assenza di studi recenti mirati all’identificazione di siti adatti ad ospitare impianti nucleari, lo studio confronta quattro ipotesi alternative:

Il confronto fra questi scenari consente di stimare il “costo” in termini di sistema che deriva dall’imposizione di vincoli geografici, rispetto a una localizzazione puramente ottimale, e le implicazioni per il sistema elettrico.

Il nucleare come sostituto del solare al Nord

Confrontando lo scenario senza nucleare (NONUC) con quello CNEN, emerge un pattern geografico chiaro: il nucleare si installa prevalentemente nel Nord Italia, dove agisce come sostituto del fotovoltaico (Figura 2). Collocando reattori a carico base vicino ai grandi centri di domanda del Nord, come la Lombardia, il sistema evita di installare ingenti quantità di pannelli solari in aree dove i capacity factor sono strutturalmente bassi. Le regioni del Sud continuano invece a sviluppare ampie capacità rinnovabili intermittenti.

Figura 2. Confronto tra i mix elettrici regionali al 2050 negli scenari senza nucleare (NONUC) e CNEN. Figura da https://doi.org/10.1016/j.energy.2026.141475.

Il sistema elettrico italiano soffre di un noto squilibrio spaziale: la domanda è concentrata nel Nord industriale, mentre il maggiore potenziale rinnovabile si trova al Sud, rendendo necessario un massiccio trasporto di energia lungo la penisola. L’introduzione del nucleare non modifica in modo sostanziale questo flusso Nord-Sud dato il vincolo massimo di 8GW installabili.

Cosa cambia per il sistema con il nucleare?

I vantaggi di sistema di un’integrazione nucleare sono quantificabili su più fronti (Figura 3):

  • Risparmio economico. L’introduzione del nucleare riduce il valore attuale netto dei costi di sistema fino a 8 miliardi di euro rispetto allo scenario solo-rinnovabili, soprattutto tagliando le spese per impianti di backup e stoccaggi di grandi dimensioni.
  • Meno backup termoelettrico. La presenza di una fonte dispatchable riduce la capacità termoelettrica di riserva fino al 12%, equivalente a circa 6 GW in meno.
  • Meno batterie. Le esigenze di stoccaggio a scala nazionale si riducono fino al 42%.
  • Meno curtailment. La produzione rinnovabile sprecata (curtailment) cala del 35%.
  • Meno suolo occupato. Grazie all’alta densità di potenza del nucleare, il fabbisogno complessivo di suolo per le infrastrutture elettriche si riduce del 25%.
Figura 3. Implicazioni di sistema della disponibilità di generazione nucleare in termini di: (a-b) installazione di capacità di riserva, (c-d) installazione di capacità di stoccaggio, (e-f) riduzione del curtailment, (g-h) uso del suolo. Figura da https://doi.org/10.1016/j.energy.2026.141475.

Come funziona il sistema ora per ora?

Guardando i profili orari di generazione in Figura 4, l’effetto del nucleare è immediatamente visibile: il blocco costante di generazione nucleare copre la base della curva di carico e appiattisce i picchi diurni del fotovoltaico, riducendo la necessità di caricare e scaricare intensivamente le batterie. In Lombardia, in particolare, la presenza del nucleare azzera quasi completamente la dipendenza strutturale dalle importazioni transfrontaliere di elettricità.

Figura 4. Profili di generazione oraria a livello nazionale (a NONUC – b CNEN) e in Lombardia (c NONUC – d CNEN) per i quattro giorni rappresentativi stagionali. Figura da https://doi.org/10.1016/j.energy.2026.141475.

Limitazioni dell’analisi

Come ogni modello, anche questo studio porta con sé alcune semplificazioni che vale la pena richiamare.

L’analisi esplora in modo sistematico l’incertezza sui parametri economici del nucleare (costi di investimento e costo del capitale), ma adotta assunzioni fisse per tutte le altre tecnologie del sistema – rinnovabili, reti, stoccaggi – per le quali non si conduce un’analisi analoga. I risultati potrebbero quindi variare se si considerasse anche l’incertezza su questi parametri.

Per quanto riguarda la tecnologia nucleare, lo studio considera un numero limitato di tipologie di reattori, anche di quarta generazione. L’incertezza sui loro costi di investimento viene gestita attraverso un’analisi di sensitività, in assenza di dati più precisi.

Nella versione specificatamente usata per questo studio, il modello non rappresenta le possibili sinergie tra il nucleare e altri settori energetici: ad esempio, produzione di idrogeno da fonte nucleare, fornitura di calore a bassa temperatura per il riscaldamento degli edifici, o ad alta temperatura per applicazioni industriali. Queste interazioni potrebbero modificare sia la competitività del nucleare sia le implicazioni di sistema.

La suddivisione del territorio italiano nelle 20 regioni amministrative offre una visione regionale utile, ma potrebbe non essere sufficiente a catturare le specificità legate a siti particolari o a identificare con precisione le migliori localizzazioni per i nuovi impianti.

Infine, la risoluzione temporale si basa su 4 giorni rappresentativi con dettaglio orario. Una serie temporale più fine permetterebbe di rappresentare anche eventi rari – sia lato domanda che lato produzione – che potrebbero influenzare i risultati, specialmente per le tecnologie di stoccaggio e backup e di conseguenza per il resto del sistema.

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Lo studio è stato condotto – nell’ambito del gruppo di ricerca MAHTEP – da Andrea Mastrantuono, Daniele Mosso, Laura Savoldi (Politecnico di Torino), Matteo Nicoli, Valeria Di Cosmo (Università degli Studi di Torino) e Anderson Rodrigo de Queiroz (NC State University). L’articolo è disponibile in open access su Energy (Elsevier): https://doi.org/10.1016/j.energy.2026.141475

Lettera aperta a Dacia Maraini


Gentile Signora Maraini,

Le scriviamo perché il Suo articolo pubblicato sul Corriere della Sera lo scorso 25 maggio si apre con una domanda che da oltre quindici anni è al centro dell’attività divulgativa del Comitato Nucleare e Ragione: “cosa ne farete delle scorie che restano radioattive per migliaia di anni?” 

Siamo un’associazione di tecnici, scienziati, ricercatori e cittadini appassionati, che si occupano di divulgazione scientifica sull’energia e le tecnologie nucleari. Lei conclude scrivendo che vorrebbe se ne parlasse di più: è esattamente ciò che desideriamo anche noi, e vorremmo farlo con Lei.

Cominciamo col dirLe che la Sua preoccupazione è legittima, ed è quella di moltissime persone. Non la consideriamo un’obiezione da smontare, ma una domanda seria che merita una risposta seria. Anzi: è proprio perché questa percezione che “nessuno ne parli” è così diffusa, che esistono realtà come la nostra. Proviamo pertanto a fornirle qualche chiave di lettura, senza eccessivi tecnicismi.
La prima cosa che sorprende, analizzando i numeri, è quanto siano ridotte le quantità di materiale radioattivo in gioco. L’intero programma nucleare italiano ha prodotto circa quattrocento metri cubi di combustibile esausto: lo spazio di pochi appartamenti. Anche volendo considerare l’intero ammontare dei rifiuti radioattivi prodotti in Italia dal Secondo Dopoguerra ad oggi, e che includono quelli derivanti dalle attività ospedaliere, industriali e del mondo della ricerca, si arriva ad un totale di circa sessantamila metri cubi. Con la realizzazione del Deposito Nazionale sarà possibile stoccarli in piena sicurezza in un unico sito di poco superiore ai 100 ettari di estensione. Si tratta di volumi e superfici che, se parametrati sul singolo cittadino italiano e paragonati alle altre tipologie di rifiuto prodotte annualmente, diventano sorprendentemente irrisori.

A titolo di esempio, spostiamoci in Francia, un Paese che, come è noto, ricava quasi il 70% della propria elettricità con il nucleare: un cittadino d’Oltralpe, al netto del riprocessamento, produce in un anno circa cinque grammi di rifiuti ad alta attività, gli unici che richiedono uno stoccaggio a lungo termine. Se consideriamo il totale dei rifiuti radioattivi, la produzione pro-capite sale a circa 2 kg all’anno. Per avere un termine di paragone, nello stesso arco di tempo ogni cittadino francese è responsabile della produzione (e del relativo stoccaggio) di circa 100 kg di rifiuti tossici, oltre 350 kg di rifiuti domestici e quasi 14 tonnellate di rifiuti industriali.
E qui arriviamo alla Sua immagine delle “botti“, da cui un terremoto potrebbe far uscire qualcosa. La realtà è per fortuna molto differente. I contenitori e i siti che ospitano i rifiuti radioattivi sono progettati per resistere all’impatto di un aereo, a incendi o esplosioni. Nessun altro scarto prodotto dalla nostra civiltà è custodito con altrettanta cura, né è regolamentato e controllato da organismi internazionali tanto rigidi.
Passiamo dai depositi di superficie a quelli sotterranei. La Finlandia ha aperto la strada con Onkalo, realizzando il primo deposito geologico profondo al mondo, scavato nella roccia a oltre quattrocento metri di profondità, in una formazione geologica rimasta stabile per centinaia di milioni di anni e destinata a restarlo per altrettanti. La comunità scientifica ha più volte confermato come questa soluzione tecnologica rappresenti un modo appropriato e sicuro per confinare e isolare dall’ambiente, permanentemente, i rifiuti radioattivi ad alta attività.
E se affidarsi a tempi così lunghi le pare comunque una scommessa azzardata, le vorremmo raccontare la storia di Oklo, una località del Gabon nella quale due miliardi di anni fa la natura accese da sola un reattore nucleare. Funzionò per centinaia di migliaia di anni, e i suoi prodotti di fissione sono rimasti lì, fermi, custoditi dalla roccia, senza che nessuno li sorvegliasse. Ce ne siamo accorti solo di recente, proprio perché in superficie di quei rifiuti non vi era traccia. La natura aveva già fatto l’esperimento, e la sua “discarica” ha resistito per tutto questo tempo. 

