Il nucleare è morto, lunga vita al nucleare!

NucleareMorto

Qualcosa di nuovo sul fronte occidentale.

Fa scalpore un rapporto del Massachusetts Institute of Technology [1] redatto in collaborazione con esperti dell’Idaho National Laboratory e dell’Università del Wisconsin. Fresco di stampa e denso di significato, dipinge coi numeri un quadro reale che nelle menti di molti era già chiaro da tempo: data la crescente domanda energetica a livello globale, non esiste alcuno scenario di trasformazione dell’offerta energetica sostenibile senza un adeguato ruolo della produzione elettronucleare.

Questa notizia potrebbe avere anche una valenza politica, se trovasse l’humus giusto dove eventuali evidenze scientifiche possano attecchire per dare frutti economici.

Oggi è l’Oriente a trainare il settore nucleare e lo dimostrano anche i risultati dell’anno in corso: 5 nuove unità nucleari allacciate alla rete elettrica in Cina, 2 in Russia; avvio della costruzione di 3 nuove unità, 1 in Russia, 1 in Turchia ed 1 in Bangladesh; 4 reattori riattivati in Giappone. La potenza installata a livello globale è a un passo dai 400 GWe[2]. E presto ci saranno altre novità.

Ma per un cambio di paradigma, diciamo così, bisogna che l’Occidente non stia a guardare.

In attesa di ulteriori sviluppi, per tutti, ma soprattutto per quelli che continuano a dare per spacciato “il nucleare”, lasciamo una breve riflessione:

Immaginate un mondo dove l’impronta dell’attività umana si armonizzi con l’ambiente naturale, dove macchine e strutture si inseriscono delicatamente nel mosaico paesaggistico senza violarne la bellezza, bensì accrescendola.

Immaginate un mondo dove la libertà umana non sia sovrastata dalle angustie dell’insicurezza energetica, dove la percezione della scarsità delle risorse non sia alterata da manipolazioni ideologiche, dove le disponibilità di materiali e di soluzioni tecniche non siano artificiosamente escluse dagli scambi economici.

Immaginate un mondo dove i più deboli non siano lasciati soccombere a causa di carenze forzate, dove chi vuole emergere da condizioni svantaggiose non sia costretto a lasciare la propria terra.

Immaginate un mondo dove i medesimi standard di produzione e di tutela della salute e dell’ambiente sono applicati ad ogni filiera dell’industria umana, in ogni suo passaggio, dalla culla alla tomba.

Immaginate un mondo dove vi sia energia pulita e sicura ovunque per sostenere e curare la vita e le aspirazioni di maggiore benessere delle generazioni presenti e future.

Solo una folle fantasia?
Noi crediamo che questo mondo da noi immaginato sia realmente possibile, e che l’impiego pacifico dell’energia nucleare possa in esso dare un contributo significativo.

Note

[1] The Future of Nuclear Energy in a Carbon-Constrained World http://energy.mit.edu/research/future-nuclear-energy-carbon-constrained-world/

[2] Fonte: PRIS https://pris.iaea.org/pris/

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Mi illumino meglio

Nell’Africa sub-sahariana oltre 700 milioni di persone fanno esclusivo affidamento sulla combustione di biomasse (100% rinnovabili) per soddisfare i loro bisogni energetici. Oltre 600 milioni di persone non hanno accesso all’elettricità.
A livello mondiale, oltre un miliardo di persone non ha accesso all’elettricità e più di 2 miliardi e mezzo di persone non hanno accesso a energia sicura e non inquinante per cucinare (fonte iea.org).
 
Loro si illuminano di meno, a noi la responsabilità di illuminarli ed illuminarci meglio.
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Sacrificati sull’altare del carbone

[Energiewende mostra ancora una volta il suo volto oscuro: la chiesa di San Lamberto in Immerath ultima offerta al dio denaro]

 Nell’Anno del Signore 2018 il carbone (o più precisamente la lignite) continua a mietere “vittime” [1] anche nel cuore dell’Europa. Il piccolo villaggio di Immerath, frazione di Erkelenz nella regione tedesca del Nord Reno-Westfalia, è stato l’ultimo in ordine di tempo ad essere raso al suolo da Garzweiler II. Garzweiler II non è un mostro mutante dei fumetti animati nipponici, bensì una non meno pericolosa miniera di lignite a cielo aperto, diretta espansione di Garzweiler I.

