Iodine-131 Over Europe: Probably Medical

In early January, slightly elevated levels of iodine-131 were observed over northern and western Europe. The levels were measured during a temperature inversion, along with elevated levels of naturally occurring radioisotopes.

This, along with the deployment of an American WC-135 aircraft to the Mildenhall Royal Air Force Base in the UK, has led to speculation that the Russians have carried out a nuclear test. This is highly unlikely for several reasons.

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Radioattività e verità percepita

Cosa sta succedendo a Fukushima? Ne abbiamo lette e sentite di tutti i colori negli ultimi giorni!

Facciamo chiarezza:

  • Sì, TEPCO ha davvero rilevato livelli di radioattività molto alti all’interno dell’edificio del reattore n. 2 della centrale nucleare Fukushima Daiichi.

  • No, questo non significa che i livelli di radioattività nella centrale nucleare Fukushima Daiichi stanno aumentando.

Il 30 gennaio 2017 è stato inserito per la prima volta attraverso un’apertura esistente nel contenimento del reattore dell’unità 2 un attrezzo telescopico con una fotocamera, utilizzata anche come dispositivo per la misurazione della radioattività. L’apparecchiatura ha raggiunto un’area denominata “il piedistallo” (vicino al Control Rod Drive, parte inferiore del sistema delle barre di controllo ⎼ vedi Fig. 1), per effettuare misure e scattare foto proprio sotto il recipiente a pressione del reattore (Reactor Pressure Vessel ⎼ RPV) danneggiato. Le foto mostrano l’area con strutture a grigliato ricoperte di materiale fuso che si ritiene possa essere composto anche da detriti del combustibile nucleare fuoriusciti a seguito del fallimento del recipiente (vedi link nelle note).

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Fig. 1 Immagine della zona investigata, per gentile concessione della TEPCO. La manovra è partita dall’apertura X-6 del contenimento del reattore (Primary Containment

Vessel ⎼ PCV)

 

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Fig. 2 Rappresentazione della manovra effettuata con il braccio telescopico (in giallo), per gentile concessione della TEPCO

I livelli di radioattività rilevati sono stati riportati in sievert all’ora (“fino a 530 Sv/h” [1]) suscitando preoccupazione (ed allarmismo), ma anche forti perplessità, in quanto l’unità di misura sievert viene tipicamente utilizzata in misure di dose equivalente (o dose efficace), laddove si studiano la quantità di radiazioni ionizzanti assorbite e gli effetti sanitari delle medesime [2].

Gioco facile, quindi, per i mezzi di comunicazione e gli utenti dei social network affermare e rilanciare in tutto il Mondo che 530 sievert all’ora sarebbero fatali per una persona esposta solo per pochi secondi!

Sta di fatto che nessuna persona è stata esposta né ha assorbito alcunché, che la zona indagata è al momento inaccessibile se non con strumentazione manovrata da remoto, e soprattutto che le barriere interposte tra la sorgente radioattiva e l’ambiente esterno sono attualmente più che sufficienti per considerare la situazione sotto controllo, ovvero a bassissimo rischio di contaminazione o (peggio) di impatti per la salute dei lavoratori che operano per mantenere in sicurezza l’intera zona della centrale incidentata.

Riguardo a quest’ultimo punto, secondo la Safecast [3], associazione che monitora il sito in modo indipendente dalla TEPCO, le misure nei pressi della centrale (ed altrove in Giappone – vedi Pointcast realtime detector system) mostrano livelli di radioattività in costante diminuzione.

Inoltre, se non erano ancora stati misurati livelli di radioattività così alti a Fukushima Daiichi è per il semplice motivo che la strumentazione adatta non era mai stata posta alla giusta distanza da una sorgente radioattiva a così alta attività, principalmente a causa delle difficoltà ad accedere con tale strumentazione alle zone più pericolose. È difatti del tutto pacifico che in prossimità di un reattore nucleare incidentato, il cui contenimento probabilmente ha fallito, ci si debba aspettare livelli di radioattività estremamente alti. Non è affatto pacifico che si paragonino tali livelli a quelli associati alle normali condizioni di vita degli esseri umani, o al fondo di radioattività naturale, o alla medicina nucleare, e nemmeno alle condizioni di operatività dei lavoratori esposti.

Sono comprensibili un certo livello di confusione e di difficoltà ad interpretare fatti e dati da parte dei media, unito ad una (forse) inevitabile foga per la ricerca dello scoop, dei click, ecc. Viceversa lascia allibiti la faciloneria con cui si pubblicano scempiaggini come quella dell’Uranio che, fuoriuscito dal nocciolo del reattore, “scioglie” (sic!) qualsiasi cosa incontri sulla sua strada, come scrive il Corriere della Sera [4]. Per non parlare della ridicolaggine del citare fonti che vogliono rimanere anonime e quindi inverificabili, del fare allusioni ed ipotesi immotivate, ecc. ⎼ come un qualsiasi sito internet di fake news.

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Fig.3 Immagine dal report IRID-TEPCO dove sono indicati i punti nei quali sono stati “misurati” gli alti valori di radioattività. Non si tratta di misure dirette tramite rivelatore di radiazione, ma di stime calcolate analizzando lo sfarfallio (flicker) delle immagini registrate con la fotocamera.
Si noti l’indicazione di un errore associato alle stime pari al 30%. Si noti inoltre che il valore più alto (i famosi 530 Sv/h) è stato rilevato dentro al contenimento del reattore (PCV), ma a qualche metro di distanza dal recipiente in pressione (RPV) e dal sistema delle barre di controllo (CRD), dove invece sono state catturate le immagini che sembrano individuare la presenza di combustibile nucleare fuso. 

Investigazioni simili sono in programma anche per le unità 1 e 3 della centrale nucleare. Pertanto aspettiamoci ulteriori sviluppi, vale a dire report con valori di radioattività anche più alti, ma soprattutto tante altre perle di giornalismo.

Sotto il consorzio denominato IRID, la TEPCO sta sviluppando con alcuni partner la tecnologia necessaria per approfondire gli studi delle aree considerate più critiche all’interno degli edifici dei reattori danneggiati. Robot ed altri dispositivi aiuteranno le indagini ovunque i livelli di radioattività sono troppo elevati per consentire agli esseri umani di operare in sicurezza o semplicemente nelle zone altrimenti inaccessibili.

L’operazione appena completata aveva proprio lo scopo di aiutare a mappare il percorso per Scorpion, un robot cingolato progettato per “strisciare” sul deck (ponte) di grigliato all’interno del “piedistallo”, e da lì raccogliere ulteriori immagini e fare misurazioni. Tuttavia, si è scoperto che una sezione del ponte risulta fusa e quindi molto probabilmente impraticabile per il robot. Inoltre, gli alti livelli di radiazione impongono limiti al tempo di durata delle eventuali operazioni: i livelli sono tali per cui dopo 2 ore potrebbero insorgere malfunzionamenti (più che altro legati al danneggiamento della parte elettronica della macchina [5]).

