Perché la serie “Chernobyl” di HBO sul nucleare sbaglia

[Tradotto dall’originale inglese [1] di Michael Shellenberger [2] a cura di Enrico Brandmayr per il Comitato Nucleare e Ragione]

 

Fin dall’inizio la mini-serie prodotta da HBO sul disastro nucleare del 1986, “Chernobyl”, ha riscosso il plauso dei media per l’accuratezza dei fatti narrati, seppur con qualche licenza artistica.

“La prima cosa da capire riguardo alla serie “Chernobyl”, ha scritto un giornalista su The New York Times, “è che si tratta in gran parte di finzione. Il secondo dato, e più importante, è che questo non importa granché”.

Il giornalista continua evidenziando lo stesso particolare inaccurato di cui già scrissi il mese scorso: “per qualche ragione le vittime da radiazioni sono spesso intrise di sangue”.

Ma HBO coglie correttamente “una verità di base,” scrive ancora, ovvero che Chernobyl fu “più conseguenza di bugie, insabbiamenti e un sistema politico marcescente… piuttosto che un’indicazione sull’inerente bontà o malvagità dell’energia nucleare”.

Su questo punto il creatore della serie “Chernobyl” Craig Mazin ha messo l’accento. “La lezione di Chernobyl non è la pericolosità dell’energia nucleare moderna,” ha scritto in un tweet, “ma che la menzogna, l’arroganza e la soppressione del dissenso sono pericolose”.

Gli addetti ai lavori del nucleare concordano. “I telespettatori potrebbero chiedersi quale sia la rilevanza della narrazione hollywoodiana al di fuori dell’Unione Sovietica” scrive il Nuclear Energy Institute. “In poche parole: non molto”.

Personalmente non ne sono convinto. Dopo aver visto tutti i cinque episodi “Chernobyl” e la reazione del pubblico, penso sia ovvio che la mini-serie abbia terrorizzato milioni di persone in merito alla tecnologia nucleare.

“Due settimane dopo aver finito di guardare la serie, non potevo smettere di pensarci” ha scritto una giornalista di Vanity Fair. “L’immagine che più mi ha colpito è stata la vista dei corpi dei primi soccorritori avvelenati dalle radiazioni, così devastati dall’esposizione che imputridiscono lentamente e, orribilmente, rimanendo disperatamente attaccati alla vita”.

“Ho guardato la serie con mio marito, e dopo per giorni abbiamo ricercato su Google dettagli sul disastro, inviandoci a vicenda particolari morbosi” continua la giornalista di Vanity Fair, “mentre mio padre… ha fatto ricerche su tutte le centrali nucleari in esercizio negli Stati Uniti”.

“Ho guardato il primo episodio di Chernobyl”, scrive in un tweet Sarah Todd, giornalista sportiva del Philadelphia Inquirer. “Quindi ho passato ore a leggere di energia nucleare. Ora sono in preda al panico e ho bisogno che qualcuno mi rassicuri in merito al fatto che si possa vivere tranquillamente sulla costa est degli Stati Uniti, sapendo che questa è la situazione”.

In molti hanno pensato che la mini-serie trattasse, infatti, di energia nucleare in sé.

“Il personaggio più caratterizzato della serie è probabilmente la stessa energia nucleare” scrive un critico per The New Republic. “Se ne parla continuamente, la sua natura è continuamente descritta e dibattuta… diviene un demone”.

Fig. 1    No. Le radiazioni non hanno ucciso il tuo bambino (source HBO).

Questo tipo di reazione non viene solo dai media. “Dopo aver visto Chernobyl ho cercato immediatamente su Google la centrale nucleare più vicina” scrive un telespettatore su Twitter. “Spaventoso”, aggiunge un altro, “ho visto un sacco di sangue e orrore in TV, ma questo li supera tutti. Perché? Perché potrebbe accadere ancora”.