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La miniera di Garzweiler II (fonte RWE)

Una storia che si ripete in questa terra tormentata, la cui ricchezza del sottosuolo – che non a caso la rese oggetto di contesa nelle sanguinose guerre del secolo scorso – rappresenta la sua stessa condanna: degrado ambientale e del patrimonio storico-culturale e abbandono.

Le miniere, alcune aperte all’inizio del Novecento e chiuse negli anni Ottanta, avanzano da Sud verso Nord man mano che nuove ingenti risorse vengono scoperte. Nel loro cammino inghiottono case, chiese, storie di persone. E nel XXI secolo, sulla spinta della Energiewende – la riforma del comparto energetico tedesco che dovrebbe renderlo più verde e sostenibile – invece di rallentare trovano nuovo impulso.

L’abbandono progressivo della produzione elettronucleare ed il sempre più massiccio – quanto costoso e intermittente – ricorso alle fonti energetiche rinnovabili rendono la lignite un’abbondante, affidabile ed economica risorsa per riequilibrare il sistema elettrico tedesco.

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Il tabernacolo vuoto della chiesa di San Lamberto dopo la sconsacrazione avvenuta il 13 ottobre 2013 (fonte Gerzweiler.com, ©Arne Müseler –  arne-mueseler.com)

Neppure le vibrate proteste delle popolazioni, delle autorità ecclesiastiche [2] e delle associazioni ambientaliste arrestano lo scempio. I villaggi vengono evacuati ed interdetti all’accesso. Migliaia di persone hanno abbandonato le loro case, vivi e morti, nessuno escluso. Poi seguono le demolizioni.

È di tre giorni fa quella del “Duomo” di Immerath, in realtà semplice chiesa parrocchiale, seppur con una storia che data addietro al XII secolo [3], ma così chiamata dagli abitanti per le sue smisurate proporzioni rispetto all’effettivo numero dei parrocchiani, che negli ultimi tempi si erano ridotti a poche decine (l’ultima celebrazione liturgica e la sconsacrazione ebbero luogo il 13 ottobre 2013). Le comunità ricevono in cambio del loro esilio un compenso in denaro e nuove infrastrutture sul cui valore estetico lasciamo il giudizio al lettore.

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La demolizione della chiesa di San Lamberto, 8 gennaio 2018 (©Arne Müseler –  arne-mueseler.com)
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La chiesa di Immerath nuova (foto: Käthe und Bernd Limburg)

Al suo completamento, la miniera di Garzweiler II occuperà circa 70 chilometri quadrati e con le sue riserve di lignite, stimate in 1,3 miliardi di tonnellate (40% delle risorse della Renania), fornirà combustibile fino al 2045, quando verrà risepolta.

La lignite rifornisce le numerose centrali termoelettriche dell’area, gettando un’ulteriore ombra oscura sulla vita – o quanto meno sui polmoni – degli abitanti della zona.

Epprath Tollhaus, Morken-Harff, Königs-Hoven, Reisdorf, Belmen, Elfegen, Garzweiler, Stolzen-berg, Prieste-rath, Pesh, Otzenrath/Spenrath, Holz, Immerath i villaggi già inghiottiti dalla miniera. I prossimi a cadere Lützerath, Holzweiler, Keyen-berg, Berverath, Westrich, Kuckum – almeno che le cose non cambino; dunque il mostro si arresterà alle porte di Immerath Neu, la nuova Immerath.

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I giacimenti minerari della Renania (fonte Wikipedia)

Sui fallimenti della Energiewende e sull’insensatezza dell’abbandono della fonte nucleare nel contesto della riduzione delle emissioni di anidride carbonica abbiamo scritto molto su queste pagine con dati e numeri [4].

I fatti che però qui documentiamo, più di ogni dato e numero rivelano un’insensata ingiustizia, una miope cupidigia senza neppure più il velo ipocrita dei buoni propositi.

Pensiamo solo a come questi villaggi avrebbero potuto svilupparsi in termini di turismo eco-sostenibile valorizzando il poco o molto, bello o brutto (de gustibus…), patrimonio artistico e architettonico che possedevano. Se solo la Germania non stesse abbandonando il nucleare… per il carbone!