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Fig. 4 Il robot SCORPION. Foto per gentile concessione della IRID

I tecnici avevano pazientato un anno, affinché fosse decontaminata in modo adeguato l’area dove gli operatori hanno manovrato da remoto, e venissero affrontate altre priorità. Ora si è scoperto che occorrerà probabilmente molto più tempo per inquadrare definitivamente il problema dei detriti del combustibile nucleare (più o meno esausto e/o fuso).

Sapevamo già che sarebbero occorsi decenni per provvedere ad un adeguato smantellamento di Fukushima Daiichi, oggi sappiamo che TEPCO ha, se possibile, ancora più problemi.

Rimaniamo tuttavia fiduciosi, e riteniamo che i progressi fatti negli anni sono comunque notevoli e tali per cui sarebbe ora che giungessero messaggi più tranquillizzanti dai media, soprattutto per quella popolazione giapponese che ancora soffre essendo stata costretta a lasciare le proprie case e le proprie vite.

Note:
[1] Questo il valore che abbiamo letto un po’ dappertutto, sul The Japan Times, Mainichi, Forbes, Corriere della Sera, ecc. Non abbiamo trovato altro riscontro ufficiale se non nel report della TEPCO (in giapponese) linkato qui sotto tra le altre fonti. In tale documento si legge che i valori sono frutto di una stima calcolata utilizzando il rumore della fotocamera causato dall’interazione delle radiazioni con l’apparecchio. Questo tipo di calcolo può facilmente dare risultati solo parzialmente affidabili, ossia poco significativi, con errori associati molto grandi, soprattutto se non viene fatta una campionatura estesa. In altre parole, il valore di 530 Sv/h potrebbe essere una semplice anomalia. Il sospetto è accresciuto dalla posizione del rilevamento, a grande distanza (qualche metro) da quello che nelle foto
sembra essere combustibile nucleare fuoriuscito dal nocciolo a seguito del fallimento del recipiente del reattore ⎼ ribadiamo, sembra essere, perché al momento non esiste alcuna conferma definitiva che si tratti di combustibile nucleare.

[2] Un’utile spiegazione delle differenti unità di misura usate con le radiazioni ionizzanti viene fornita dalla United States Nuclear Regulatory Commission qui:

https://www.nrc.gov/about-nrc/radiation/health-effects/measuring-radiation.html

[3] Safecast è un’associazione di volontariato internazionale, dedita al monitoraggio della situazione post-incidentale a Fukushima Daiichi, allo studio della conseguente contaminazione radioattiva dell’ambiente, ed alla divulgazione di una corretta informazione scientifica sui problemi ambientali e di salute pubblica ad essa collegati.

[4] Buona (?) lettura:

http://www.corriere.it/esteri/17_febbraio_05/fukushima-foro-che-dimostra-fusione-nocciolo-d-uranio-0e5492e6-ebe6-11e6-91eb-31433eb4de41.shtml

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Screenshot del 06/02/2017 ore 14:11

[5] I diodi, ma anche altri componenti elettronici, possono resistere, ossia continuare a funzionare, solo fino a certe fluenze (i.e. numero di particelle incidenti sull’unità di superficie di un corpo irraggiato) e a seconda del tipo di particelle e delle relative energie associate.

Fonti ed ulteriori approfondimenti:
Alcuni report della TEPCO

http://www.tepco.co.jp/en/nu/fukushima-np/handouts/2017/images/handouts_170202_01-e.pdf

http://www.tepco.co.jp/en/press/corp-com/release/2017/1371751_10469.html

http://www.tepco.co.jp/nu/fukushima-np/handouts/2017/images1/handouts_170206_05-j.pdf

Alcune foto della TEPCO

http://photo.tepco.co.jp/en/index-e.html

http://photo.tepco.co.jp/en/date/2017/201702-e/170202-01e.html

http://photo.tepco.co.jp/en/date/2017/201701-e/170130-01e.html

Ringraziamenti:
Questo post è frutto di alcune nostre considerazioni a margine di tre articoli che hanno cercato di portare un po’ di corretta informazione nel delirio mediatico internazionale. Il primo è l’articolo pubblicato da
Safecast il 4 febbraio 2017 e da noi ripubblicato integralmente qui:

https://nucleareeragione.org/2017/02/08/no-radiation-levels-at-fukushima-daiichi-are-not-rising/

Il secondo è l’articolo “No, Fukushima Daiichi Did Not See A Radiation Spike” di SimplyInfo.org e Fukuleaks.org, pubblicato il 4 febbraio 2017.

Il terzo è l’articolo “Fukushima Unit 2 New Radiation Readings From TEPCO” di SimplyInfo.org e Fukuleaks.org, pubblicato il 6 febbraio 2017.

No, radiation levels at Fukushima Daiichi are not rising

[this article was originally published on blog.safecast.org. We thank the author and the editors.]

This grating inside Daiichi Unit 2 was likely melted by falling fuel debris (TEPCO photo)

 

— Yes, TEPCO has measured very high radiation inside Daichi Unit 2.

— No, it does’t mean radiation levels there are rising.

In response to visual investigation results and high radiation measurements recently taken by TEPCO inside Fukushima Daiichi Unit 2, many news outlets have published stories with headlines like “Fukushima nuclear reactor radiation at highest level since 2011 meltdown.” (The Guardian, Feb. 3, 2017).

https://www.theguardian.com/environment/2017/feb/03/fukushima-daiichi-radiation-levels-highest-since-2011-meltdown

http://mainichi.jp/english/articles/20170202/p2g/00m/0dm/087000c

https://www.japantoday.com/category/national/view/record-radiation-level-detected-inside-damaged-fukushima-reactor

This has led to a number of alarming stories claiming that radiation at Daiichi has “spiked” to unprecedented levels. That’s not what the findings indicate, however. In addition, Safecast’s own measurements, including our Pointcast realtime detector system have shown radiation levels near Daiichi to be steadily declining. As described in the Safecast Report, Vol.2, Section 2.1.4, TEPCO and its research partners have been developing robots and remote visualization devices to search for melted fuel debris deep inside the Daiichi reactor units, and to help plan for its eventual removal. On January 30th, 2017, a long telescoping device with a camera and radiation measurement device attached was inserted through an existing opening in the reactor containment of Unit 2 for the first time, and successfully extended approximately 8 meters into in an area known as the “pedestal,” to measure and take images from immediately below the damaged reactor pressure vessel (RPV). In addition to finding the area covered with molten material likely to be fuel debris, radiation levels of 530 Sieverts per hour were detected, which would be fatal to a person exposed for only a few seconds.