Le vorremmo lasciare un secondo commento, più breve, sulla Spagna. Lei la cita come l’esempio ideale di un Paese che si avvia all’indipendenza energetica grazie alle rinnovabili, e ha ragione: Madrid ha investito molto, e bene, sul sole e sul vento. C’è però un tassello fondamentale che nel racconto viene quasi sempre omesso: nel suo mix elettrico la Spagna vanta anche un solido 20% di nucleare. Ed è proprio questa componente costante a tenere insieme il sistema, garantendo stabilità ai prezzi e un basso tasso di emissioni di gas serra. La transizione energetica spagnola, insomma, come quella di altri Paesi (per esempio la Svezia e la Finlandia) non si basa su una contrapposizione tra rinnovabili e nucleare, bensì sulla loro complementarietà. Ed è una distinzione che ribalta completamente la narrazione comune. 

La verità sotto gli occhi di tutti è che i Paesi nel mondo che hanno raggiunto un mix elettrico 100% rinnovabile si contano sulle dita d’una mano. E questo risultato, merita sottolinearlo, è stato possibile solo grazie a fortunate combinazioni di fattori ambientali (come l’abbondanza di idroelettrico) e sociali (bassa densità di popolazione, un tessuto industriale non energivoro). Si tratta, insomma, di modelli virtuosi ma eccezionali, che non offrono una ricetta facilmente replicabile per un Paese come il nostro. Certo, un maggior contributo delle fonti rinnovabili è sicuramente auspicabile, ma la letteratura scientifica e i principali organismi internazionali convergono su un punto: escludere a priori il nucleare, pur non rendendo impossibile il traguardo finale della decarbonizzazione e dell’abbandono dei combustibili fossili, ne rende il raggiungimento decisamente più complesso. 

Gentile Signora Maraini, Lei ha aperto il Suo articolo con un richiamo alla democrazia e al dovere del cittadino di informarsi. È un valore che condividiamo fino in fondo, assieme al desiderio di costruire un futuro attento alle nuove generazioni, proprio come espresso nella recente riforma dell’articolo 9 della nostra Costituzione. Mossi da questo spirito chiediamo, con grande rispetto, la Sua ospitalità: una replica nella Sua rubrica, un incontro pubblico o una conversazione privata, nella modalità che preferirà. 

Le abbiamo scritto perché crediamo che il dubbio non vada attaccato, ma accolto e accompagnato con i fatti. E una questione così importante merita risposte chiare.

I limiti (e i non detti) del DDL sul nucleare

L’approvazione alla Camera del DDL sul nucleare rappresenta indubbiamente un passaggio istituzionale importante, attorno al quale si stanno concentrando molti plausi.

Tuttavia, in quanto associazione impegnata nella divulgazione scientifica sul tema – e che ha sempre fatto del rigore e della chiarezza i propri tratti distintivi – abbiamo il compito di analizzare i testi andando oltre la superficie. Ed è per questo che rileviamo nel provvedimento una criticità sostanziale, che avevamo già evidenziato durante la nostra audizione alla Camera dei Deputati, suggerendo allora specifici correttivi che solo in parte sono stati accolti.

Parliamo di un testo che delega il Governo a (ri)definire il quadro regolatorio per la costruzione e per l’esercizio di centrali nucleari in Italia. Proprio per la natura di questo provvedimento, il principio cardine della neutralità tecnologica impone che un quadro autorizzativo nazionale non limiti preventivamente l’accesso ad alcune tecnologie. L’inserimento esplicito di questo principio nel testo è, peraltro, il risultato diretto di una nostra proposta di emendamento che è stata accolta

Ed è qui che sorge la nostra perplessità: cosa si intende, esattamente, per nucleare “sostenibile” nel testo del DDL?

Nel definirlo, il disegno di legge richiama la Tassonomia Europea per la finanza sostenibile – un altro passaggio fondamentale inserito grazie all’accoglimento di una nostra seconda proposta di emendamento. Ma il testo, nei successivi articoli, non esplicita quali tecnologie siano effettivamente oggetto della delega, prestandosi pertanto a interpretazioni differenti. Stiamo assistendo già ora a questo fenomeno nel modo in cui la notizia viene riportata dai media, commentata dalla politica e discussa sui social.

Ci teniamo a fare una precisazione fondamentale: la nostra richiesta di chiarezza non nasce dalla volontà di restringere il campo, bensì dall’esatto contrario. Il nostro obiettivo è allargarlo e tutelarlo, mantenendo la totale coerenza con le evidenze tecnico-scientifiche alla base della Tassonomia Europea.

L’attuale mancanza di specificità lascia spazio a un rischio concreto nei futuri decreti attuativi: che a posteriori l’oggetto della delega venga interpretato come limitato ai soli SMR (Small Modular Reactors) e alla Quarta Generazione, come di fatto sta già avvenendo tra i principali commentatori.

Un simile “non detto” potrebbe tradursi, in sede attuativa, in un’esclusione non giustificata della Terza Generazione Avanzata, che è l’unica tecnologia oggi matura, commercialmente disponibile e pienamente conforme ai criteri di sostenibilità definiti dal quadro europeo.

A questo si aggiunge un ulteriore elemento di vulnerabilità: le tempistiche di sbarco sul mercato degli SMR e della Quarta Generazione non sono ancora certe né consolidate. Legare i decreti attuativi esclusivamente a queste soluzioni rischia di creare un collo di bottiglia temporale nell’implementazione degli impianti nucleari, bloccando il Paese in un’attesa tecnologica dai tempi non pienamente definiti.

Se l’obiettivo è costruire un quadro normativo solido e moderno per il futuro energetico dell’Italia, non possiamo permetterci ambiguità interpretative che rischiano di tradursi in barriere tecnologiche preventive ed esclusioni arbitrarie.

Ci auguriamo che il legislatore colga questa nostra osservazione. Ora che il percorso della delega avanza, è fondamentale che in fase di stesura dei decreti attuativi si definiscano i confini tecnologici con assoluta precisione, garantendo una reale apertura a tutte le tecnologie che l’Europa stessa ha validato come sostenibili.

Conferenze, Klimatfest e Nuclear Power Expo: il Comitato scende in campo!

Il mese di giugno si apre con numerose iniziative sul territorio: non solo conferenze, ma anche diverse occasioni per incontrare dal vivo i nostri volontari, scambiare qualche parola loro e a scoprire le attività della nostra associazione in un contesto informale e rilassato. Sia che conosciate già le tecnologie nucleari, sia che vogliate semplicemente saperne di più, vi aspettiamo!

Ecco tutti gli appuntamenti in programma.

Si comincia giovedì 4 giugno alle 20:30 presso il PrimHotel di Oderzo (TV) con l’evento “E’ tempo di nucleare”. Il nostro presidente Pierluigi Totaro partecipa ad una tavola rotonda insieme al prof. Giuseppe Zollino (Responsabile Energia Azione), al prof. Marco Caresana (Consiglio Direttivo Ora!) ed Edoardo Ventafridda (socio del Comitato, nonchè founder di GiovaniBlu)

Si prosegue venerdì 5 giugno alle 21:00 a Trino (VC). Il Comune promuove presso la Biblioteca Civica Favorino Brunod un confronto tra il nostro socio Riccardo Mariscalco, l rappresentante locale di Legambiente Fausto Cognasso e il responsabile scientifico nazionale di Legambiente Andrea Minutolo. L’evento è intitolato “Costruire il futuro attraverso il dialogo – La sfida dei rifiuti radioattivi, esiste un’energia nucleare sostenibile?

Nel weekend, per le intere giornate del 6 e 7 giugno, ci troverete con un nostro gazebo informativo al Parco Cascina Tre Fontanili di Vimodrone (MI), per la sesta edizione del KlimatFest: un’ottima occasione per trascorrere del tempo all’area aperta, conoscere le altre realtà impegnate nella sensibilizzazione sui cambiamenti climatici. Noi porteremo il nostro messaggio di ambientalismo scientifico, guidati come sempre da un approccio aperto al dialogo e al confronto costruttivo.  Curiosi di sapere come sono andate le scorse edizioni? Leggete i nostri reportage del 2022 e del 2025.

Infine, dal 9 all’11 giugno, saremo presenti con un nostro spazio espositivo alla seconda edizione del Nuclear Power Expo di Piacenza, la prima mostra-convegno italiana dedicata al comparto dell’energia nucleare. Venite a trovarci i tre giorni della manifestazione presso il Padiglione 2, stand R63, del quartiere fieristico Piacenza Expo, situato in via Tirotti 1, Fraz. Le Mose.