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Veduta di Keyenberg, uno dei villaggi di prossima distruzione (fonte Facebook)

Quantomeno la damnatio memoriae non colpirà questi villaggi e le loro comunità. Essi continueranno a vivere grazie ad uno splendido progetto di Arne Müseler, fotografo di Salisburgo, una vera e propria comunità virtuale dove anche le campane di San Lamberto continueranno a risuonare, monito ad un’umanità che sembra proprio non voler imparare dai propri errori.

Note:

[1]          Carbone e lignite rappresentano le fonti energetiche a più elevato tasso di mortalità: 0.24 morti/TWh a causa di incidenti e 57.1 morti/TWh per conseguenza dell’inquinamento prodotto. Considerando che la produzione totale dalle suddette fonti ammontava nel 2016 a circa 44000 TWh, se ne ottiene una stima di circa 2.5 milioni di morti all’anno (fonti: Markandya, A., & Wilkinson, P. (2007). Electricity generation and health. The Lancet370(9591), 979-990; Vaclav Smil (2017). Energy Transitions: Global and National Perspectives. & BP Statistical Review of World Energy)

[2]          Il Vescovo di Aachen, Heinrich Mussinghoff, ben prima dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco sui temi ambientali, tuonò contro il progetto definendolo ecologicamente e socialmente incompatibile.

(http://www.spiegel.de/panorama/gesellschaft/braunkohle-warum-der-immerather-dom-abgerissen-wird-a-916853.html)

[3]          Probabilmente la prima chiesa era un complesso romanico a navata unica del XII secolo. (Die wahrscheinlich erste Kirche war eine einschiffige romanische Anlage aus dem 12. Jahrhundert.)

Fonte Wikipedia in tedesco: https://de.wikipedia.org/wiki/St._Lambertus_(Immerath)

Una massiccia ristrutturazione è attestata da documentazioni del XIV secolo. In seguito, nella seconda metà dell’Ottocento, fu integralmente ricostruita in stile neo romanico.

http://www.erkelenz.de/pdf/Tourismus/Stadtportrait/Bau-_und_Kunstwerke/17_-_St__Lambertus_Immerath.pdf

[4]          I nostri articoli sulla Energiewende:

07/11/2016         La lignite del vicino è sempre più verde

20/12/2016         La vittoria di Pirro delle rinnovabili tedesche

23/02/2017         Energiewende dove vai?

Aggiungiamo che è notizia di ieri che durante le prolungate negoziazioni per la formazione di un governo in Germania dopo le elezioni dello scorso settembre si è giunti ad avere almeno un punto sul quale tutti sono d’accordo: l’obiettivo di abbattimento delle emissioni climalteranti per il 2020 è eliminato.

https://www.reuters.com/article/us-germany-politics/german-coalition-negotiators-agree-to-scrap-2020-climate-target-sources-idUSKBN1EX0OU

 

Scientific Cooperation Across the Cold War Divide

Segnaliamo la seguente iniziativa: Il Convegno Internazionale Scientific Cooperation Across the Cold War Divide: East-West Relations in the Field of Atomic Energy.
Il convegno è organizzato dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Trieste e dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Napoli Federico II, in collaborazione con CERIC-Central European Research Infrastructure Consortium e si terrà a Trieste nei giorni 23-24 novembre 2017.

Locandina Convegno Trieste

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https://nucleareeragionedotorg.files.wordpress.com/2017/11/loc-convegno-trieste.pdf

Conferenze e convegni 2017: nuovo materiale online

Fin dalla sua nascita, avvenuta nell’aprile 2011, il Comitato Nucleare e Ragione è da sempre stato impegnato in attività di divulgazione scientifica non solo attraverso le pagine di questo blog ma anche promuovendo e organizzando conferenze pubbliche e convegni, spesso in collaborazione con enti pubblici ed istituzioni.
Sono da oggi disponibili e liberamente scaricabili, nell’area download, i contributi del Comitato agli eventi promossi in questi primi nove mesi del 2017, ovvero:

1) manifestazione “Mi illumino di Meno – La scienza del risparmio energetico“, organizzata da INAF-Osservatorio astronomico e Associazione Science Industries (24/02/2017). Qui le slides della presentazione.