The recent investigation used existing openings in the Unit 2 reactor to obtain images an measurements inside the pedestal area.(TEPCO image)

The telescoping arm (in yellow) was designed to reach inside the pedestal area to obtain visual imagery and radiation measurements.(TEPCO image)

It must be stressed that radiation in this area has not been measured before, and it was expected to be extremely high. While 530 Sv/hr is the highest measured so far at Fukushima Daiichi, it does not mean that levels there are rising, but that a previously unmeasurable high-radiation area has finally been measured. Similar remote investigations are being planned for Daiichi Units 1 and 3. We should not be surprised if even higher radiation levels are found there, but only actual measurements will tell. Unit 4 was defuelled at the time of the accident, and though the reactor building exploded and the spent fuel pool was dangerously exposed, it did not suffer a meltdown, so similar investigations are not being conducted.

The “Scorpion” crawler robot is designed to be inserted through a pipe and to fold for operation. It’s deployment is likely to be further delayed.(IRID photo)

Under a consortium called IRID, TEPCO and its research partners have been developing robots and other devices to assist in investigations inside the damaged reactors, where radiation levels are too high to allow humans to safely enter. The recent investigations at Unit 2 were intended to help plan the travel path of a folding crawler robot called the “Scorpion.” This device is designed to crawl around on the metal grating deck inside the pedestal and gather further imagery and measurements. The recent investigations, however, have revealed a 1×1 meter section of the deck to be melted through, and much of the rest may be impassable for the robot. In addition, the high radiation levels will likely limit the amount of time the robot will be able to operate before malfunctioning to about 2 hours, instead of the planned 10 hours. Much more melted fuel debris is assumed to have settled beneath the pedestal grating on the concrete basemat of the reactor. It was hoped that the Scorpion would be able to provide imagery of this. Not surprisingly, TEPCO is once again revising its plans based on the recent findings. These investigations are technically quite impressive, but they have already been delayed for over a year due to the need to more adequately decontaminate the area where human workers must operate and to solve other technical problems. This recent imagery is extremely informative and helpful, and had been eagerly awaited by many concerned people, including Safecast. If nothing else, we have learned to be patient as TEPCO proceeds slowly and cautiously with this work.  The process of removing melted fuel debris from the damaged reactors at Fukushima Daiichi is expected to take decades, and these recent findings remind us once again that TEPCO has little grounds for optimism about the challenges of this massive and technically unprecedented project.

Stitched vertical panorama showing conditions underneath the Unit 2 RPV. (TEPCO photo)

For more information:

TEPCO Reports:

Pre-investigation results of the area inside the pedestal for the Unit 2 Primary Containment Vessel Investigation at Fukushima Daiichi Nuclear Power Station(examination results of digital images)

Images Inside Fukushima Daiichi Unit 2 Need Further Examination Including The Possibility Of Fuel Debris

TEPCO Photos:

http://photo.tepco.co.jp/en/index-e.html

http://photo.tepco.co.jp/en/date/2017/201702-e/170202-01e.html

http://photo.tepco.co.jp/en/date/2017/201701-e/170130-01e.html

Video here:

NHK Video (in Japanese)

Mainichi Shimbun:

 

Attenzione al caminetto!

Sta suscitando molto scalpore la notizia, riportata anche dalla stampa italiana (per esempio qui, qui e qui), del “livello record” di radiazioni rilevate all’interno di uno dei reattori della centrale di Fukushima, danneggiati dal sisma del 2011.
Ci riserviamo di verificare la correttezza dei dati pubblicati (530 sievert/ora all’interno del contenimento del reattore numero 2, dove si trova il sistema delle barre di controllo sotto il nocciolo), limitandoci per ora ad osservare come il tono sensazionalistico utilizzato dagli organi di stampa contribuisca a distorcere o aumentare la percezione di pericolosità associata alle delicate operazioni in atto per mettere in sicurezza il sito nucleare giapponese.

E’ di fatto del tutto prevedibile che all’interno del reattore stesso, là dove il combustibile si è depositato (essendo avvenuta la fusione del nocciolo per mancato raffreddamento), le radiazioni siano molto elevate. Questo è vero anche in una centrale nucleare normalmente in funzione e non danneggiata, dove è evidente che se una persona si introducesse all’interno del nocciolo del reattore, verrebbe esposta a dosi letali, ma nessuno si sognerebbe di comunicare questo dato come se ciò fosse un’eventualità in qualche modo plausibile.
Tradurre una misura di radioattività in un valore di dose assorbita da una persona, è di fatto in questo contesto un puro esercizio accademico, e come tale andrebbe specificato [1].

Queste precisazioni non vogliono essere una minimizzazione della delicatezza tecnica delle operazioni di bonifica dell’area della centrale di Fukushima Daiichi, ma è importante che i lettori siano consapevoli che tali operazioni sono condotte con mezzi meccanici e pertanto garantendo l’incolumità fisica dei tecnici coinvolti [2].

Nell’immagine qui sotto, un caminetto acceso, riportato per analogia. L’esposizione diretta e prolungata alla fiamma (nocciolo del reattore) potrebbe causare danni irreparabili, ma “fortunatamente”, mantenendosi alla giusta distanza e/o interponendo le appropriate barriere protettive (difesa in profondità), nessuno si brucerà, e si potrà godere del caldo tepore che il caminetto genera in sicurezza.

caminetto

[1] Per capire la differenza, consultare qui: https://www.nrc.gov/about-nrc/radiation/health-effects/measuring-radiation.html.Molto utile anche il nostro approfondimento sulla radioattività: https://nucleareeragione.org/risposte-veloci/

[2] In queste ore ne stiamo leggendo davvero di tutti i colori. Sinceramente, vorremmo sorvolare sugli strafalcioni tecnici, le inesattezze e i maliziosi bisticci sintattici, ma torneremo a parlarne.
Ad ogni modo, i pezzi “peggiori” sono già stati segnalati e documentati sul JPQuake Wall of Shame:
wall_of_shame

 

Un nuovo coperchio per Chernobyl

[27 novembre 2016, 30 anni e 7 mesi dopo il terribile incidente, ecco il Nuovo Confinamento Sicuro]

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Abbastanza alto da poter ospitare la cattedrale di Notre Dame de Paris, ora copre e sigilla ulteriormente le rovine di Chernobyl, già sepolte nel famoso “sarcofago”. Il nuovo “coperchio” elimina i punti deboli di quello vecchio ed aumenta significativamente il livello di sicurezza delle aree adiacenti. Cambia inoltre radicalmente l’aspetto complessivo di uno dei siti più famosi al Mondo, ed è progettato per rimanere lì almeno 100 anni.

Un intero paesaggio ne è modificato per sempre. Era il paesaggio che ha fatto da sfondo a storie di dolore, angoscia, rabbia, abbandono, amarezza, ma che ha anche alimentato nel tempo paure esagerate o addirittura infondate, sentimenti contrastanti di rifiuto e curiosità, e purtroppo molte sterili polemiche. Potrà ora finalmente lasciare spazio ad altro nell’immaginario collettivo?