“Attenzione a cosa sta accadendo in Bielorussia” mi ha scritto un artista. “Abbiamo paura della nostra nuova centrale nucleare perché è costruita dai russi. Hanno buttato giù il primo reattore da quattro metri di altezza”, ha detto. “Il secondo è stato danneggiato durante il trasporto, ma lo hanno installato ugualmente. Quindi mentre guardate la serie “Chernobyl”, per favore tenete a mente che potrebbe accadere ancora, e presto”.

Su cosa “Chernobyl” sbaglia

Nelle sue interviste riguardo al lancio di “Chernobyl”, il suo creatore, Mazin, ha più volte rassicurato sull’aderenza ai fatti realmente accaduti. “Mi sono piegato alla versione meno drammatica dei fatti”, ha detto Mazin, “non è bene oltrepassare la linea del sensazionalismo”.

In realtà, “Chernobyl” la linea del sensazionalismo la attraversa fin dal primo episodio, senza mai voltarsi indietro.

In un episodio, tre volontari sacrificano la loro vita per drenare dell’acqua radioattiva, evento mai accaduto.

“I tre personaggi erano in realtà gli operatori della centrale responsabili di quel settore dell’impianto, in turno al momento del disastro”, nota Adam Higginbotham, autore di Midnight in Chernobyl, una storia del disastro ben documentata. “Semplicemente ricevettero telefonicamente dal loro superiore l’ordine di aprire le valvole”.

Né le radiazioni contribuirono in alcun modo alla caduta di un elicottero, come “Chernobyl” sembra voler suggerire. Ci fu, sì, un elicottero caduto, ma i fatti avvennero sei mesi dopo il disastro e la causa fu l’impatto con una gru.

Il sensazionalismo più eclatante in “Chernobyl” sta nel descrivere le radiazioni come contagiose, alla pari di un virus. L’eroina-scienziata interpretata da Emily Watson letteralmente trascina via la moglie incinta di un pompiere che sta morendo di Sindrome Acuta da Radiazioni (SAR).

“Fuori! Fuori di qui!” grida Emily Watson, come se ogni secondo in più passato dalla donna al capezzale del marito contribuisse ad avvelenare il bambino che porta in grembo.

Ma le radiazioni non sono contagiose. Una volta rimossi i vestiti e accuratamente lavati, come avvenne in realtà per i pompieri, e anche nella serie “Chernobyl” la radioattività è contenuta nell’organismo.

Si può ipotizzare che sangue, urine, o sudore di una vittima di SAR possano recare una certa dose dannosa (non un’infezione) ma non vi è alcuna evidenza scientifica che ciò possa essere avvenuto durante il trattamento delle vittime di Chernobyl.

Perché dunque gli ospedali isolano i malati con teli di plastica? Perché il loro sistema immunitario è depresso e rischiano di essere esposti ad agenti patogeni per loro letali. In altre parole, la minaccia di contaminazione è l’opposto di quella dipinta nella serie “Chernobyl”.

Il bimbo muore. Emily Watson dice che “Le radiazioni avrebbero ucciso la madre, ma il feto le ha assorbite.” Mazin e la HBO apparentemente credono che tale scena sia realistica.

HBO cerca poi di ripulire il sensazionalismo con alcune note nei titoli di coda. Nessuna nota però specifica come ipotizzare che un feto muoia per aver assorbito radiazioni dal padre sia sublime fantascienza.

Non vi è alcuna prova attendibile che Chernobyl abbia mai ucciso un feto, né che abbia in alcun modo apprezzabile aumentato l’occorrenza di difetti alla nascita.

“Ad oggi abbiamo potuto osservare tutti i bambini nati al tempo di Chernobyl,” affermava nel 1987 Robert Gale, medico a UCLA, e “nessuno di loro, almeno alla nascita, mostrava deformazioni.”

Senza dubbio, l’unico impatto sulla salute pubblica mai documentato  furono 20,000 casi certi di cancro alla tiroide in minori di 18 anni al tempo del disastro.