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2) Workshop  Il Bosco coltivato ad Arte – III edizione – Le Sfide della Decarbonizzazione, organizzato da Labelab e Ekoclub International nell’ambito della manifestazione Ravenna 2017 – Fare i Conti con l’Ambiente (19/05/2017)
Qui, qui e qui i contributi dei vari relatori.



3) Conferenza introduttiva alla visita alla centrale di Krško, organizzata in collaborazione con il Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia (20/09/2017)
.
Qui e qui le due presentazioni.

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Resolute versus Greenpeace

Il caso sta rimbalzando sui media nazionali.

Sono in ballo cifre da capogiro (che aumentano di rimbalzo in rimbalzo). Ma l’argomento è interessante sotto molti punti di vista. E lo approfondiremo nei prossimi giorni.

Per ora ci limitiamo ad un’osservazione sulla dichiarazione della direttrice di Greenpeace International, riportata in conclusione all’articolo di Repubblica “Greenpeace minacciata di chiusura: una multinazionale chiede 200 milioni di euro”:

«Noi abbiamo 55 milioni di persone che ci danno online il loro supporto. Non credo che sia una buona politica sfidare il peso dell’opinione pubblica»

Se non è intimidatoria, è senz’altro pericolosamente demagogica.

Greenpeace, forte del consenso “online” di più di 50 milioni di persone, pare minacciare chi osi sfidare l’opinione pubblica. Incidentalmente, nel sito di Greenpeace si parla invece di 3 milioni di sostenitori. Viene da chiederci se per arrivare alla cifra di 55 milioni si stiano per caso conteggiando anche i follower sui vari social network o i like ad articoli e post, o chiunque abbia donato anche soltanto un euro nel corso della propria vita ad una qualsiasi delle campagne promosse da Greenpeace nella sua quarantennale storia. Molte persone potrebbero inconsapevolmente essere conteggiate in questo ideale esercito capitanato dai paladini dell’ambientalismo militante!

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Infografica di resolutevgreenpeace.com, sito internet dove l’azienda Resolute Forest Products ed i suoi legali rappresentanti forniscono continui aggiornamenti sulla “battaglia” in corso http://www.resolutevgreenpeace.com/blog/2017/3/10/greenpeace-admits-its-attacks-on-resolute-were-non-verifiable-statements-of-subjective-opinion

Numeri a parte, l’aspetto più grave della questione è, a nostro parere, l’esplicito invito di Greenpeace nei confronti di governi e aziende private, a comportamenti demagogici, legati essenzialmente all’acquisizione del consenso. Consenso, come ben sappiamo, basato spesso su false informazioni, alimentate da una de-cultura scientifica dilagante.

Protezione ambientale, vaccini, OGM, energia nucleare… per quanto tempo ancora, su questo e altri temi vedremo anteporre il consenso popolare (manipolato facendo leva su paure irrazionali, sentimentalismi ed illusioni) alla realtà dei fatti e della ragione?

Realtà dei fatti che potrebbe anche comprendere un consenso molto diverso da – se non proprio opposto a – quello dipinto e strombazzato nei media…

Greenpeace Finally Realizes Its Attacks on Canadian Communities Have Consequences:

Qual è la priorità?

La notte tra venerdì 3 e sabato 4 giugno l’Unità 2 di Watts Bar ha iniziato a produrre elettricità a Knoxville, TN (USA). L’unità termoelettrica nucleare è sincronizzata con la rete e questa prima generazione fa parte dei test di funzionamento ed ottimizzazione che termineranno con la messa in servizio per usi commerciali probabilmente entro la fine di questa estate. La centrale nucleare Watts Bar è esercita dalla Tennessee Valley Authority.
Ironia della sorte, il giorno prima la Exelon Corporation ha annunciato la chiusura anticipata di Quad Cities e Clinton, due centrali nucleari site nello Stato dell’Illinois. Secondo Exelon, le due unità di Quad Cities (due BWR per una capacità totale di circa 1,9 GWe) e la singola unità di Clinton (un BWR da circa 1,1 GWe) nel corso degli ultimi sette anni hanno comportato una perdita complessiva di 800 milioni di dollari, pur essendo tra i loro impianti più performanti.
Dunque Clinton chiuderà il 1° giugno 2017 e Quad Cities il 1° giugno 2018, perché sono in perdita.
La priorità della Exelon è evitare/ridurre le perdite, o meglio massimizzare i guadagni.
Tuttavia vale la pena ricordare che, con un fattore di capacità medio superiore al 90%, negli ultimi anni Quad Cities e Clinton hanno dimostrato di poter fornire in media circa 24 TWh/anno di elettricità, sufficienti a coprire i consumi di 1,7 milioni di “statunitensi medi”. Inoltre forniscono migliaia di posti di lavoro per le loro comunità. Ed il loro pensionamento anticipato potrebbe aumentare le emissioni di anidride carbonica di oltre 20 milioni di tonnellate all’anno (emissioni equivalenti a quelle di circa 4 milioni di auto – consumi medi su strada). Un recente studio dello Stato dell’Illinois ha concluso che la chiusura di queste centrali aumenterebbe i costi energetici grossomodo di 439-645 milioni di dollari all’anno.