Da oltre 15 anni Il Comitato Nucleare e Ragione si impegna per garantire una corretta informazione sulle tecnologie nucleari, affinché i cittadini possano costruirsi una opinione consapevole e libera da pregiudizi.
Per saperne di più e rimanere sempre aggiornati, seguiteci sul nostro sito web e sui canali social. Se siete studenti, professori o membri di associazioni culturali e desiderate invitarci o organizzare un evento insieme a noi, contattateci!

Nucleare e Ragione: una settimana di scienza e dibattito, dal 25 al 30 maggio 2026

Il mese di maggio si chiude nel segno dell’energia nucleare. Mentre il disegno di legge sul nucleare sostenibile sta per approdare in aula alla Camera dei Deputati – e non mancheremo di esprimere la nostra posizione in merito – una fitta serie di incontri e dibattiti accende i riflettori sul tema, portandolo all’attenzione dell’opinione pubblica.

Di seguito, tutti gli appuntamenti della settimana dal 25 al 30 maggio che vedranno protagonisti i soci del Comitato Nucleare e Ragione.

Roma, 25 maggio, ore 16:00-18:00. Università LUMSA.
Giovani e Nucleare di Pace.
Evento promosso dall’associazione Civiltà dell’Amore.
Alla tavola rotonda nella seconda parte della conferenza, il Comitato Nucleare e Ragione sarà rappresentato da Guglielmo Vacca.
Per registrarsi inviara una e-mail a civiltadellamore@civiltadellamore.org


Torino, 26 maggio, ore 15:00 – 18:30. Sala consiliare Circoscrizione 6.
Giornata di informazione e sensibilizzazione sul nucleare civile e sull’innovazione energetica. Conferenza promossa dall’associazione Fareambiente.
Alla tavola rotonda parteciperà la nostra socia Eleonora Gajetti.

Pinerolo (TO), 27 maggio, ore 18:00-21:00. Teatro Incontro
Nucleare: Oltre i Miti. L’incontro è promosso da ORA! Piemonte e sarà aperto da una mini-serie di quattro interventi divulgativi curati dalla nostra associazione. I relatori saranno i soci Oliver Giacomelli, Enrico d’Urso, Antonio Mondarini e Antonio Froio.
Registrazioni aperte a questo link.

Torino, 30 maggio, ore 14:30. Torino Future Week.
Nucleare: energia per il futuro? Evento promosso dalle associazioni Riforma e Progresso ed Energy Break. Alla tavola rotonda parteciperà la nostra socia Cecilia Piatti.
Iscrizioni: per registrarsi e consultare il programma completo, cliccare qui.

Da oltre 15 anni Il Comitato Nucleare e Ragione si impegna per garantire una corretta informazione sulle tecnologie nucleari, affinché i cittadini possano costruirsi una opinione consapevole e libera da pregiudizi.
Molti altri eventi sono già in cantiere per il mese di giugno. Per saperne di più e rimanere sempre aggiornati, seguiteci sul nostro sito web e sui canali social.
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Radioattività fai da te: quando il radio era una bevanda

di Matteo Frosini

È notizia di qualche giorno fa di uno strano oggetto simile ad un ciondolo rinvenuto in un’abitazione privata con una scritta alquanto sospetta “BIODOROS RADIOGENO”. 

Il richiamo alla parola radioattività è stato sufficiente per destare allarme nei proprietari dell’oggetto, tramandato per decenni nella famiglia. Il marchio, ha poi spiegato l’Istituto Superiore di Sanità, è stato ricondotto alla S.A. Biodoros di Milano, azienda attiva tra gli anni ’20 e ’40 nella produzione di dispositivi contenenti materiale radioattivo per la cura della persona che oggi potrebbero essere tranquillamente scambiati per delle fake news o truffe per fare soldi facili. 

Eppure, all’inizio del secolo scorso la radioattività era molto “di moda” e piazzata nelle applicazioni più disparate. Ovviamente ancora non si conoscevano gli effetti delle radiazioni sul corpo umano. Tra queste appunto vi erano questi contenitori, spesso in ceramica o metallo, che venivano riempiti di acqua e al cui interno veniva inserito per qualche ora una piccola sorgente di radio; il gas emanato dal decadimento del radio, chiamato radon, veniva disciolto in acqua e bevuto quotidianamente. Gli ideatori promuovevano questo trattamento benefico contro reumatismi, stanchezza, ipertensione e molti altri. L’oggetto in questione rinvenuto era una piccola sorgente di radio simile ad una capsula da immergere in acqua (un po’ come si fa con le bustine del te) per ottenere la presunta bevanda miracolosa.

Fonte: ISS

Un altro esempio di dispositivo medico radioattivo degli inizi del ‘900 è il Revigator, costituito da una brocca di ceramica rivestita di uno strato poroso di materiale radioattivo (radio e uranio) prodotto dalla Radium Ore Revigator Company di San Francisco. La promessa era quella di “rivitalizzare” l’acqua potabile con una aggiunta di radioattività, altrimenti priva di elementi fondamentali, a dire dell’ideatore. Il suo funzionamento era del tutto analogo a quello descritto sopra.

Fonte: Museum of Radiation and Radioactivity

Il predecessore del Revigator era il “Thomas Radium CR jar”, del tutto simile per funzionamento e costituzione, leggermente diverso nella forma, più simile ad un piccolo barile. L’acronimo CR sta per “Charging Receptacles”. La dose misurata a 30 cm dall’oggetto era paragonabile a circa 3 volte il fondo ambientale (0,2 µSv/h).

Un altro noto prodotto radioattivo venduto al pubblico all’inizio del secolo scorso era il Radithor, una soluzione in boccetta contenente circa 1 µCi di Ra-226 e Ra-228 (corrispondenti a circa 37 kBq). Costo 1 $. Nonostante il suo produttore William J. Bailey garantisse che non fosse pericoloso in nessun caso, il Radithor è uno dei pochi rimedi da ciarlatano che possano essere collegati alla morte di qualcuno.

La storia più emblematica è quella del giocatore di golf Eben Byers che, a seguito di un trauma sportivo, su indicazione del proprio medico di fiducia, iniziò ad assumere Radithor per velocizzare la guarigione. Convinto che il prodotto avesse benefici anche nella vita sessuale, Eben arrivò a consumarne 3 boccette al giorno per circa 2 anni. Tolto l’entusiasmo del vigore iniziale Eben dovette fare presto i conti con gli effetti di un’assunzione smodata di radio che lo portarono alla morte solo l’anno seguente. Si stima abbia assunto in tre anni qualcosa come 1400 boccette, pari a circa 52 GBq di attività totale! Le indagini dopo la sua morte portarono al ritiro dal mercato del Radithor.

Fonte: Museum of Radiation and Radioactivity

In Italia nello stesso periodo veniva pubblicizzata la Radiolitina. Della polvere in bustine che conteneva tracce di radio e disciolta in acqua la rendevano radioattiva. L’anno successivo venne aggiunto del bicarbonato di sodio per rendere l’acqua frizzante. Venduto nelle farmacie il prodotto veniva sponsorizzata come “miracolosa contro tutte le malattie del ricambio”.

C’è stato un tempo in cui gli effetti delle radiazioni sulla salute non erano ancora noti, per primi ai loro scopritori. L’entusiasmo iniziale di una scoperta così rivoluzionaria porta sempre con sé scarsa cautela. Moltissimi oggetti vennero prodotti che contenevano radioattività anche se questa non fosse necessaria, era la moda ad imporlo. 

Negli anni il tiro è stato aggiustato, gli effetti sono stati investigati e sempre meglio compresi (basti pensare che nel 1928 venne fondata la International X-ray and Radium Protection Committe IXRPC, madre dell’attuale ICRP). Ma la storia ci insegna che gli errori tendono a ripetersi, cento anni fa era la radioattività, oggi può essere un farmaco per dimagrire…

RIFERIMENTI

Radioattività domestica: il vetro d’uranio

di Massimo Burbi

Per la serie “oggetti radioattivi che ti puoi ritrovare in casa”, oggi parliamo del vetro d’uranio. 

L’Uranio è stato usato come colorante da molto prima di essere identificato come elemento chimico, un vetro colorato contenente l’1% di uranio fu trovato tra i resti di una villa romana del 79 d.C. [1] Dalla prima metà del 1800 l’uranio è stato usato per dare il tipico colore giallo o verde a quello che chiamiamo vetro d’uranio [2]. Prima della seconda guerra mondiale si usava l’uranio naturale, poi, con l’avvio del progetto Manhattan, tutto l’uranio venne requisito e la produzione ripartì solo negli anni ‘50, non più con uranio naturale, ma con uranio impoverito, che è lo scarto dei processi di arricchimento [3].

Il vetro d’uranio dà il meglio di sé al buio, investitelo con un fascio di luce ultravioletta e assisterete al fenomeno della fluorescenza in tutto il suo splendore. L’assorbimento dei fotoni ultravioletti eccita gli elettroni, che passano ad un livello energetico superiore e quando tornano allo stato fondamentale emettono fotoni di luce visibile, che sono lo scintillante verde che ammiriamo [4]. Per intenderci, questo fenomeno non è legato alla radioattività, anche i Simpson possono sbagliare.

Fig.1 – Un pezzo di vetro d’uranio, qui al buio esposto alla luce di una torcia a luce UV che dà origine al fenomeno della fluorescenza.