Le Nazioni Unite nel 2017 conclusero che solo il 25%, 5,000 casi, poteva essere attribuito al disastro (paragrafi A-C). Negli studi precedenti, l’ONU aveva stimato fino a 16,000 i casi potenzialmente attribuibili alle radiazioni di Chernobyl.
Essendo il tasso di mortalità del cancro alla tiroide pari all’1%, le morti attese per cancro alla tiroide dovuto alle radiazioni di Chernobyl sono tra 50 e 160 su un arco di vita di 80 anni.

Alla fine la HBO sostiene l’occorrenza di “un drammatico picco di casi di cancro tra Ucraina e Bielorussia” ma anche questo non è vero.

I residenti di questi due Paesi “furono esposti a dosi di radiazione di poco superiori al fondo ambientale” secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Se mai ci fossero stati casi di cancro aggiuntivi questi rappresenterebbero “circa lo 0.6% delle morti per cancro normalmente attese in queste popolazioni per altre cause”.

Le radiazioni non sono la terribile tossina di cui “Chernobyl” narra. Nell’episodio pilota, le alte dosi di radiazioni fanno sanguinare i lavoratori, e nel secondo episodio, un’infermiera che tocca appena un pompiere vede la propria mano arrossire, come ustionata. Nessuna delle due cose è avvenuta o è possibile.

“Chernobyl” mostra minacciosamente un gruppo di persone radunate su un ponte per guardare l’incendio. Nei titoli di coda la HBO chiosa che “è attestato che nessuno di loro sopravvisse. Il ponte è oggi chiamato Il ponte della Morte”.

Peccato che “il ponte della morte” sia soltanto una formidabile leggenda metropolitana senza alcuna prova a supporto.

“Chernobyl” è altrettanto ingannevole per ciò che omette di raccontare. Vorrebbe far credere che tutti i primi soccorritori colpiti da SAR siano morti. In realtà, l’80% di loro sono sopravvissuti.

È chiaro che anche spettatori istruiti e informati, come i giornalisti, abbiano preso molto della finzione di “Chernobyl” per fatti.

The New Yorker ha rilanciato l’illazione che un feto “assorbì la radiazione” e morì. The New Republic ha descritto le radiazioni come “supernaturalmente persistenti” e contagiose (stile “zombie”, per cui ogni vittima diviene a propria volta un untore”). The Economist, People, ed altri hanno rilanciato la leggenda metropolitana del “ponte della morte”.

Questa cattiva narrazione ha un costo umano. L’idea che le persone colpite da radiazioni siano contagiose fu usata per terrorizzare, stigmatizzare e isolare le vittime di Hiroshima e Nagasaki, di Chernobyl e, ancora, di Fukushima.

Le donne della zona che ricevettero basse dosi di radiazioni dal disastro di Chernobyl abortirono, nel panico, tra 100,000 e 200,000 gravidanze e le vittime da radiazioni di Chernobyl risultarono affette da depressione, ansia e sindrome post traumatica da stress quattro volte di più del resto della popolazione.

Perché “Chernobyl” fraintende così tanto il nucleare

“Chernobyl” dichiaratamente narra le menzogne, l’arroganza e la soppressione del dissenso del regime comunista sovietico. Eppure la vita nell’Unione Sovietica degli anni Ottanta è rappresentata nella serie altrettanto inaccuratamente e melodrammaticamente quanto le radiazioni.

“La narrazione è piena di personaggi che agiscono per paura di essere giustiziati,” annota un giornalista di The New Yorker. “Questo è inaccurato: esecuzioni sommarie, o sulla base degli ordini di un singolo funzionario, sono un retaggio dell’Unione Sovietica degli anni Trenta”.