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Fig.1 Centrale nucleare di Clinton, Illinois, USA

Secondo Agneta Rising, direttore generale della World Nuclear Association, il problema è che in Illinois, come in altri Paesi, sia in USA che nel resto del Mondo, il mercato dell’energia elettrica e le politiche ambientali non riescono a valorizzare la produzione elettrica estremamente affidabile e a basso tenore di carbonio offerta dalle centrali nucleari.
Tra il 2010 ed il 2014 gli Stati Uniti hanno perso circa 4,2 GWe di capacità elettronucleare a causa di problemi di competitività nel mercato elettrico, o meglio, a seconda dei casi, a causa dei forti sussidi/incentivi alle altre fonti (ivi compreso il gas di scisto) o dei costi eccessivi di operatività dovuti a regolamentazioni concernenti la manutenzione.
Emblematici i casi di San Onofre (Pendleton, CA) e Vermont Yankee (Vernon, VT).
Nel primo, i ritardi nella risposta degli enti regolatori hanno reso impossibile riparare in tempo alcuni danni ai generatori di vapore di una delle unità, rendendo di fatto anti-economico mantenere operativa la centrale [1].
Nel secondo, le priorità della società esercente Entergy, oltre ad aver lasciato a spasso almeno 600 lavoratori qualificati e ben retribuiti, hanno gettato il mercato elettrico del New England nelle “grinfie” del gas naturale, mettendo a serio rischio l’affidabilità sul lungo periodo dell’intero sistema elettrico di quell’area e facendo sorgere l’impellente e costosa esigenza di adeguare la rete di distribuzione del gas [2].
Ma gli affari sono affari, si sa, e non saremo certo noi a mettere qui in discussione gli interessi di Entergy.
D’altra parte questi fatti ci stimolano ad approfondire un paio di questioni davvero interessanti, che pur riguardando nello specifico la situazione in USA a nostro parere permettono di avere una visione più critica e costruttiva della situazione generale, almeno nei Paesi c.d. Sviluppati.

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Fig.2 Origine (in percentuale) dei ricavi per le varie tipologie di centrali elettriche in New England. Legenda: “energy”, da vendita dell’elettricità prodotta; “capacity”, da sussidi/incentivi proporzionali alla capacità installata; “ancillary services”, servizi ausiliari; “PTC/REC”, da incentivi/sussidi erogati sotto forma di crediti (production tax credit/renewable electricity credit). Fonte: studio di Entergy citato da Nunclear Engineering International.

Innanzitutto, è importante sottolineare che in USA non esiste un unico mercato elettrico.
Essenzialmente i mercati elettrici statunitensi si dividono in due macro-gruppi: regulated e de-regulated. Nel primo è lo Stato (o una particolare Authority) a fare da calmiere dei prezzi (verrebbe da dire “paciere”), nel secondo, lo Stato fa da “droghiere” [modalità sarcasmo attiva]. Infatti anche se ci si aspetterebbe che in un mercato “de-regolamentato”, ovvero liberalizzato, sia il libero scambio a stabilire il giusto prezzo, in realtà è sempre lo Stato a dirigere le danze, erogando sussidi e stabilendo incentivi mirati, principalmente a supporto delle FER, sia direttamente per esempio con speciali crediti, sia indirettamente sostenendo gli impianti che permettono il back-up delle FER (e.g. centrali a gas) e neutralizzano i problemi di aleatorietà tipici soprattutto di fotovoltaico ed eolico.