Tipicamente un pezzo di vetro d’uranio contiene tra lo 0.26% e il 10% di uranio in peso [5], ma alcuni pezzi dei primi del ‘900 potevano arrivare anche al 25% [6].

Non si sa quanti pezzi di vetro d’uranio ci siano in giro per il mondo, ma si stima che nei soli Stati Uniti, tra il 1958 e il 1978, ne siano stati prodotti oltre 4.000.000 [7] e ancora oggi è facile trovarli online, o nei mercatini d’antiquariato, o sugli scaffali dei nonni.

Tra i miei pezzi di vetro d’uranio, il più “cattivo” è un portacenere di circa 1 Kg. Il fatto che sia un oggetto radioattivo è l’unico motivo per cui un portacenere possa esistere in casa mia. 

Avvicinandoci un Geiger i conteggi schizzano a circa 30 volte i valori ambientali, niente male, vuol dire che è un oggetto pericoloso da maneggiare? No, il rateo di dose da radiazione gamma a contatto è inferiore al fondo ambientale, gran parte dei conteggi registrati dal Geiger è da radiazione alfa (innocua all’esterno del corpo) e beta (capace di penetrare gli strati esterni della pelle), mentre la radiazione gamma, la sola che raggiunge gli organi interni se la sorgente è esterna, ha in questo caso energie basse. 

Fig.2 – Nella prima immagine un Geiger a contatto con il vetro registra circa 1800 CPM (conteggi al minuto), circa 30 volte i valori ambientali.

Nella seconda immagine uno spettrometro che rileva solo la radiazione gamma ha registrato, nel corso di una misura di 3.5 ore, una media di 85 CPS (conteggi al secondo) e 0.119 μSv/h di rateo di dose, di cui circa 50 CPS e 0.100 μSv/h dal fondo ambientale.

Ce ne accorgiamo confrontando lo spettro gamma del portacenere con quello di un minerale di uranio: la parte sinistra, quella dei picchi gamma meno energetici, è quasi identica, ma nello spettro del vetro d’uranio mancano tutti i picchi a più alta energia. La spiegazione è che l’uranio usato in quel vetro è stato purificato e gli unici prodotti della catena di decadimento rimasti sono i primi, [8] ovvero il torio 234 e protoattinio 234 metastabile, oltre all’uranio 235 primordiale, lo stesso che, in concentrazione superiori a quelle dell’uranio naturale, fa funzionare le centrali nucleare e in concentrazioni ancora superiori, fa esplodere le bombe atomiche [9].

L’altezza dei due picchi di uranio 235 ci dice che quello usato per questo portacenere era uranio naturale e non impoverito, quindi si tratta di un pezzo prodotto prima della seconda guerra mondiale.

Fig.3 – Confronto tra lo spettro gamma del portacenere in vetro d’uranio e quello di un minerale di uranio, un campione di Tyuyamunite proveniente dallo Utah.

Ma che succede se beviamo abitualmente da una tazzina in vetro d’uranio, come quella della seconda foto? Oltre alla radioattività, bisogna ricordare che l’uranio, come altri metalli pesanti, è chimicamente tossico, ma è sempre la dose che fa il veleno [10].

La Nuclear Regulatory Commission ha stimato che bere con regolarità da un bicchiere in vetro d’uranio contenente il 10% di uranio in peso comporterebbe ingerire circa 9.7 μg di uranio all’anno, per una dose aggiuntiva di 0.018 μSv [11], un numero che può variare da oggetto a oggetto, ma ricordiamo che un abitante del pianeta Terra assorbe in media 2400 μSv all’anno da sorgenti naturali, che diventano 3300 μSv per un abitante medio dell’Italia [12].

Insomma, io non bevo dalla mia tazzina in vetro d’uranio, ma se lo facessi prenderei una dose aggiuntiva dell’ordine dello 0.0005 % di quella che ricevo dall’ambiente, senza dimenticare che una persona in media ingerisce circa 1.3 μg di uranio al giorno [13].

Le radiazioni possono uccidere, ma il vetro d’uranio è altro esempio di come un oggetto possa essere radioattivo sopra la media, senza essere pericoloso, e tantomeno letale, anche se lo usiamo a tavola.

NOTE E RIFERIMENTI

[1] https://periodic.lanl.gov/92.shtml

[2][3][6] https://www.orau.org/health-physics-museum/collection/consumer/glass/vaseline-uranium-glass.html

[4][11] https://physicsopenlab.org/2019/02/05/fosforescenza/

[5][ https://www.nrc.gov/reading-rm/doc-collections/nuregs/staff/sr1717/nureg-1717.pdf

[7] https://www.nrc.gov/docs/ml0829/ml082910862.pdf

[8] https://www.nachi.org/gallery/radon/uranium-238-decay-chain

[9] https://world-nuclear.org/information-library/nuclear-fuel-cycle/uranium-resources/uranium-and-depleted-uranium

[10] https://www.gov.uk/guidance/depleted-uranium-du-general-information-and-toxicology

[12] https://www.fisicaweb.org/doc/radioattivita/geiger%20muller/taratura.pdf?fbclid=IwY2xjawO8suRleHRuA2FlbQIxMABzcnRjBmFwcF9pZBAyMjIwMzkxNzg4MjAwODkyAAEeO0jXClxnfKf4vwdIXgZ6JjB0gkhGepEKcYjv2Ao6-9K4HxA1ySaWg1a5QWA_aem_PSlvJ-icYmFjILSH_rHyHw

[13] https://www.iaea.org/topics/spent-fuel-management/depleted-uranium

Strumenti utilizzati:

Geiger SE International Ranger

Spettrometro Mirion PDS 100 G

Spettrometro con scintillatore GS 2’’x2’’ NaI(Tl).

Chernobyl* non è un caso universale

Quarant’anni di distorsioni cognitive, metodologiche e politiche intorno all’incidente più frainteso della storia nucleare

*In questo testo utilizzeremo la traslitterazione ucraina Chornobyl’, lasciando “Chernobyl” solo nelle citazioni, nei titoli delle fonti e dei siti che adottano la forma russa.

Introduzione: il riflesso condizionato

Il 26 aprile 1986, alle 1:23:45 ora locale, il reattore n. 4 della centrale V.I. Lenin di Chornobyl’ esplose. Quarant’anni dopo, quell’evento ha acquisito una funzione che va molto al di là della sua realtà fisica: è diventato una generalizzazione impropria, un riflesso mentale che si attiva automaticamente ogni volta che le parole “nucleare” e “incidente” compaiono nella stessa frase.

Il meccanismo è tristemente prevedibile. Ogni qualvolta si verifica un evento che coinvolge una centrale nucleare – un guasto, un’anomalia, un’emergenza radiologica anche di modesta entità – il circo mediatico lo inquadra immediatamente nel registro di Chornobyl’. Fukushima Dai-ichi, Three Mile Island, i piccoli incidenti classificati 1 o 2 sulla scala INES, persino le discussioni sui nuovi reattori di quarta generazione: tutto viene misurato sull’unica unità di misura disponibile nell’immaginario collettivo. È come se, per descrivere qualunque incendio, si usasse esclusivamente il metro del Grande Incendio di Londra del 1666.

Questo articolo si propone di decostruire tale schema su quattro livelli distinti ma interconnessi: il livello cognitivo e comunicativo (perché questa generalizzazione impropria funziona e che danni produce), il livello scientifico e metodologico (come il modello LNT abbia contribuito a strutturare una percezione del rischio nucleare sistematicamente distorta, e cosa ci insegna la Zona di Esclusione come laboratorio naturale involontario), il livello tecnico-storico (il reattore RBMK come anomalia ingegneristica figlia di un sistema politico specifico, irriproducibile nei contesti istituzionali delle democrazie liberali), e il livello istituzionale e geopolitico (le strutture di governance che rendono possibili o impossibili incidenti di quella natura). 

Parte I — La generalizzazione impropria e i suoi costi

1.1 Come funziona la generalizzazione impropria di Chornobyl’

Chornobyl’ è diventato il caso di riferimento assoluto per qualunque evento nucleare, il metro con cui si misura tutto, la lente attraverso cui si legge qualsiasi notizia che contenga le parole “reattore” o “radiazioni”. Le ragioni sono storiche: fu il primo grande incidente nucleare civile ampiamente documentato, coincise con la massima diffusione del movimento antinucleare europeo, e impresse in modo indelebile nell’opinione pubblica mondiale immagini e storie senza precedenti. Three Mile Island nel 1979 era rimasto confinato in termini di copertura mediatica, sebbene l’uscita quasi contemporanea nei cinema del film “Sindrome cinese” abbia finito per ingigantirne gli effetti e le conseguenze, soprattutto nel contesto statunitense [1].

Il risultato è una generalizzazione impropria difficile da smontare: ogni nuovo evento nucleare viene automaticamente letto come una replica di Chornobyl’, indipendentemente dal fatto che i due casi abbiano in comune ben poco. È un meccanismo mentale comprensibile, ma diventa un ostacolo serio quando impedisce di distinguere situazioni radicalmente diverse.