Il filo conduttore della serie è lo sforzo eroico degli scienziati di scoprire le cause del disastro, ma gli scienziati sovietici “erano perfettamente al corrente dei difetti dei reattori RMBK da anni”, fa notare Higgenbotham, e “specialisti del reattore giunti da Mosca entro 36 ore dall’incidente ne individuarono chiaramente e prontamente le cause”.

Il bisogno di drammatizzare non spiega da solo i fraintendimenti di “Chernobyl” sul nucleare.

Consideriamo come uno degli eroi scienziati del film descrive le radiazioni: come “un proiettile.” Ci chiede di immaginare Chernobyl come “tre milioni di milioni di proiettili nell’aria, nell’acqua e nel cibo… che spareranno per 50 mila anni”.

Le radiazioni però non sono come proiettili. Se lo fossero, saremmo tutti morti, dal momento che in natura siamo continuamente esposti alle radiazioni. E alcune persone che sono esposte a più proiettili, come gli abitanti del Colorado, di fatto vivono più a lungo.

Il proiettile del primo episodio diviene ben presto un’arma. “Il reattore 4 di Chernobyl è ora una bomba nucleare” dice l’eroe scienziato, una che esplode “ora dopo ora” e “non si fermerà… prima di aver ucciso tutto il continente.”

Prima di aver ucciso tutto il continente? La paura insinuata nello spettatore è, ovviamente, quella della guerra nucleare. Così “Chernobyl” usa lo stesso repertorio di tanti altri film di disastri nucleari.

Nel film del 1979 intitolato La sindrome Cinese è famosa la frase di uno scienziato che afferma che una centrale nucleare “potrebbe rendere inabitabile un’area delle dimensioni della Pennsylvania”.

Hollywood ha preso a prestito la narrazione falsa della fusione del nocciolo come un’esplosione nucleare dai capi del movimento anti nucleare quali Ralph Nader, che nel 1974 asseriva che “un incidente nucleare avrebbe potuto spazzare via Cleveland e i sopravvissuti avrebbero invidiato i morti”.

In sostanza, “Chernobyl” fraintende il nucleare alla pari di come l’umanità nel suo insieme lo ha frainteso negli ultimi sessant’anni, ovvero aver mutato la nostra paura delle armi nucleari in paura delle centrali nucleari.

A ben guardare, il disastro di Chernobyl dimostra invece come il nucleare sia la più sicura tra le fonti di produzione di elettricità. Nei peggiori disastri nucleari, solo una limitata quantità di radiazioni viene dispersa nell’ambiente e gli effetti sulla popolazione sono molto limitati.

Per il resto del tempo, le centrali nucleari riducono l’inquinamento atmosferico, diminuendo il ricorso a combustibili fossili e biomasse. Per questo motivo l’energia nucleare ha salvato circa due milioni di vite fino ad oggi.

Se vi è un lato positivo in “Chernobyl” e altra spazzatura pseudoscientifica come il libro di Kate Brown, docente del MIT, Manual for Survival, sta nella comparsa di nuovi coraggiosi scienziati delle radiazioni e giornalisti onesti come Higgenbotham.

“Le centrali nucleari non emettono né anidride carbonica né altri inquinanti in atmosfera e si dimostrano statisticamente più sicure di ogni altra forma di produzione energetica”, scrive, “incluse le turbine eoliche”.

E per quanto riguarda la nostra esagerata paura delle armi nucleari, gli ultimi 74 anni sono stati i più pacifici degli ultimi 700. Con la diffusione degli ordigni nucleari, le morti causate da guerra e combattimento sono calate del 95%.

Potrà la coscienza umana evolvere in modo da comprendere come qualcosa di così pericoloso abbia in realtà reso il mondo più sicuro?

Sono sempre più speranzoso. Uno dei migliori libri che abbia letto recentemente è un’etnografia di scienziati addetti agli ordigni nucleari, Nuclear Rites, scritta da un attivista anti nucleare poi divenuto antropologo, Hugh Gusterson.