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Fig.4 Mercati elettrici liberalizzati in Nord America (aree colorate), dove gli operatori gestiscono la rete elettrica tramite vendite all’asta. Gli operatori si dividono tra Regional Transmission Organisations (RTOs) ed Independent System Operators (ISOs). Southwest Power Pool appartiene alla categoria RTO, Electric Reliability Council of Texas alla ISO. Nelle aree in bianco il mercato elettrico è regulated, ossia non liberalizzato. Fonte: US Federal Energy Regulatory Commission (FERC).

Disattivando la modalità sarcasmo e tornando seri, è utile osservare che se la priorità è la produzione di energia elettrica low carbon, potrebbe essere assolutamente legittimo accettare tale scelta a qualsiasi prezzo, o meglio ad un prezzo più alto di quello pagato usando le fonti fossili tradizionali.
Rimane tuttavia difficile se non impossibile comprendere perché l’opzione “ad un prezzo più alto” non debba contemplare l’utilizzo della fonte nucleare, con tutti i suoi annessi e connessi, vale a dire i costi di costruzione/operatività/manutenzione/smantellamento.
Viceversa se la priorità è il basso costo dell’energia, allora è evidente che i cittadini statunitensi debbano scordarsi quella “low carbon senza il nucleare”. Infatti i dati sul prezzo retail dell’energia elettrica in USA parlano chiaro: i mercati più liberalizzati mettono in crisi il nucleare sbilanciando sussidi ed incentivi a favore delle FER, e “gratificano” i consumatori con costi più alti; mentre i mercati “più controllati” non sfavoriscono il nucleare ed offrono ai consumatori energia a costi più bassi.

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Fig. 5 In alto: valori medi dei prezzi al dettaglio dell’elettricità nel tempo, per area geografica e per settore di utilizzo (gennaio 2010-marzo 2016); In basso: focus sul New England. Fonte: U.S. Energy Information administration (EIA) http://www.eia.gov/electricity/data.cfm

Vediamo i dati della EIA concernenti i prezzi al dettaglio dell’elettricità, suddivisi per area geografica e per settore di utilizzo. Qui sotto i valori a marzo 2016:

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Fig. 6 Fonte: elaborazione CNeR su dati EIA http://www.eia.gov/electricity/data.cfm

Ecco dunque una conferma di quanto affermato.
L’area del New England è 100% in regime di mercato elettrico liberalizzato (ISO-NE), quella del South Atlantic è completamente “regulated”. Chiunque può notare con facilità dove è più alto il costo dell’elettricità per gli utenti finali.
Altri paragoni possono essere fatti confrontando la tabella qui sopra con la mappa della FERC. Oppure dando uno sguardo attento al grafico qui sotto.

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Fig. 7 Grafico dei prezzi al dettaglio nel tempo. Si noti che gli “Stati Ristrutturati” (i.e. dove il mercato elettrico è gestito da RTO) hanno i prezzi più alti per l’energia elettrica al dettaglio (linea rossa nella parte superiore del grafico). Fonte: uno studio della UC Berkeley, citato nel rapporto “Electric Restructuring in New England – A Look Back” redatto dalla Reishus Consulting LLC per conto della NESCOE (New England States Committee on Electricity, comitato che rappresenta gli interessi collettivi in materia di utilizzo dell’energia elettrica da parte dei sei Governi componenti il New England).

Tornando alla domanda iniziale. Potrebbe esserci una terza ipotesi, a pensar male… La priorità potrebbe essere quella di impedire con ogni mezzo lecito l’estromissione delle fonti fossili dalla produzione elettrica. Dato che la cacciata più probabile sarebbe senz’altro quella “a pedate nucleari”, il metodo più consono per evitarla sarebbe quello di perseguire un obiettivo low carbon di facciata: sovvenzionare le FER, specialmente quelle più aleatorie, che necessitano di un “aiutino” da parte delle fonti fossili; drogare il mercato; mettere all’angolo la produzione elettronucleare ed ottenere eventualmente qualche chiusura anticipata che aggravi i problemi di gestione delle scorie nucleari. A pensar male…

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Fig.8 Copertura dei consumi energetici (tutti i tipi e tutte le fonti) in USA nel 2014. Si noti che, nonostante i forti incentivi, le FER arrivano a soddisfare appena il 10% della domanda, e soprattutto che di questa fornitura rinnovabile il 76% viene da biomasse (50%) e idroelettrico (26%).