Il risultato è che qualunque nuovo evento viene processato attraverso questo filtro. Fukushima ne è l’esempio più evidente: nel marzo 2011, prima ancora che gli effetti radiologici fossero valutabili, i titoli dei giornali di tutto il mondo recitavano “La Chernobyl giapponese”. Eppure le due vicende erano incomparabili sotto ogni punto di vista: tipo di reattore, causa scatenante, quantità di materiale rilasciato e conseguenze sulla salute.
Il Comitato Scientifico delle Nazioni Unite sugli Effetti delle Radiazioni Atomiche (UNSCEAR) ha concluso che a Fukushima non si prevedono aumenti dei tassi di cancro legati alle radiazioni [2,3].
Nel caso di Chornobyl’ troviamo numeri molti diversi: 2 decessi immediati, 134 casi di sindrome acuta da radiazioni (rivelatasi mortale per 28 di essi) e migliaia di tumori alla tiroide previsti nelle generazioni esposte all’incidente durante l’infanzia [4]. Il costo di questa generalizzazione impropria non è solo comunicativo. Ogni volta che un evento viene classificato erroneamente come “potenzialmente un’altra Chernobyl”,  si alimenta un clima di percezione del rischio che rende politicamente difficile, se non impossibile, prendere decisioni razionali sulla politica energetica [5]. 

1.2 La scala INES: uno strumento mal compreso

Un fattore aggravante è la diffusa incomprensione della scala INES, introdotta dalla IAEA nel 1990 come strumento di classificazione degli incidenti nucleari e radiologici [6]. 

INES è una scala logaritmica compresa tra 0 (“deviazione priva di rilevanza per la sicurezza”) e 7 (“incidente maggiore”), in cui a ogni livello corrisponde un impatto circa dieci volte superiore al precedente. Questo significa che un incidente di livello 5 non è “quasi come Chornobyl’”, ma è cento volte meno grave. Eppure, nel circo mediatico questa proporzione si perde, trasformando ogni evento non-zero in un allarme indistinto, appiattito sull’unico metro di paragone della catastrofe assoluta. 

Il fenomeno è alimentato anche da un insidioso falso amico linguistico. Laddove la scala INES distingue nettamente tra incident (guasti e anomalie tecniche dal livello 1 al 3) e accident (incidenti con danni reali), la lingua italiana tende a tradurre entrambi con l’unico allarmante termine “incidente”. Questo equivoco terminologico fa sì che anche eventi di routine, che nell’industria nucleare sono considerati poco più di un “codice giallo” ospedaliero, vengano sistematicamente amplificati e inquadrati nel registro “Chornobyl’”. Il costo di questo errore di traduzione non è solo semantico ma sostanziale, poiché distorce la percezione pubblica del rischio, creando incentivi perversi: dato che ogni atto di  trasparenza viene penalizzato da un racconto mediatico sensazionalista, scoraggia la comunicazione aperta proprio là dove sarebbe più necessaria[7].

Parte II — LNT e ALARA: la radice metodologica della distorsione

2.1 LNT e ALARA: la radice della distorsione

Per comprendere perché le stime sulle vittime di Chornobyl’ varino di cinque ordini di grandezza, da poche decine a quasi un milione a seconda della fonte, è necessario conoscere il modello regolatorio che governa la radiobiologia dal 1956: l’ipotesi Lineare Senza Soglia, nota come LNT (Linear No-Threshold). Il modello afferma che qualunque dose di radiazione ionizzante, per quanto piccola, comporta un incremento proporzionale del rischio oncologico, e che perciò non esiste una soglia al di sotto della quale il rischio sia zero. Adottato dall’International Commission on Radiological Protection (ICRP) come principio precauzionale in assenza di dati certi a basse dosi, il modello LNT ha dato origine all’approccio ALARA (As Low As Reasonably Achievable): l’esposizione alle radiazioni ionizzanti va ridotta al minimo ragionevolmente raggiungibile, indipendentemente dal fatto che si sia già abbondantemente al di sotto dei limiti di legge [8,9]. La scelta era ragionevole nel contesto storico in cui fu formulata, l’era dei test nucleari in atmosfera, ma la sua eredità normativa, applicata meccanicamente per decenni, ha prodotto distorsioni che meritano una lettura critica. La più evidente riguarda proprio il conteggio delle vittime di Chornobyl’ [10].
Infatti, come sottolineato dalla Health Physics Society [11], al di sotto di 100 mSv (grandezza utilizzata per misurare le radiazioni) oltre al fondo naturale, gli effetti delle radiazioni non sono statisticamente distinguibili da zero. Di conseguenza adottare questo modello per stimare i decessi attribuibili alle radiazioni è da considerarsi errato.

2.2 Come il modello LNT ha distorto il conteggio delle vittime di Chornobyl’

Torniamo ora a Chornobyl’, con gli strumenti analitici descritti nei paragrafi precedenti. Come si spiegano stime di vittime così differenti? 

Le 31 vittime dirette sono un dato solido: 2 morti immediati per l’esplosione, 28 per sindrome acuta da radiazione (ARS) nelle settimane successive, un decesso per arresto cardiaco. A queste si aggiungono circa 6.000 casi di carcinoma alla tiroide nei bambini e adolescenti esposti allo iodio-131, con circa 15 decessi documentati, un dato tragico ma non certo catastrofico.

Le stime nell’ordine delle centinaia di migliaia provengono quasi tutte dall’applicazione del modello LNT su intere popolazioni. Il meccanismo è il seguente: si calcola la dose collettiva assorbita dalla popolazione europea (o mondiale) a causa delle ricadute radioattive di Chornobyl’, la si moltiplica per il coefficiente di rischio del modello LNT, e si ottiene un numero teorico di decessi oncologici attesi. 
Nel rapporto finale del Chernobyl Forum del 2005, si stimano circa 4.000 decessi aggiuntivi tra le popolazioni più esposte (lavoratori e residenti dell’area)[12]; il rapporto TORCH commissionato dai Verdi europei nello stesso anno arriva a 60.000 [13]; alcune ONG antinucleariste citano cifre fino a 985.000 [14].

La discrepanza deriva interamente dalle scelte metodologiche. Quando si applicano i coefficienti LNT a dosi bassissime distribuite su centinaia di milioni di persone, anche un incremento di rischio individuale pari a 0,0001%,  impossibile da misurare epidemiologicamente, produce, moltiplicato per 500 milioni, 500 vittime “statistiche”. Questa è la cosiddetta “dose collettiva”, una grandezza che la ICRP stessa, nel documento di revisione 103, sconsiglia esplicitamente di usare per stimare i decessi su vasta scala, poiché produce cifre puramente ipotetiche, che non hanno alcun legame dimostrabile con l’effettiva incidenza di patologie nella popolazione. Sul tema si è espresso anche l’UNSCEAR in maniera estremamente chiara [15].

In sintesi: le stime alte sono il prodotto di un’estrapolazione metodologica basata su un modello adottato per ragioni precauzionali, applicato in modo contrario rispetto alle raccomandazioni dell’organismo che lo ha formulato. Non sono dati empirici, né misurazioni. Sono proiezioni di un modello, e come tali vanno trattate.

Parte III — La vita nella Zona di Esclusione

3.1 Un deserto che non esiste

A quarant’anni dall’esplosione, la Zona di Esclusione di Chornobyl’ – i 2.600 km² attorno alla centrale da cui furono evacuate circa 350.000 persone – è uno dei luoghi più studiati al mondo dal punto di vista radiobiologico ed ecologico. È anche uno dei luoghi più fraintesi. Il racconto dominante la descrive come una terra bruciata, silenziosa, inabitabile per secoli, ma la realtà documentata dalla ricerca scientifica è considerevolmente più complessa e, per certi versi, sorprendente.

La fauna è tornata in modo massiccio. Lupi, linci, orsi bruni, bisonti europei, cavalli di Przewalski reintrodotti – specie che in tutta Europa occidentale sopravvivono a malapena in riserve protette – popolano oggi la zona in densità che non si vedevano da decenni. Uno studio pubblicato su Current Biology nel 2015 ha documentato come le popolazioni di grandi mammiferi nella Zona siano comparabili o superiori a quelle di riserve naturali protette della regione. I ricercatori hanno formulato un’ipotesi provocatoria ma supportata dai dati: l’assenza di attività umana è risultata più benefica per la fauna selvatica di quanto non sia stato dannoso l’irraggiamento residuo [16].

3.2 Radiobiologia sul campo

Questo non significa che le radiazioni siano irrilevanti. Altri studi hanno documentato effetti misurabili nelle aree di maggiore contaminazione: riduzione della diversità degli invertebrati, anomalie nei tassi di mutazione in alcune specie di uccelli, diminuzione della biodiversità microbica nei suoli più contaminati [17, 18].

La Zona di Esclusione è un laboratorio che offre il contributo scientifico più prezioso al dibattito sul modello LNT. Le dosi di radiazione a cui sono esposte cronicamente le popolazioni animali nella maggior parte della Zona sono infatti dell’ordine di grandezza del fondo naturale, con valori comparabili a quelli di Kerala, Ramsar o delle Highlands scozzesi. Eppure la fauna prospera. Queste osservazioni non confutano il modello  LNT – data la differenza tra i  meccanismi biologici degli animali selvatici e quelli umani, oltre alla presenza di numerosi fattori confondenti – ma alimentano il dibattito scientifico sulla reale soglia di danno per le  basse dosi croniche. Soprattutto, sollevano dubbi legittimi  sull’opportunità di applicare il principio ALARA con la stessa rigidità in ogni scenario, a prescindere dall’effettivo livello di esposizione.