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In 30 anni, dalle condizioni di lavoro estreme dell’emergenza iniziale si è passati ad una routine piuttosto insolita: non tutti gli abitanti della piccola cittadina omonima se ne sono andati; le altre unità della centrale nucleare hanno finito di essere disattivate solo ad inizio del nuovo millennio; tra enormi difficoltà e grandi speranze, migliaia di uomini e donne, con le più svariate specializzazioni, “liquidatori”, manovali, operai, tecnici, militari e scienziati hanno condiviso i medesimi spazi di lavoro, e continueranno a farlo.

Senza dimenticare chi ha perso la vita a causa dell’incidente catastrofico e chi ha pagato un prezzo intollerabile, forse è giunto davvero per tutti il momento di mettere le vecchie foto nel cassetto e guardare fiduciosi quelle nuove.

Tutto a posto così? No, il grosso del lavoro inizia adesso!

Il nuovo confinamento sicuro (New Safe Confinement – NSC) dell’unità 4 della centrale nucleare di Chernobyl è il frutto di un progetto senza precedenti nella storia della tecnica, denominato Shelter Implementation Plan (SIP).

Mai prima d’ora una struttura enorme era stata costruita in un sito fortemente contaminato.

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Superare i rischi e le difficoltà inerenti il progetto ha richiesto anni di preparazione e di studio preliminare. I lavori al sito sono iniziati nel 2010 e dovrebbero essere completati al più tardi entro il 2017.

Per ridurre al minimo il rischio esposizione alle radiazioni dei lavoratori, è stato assemblato a qualche decina di metri di distanza dalla posizione definitiva, raggiunta scorrendo su appositi binari e spinto da enormi martinetti. La manovra di posizionamento ha richiesto alcuni giorni. Ora che è sopra l’edificio del reattore distrutto dall’esplosione del 29 aprile 1986, il nuovo “coperchio” impedisce la dispersione di materiale contaminato da radionuclidi ed allo stesso tempo protegge la struttura sottostante da danni esterni, dovuti per esempio a condizioni atmosferiche estreme.

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Alta 108 metri, lunga 162 metri, con un’apertura di 257 metri la struttura ad arco pesa grossomodo 36.000 tonnellate ed è costituita da un reticolo di elementi tubolari in acciaio, sostenuto da travi longitudinali in cemento armato.

Fornirà un ambiente di lavoro sicuro, attrezzato con gru pesanti per il futuro smantellamento del vecchio sarcofago e la gestione dei rifiuti.

Sarà abbastanza forte da resistere ad un tornado ed il suo sofisticato sistema di ventilazione elimina il rischio di corrosione.

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Progettazione e costruzione sono state assegnate nel 2007 al consorzio Novarka, guidato dalle imprese francesi Bouygues e Vinci.

Nel sito hanno lavorato e lavorano subappaltatori locali e altri provenienti da tutto il Mondo: gli elementi strutturali sono stati progettati e costruiti in Italia, le gru vengono dagli Stati Uniti, il rivestimento dalla Turchia, e le operazioni di sollevamento e di scorrimento sono state curate da una società olandese.

La costruzione è finanziata tramite il Chernobyl Shelter Fund, gestito dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (European Bank for Reconstruction and Development – EBRD). I contratti assegnati sono in accordo con le politiche e le norme sugli appalti della BERS e le relative attività devono essere svolte in conformità alla sua policy ambientale e sociale.

Щире спасибі всім АЕС персоналу, техніків і робітників, що беруть участь в будівництві нового безпечного конфайнмента Чорнобильської АЕС.

Fonte:
BERS per i dati tecnici e commerciali; Wikipedia, Novarka e lo staff della centrale nucleare di Chernobyl per le foto.

Per ulteriori approfondimenti consigliamo il seguente video che riassume 8 anni di lavoro:


La centrale di Krško e la cultura della Sicurezza Nucleare

La città di Trieste ha ospitato alcune settimane fa un’importante serie di eventi istituzionali e informativi dedicati al tema della sicurezza nucleare.
Oltre al convegno nazionale dell’Associazione Italiana di Radioprotezione, svoltosi dal 19 al 21 ottobre, il capoluogo giuliano è stato il teatro di un incontro bilaterale tra le Autorità di sicurezza nucleare italiana e slovena (ISPRA e SNSA), che ha visto la partecipazione anche di rappresentanti della Regione Friuli Venezia Giulia, dell’ARPA e della Protezione Civile regionali. A margine di questi appuntamenti di rilievo istituzionale, non sono mancate le iniziative rivolte alla cittadinanza, con convegni, conferenze e una tavola rotonda sullo stato dell’arte della prevenzione e gestione delle emergenze radiologiche e sulle problematiche relative alla comunicazione sulla sicurezza nucleare.

Figura 1: Stefano Laporta (Direttore ISPRA), Sara Vito (Assessore regionale Ambiente ed Energia) e Luca Marchesi (Direttore generale ARPA FVG) al convegno
Figura 1: Stefano Laporta (Direttore ISPRA), Sara Vito (Assessore regionale Ambiente ed Energia) e Luca Marchesi (Direttore generale ARPA FVG) al convegno “La gestione dell’emergenza radiologica a Trieste e in Friuli Venezia Giulia”, nella sede della Regione – Trieste 18/10/2016. Foto ARPA FVG

Nonostante la rilevanza e l’attualità delle tematiche trattate e l’autorevolezza dei rappresentanti istituzionali intervenuti, spiace notare come gli appuntamenti in programma abbiano faticato a ritagliarsi uno spazio sui media nazionali e locali. A destare in noi un certo stupore è stato in particolare il quasi totale silenzio del principale organo di stampa del capoluogo giuliano, “Il Piccolo” (Gruppo Editoriale l’Espresso), che nei giorni precedenti alla manifestazione e per tutta la settimana di svolgimento ha omesso di segnalare gli eventi sopracitati e di fornirne un successivo resoconto. Tutto questo a dispetto dell’interesse spesso manifestato dalla cittadinanza sul tema e dell’attenzione che periodicamente viene dedicata dal medesimo giornale – il più delle volte con toni sproporzionati e allarmistici – alle vicende legate alla vicina centrale nucleare slovena di Krško ed ai rischi radiologici a cui la popolazione dell’intero Friuli Venezia Giulia sarebbe esposta, in caso di un ipotetico quanto improbabile incidente catastrofico (INES 7). Tale scelta editoriale appare ancor più stonata se si considera che pochi giorni addietro la stessa testata giornalistica aveva ospitato sulle sue colonne un ampio resoconto dell’audizione di alcuni ricercatori, presso la Commissione Ambiente del Senato, in merito alla rivalutazione della pericolosità sismica dell’area nella quale sorge l’impianto sloveno.
É evidente che le problematiche relative al rischio sismico e quelle sulla sicurezza radiologica dell’impianto di Krško e dell’area circostante (Trieste inclusa) sono fortemente correlate; parlare quindi estesamente e ripetutamente delle prime ed evitare completamente di fare menzione delle iniziative che discutono delle seconde, non costituisce a nostro avviso un esempio di buon servizio di informazione: la realtà dei fatti viene in questo modo dipinta in modo quantomeno parziale.