A questo punto non vorremmo aver dato l’impressione che mentre la flotta delle centrali americane statunitensi naviga in cattive acque quella delle FER vada a gonfie vele.
In realtà l’industria nucleare made in USA nel complesso gode di buona salute, anche se da diversi anni si sta ridimensionando, ed in molti sensi potrebbe essere diretta definitivamente verso un futuro pieno di “piccole speranze” [ogni allusione agli Small Modular Reactor è puramente voluta]. Dall’altra parte il mondo delle FER è assai variegato, in USA come altrove, e se alcune filiere rinnovabili vanno alla grande, tipo quella delle biomasse solide, capita anche che i super dopati impianti a fonte solare si schiantino sotto il peso di problemi sia strutturali che economici.
L’esempio più eclatante è forse quello di Ivanpah, centrale solare costruita dalla BrightSource Energy [3] in pieno deserto al confine tra California e Nevada per un costo di 2,2 miliardi di dollari. Da quando nel gennaio 2014 è entrata in funzione, foraggiata con ben 1,6 miliardi di dollari in federal loan guarantees [4] ha ampiamente dimostrato di non essere in grado di produrre l’elettricità prevista in fase di progettazione e contemporaneamente di essere perfettamente in grado di utilizzare il gas naturale in back up [5].
Ma non è finita qui perché le cattive performance di Ivanpah hanno portato alla cancellazione di diversi progetti sia del suo costruttore sia di altri, tenuto conto anche del fatto che il fotovoltaico ha ormai raggiunto prezzi praticamente pari alla metà di quelli del solare a concentrazione (CSP) a parità di dimensione degli impianti.
Tra le aziende in sofferenza per motivi analoghi e connessi spicca la spagnola Abengoa, che, nonostante abbia ricevuto ad oggi 2,7 miliardi di dollari in incentivi dall’U.S. Dept. of Energy (DoE), per alcuni impianti in USA, sta cercando disperatamente di ristrutturare il proprio debito e potrebbe regalare alla Spagna il più grande fallimento imprenditoriale della sua storia recente [6].
Brutta storia, se la priorità era il profitto…
Come se non bastasse, qualche settimana fa è scoppiato un incendio in una delle torri solari di Ivanpah, a causa di un errato allineamento degli specchi che vi concentrano la luce solare.
Sembra che nessuno si sia fatto male, anche perché questo tipo di centrali non richiedono grande impiego di personale operativo, al massimo qualche decina di operai qualificati [7].

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Fig.9 a) 19 maggio 2016, la torre di uno dei campi eliostatici della centrale solare di Ivanpah (Nipton, CA) va a fuoco. b) Danni causati dall’incendio all’interno della torre solare. L’incendio che ha messo KO l’impianto è stato innescato da un disallineamento degli specchi concentratori. Foto per gentile concessione del San Bernardino County, Calif. Fire Department.

Potremmo fermarci qui, ma considerato quanto sopra esposto, non possiamo trattenerci dal vedere nell’immagine dell’incendio di Ivanpah una chiara metafora di come anche nel campo dei “salvapianeta” progetti grandiosi e fortemente sponsorizzati possano andare facilmente in fumo.

E mentre gli incentivi vanno in fumo i contribuenti ringraziano.

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Fig. 10 Tramonto a Vermont Yankee

Proviamo a fare il punto.
Nella nostra breve “gita” in USA abbiamo visto che qui, come altrove, in campo energetico coesistono alcune priorità in forte competizione. Semplificando: i costruttori e gli esercenti degli impianti di produzione dell’energia vogliono guadagnare di più, mentre i consumatori vogliono spendere di meno, e tutti quanti, cittadini ed autorità varie, sembrano volere meno emissioni antropiche climalteranti. Contemporaneamente coesistono nello stesso terreno di gioco alcune soluzioni i cui effetti per ora appaiono in modo inquietante più che altro del tipo “loose-loose”: centrali nucleari low carbon in perfette condizioni di utilizzo o richiedenti una manutenzione non particolarmente onerosa sono costrette alla chiusura anticipata [8]; nuovi impianti a combustibili fossili sono in programma per sostituirle e per supportare una produzione low cost; impianti a fonte rinnovabile supersovvenzionati coi soldi dei contribuenti navigano in cattive acque finanziarie e tracannano combustibili fossili per mantenere una produzione corrispondente alla domanda 24/7; e dulcis in fundo nei mercati elettrici liberalizzati l’elettricità costa di più.