Nel finale egli ammette che “la deterrenza nucleare ha avuto un ruolo chiave nell’evitare lo spargimento di sangue genocida di una terza guerra mondiale, e se un mondo pieno di ordigni nucleari è un mondo pericoloso, similmente, e per altre ragioni, è pericoloso un mondo senza la ferrea disciplina imposta dalle armi nucleari”.

Se Hollywood mai decidesse di raccontare la vera storia del nucleare, e spiegare agli spettatori la relazione paradossale tra pericolo e sicurezza, non avrebbe bisogno di ricorrere al sensazionalismo. La verità è già sensazionale di per sé.

Note:

[1] https://www.forbes.com/sites/michaelshellenberger/2019/06/06/why-hbos-chernobyl-gets-nuclear-so-wrong/#581f4903632f

[2] Michael Shellenberger, statunitense, è presidente di Environmental Progress, un’organizzazione di ricerca e politiche energetiche ambientali. “Eroe dell’Ambiente” secondo la rivista Time, ha vinto il Green Book Award. Scrive per The New York Times, Washington Post, Wall Street Journal, Scientific American, Nature Energy, and PLOS Biology. I suoi TED talks hanno oltre 1.5 milioni di visualizzazioni.

Un nuovo coperchio per Chernobyl

[27 novembre 2016, 30 anni e 7 mesi dopo il terribile incidente, ecco il Nuovo Confinamento Sicuro]

025

Abbastanza alto da poter ospitare la cattedrale di Notre Dame de Paris, ora copre e sigilla ulteriormente le rovine di Chernobyl, già sepolte nel famoso “sarcofago”. Il nuovo “coperchio” elimina i punti deboli di quello vecchio ed aumenta significativamente il livello di sicurezza delle aree adiacenti. Cambia inoltre radicalmente l’aspetto complessivo di uno dei siti più famosi al Mondo, ed è progettato per rimanere lì almeno 100 anni.

Un intero paesaggio ne è modificato per sempre. Era il paesaggio che ha fatto da sfondo a storie di dolore, angoscia, rabbia, abbandono, amarezza, ma che ha anche alimentato nel tempo paure esagerate o addirittura infondate, sentimenti contrastanti di rifiuto e curiosità, e purtroppo molte sterili polemiche. Potrà ora finalmente lasciare spazio ad altro nell’immaginario collettivo?

026

In 30 anni, dalle condizioni di lavoro estreme dell’emergenza iniziale si è passati ad una routine piuttosto insolita: non tutti gli abitanti della piccola cittadina omonima se ne sono andati; le altre unità della centrale nucleare hanno finito di essere disattivate solo ad inizio del nuovo millennio; tra enormi difficoltà e grandi speranze, migliaia di uomini e donne, con le più svariate specializzazioni, “liquidatori”, manovali, operai, tecnici, militari e scienziati hanno condiviso i medesimi spazi di lavoro, e continueranno a farlo.

Senza dimenticare chi ha perso la vita a causa dell’incidente catastrofico e chi ha pagato un prezzo intollerabile, forse è giunto davvero per tutti il momento di mettere le vecchie foto nel cassetto e guardare fiduciosi quelle nuove.

Tutto a posto così? No, il grosso del lavoro inizia adesso!

Il nuovo confinamento sicuro (New Safe Confinement – NSC) dell’unità 4 della centrale nucleare di Chernobyl è il frutto di un progetto senza precedenti nella storia della tecnica, denominato Shelter Implementation Plan (SIP).

Mai prima d’ora una struttura enorme era stata costruita in un sito fortemente contaminato.

027

Superare i rischi e le difficoltà inerenti il progetto ha richiesto anni di preparazione e di studio preliminare. I lavori al sito sono iniziati nel 2010 e dovrebbero essere completati al più tardi entro il 2017.