3.3 Le implicazioni per oggi

Quando si discute di nuovi reattori SMR in aree residenziali, di limiti di dose per i lavoratori del settore nucleare, o di tempi e criteri per dichiarare abitabili le zone di esclusione post-incidente, i modelli di rischio a basse dosi hanno conseguenze pratiche immediate.
La Zona di Esclusione di Chornobyl’, con la sua fauna abbondante, i suoi boschi riconquistati, e i suoi suoli ancora contaminati, è il caso reale più ricco di dati disponibili. Ignorarla nel dibattito pubblico, o ridurla all’immagine della città fantasma di Pryp’yat’, è un’altra forma della stessa generalizzazione impropria che questo articolo cerca di smontare.

Parte IV — Il reattore che non esiste più

4.1 L’RBMK come anomalia ingegneristica

Nessun reattore nucleare in Occidente aveva, o ha mai avuto, il difetto fondamentale che causò l’esplosione del reattore n. 4 di Chornobyl’. Per comprenderlo è necessario introdurre un concetto tecnico centrale, ovvero il coefficiente di vuoto (CVR, Void Coefficient of Reactivity).

In un reattore nucleare, il “moderatore” è la sostanza che rallenta i neutroni prodotti dalla fissione, portandoli alle velocità necessarie per sostenere la reazione a catena. Nella tecnologia RBMK, questo compito era affidato alla grafite solida, mentre l’acqua fungeva da fluido refrigerante. Nei reattori ad acqua leggera (PWR e BWR), quelli usati in tutto il mondo occidentale, l’acqua svolge sia la funzione di moderatore che di refrigerante, e questo produce automaticamente una caratteristica di sicurezza passiva fondamentale: se la temperatura sale e l’acqua inizia a formare vapore (le “bolle”, ovvero il “vuoto”), il moderatore si riduce, la reazione a catena rallenta e di conseguenza la temperatura scende. È un feedback negativo, auto-correttivo. In gergo si dice che il coefficiente di vuoto è negativo.

Nell’RBMK, dove la grafite fungeva da moderatore, la formazione di vapore nel refrigerante produceva l’effetto opposto a quello desiderato eliminando l’acqua che assorbiva neutroni, mentre la grafite rimaneva libera di alimentare la fissione causando una accelerazione della reazione invece del suo spegnimento. In altre parole, il coefficiente di vuoto dell’RBMK era positivo, e alle basse potenze questa instabilità risultava particolarmente pronunciata. Non è una metafora: l’RBMK era fisicamente progettato in modo da diventare instabile quando la situazione peggiorava e tale problematica era conosciuta dai progettisti e dai vertici del partito.

Un secondo difetto strutturale riguardava le barre di controllo, che vengono inserite nel nucleo del reattore per assorbire neutroni e abbassarne la potenza fino all’eventuale spegnimento. Fino all’incidente di Chornobyl’, negli RBMK le barre erano dotate di un prolungamento in grafite nella parte inferiore, e quando queste venivano inserite rapidamente nel nucleo (la manovra di “SCRAM” di emergenza), il primo effetto era l’inserimento della punta di grafite, che accelerava brevemente la reazione prima di abbassarla. In una situazione di instabilità come quella della notte del 26 aprile 1986, questo ritardo di 3-4 secondi fu fatale [19,20].

4.2 Perché non può ripetersi: la fisica del reattore moderno

La domanda “può accadere di nuovo?” non è retorica: è la domanda più importante che si possa porre sul futuro dell’energia nucleare. La risposta tecnica è inequivocabile: no, non con i reattori attualmente in esercizio, in costruzione o in progettazione avanzata.

I reattori di Generazione III+ oggi in costruzione (AP1000, EPR, APR-1400), incorporano sistemi di sicurezza passiva che non richiedono alimentazione elettrica, azione umana o sistemi meccanici attivi per funzionare. L’AP1000 di Westinghouse, ad esempio, utilizza la gravità e la convezione naturale dell’acqua per raffreddare il nucleo in caso di emergenza per almeno 72 ore senza alcun intervento [21].
I reattori di Generazione IV, ancora in fase di sviluppo avanzato o in early deployment, vanno ancora oltre. I reattori a sali fusi (MSR), i reattori veloci raffreddati a sodio (SFR) o a piombo (LFR), e i piccoli reattori modulari (SMR) come NuScale o il BWRX-300 condividono il principio della sicurezza intrinseca: la fisica del sistema è progettata affinché ogni aumento di temperatura rallenti automaticamente la reazione fino a spegnerla [22]. Nei reattori a sali fusi, per esempio, il combustibile liquido si dilata all’aumentare della temperatura, riducendo la densità e quindi la reattività [23]. Nei reattori raffreddati ad elio (HTGR), l’uso di un gas nobile che per sua natura non reagisce chimicamente con nulla, elimina alla radice la possibilità di esplosioni chimiche, come quella avvenuta a Chornobyl'[24].

La lezione di Chornobyl’ è stata appresa in modo concreto, fisico e ingegneristico. Il problema è che questa informazione non ha mai raggiunto con sufficiente forza il pubblico generalista, intrappolato nella generalizzazione impropria che abbiamo descritto nella Parte I.

Parte V — L’URSS di ieri e la Russia di Putin

5.1 Chornobyl’ come incidente di sistema

C’è una domanda che raramente viene formulata nella discussione su Chornobyl’, eppure è la più rivelatrice: come è possibile che operatori qualificati, in una centrale certificata, abbiano condotto un test in condizioni di instabilità nota, disattivando sistemi di sicurezza e ignorando segnali di allarme? La risposta è nella politica del potere sovietico.

Il test della notte tra il 25 e il 26 aprile 1986 era il quarto tentativo di verificare se, in caso di interruzione dell’alimentazione esterna, le turbine in fase di rallentamento avessero potuto generare abbastanza elettricità per alimentare le pompe di raffreddamento d’emergenza per i 75 secondi necessari all’avvio dei generatori diesel [25].  Dopo tre fallimenti nei test precedenti, l’ultima prova era stata programmata per il turno diurno; tuttavia, un rinvio di 10 ore per esigenze della rete elettrica ucraina, mise al comando del reattore il turno notturno, totalmente impreparato ad eseguire il test.

L’operatore principale, Aleksandr Akimov, e il direttore del turno, Leonid Toptunov, sapevano che le condizioni erano pericolose, ma erano intrappolati in un sistema in cui fermare il test avrebbe significato denunciare un fallimento alla sede centrale del Partito a Mosca, con conseguenze politiche e di carriera imprevedibili [26]. La cultura della segretezza, la pressione gerarchica e l’impossibilità di comunicare problemi verso l’alto senza subire ritorsioni, costituiscono  un retaggio culturale che nulla ha a che fare con la tecnologia nucleare in sé.

Viktor Brukhanov, direttore della centrale, nelle prime ore dopo l’esplosione inviò a Kyiv e a Mosca rapporti che minimizzavano gravemente la situazione. Si trattava dell’unica reazione razionale in un sistema in cui la verità aveva un costo insostenibile. 

5.2 Strutture istituzionali e sicurezza nucleare oggi

La domanda che questo capitolo della storia suggerisce è scomoda ma necessaria: le condizioni sistemiche che resero possibile il disastro di Chornobyl’ esistono ancora in qualche modello di gestione nucleare oggi?

La risposta, guardando alla Russia di Putin, non è rassicurante. La centrale nucleare di Zaporizhzhia, occupata militarmente dalla Russia dal marzo 2022, è diventata la prima struttura nucleare nella storia a essere parte attiva di un conflitto armato. Per mesi, le comunicazioni della IAEA, che ha mantenuto una presenza di ispettori in loco, hanno documentato interruzioni dell’alimentazione esterna, danni alle infrastrutture di raffreddamento, e una situazione operativa in cui il personale ucraino lavorava sotto la supervisione militare russa in condizioni di coercizione documentata. Se non  si è verificato un incidente nucleare, lo si deve più alla robustezza intrinseca dei reattori VVER-1000, che alla tenuta delle garanzie istituzionali [27].

Questo non è un parallelo diretto con Chornobyl’, e sarebbe disonesto presentarlo come tale. I reattori VVER sono tecnologicamente molto diversi dall’RBMK, più sicuri e con coefficiente di vuoto negativo. Ma la struttura del problema sistemico, ossia la presenza di un’istituzione che subordina la sicurezza nucleare a obiettivi politici e militari, con pressione sugli operatori e opacità verso gli organismi internazionali, è morfologicamente simile.

Lo stesso sito di Chornobyl’, del resto, non è rimasto immune al conflitto. Durante l’occupazione russa della centrale, avvenuta tra il 24 febbraio e il 31 marzo 2022, quando le forze russe attraversarono la Zona di Esclusione come corridoio di avanzata verso Kyiv, l’area fu soggetta a movimentazione di mezzi pesanti, scavi di trincee nei terreni radioattivi della Foresta Rossa, e interruzioni dell’alimentazione elettrica ai sistemi di monitoraggio. Dopo il ritiro dei soldati russi, le ispezioni della IAEA e dell’operatore ucraino Energoatom hanno documentato danni fisici a infrastrutture di contenimento secondarie e alla strumentazione di misura.
Ma l’elemento più rilevante riguarda lo stato del New Safe Confinement (NSC), l’imponente struttura ad arco in acciaio completata nel 2016 ad opera di un consorzio internazionale finanziato da oltre 45 Paesi, e progettata per contenere in sicurezza per i prossimi cento anni le circa 200 tonnellate di materiale nucleare ancora presenti nelle rovine del reattore.