Figura 2: Edizione cartacea de “Il Piccolo” del 5 maggio 2016: la notizia dell'estensione ventennale dell'operatività della centrale viene dipinta come un “incubo” che si perpetua, “fra avarie, allarmi e paure”.
Figura 2: Edizione cartacea de “Il Piccolo” del 5 maggio 2016: la notizia dell’estensione ventennale dell’operatività della centrale viene dipinta come un “incubo” che si perpetua, “fra avarie, allarmi e paure”.

Da parte nostra non possiamo che ripetere quanto andiamo dicendo da anni: il nostro Paese ha un enorme bisogno di promuovere una solida cultura della sicurezza. Esiste infatti un evidente divario tra il rischio reale associato alle diverse attività umane, e il corrispondente rischio percepito dalla popolazione. Quest’ultimo viene spesso sovrastimato quando le conoscenze sull’argomento sono deboli (se non nulle), e quando i media – come nel caso dell’energia nucleare – tendono discrezionalmente ad evidenziare specifici aspetti problematici, tralasciando quelle informazioni tecniche che sarebbero utili per inquadrare in maniera più equilibrata la questione, o semplicemente parlano di un argomento solo in occasione di incidenti o per sollevare preoccupazioni.
Di conseguenza, la promozione della cultura della sicurezza può avvenire solo grazie all’accrescimento delle conoscenze scientifiche e tecnologiche dei cittadini, a partire dal sistema scolastico, nonché alla promozione di una informazione giornalistica che sia il più possibile oggettiva, completa e tecnicamente adeguata.
Comprendiamo quanto ciò faccia a pugni con la necessità degli organi di stampa di solleticare la paura della gente e di cavalcare l’onda del sensazionalismo, ma c’è un limite di ragionevolezza che non dovrebbe essere travalicato, ed una responsabilità a cui nessun giornalista dovrebbe sottrarsi.
Non è certo un caso se poi, in occasione di eventi drammatici come le scosse di terremoto che hanno colpito nuovamente il Centro Italia in questi giorni, le teorie più strampalate trovino terreno fertile in ampi strati della popolazione, assieme ad un clima di strisciante sfiducia e di sospetto nei confronti delle istituzioni scientifiche e degli enti preposti al monitoraggio e alla gestione delle emergenze.

Detto questo, è anche vero che siamo ben consapevoli di non avere in tasca tutte le soluzioni, né eventualmente i mezzi per poterle applicare: nel nostro piccolo ci sentiamo piuttosto una goccia nel mare. Questo però non ci scoraggia, ed in ogni frangente portiamo avanti l’impegno che ci siamo presi con chi ci segue: una corretta divulgazione scientifica per stimolare una riflessione indipendente da ideologismi e pregiudizi.

Tornando dunque al tema che dà il titolo a questo nostro articolo, forniamo volentieri qui di seguito una breve ricostruzione di uno degli eventi a cui abbiamo assistito nel corso della settimana triestina dedicata alla sicurezza nucleare: la conferenza intitolata “Radioprotezione in Italia e in Friuli Venezia Giulia: la centrale nucleare di Krško”,  promossa dal Centro Culturale Veritas e svoltasi il 17 ottobre, con la partecipazione del direttore generale dell’ISPRA Stefano Laporta, del direttore dell’ARPA FVG Luca Marchesi e con l’intervento dei tecnici del Centro Regionale per la Radioprotezione dell’ARPA FVG, Concettina Giovani e Massimo Garavaglia.

Figura 3
Figura 3

La conferenza è iniziata con un articolato resoconto sulle attività di monitoraggio della radioattività ambientale, che in Italia vengono condotte sotto il controllo dei Ministeri dell’Ambiente e della Salute, attraverso reti di rilevamento regionali e nazionali [1].

Ad oggi risultano attive sul territorio italiano: la rete di sorveglianza RESORAD, organizzata attraverso le ventuno agenzie regionali e provinciali per la protezione dell’ambiente e altri istituti e laboratori locali, con lo scopo di monitorare la radioattività nell’ambiente e negli alimenti; la rete REMRAD, gestita direttamente dall’ISPRA con compito di pronto allarme, costituita da 7 stazioni automatiche in grado di segnalare, attraverso l’analisi del particolato atmosferico, le possibili contaminazioni conseguenti ad un ipotetico incidente in una installazione nucleare straniera [2]; la rete GAMMA, anch’essa gestita dall’ISPRA, composta da 61 centraline che misurano in maniera automatica la dose gamma in aria, fornendo dati in tempo reale a un sistema centralizzato e integrato alla piattaforma europea di allarme EURDEP.
Di notevole interesse è stata la presentazione delle attività specifiche della rete di monitoraggio regionale, che prevede l’analisi periodica di matrici ambientali (campioni di terreno, muschi, funghi, particolato atmosferico, fall-out) e alimentari (carni, latte e suoi derivati, frutta, verdura, selvaggina, pesci, uova, ecc.), al fine di rilevare e valutare tempestivamente la possibile esposizione degli esseri umani a valori anomali di radioattività per inalazione o ingestione [3]. Nel caso del Friuli Venezia Giulia, tale attività è condotta dal Centro Regionale per la Radioprotezione dell’ARPA FVG, con stazioni di raccolta e controllo del particolato atmosferico e laboratori di analisi dislocati tra Udine e Gorizia.

Figura 4: Vista aerea della centrale nucleare di Krško. La società che gestisce l’impianto, la Nuklearna elektrarna Krško, è una joint venture al 50% tra le società statali slovena Gen-Energija e croata Hrvatska elektroprivreda (HEP), controllate rispettivamente dal Ministero sloveno delle Infrastrutture e dal Ministero croato dell’Economia. La centrale è localizzata ad una distanza in linea d’aria di 77 km da Lubiana e di 41 km da Zagabria.
Figura 4: Vista aerea della centrale nucleare di Krško. La società che gestisce l’impianto, la Nuklearna elektrarna Krško, è una joint venture al 50% tra le società statali slovena Gen-Energija e croata Hrvatska elektroprivreda (HEP), controllate rispettivamente dal Ministero sloveno delle Infrastrutture e dal Ministero croato dell’Economia. La centrale è localizzata ad una distanza in linea d’aria di 77 km da Lubiana e di 41 km da Zagabria.

La seconda parte del convegno è stata dedicata ad una illustrazione dello stato dell’arte relativo ai rischi radiologici associati alla centrale nucleare di Krško. Si tratta come noto di un impianto situato ad una distanza dalla città di Trieste di circa 130 km in linea d’aria, e che noi del Comitato Nucleare e Ragione conosciamo bene avendo allestito, nel corso degli ultimi due anni, ben quattro visite tecniche, con ampio successo in termini di partecipazione e di interesse.
In merito a questo aspetto i tecnici dell’ARPA hanno ampiamente confermato un quadro rassicurante, in cui il rischio radiologico per la popolazione risulta decisamente basso, soprattutto se confrontato con quello – spesso sottovalutato – derivante dall’impiego di radionuclidi in ambito medico o industriale [4].