Per ridurre al minimo il rischio esposizione alle radiazioni dei lavoratori, è stato assemblato a qualche decina di metri di distanza dalla posizione definitiva, raggiunta scorrendo su appositi binari e spinto da enormi martinetti. La manovra di posizionamento ha richiesto alcuni giorni. Ora che è sopra l’edificio del reattore distrutto dall’esplosione del 29 aprile 1986, il nuovo “coperchio” impedisce la dispersione di materiale contaminato da radionuclidi ed allo stesso tempo protegge la struttura sottostante da danni esterni, dovuti per esempio a condizioni atmosferiche estreme.

028

Alta 108 metri, lunga 162 metri, con un’apertura di 257 metri la struttura ad arco pesa grossomodo 36.000 tonnellate ed è costituita da un reticolo di elementi tubolari in acciaio, sostenuto da travi longitudinali in cemento armato.

Fornirà un ambiente di lavoro sicuro, attrezzato con gru pesanti per il futuro smantellamento del vecchio sarcofago e la gestione dei rifiuti.

Sarà abbastanza forte da resistere ad un tornado ed il suo sofisticato sistema di ventilazione elimina il rischio di corrosione.

029

Progettazione e costruzione sono state assegnate nel 2007 al consorzio Novarka, guidato dalle imprese francesi Bouygues e Vinci.

Nel sito hanno lavorato e lavorano subappaltatori locali e altri provenienti da tutto il Mondo: gli elementi strutturali sono stati progettati e costruiti in Italia, le gru vengono dagli Stati Uniti, il rivestimento dalla Turchia, e le operazioni di sollevamento e di scorrimento sono state curate da una società olandese.

La costruzione è finanziata tramite il Chernobyl Shelter Fund, gestito dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (European Bank for Reconstruction and Development – EBRD). I contratti assegnati sono in accordo con le politiche e le norme sugli appalti della BERS e le relative attività devono essere svolte in conformità alla sua policy ambientale e sociale.

Щире спасибі всім АЕС персоналу, техніків і робітників, що беруть участь в будівництві нового безпечного конфайнмента Чорнобильської АЕС.

Fonte:
BERS per i dati tecnici e commerciali; Wikipedia, Novarka e lo staff della centrale nucleare di Chernobyl per le foto.

Per ulteriori approfondimenti consigliamo il seguente video che riassume 8 anni di lavoro:


Fixing Chernobyl

[passi in avanti sulla lunga strada di una risoluzione complicata]

01

In coincidenza del 29° anniversario dell’incidente di Chernobyl (26/04/1986), la struttura del “nuovo confinamento sicuro” (New Safe Confinement – NSC, detto anche Арка) è entrata nella fase finale della costruzione e si appresta ad aggiungersi (e non a sostituirsi, almeno inizialmente) al famoso “sarcofago” eretto in fretta a suo tempo per coprire e sigillare l’Unità 4 della centrale, quella devastata dalle esplosioni [1] che distrussero l’edificio reattore disseminando largamente buona parte del contenuto radioattivo del nocciolo e dei suoi “canali di grande potenza” [2].
Secondo la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS) – i.e. European bank for reconstruction and Development (EbrD), che gestisce il finanziamento internazionale per la costruzione del NSC e di altri lavori per mantenere in sicurezza il sito, la struttura dovrebbe essere completata in due anni.
In un comunicato stampa del 16 marzo 2015 la BERS ha anche osservato che vi è un deficit di 100 milioni di euro nel finanziamento necessario per completare i lavori in programma. Tuttavia, vale la pena ricordare che i finanziamenti provengono da molte fonti a livello internazionale, e che l’interesse generale per la definitiva risoluzione del problema è elevato.