Il NSC, spesso ancora chiamato impropriamente “sarcofago”, termine che tecnicamente designa la struttura originale del 1986 ora contenuta al suo interno, ha subito danni documentati durante il conflitto, tra cui almeno un danneggiamento localizzato del rivestimento esterno attribuito all’impatto di un drone. Indipendentemente dall’attribuzione delle responsabilità, il fatto che una struttura di contenimento nucleare di importanza globale si trovi nel raggio d’azione di un conflitto rappresenta una categoria di rischio che il sistema internazionale di non-proliferazione e sicurezza nucleare non aveva mai dovuto affrontare in questi termini [28].
Nell’NSC i rischi di una Chornobyl’-bis sono fisicamente esclusi, ma un’interruzione prolungata dei sistemi di monitoraggio, ventilazione e deumidificazione interni potrebbe accelerare il degrado strutturale delle rovine del reattore originale, con potenziale rilascio di polveri radioattive nell’ambiente circostante. Si tratta di uno scenario diverso per natura e scala da un incidente al nocciolo, ma non per questo meno meritevole di un attento monitoraggio. 

Alla luce di tutte queste considerazioni, la lezione che si può trarre da Chornobyl’ è innanzitutto istituzionale. Nei Paesi coi più alti standard di sicurezza come la Francia, la Svezia, la Corea del Sud e il Canada, l’indipendenza degli enti regolatori, la cultura della trasparenza la protezione legale per i whistleblower e i meccanismi di sorveglianza internazionale sono parti integranti dell’implementazione delle tecnologie nucleari.

Conclusione: cosa significa il 26 aprile nel 2026

Quarant’anni dopo l’esplosione del reattore n. 4, Chornobyl’ rimane l’evento più importante nella storia della tecnologia nucleare civile, non tanto per il fatto che sia stato il più letale, ma perché ha ridisegnato in modo permanente il paesaggio politico, regolatorio e psicologico in cui viviamo l’energia nucleare.

La memoria di Chornobyl’ richiede oggi un atto di rigore. Un anniversario costruito su generalizzazioni improprie non serve né alla verità storica, né al dibattito scientifico, né rende onore alle vittime o a chi ha avuto problemi di salute a causa dell’incidente. Serve al contrario una narrativa che oggi possiamo permetterci di analizzare con strumenti molto più precisi rispetto a quarant’anni fa.

Le chiavi di lettura che abbiamo proposto in questo articolo sono quattro. La prima è la consapevolezza del meccanismo alla base della generalizzazione impropria, e la responsabilità che ne consegue per chi si occupa di divulgazione delle tecnologie nucleari.
La seconda è la conoscenza critica del modello LNT, non per abbandonarlo, ma per leggerlo con la consapevolezza dei suoi limiti, resistere alle sue applicazioni metodologicamente abusive, e aprirsi all’evidenza che luoghi come la Zona di Esclusione ci restituiscono sul rapporto tra basse dosi croniche e vita biologica.
La terza è la comprensione che il reattore che esplose quella notte non sarebbe mai potuto esistere in occidente, che l’ingegneria dei reattori moderni incorpora le lezioni di quella notte in modo letterale, e che il rischio di un incidente di quella natura è oggi radicalmente diverso da quello del 1986.
La quarta è la consapevolezza che la sicurezza nucleare non dipende solo dalla tecnologia, ma dalla qualità delle istituzioni che la governano. Su questo fronte, guardando al 2026, la storia non è affatto chiusa. 

Rimane aperta la questione istituzionale. La storia di Chornobyl’ è anche la storia di come un sistema politico basato sulla soppressione dell’informazione e sulla subordinazione della tecnica alla politica può finire per portare a incidenti che sistemi diversi e dotati di organismi terzi di controllo, sia nazionali che internazionali, non potrebbero mai produrre.
Non è una storia confortante guardando a cosa succede nel 2026. Ma è una storia che, forse proprio per questo motivo, vale la pena di essere raccontata con precisione e rispetto.

Note e Bibliografia

[1]Su nucleareeragione.org: “Three-Mile Island: il reattore più famoso degli Stati Uniti’” (2026): https://nucleareeragione.org/2026/03/28/three-mile-island-il-reattore-piu-famoso-degli-stati-uniti/

[2] UNSCEAR 2020/2021 Report, Volume II: Sources, Effects and Risks of Ionizing Radiation – Scientific Annex B: Levels and Effects of Radiation Exposure Due to the Accident at the Fukushima Daiichi Nuclear Power Station. United Nations, 2021.
https://www.unscear.org/unscear/en/publications/2020_2021_2.html

[3] UN Information Service, A decade after the Fukushima accident: Radiation-linked increases in cancer rates not expected to be seen (2021)
https://unis.unvienna.org/unis/en/pressrels/2021/unisous419.html

[4] National Cancer Institute, About the Chornobyl Accident
https://dceg.cancer.gov/research/what-we-study/about-chornobyl-accident

[5] Per una trattazione sistematica degli errori di framing nell’informazione sul rischio nucleare, si veda: Gardner, D. (2008). “The Science of Fear”. Dutton. Per il caso specifico Fukushima-Chornobyl’: Normile, D. (2011). “Fukushima Revives the Low-Dose Debate”. Science 332(6032): 908–910. — Cfr. anche, su nucleareeragione.org: “Chernobyl: fa notizia solo quando se ne parla male” (2022): https://nucleareeragione.org/2022/04/29/chernobyl-fa-notizia-solo-quando-se-ne-parla-male/  e “Nucleare: effetto Fukushima. No, effetto referendum.” (2011): https://nucleareeragione.org/2011/05/02/nucleare-effetto-fukushima-no-effetto-referen/

[6] IAEA (2013). “INES: The International Nuclear and Radiological Event Scale User’s Manual, 2008 Edition”. IAEA, Vienna. La scala completa con esempi per ogni livello è disponibile al sito: https://www.iaea.org/resources/databases/ines.
Su nucleareeragione.org: “La scala INES e le differenze tra Fukushima e Chernobyl” (2011): https://nucleareeragione.org/2011/04/18/la-scala-ines-e-le-differenze-tra-fukushima-e/

[7] Per un’analisi dell’impatto della comunicazione sul rischio percepito: Slovic, P. (1987). “Perception of Risk”. Science 236(4799): 280–285. Il “dread factor” del nucleare rimane tra i più alti misurati nella letteratura psicologica sul rischio.  Per una riflessione sul ruolo dei media nella percezione del rischio nucleare in Italia: “Il nucleare tra scienza, arte e media” (2023): https://nucleareeragione.org/2023/11/01/il-nucleare-tra-scienza-arte-e-media/ e “Parola di Piero Angela: Nucleare e Rischi” (2022): https://nucleareeragione.org/2022/11/05/parola-di-piero-angela-nucleare-e-rischi/

[8] Ozasa, K. et al. (2012). “Studies of the Mortality of Atomic Bomb Survivors, Report 14, 1950-2003”. Radiation Research 177(3): 229–243. La Life Span Study è la fonte primaria per le stime di rischio da radiazione ionizzante ad alte dosi.

[9] ICRP Publication 103 (2007). “The 2007 Recommendations of the International Commission on Radiological Protection.”. Aggiornamento del framework che mantiene il modello LNT come base per la stima del rischio a basse dosi.
https://www.icrp.org/docs/icrp_publication_103-annals_of_the_icrp_37(2-4)-free_extract.pdf

[10] Per la storia intellettuale del modello LNT: Calabrese, E.J. (2013). “How the US National Academy of Sciences Misled the World Community on Cancer Risk Assessment”. Archives of Toxicology 87: 2063–2081. Per una trattazione divulgativa del concetto di dimezzamento: “Tempo di dimezzamento, questo incompreso” (2022): https://nucleareeragione.org/2022/07/27/tempo-di-dimezzamento-questo-incompreso/

[11]Health Physics Society (2019).”Radiation risk in perspective. Position statement of the Health Physics Society” https://hps.org/wp-content/uploads/2024/12/radiationrisk.pdf 

[12] WHO/IAEA/UNDP (2005). “Chernobyl: The True Scale of the Accident. 20 Years Later a UN Report Provides Definitive Answers and Ways to Repair Lives”. Joint Press Release. Il “Chernobyl Forum” comprendeva otto agenzie ONU; la stima di 4.000 decessi si riferisce alle 600.000 persone più esposte. Su nucleareeragione.org: “Gli effetti di Chernobyl in Italia” (2021), che analizza le ricadute radioattive sul territorio italiano e le stime epidemiologiche: https://nucleareeragione.org/2021/04/26/gli-effetti-di-chernobyl-in-italia/ e “Quante vittime sono dovute al nucleare?” di Kurzgesagt (2021): https://nucleareeragione.org/2021/03/29/quante-vittime-sono-dovute-al-nucleare-di-kurzgesagt/

[13] Fairlie, I. & Sumner, D. (2006). “TORCH: The Other Report on Chernobyl”. Commissioned by the Greens-EFA Group in the European Parliament.