Pur trattandosi di un impianto in attività da più di 30 anni, la centrale di Krško rispetta ampiamente le normative e gli standard internazionali, ed è stata sottoposta negli anni a continui interventi di manutenzione e aggiornamento, finalizzati ad un miglioramento generale delle prestazioni e dei parametri di sicurezza, anche per quanto riguarda il rischio sismico. Tra le numerose azioni recentemente messe in atto vi è – a titolo di esempio – l’installazione di un nuovo sistema di filtri (Passive Containment Filtering Ventilation System), che in caso di incidente al nocciolo del reattore è capace di trattenere fino al 99% dei radionuclidi eventualmente fuoriusciti. Si tratta di un dispositivo passivo, ovvero che non richiede l’intervento di un operatore ed è in grado di funzionare senza alcun tipo di alimentazione. La centrale di Krško è stata la prima, in Europa, a dotarsi di questo sistema, che fa parte dell’insieme di interventi predisposti nell’ambito del Safety Upgrade Program avviato nel 2012.  É importante sottolineare come l’iter per l’estensione ventennale dell’operatività della centrale (dal 2023 al 2043) è stato autorizzato proprio in virtù di questo piano di miglioramento, che sarà in ogni caso sottoposto a verifica decennale e che vedrà anche l’ISPRA tra i soggetti direttamente informati, in virtù di un accordo bilaterale siglato con la SNSA nel 2010, e che prevede un canale privilegiato di comunicazione tra le istituzioni italiane e slovene.
Merita segnalare a questo proposito come, nell’ambito della cooperazione tra Stati in tema di sicurezza nucleare, nel marzo di quest’anno sia stata condotta un’esercitazione internazionale di emergenza, che ha assunto a riferimento uno scenario di incidente nucleare simulato proprio nella centrale di Krško! L’Italia ha partecipato all’esercitazione con una task force guidata dall’ISPRA.
Nel corso della conferenza non è mancato un approfondimento sulla discussa questione del rischio sismico della centrale. È stato sottolineata in questo contesto l’importanza della revisione di sicurezza straordinaria indetta nel 2011 (i cosiddetti stress test): sebbene gli studi probabilistici sulla pericolosità sismica dell’area, condotti nel 1994 e nel 2004, abbiano fornito delle stime dei valori massimi di accelerazione attesi (PGA, Peak Ground Acceleration) superiori a quelli considerati in fase di progettazione dell’impianto [5], il rapporto ufficiale pubblicato dalla SNSA ha evidenziato come gli spettri di risposta della struttura, calcolati considerando i nuovi valori di PGA, siano risultati in tutto simili a quelli calcolati con i valori originari di progetto. Nello stesso rapporto è stato specificato inoltre che ipotetici danni al nocciolo sarebbero possibili solo al verificarsi di un sisma con accelerazioni al suolo pari a 0.8-0.9 g  – evento caratterizzato da un periodo di ritorno superiore ai 50.000 anni, e che solo delle sollecitazioni significativamente superiori a 1.0 g – quindi con tempi di ritorno ancora maggiori – sarebbero in grado di provocare danni alle strutture ed ai sistemi di contenimento e di mitigazione tali da causare rilasci incontrollati di materiale radioattivo nell’ambiente  con conseguente rischio sanitario [6].

Figura 5: Andamento del parametro probabilistico di frequenza di danneggiamento del nocciolo (Core Damage Frequency) per la centrale nucleare di Krško: si noti come tale valore sia quasi dimezzato a seguito degli interventi di ammodernamento dell'impianto messi in atto negli anni successivi all'incidente del 2011 presso la centrale giapponese di Fukushima [6]. Immagine per gentile concessione di Nuklearna Elektrarna Krško.
Figura 5: Andamento del parametro probabilistico di frequenza di danneggiamento del nocciolo (Core Damage Frequency) per la centrale nucleare di Krško: si noti come tale valore sia quasi dimezzato a seguito degli interventi di ammodernamento dell’impianto messi in atto negli anni successivi all’incidente del 2011 presso la centrale giapponese di Fukushima [6]. Immagine per gentile concessione di Nuklearna Elektrarna Krško.
Il convegno si è concluso con l’intervento del direttore generale dell’ISPRA. Nell’illustrare le attività istituzionali e le finalità del Dipartimento Nucleare, Rischio tecnologico e Industriale dell’ente [7], Stefano Laporta ha ribadito l’importanza di “squarciare il velo dell’ipocrisia” che avvolge in Italia il dibattito pubblico sul nucleare. Non diciamo nulla di nuovo ricordando che l’Italia, nonostante la rinuncia alla produzione sul territorio nazionale di energia elettrica attraverso i processi di fissione, non è mai uscita, né mai uscirà dal nucleare – per quanto questa espressione possa avere un senso. I motivi sono numerosi:  1) il nostro Paese è membro a tutti gli effetti dei principali organismi internazionali che si occupano di sicurezza nucleare e di promozione dell’uso pacifico delle tecnologie nucleari; 2) il nostro Paese ha  stipulato – come già ricordato per il caso specifico della Slovenia – accordi bilaterali di collaborazione e scambio reciproco di informazioni con tutti i Paesi confinanti che ospitano reattori nucleari, dai quali siamo tra l’altro importatori netti di elettricità; 3) anche nel nostro Paese l’impiego di radioisotopi, e più in generale di sorgenti di radiazioni ionizzanti, trovano applicazione in una vastissima gamma di attività in campo medico, industriale e scientifico; 4) diverse imprese italiane sono coinvolte nella costruzione di componenti per reattori in Paesi stranieri, nonché nella realizzazione di progetti internazionali per lo sviluppo della fusione nucleare; 5) il nostro Paese è impegnato nel piano di decommissioning delle vecchie centrali e nel progetto per il Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi, la cui realizzazione rappresenta una grande opportunità in termini di investimenti e di ricaduta economica sul territorio, nonché un impegno di responsabilità, dal quale come Nazione non possiamo in alcun modo sottrarci.

Proprio su quest’ultimo aspetto il direttore dell’ISPRA non ha mancato di sottolineare l’amarezza per le mille difficoltà che si stanno riscontrando nell’iter di approvazione del progetto [8], alimentate dal pregiudizio che una porzione maggioritaria della popolazione nutre nei confronti della tecnologia nucleare, e dalla conseguente incapacità della classe politica di portare a compimento decisioni necessarie e lungimiranti, benché impopolari.