Sorge spontanea una domanda: gli Stati Uniti cosa ci sono andati a fare alla COP21 di Parigi?

Note:

[1] Secondo uno studio della Haas School of Business (Università di Berkley) a partire dal 2014, primo anno successivo alla chiusura di San Onofre, i costi concernenti la generazione di elettricità in California sono aumentati di 350 mln di USD all’anno mentre le emissioni di CO2 di 9 milioni di tonnellate all’anno.

[2] Fonte: NEI http://www.nei.org/Knowledge-Center/Closing-Vermont-Yankee

[3] EPC Contractor: Bechtel Engineering; Owner(s) (%): NRG Energy, BrightSource Energy, Google; Generation Offtaker(s): Pacific Gas & Electric, Southern California Edison.
La centrale è del tipo CSP (Concentrating Solar Power), si estende su 1420 ettari, ed è composta da 3 unità (campi eliostatici con torre solare) per un totale di 392 MW di potenza lorda installata. Al momento dell’inaugurazione era prevista produrre circa 1079 GWh/anno, da cui una densità di potenza areale pari a 8,7 W/m2 (o 7,6 W/m2 se si fanno i conti al netto dei consumi interni). Fonte: NREL http://www.nrel.gov/csp/solarpaces/project_detail.cfm/projectID=62


[4] Fonte: http://energy.gov/lpo/ivanpah

[5] Si potrebbe dire “al punto da farne indigestione”: 778.207 Mcf nel 2014 e 564.814 Mcf nel 2015 a fronte di -55% produzione netta nel 2014 e -40% nel 2015. Facciamo due conti: 1 Mcf sono 1000 cubic feet di gas naturale; 1 cf di gas naturale per usi industriali/commerciali/residenziali è pari a 1032 Btu; 1 Btu è pari a circa 0,29 Wh. Dunque, in due anni di produzione ad Ivanpah sono stati bruciati grossomodo 402 GWh da fonte fossile per sostenere la produzione di circa 1071 GWh di elettricità da fonte rinnovabile, con un bilancio di emissioni pari a circa 73mila tonnellate di CO2. Fonte dei dati: U.S. Energy Information Administration (EIA); U.S. Environmental Protection Agency (EPA) https://www.epa.gov/sites/production/files/2015-07/documents/emission-factors_2014.pdf

[6] Fonte: https://www.technologyreview.com/s/601083/ivanpahs-problems-could-signal-the-end-of-concentrated-solar-in-the-us/

[7] Sì avete capito bene. Dopo tutto quello che è costata ad Ivanpah lavorano appena 61 persone [4]. Ci permettiamo di annotare che a parità di potenza installata una nuova centrale nucleare può costare anche il 30% in più di una centrale solare, per quanto riguarda la costruzione, ma la sua produzione netta attesa è almeno il triplo, e con ogni probabilità impiegherà in tenuta stabile un numero di operativi 5 volte superiore.

[8] Il mese scorso Entergy ha rincarato la dose annunciando che manderà in pensione prima del previsto altre due centrali nucleari, FitzPatrick (Oswego, NY) e Pilgrim (Plymouth, MA). A queste vanno aggiunte Diablo Canyon (sulla cui sorte in California si sta molto dibattendo, su più fronti, il più interessante dei quali è quello del movimento eco-modernista pro-nuke), ed almeno un’altra decina di centrali in pochi anni, secondo le stime della WNA. Dando uno sguardo a quello che sta succedendo in altre parti del “mondo nucleare”, ai nostri occhi si delinea uno scenario che fino a pochi lustri fa quasi nessuno avrebbe ritenuto possibile: da qui al 2030 gli Stati Uniti potrebbero vedersi costretti a rinunciare alla leadership mondiale nel settore nucleare per usi civili… a favore di Cina e/o Russia. Ma di questo ne parleremo con più dettagli prossimamente.