[14] Yablokov, A.V. et al. (2009). “Chernobyl: Consequences of the Catastrophe for People and the Environment”. New York Academy of Sciences. Quest’ultimo è stato ampiamente criticato nella letteratura peer-reviewed per i problemi metodologici descritti nel testo.
https://en.wikipedia.org/wiki/Chernobyl:_Consequences_of_the_Catastrophe_for_People_and_the_Environment#Reviews

[15] ICRP Publication 103 (2007), paragrafi 157-160: “The aggregation of very low individual doses over extended time periods is not recommended. […] Use of collective effective dose quantities to evaluate population risks from low-level exposures is inappropriate.”.
UNSCEAR SOURCES AND EFFECTS OF IONIZING RADIATION, VOLUME II Scientific Annexes C, D and E (2008), pagina 146: : “Below doses of about 0.1 Sv, the experimental evidence for radiation‑induced health effects is ambiguous and risk coefficients become more uncertain. Therefore, any radiation risk projections in the low‑dose area should be considered as extremely uncertain, especially when the computation of cancer deaths is based on collective effective doses involving very small additional exposures to very large populations over many years. It is inappropriate to use collective effective dose for risk projections because the biological and statistical uncertainties are too great.”

[16] Beasley, J.C. et al. (2015). “
Long.term census data reveal abundant wildlife populations at Chernobyl”. Current Biology Volume 25, Issue 19: R824-R826. Per un approfondimento divulgativo in italiano: Giacomo Moro Mauretto, “Entropy for Life”, video YouTube: https://youtube.com/watch?v=T9wP5wJC7dc

[17]Mousseau, T.A. & Møller, A.P. (2006). “Biological consequences of Chernobyl: 20 years on”.Trends in Ecology & Evolution, 21(4), 200-207 

[18]Mousseau, T.A. & Møller, A.P. et al. (2014). “
Highly reduced mass loss rates and increased litter layer in radioactively contaminated areas of Chernobyl ”.Oecologia, 175(1), 429-437.

[19] Per una descrizione tecnica completa del design RBMK-1000, dei suoi difetti e delle dinamiche dell’incidente: IAEA (1992), The Chernobyl accident: updating of INSAG-1. INSAG-7. A report by the International Nuclear Safety Advisory Group. Nel report si evince come i difetti strutturali dell’RBMK fossero noto agli ingegneri sovietici almeno fin dal 1975 e 1983, quando vennero scoperti prima presso la centrale nucleare di Leningrado e poi di Ignalina, ma da ciò non derivò alcuna azione correttiva e nulla venne comunicato agli operatori.

[20]  Serie HBO Chernobyl (2019), creata da Craig Mazin: cinque episodi con assoluta accuratezza tecnica in alcune sequenze, ma con significative distorsioni narrative e fattuali documentate in dettaglio da Grigori Medvedev e altri testimoni diretti. Vedi anche: Higginbotham, A. (2019). “Midnight in Chernobyl”. Simon & Schuster. Per un’analisi dettagliata degli errori della serie su nucleareeragione.org: “Perché la serie Chernobyl di HBO sbaglia” (2019): https://nucleareeragione.org/2019/06/11/perche-la-serie-chernobyl-di-hbo-sul-nucleare-sbaglia/

[21] US NRC (2011). Final Safety Evaluation Report Related to Certification of the AP1000 Standard Plant Design, NUREG-1793, Supplement 2. Per il sistema di raffreddamento passivo: Schulz, T.L. (2006). “Westinghouse AP1000 Advanced Passive Plant”. Nuclear Engineering and Design 236: 1547–1557.

[22] Per una panoramica dei reattori di Generazione IV: Generation IV International Forum (2014). Technology Roadmap Update for Generation IV Nuclear Energy Systems. GIF. Per gli SMR: IAEA (2020). Advances in Small Modular Reactor Technology Developments.

[23] Per i reattori a sali fusi e la loro sicurezza intrinseca: LeBlanc, D. (2010). “Molten salt reactors: A new beginning for an old idea”. Nuclear Engineering and Design 240(6): 1644–1656.

[24] Per gli HTGR e le caratteristiche dell’elio come refrigerante: Sunarto et al (2021). “Study on the Implementation of Quality Assurance Aspect on High-Temperature Gas Cooled Reactor (HTGR)“ J. Phys.: Conf. Ser. 2048 012022.

[25] Per la ricostruzione documentata del test e delle decisioni operative: Plokhy, S. (2018). Chernobyl: History of a Tragedy. Allen Lane. Testo fondamentale, basato su documentazione d’archivio ucraina e russa parzialmente declassificata.

[26] Il diario di Aleksandr Akimov è parzialmente trascritto in: Shcherbak, Y. (1989). Chernobyl: A Documentary Story. St. Martin’s Press. Akimov morì di ARS il 10 maggio 1986, convinto fino alla fine di aver fatto la cosa giusta.

[27] Per le condizioni alla centrale di Zaporizhzhia durante l’occupazione: https://www.iaea.org/topics/response/nuclear-safety-security-and-safeguards-in-ukraine
Su nucleareeragione.org: “Situazione in Ucraina: facciamo chiarezza” (2022), pubblicato pochi giorni dopo l’occupazione della centrale di Zaporizhzhia: https://nucleareeragione.org/2022/03/10/situazione-in-ucraina-facciamo-chiarezza/ e “Le grotte di Orvieto e le trincee di Chernobyl” (2022), sugli scavi nella Foresta Rossa: https://nucleareeragione.org/2022/06/15/le-grotte-di-orvieto-e-le-trincee-di-chernobyl/

[28] Sul New Safe Confinement e i danni subiti durante il conflitto:
https://www.ebrd.com/home/what-we-do/focus-areas/nuclear-safety/making-chornobyl-safe.html
Per i danni documentati post-occupazione: IAEA (2022). Report by the Director General, 24 February – 28 April 2022, IAEA (2025). Report by the Director General, 27 February 2025.
Per le specifiche tecniche del NSC e i sistemi di monitoraggio interni: Bechtel-led Novarka consortium, NSC Technical Documentation, https://www.bechtel.com/projects/chornobyl-new-safe-confinement/
Su nucleareeragione.org: “Un nuovo coperchio per Chernobyl” (2016), scritto in occasione del completamento del NSC: https://nucleareeragione.org/2016/11/28/un-nuovo-coperchio-per-chernobyl/  e “Fixing Chernobyl” (2015), sul progetto di costruzione: https://nucleareeragione.org/2015/06/01/fixing-chernobyl/

Il Comitato compie 15 anni: eventi celebrativi e conferenza a Trieste

In occasione dei quindici anni dalla fondazione del Comitato Nucleare e Ragione, siamo lieti di annunciare gli eventi celebrativi in programma a Trieste il 17 e 18 aprile.

Gli incontri sono aperti al pubblico e a ingresso gratuito fino a esaurimento posti; per partecipare, è richiesta la prenotazione tramite email all’indirizzo nucleareeragione@gmail.com.

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venerdì 17 aprile, ore 19:30 – 21:00
Caffè degli Specchi, Piazza Unità d’Italia, Trieste

Un brindisi con il Comitato Nucleare e Ragione:
15 anni di impegno, passione e divulgazione

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sabato 18 aprile, ore 10:30 – 12:30
Palazzo Tonello, via Silvio Pellico 2, Trieste (sede Unione degli Istriani)

Conferenza Pubblica, con il Patrocinio del Comune di Trieste

Quarant’anni oltre i pregiudizi: la nuova era dell’atomo.

Come le tecnologie nucleari stanno modellando il nostro futuro, tra scienza, cittadinanza attiva e nuove forme di comunicazione

A quarant’anni da uno spartiacque che ha segnato il rapporto tra opinione pubblica ed energia nucleare, il settore si presenta oggi con una maturità tecnologica e comunicativa rinnovata. Grazie a crescenti evidenze scientifiche e a un progressivo recupero di consenso sociale, queste tecnologie occupano oggi un ruolo centrale nella transizione energetica e nel raggiungimento degli obiettivi globali di sviluppo sostenibile.

Nel corso della conferenza, esperti del settore testimonieranno come l’esperienza maturata abbia permesso di superare i pregiudizi verso l’atomo in ogni sua declinazione: dalla produzione energetica alle applicazioni biomedicali, dalla ricerca scientifica ai settori alimentare e sanitario. L’obiettivo è dimostrare come l’integrazione tra rigore scientifico, trasparenza e il coinvolgimento della cittadinanza attiva sia la chiave per una nuova era di consapevolezza, capace di rispondere con pragmatismo alle grandi sfide del nostro futuro.

Saluti Istituzionali


Dott.ssa Mara Severgnini, specialista in fisica medica
Radioattività, salute e tecnologie nucleari:
costruire fiducia attraverso la trasparenza e il dialogo


Dott.Riccardo Bevilacqua, Elekta.
Da piattaforma professionale a spazio di apprendimento.
Storytelling per la comunicazione nucleare


Dott. Andrea Borio di Tigliole, IAEA
L’importanza dello stakeholder engagement
per lo sviluppo di un programma nucleare sostenibile


Prof. Matteo Passoni, Politecnico di Milano.
Università e nuove tecnologie nucleari:
formazione, ricerca e Terza Missione

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Vi aspettiamo numerosi!