L’errore di fondo è l’assenza di un vero piano di comunicazione scientifica sul tema: di nucleare si discute da anni, ma troppo spesso a singhiozzo e solo nelle situazioni contingenti ed emergenziali, alimentando nel pubblico un atteggiamento di ostilità e diffidenza. “Passata la tempesta”, la questione ritorna nel dimenticatoio, ed ogni sforzo di comunicazione attraverso i media risulta così vanificato, costringendo ogni volta a ricominciare da capo.
L’auspicio di Laporta – che alle nostre orecchie assume il tono di un appello accorato – è quello di un vero e proprio cambio di rotta: di nucleare si deve tornare a parlare con continuità e coraggio, senza paure né ipocrisie. Solo promuovendo in tutti gli ambienti la diffusione del sapere scientifico e la cultura della sicurezza nucleare, l’Italia potrà rompere le catene dettate dal pregiudizio e tornare a scommettere sul suo futuro. É una scommessa rischiosa, ma anche un rischio che è doveroso affrontare.

E noi anche per questo non smetteremo di dare il nostro piccolo ma appassionato contributo.

[14/11/2016, aggiornamento: sono da oggi disponibili, sul sito dell’ARPA FVG, tutti i contributi del convegno “La gestione dell’emergenza radiologica a Trieste ed in Friuli Venezia Giulia”, che si è tenuto il 18 ottobre 2016 presso la Sala di Rappresentanza della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.]

NOTE:
[1]       La normativa di riferimento è il D.Lgs.230/95, che recepisce la direttiva EURATOM 96/29 e i regolamenti dell’Unione Europea in materia di radioprotezione.

[2]       Le stazioni automatiche della rete REMRAD sono situate in aree dell’Aeronautica Militare, selezionate in base alla loro importanza per il controllo di possibili vie di accesso nel territorio italiano di contaminazione radioattiva conseguente ad un ipotetico incidente catastrofico presso un impianto nucleare straniero. Una delle sette installazioni è ubicata in Friuli Venezia Giulia, nella località di Sgonico (TS).

[3] Per “fall-out” si intende la ricaduta sul terreno più o meno protratta nel tempo del materiale radioattivo polverizzato e disperso in aria a seguito di un’esplosione nucleare (come nel caso dei test nucleari) o chimica (come accaduto nell’incidente alla centrale di Chernobyl). Per maggiori dettagli: https://nucleareeragione.org/risposte-veloci/

[4]       A titolo d’esempio, riportiamo quanto accaduto alcune settimane fa presso la Norrland University Hospital in Umea (Svezia): durante le normali attività di esercizio di un ciclotrone, per la preparazione di radioisotopi a uso medico, la porta del bunker è stata lasciata aperta, esponendo alcuni addetti ad una dose ingiustificata di radiazioni. L’incidente è stato classificato al livello 2 della scala INES.

[5]       All’epoca della progettazione della centrale, e con le informazioni geologiche allora disponibili, la soglia di “spegnimento sicuro” fu individuata in uno scuotimento del suolo pari a 0.3 g. La mappa di pericolosità dell’epoca riportava infatti per l’area di Krško un valore di PGA di circa 0.2 g (valore con probabilità di superamento del 10% in 50 anni), quindi inferiore ai limiti di sicurezza della centrale. Tale valore è stato elevato nel 2004 a 0.56 g, dopo che una prima revisione della stima della pericolosità, fatta dieci anni prima, aveva fissato il valore di 0.42 g. Ricordiamo che l’accelerazione del suolo in caso di terremoto si misura in unità di gravità (g). Per esempio 0.3 g significa un’accelerazione del suolo pari a circa 3.27 m/s², ovvero il 30% dell’accelerazione di gravità.

[6]       Dal punto di vista della sicurezza radiologica, è fondamentale che un impianto nucleare sia concepito in modo da resistere ad un eventuale sisma; tale condizione necessaria non è tuttavia sufficiente. I punti di forza e di debolezza del progetto e del funzionamento di una centrale nucleare debbono essere “scandagliati” attraverso una analisi del tipo Probabilistic Risk Assessment (PRA), sia in fase iniziale sia con ripetute revisioni durante il periodo di operatività. Questo tipo di analisi, riconosciuta formalmente dagli organi di controllo nazionali ed internazionali, suddivide i rischi legati all’operatività di una centrale nucleare in 3 livelli. Il livello 1 della PRA stima la frequenza degli incidenti che causano danni al nocciolo del reattore nucleare. A questo livello, dal punto di vista probabilistico, il parametro più significativo è rappresentato dalla frequenza di danneggiamento del nocciolo (Core Damage Frequency). Nel caso della centrale nucleare di Krško (Figura 5) questo valore è significativamente calato nel corso degli anni, nonostante la rivalutazione di pericolosità sismica, proprio in virtù delle azioni messe in atto dalla centrale in un’ottica di “difesa in profondità” [defense in depth]. Il livello 2 della PRA stima la frequenza degli incidenti gravi dove non si ha solo danneggiamento del nocciolo ma anche rilascio di radionuclidi (più o meno controllato) dalla centrale nucleare. Infine, il livello 3 della PRA stima le conseguenze in termini di danni al pubblico e danni all’ambiente dei rilasci ipotetici di cui al livello precedente. Per ognuno di questi livelli di rischio vengono considerate delle precise catene di eventi (ciascuno con la propria probabilità di accadimento) in grado di produrre danni di entità e tipo diversi, ossia con danneggiamento più o meno esteso e/o grave del reattore, con rilascio controllato o incontrollato nell’ambiente esterno di radionuclidi, con ipotetico danno più o meno probabile e/o esteso per la salute degli esseri umani in particolare e/o della biosfera in generale. Tale suddivisione dell’analisi del rischio rispecchia la struttura della salvaguardia della sicurezza di una centrale nucleare, vale a dire il concetto di difesa in profondità a barriere di protezione successive, che potremmo semplificare con l’immagine di una matrioška. Per tutti questi motivi è dunque importante non confondere il rischio di un ipotetico danno grave al nocciolo, ovvero di una fusione parziale o totale del medesimo, con quello, ben più grave, di un rilascio di grandi quantità di radionuclidi nell’ambiente, né con quello gravissimo di una esposizione della biosfera a livelli di radioattività pericolosi per la salute. Per ulteriori dettagli consigliamo la lettura di una agile spiegazione della PRA fornita dalla Nuclear Regolatory Commission degli Stati Uniti, qui: http://www.nrc.gov/about-nrc/regulatory/risk-informed/pra.html

[7]       La normativa vigente attribuisce al Dipartimento Nucleare, Rischio tecnologico e Industriale dell’ISPRA le funzioni e i compiti di ente regolatore nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione. Tali compiti verranno in futuro trasferiti all’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (ISIN), autorità recentemente istituita attraverso il D.Lgs n. 45/2014 in recepimento della direttiva 011/70/EURATOM.

[8]       Ne avevamo parlato qui e qui, quando la procedura di approvazione del progetto sembrava finalmente aver imboccato il binario giusto. Per farla breve: il 4 giugno 2014 l’ISPRA ha pubblicato la Guida Tecnica contenente i criteri per individuare le aree idonee ad ospitare il Deposito Nazionale; a gennaio 2015 la SOGIN ha consegnato ad  ISPRA la proposta di Carta delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI); l’ISPRA, nei mesi successivi ha verificato la corretta applicazione dei Criteri da parte di SOGIN; dopo alcune passaggi e richieste di approfondimenti tecnici, la Carta è stata validata e già prima dell’estate 2015 consegnata ai Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente, per ottenere il nulla osta alla pubblicazione. L’iter si è a questo punto arenato: la SOGIN avrebbe dovuto rapidamente pubblicare  su internet e sui giornali la CNAPI e il progetto preliminare del Deposito, avviando quindi la fase di consultazione pubblica di 4 mesi, che si sarebbe conclusa con un Seminario Nazionale e la pubblicazione, 5 mesi dopo, della Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI). Nulla di tutto ciò è avvenuto. La CNAPI giace sigillata nei cassetti dei ministeri, dove è probabile che vi rimanga almeno fino all’autunno 2017.

Lo stato di salute della popolazione residente nei comuni sedi di impianti nucleari

Riportiamo integralmente il seguente comunicato dell’Istituto Superiore di Sanità

Lo stato di salute della popolazione residente nei comuni sedi di impianti nucleari è generalmente sovrapponibile a quello della popolazione generale delle Regioni di appartenenza.

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ISS 23 ottobre 2015

Sono queste le conclusioni, in linea con quelle ottenute in altri paesi europei, del primo rapporto italiano “Stato di salute della popolazione residente nei Comuni già sedi di impianti nucleari: Analisi della mortalità, stima dei casi attesi e rassegna degli altri studi epidemiologici”, commissionato dal Ministero della Salute all’Istituto Superiore di Sanità. Il rapporto è stato presentato a Roma, nel corso di una riunione della Conferenza Stato-Città.
La mortalità per molte delle patologie prese in esame è risultata inferiore rispetto alla popolazione regionale con cui è stata confrontata e gli eccessi di mortalità osservati non possono essere direttamente attribuibili all’esposizione della popolazione a dosi di radiazioni ionizzanti causate da rilasci di radioattività dagli impianti, in quanto (sulla base delle stime riportate in questo rapporto) le dosi che possono causare effetti osservabili in termini di incremento di mortalità avrebbero potuto essere prodotte solo da un continuo e rilevante funzionamento anomalo degli impianti.
Va sottolineato, infatti, che le patologie tumorali analizzate sono tutte multifattoriali, cioè vi sono diversi fattori (oltre all’esposizione a radiazioni ionizzanti) che possono aumentare il rischio di contrarre tali tumori.
Lo studio, avviato nel 2010, nell’ambito di un tavolo di coordinamento sulle attività di indagine epidemiologica nelle aree sede di servitù nucleari, ha valutato lo stato di salute della popolazione residente in nove comuni italiani già sedi di impianti nucleari e le eventuali azioni da intraprendere.
E’ stata analizzata la mortalità per 62 gruppi di patologie ma particolare attenzione è stata data a 24 patologie tumorali connesse (in modo non univoco) all’esposizione a radiazioni ionizzanti secondo quanto indicato dalla IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro), dall’UNSCEAR (Comitato Scientifico delle Nazioni Unite sugli Effetti delle Radiazioni Atomiche), dall’ICRP (Commissione Internazionale sulla Protezione Radiologica), e dal BEIR (Comitato sugli Effetti Biologici delle Radiazioni Ionizzanti).
Nell’intero periodo 1980-2008 la mortalità complessiva per l’insieme delle 24 patologie tumorali per le quali l’esposizione alle radiazioni ionizzanti sono uno dei fattori di rischio è risultata comunque non diversa da quella di riferimento nell’insieme dei Comuni analizzati. Per i singoli Comuni, la mortalità complessiva per l’insieme delle 24 patologie tumorali risulta lievemente in eccesso a Latina (+3%), ma in difetto per altri 3 Comuni e per l’insieme dei Comuni escluso Latina (-9%).
Le analisi complessive sull’insieme dei Comuni per ognuna delle suddette 24 patologie tumorali ha mostrato, per l’intero periodo 1980-2008, un eccesso di mortalità per il tumore alla tiroide e un difetto di mortalità per tumori al colon-retto, al polmone, alla mammella e all’esofago.
Va sottolineato che gli eccessi di mortalità osservati in qualche caso nelle popolazioni dei Comuni in esame non possono essere direttamente attribuibili, in base a questa sola analisi, alla presenza di impianti nucleari, in assenza di dati o indicatori di esposizione degli individui delle popolazioni in esame ai rilasci radioattivi dagli impianti stessi.
Non è stato possibile fare un’analisi dell’incidenza delle patologie prese in esame in quanto i registri tumori coprono sono una parte del territorio italiano. Questo ha limitato la capacità di analizzare la situazione di patologie tumorali a bassa letalità.

Lo studio ha stimato inoltre l’impatto sanitario in termini di mortalità attesa prendendo in considerazione tre diverse ipotesi di livello di esposizione della popolazione alle radiazioni ionizzanti: 1) una relativa a rilasci continui di radioattività tipici per funzionamento normale di impianti nucleari, 2) una relativa a rilasci continui uguali ai massimi registrati nei dati ufficiali europei per il funzionamento normale di impianti nucleari, 3) una relativa a rilasci continui e molto consistenti causati da un continuo funzionamento anomalo (cioè continue situazioni incidentali di lieve o moderata intensità, molto diverse comunque da incidenti gravi, per i quali le dosi alla popolazione circostante sarebbero molto superiori, come nei casi di Chernobyl e Fukushima).
Le stime, effettuate sulla base di dati ufficiali europei, mostrano che assumendo che durante tutto il periodo di funzionamento degli impianti nucleari in esame i rilasci di radioattività siano stati uguali al livello massimo registrato in condizioni normali, il numero di decessi (per patologie tumorali correlabili con l’esposizione a radiazioni ionizzanti) attesi nelle popolazioni prese in esame sarebbe inferiore a 1 nell’insieme di tutti i Comuni e per tutto il periodo di osservazione (dal 1980 al 2008).
Solo in caso di rilasci consistenti di radioattività (100 volte i livelli massimi registrati in dati ufficiali) per tutto il periodo di funzionamento degli impianti si avrebbe nei circa 30 anni di osservazione un numero di casi attesi (per patologie tumorali per le quali l’esposizione a radiazioni ionizzanti ha un ruolo eziologico) superiore a 1, e tale numero rappresenterebbe circa l’1% del totale di decessi osservati per tali patologie.
Lo studio raccomanda comunque di predisporre, nel caso di impianti futuri, un’adeguata sorveglianza sia dei livelli di esposizione a radiazioni ionizzanti sia di tipo sanitario relativamente alle patologie potenzialmente correlate con l’esposizione a radiazioni ionizzanti.

Si allega l’intero Rapporto: qui