Chernobyl

Lo scopo del NSC (altezza 110 m, lunghezza 165 m, ampiezza dell’arco 257 m) è quello di proteggere l’ambiente dalle emissioni di radiazioni durante la prossima fase di decommissioning e di fornire un’adeguata infrastruttura a supporto della decostruzione dell’attuale contenimento e delle operazioni di gestione dei rifiuti nucleari.
La nuova struttura sarà eretta per durare almeno 100 anni, fornendo una finestra temporale in grado di consentire lo sviluppo e l’attuazione di tutte le strategie di mitigazione necessarie per affrontare l’eredità a lungo termine dell’incidente. Questo gigantesco contenitore è stato eretto nel corso degli ultimi 4 anni in una zona sicura vicino al reattore danneggiato. Ed è stato costruito in due pezzi, che verranno uniti insieme entro il 2017. Una volta completata, la struttura verrà fatta “scivolare” al suo posto su appositi binari.

03

Sono attualmente in corso presso il sito anche altre attività, ivi compreso l’inserimento di un sofisticato sistema di ventilazione per mantenere priva di corrosione la struttura, la costruzione di un edificio per ospitare il futuro centro di controllo dell’impianto, il montaggio di gru completamente automatizzate, di strumenti, dispositivi, macchinari vari e sistemi ausiliari per le attività di decostruzione.
Per i finanziatori della BERS, il progetto NSC costituisce la fase centrale e critica di un più ampio piano (Shelter implementation Plan – SiP), che prevede una tabella di marcia molto impegnativa per la trasformazione radicale del sito di Chernobyl. Il costo totale del SiP è ora stimato a € 2,15 mld, di cui € 1,5 mld per la struttura NSC.
Per qualche dettaglio in più lasciamo la parola a bionerd23 [3]:

Note:

[1]Esplosioni di vapore, perlopiù – vale la pena ricordarlo. Si formarono anche sacche di idrogeno e monossido di carbonio, ma non entreremo qui in questi dettagli. Ritorneremo in modo più approfondito sull’argomento prossimamente.

[2]RBMK (PБMК) è l’acronimo di Реактор Большой Мощности Канальный, “Reattore di Grande Potenza a Canali”.

[3]Who’s that girl? Ce lo spiega un post di bravenewclimate.com

 

Nucleare: effetto Fukushima. No, effetto referendum.

Si è svolta venerdì pomeriggio, dopo svariati rinvii che l’hanno vista slittare per ben due volte e posticipare di quasi un mese sulla data inizialmente prevista, la conferenza Nucleare: effetto Fukushima, promossa dal Comune di Trieste, dai Partners del Protocollo d’Intesa Università/Enti di Ricerca e dal quotidiano Il Piccolo, con l’appoggio e la sponsorizzazione di tutte le istituzioni politiche e scientifiche della provincia. L’evento ha visto il contributo di tre relatori principali, Alessandro Martelli, ingegnere nucleare dell’Enea, Peter Suhadolc, sismologo dell’Università di Trieste e Massimo Bovenzi, ordinario di Medicina del Lavoro e Radioprotezione dell’Università di Trieste, più otto scienziati di diversi campi, che hanno in varia misura collaborato all’evento e dunque hanno avuto diritto di prelazione sugli interventi “dal pubblico”.
Pubblico che bisogna dire, forse a causa degli slittamenti di data, non è tra i più numerosi: pochi gli studenti e pochi i cittadini comuni. Per riempire la sala, circa 90 posti a sedere, serve la pletora degli organizzatori e la claque organizzata che accompagna ogni relatore, pur essa composta prevalentemente da accademici e da ricercatori vari.
Gli interventi dei tre relatori sono stati generalmente puntuali e rassicuranti, a nostro avviso ben strutturati, dato anche lo scarso tempo loro concesso, circa 20 minuti ciascuno.

In apertura Martelli ha illustrato il funzionamento della centrale di Fukushima, analizzando le cause e la portata dell’incidente, e facendo un debito e rassicurante paragone con l’incidente di Chernobyl. In seguito, Suhadolc, ha illustrato il concetto di pericolosità sismica, e quali siano le informazioni in merito fornite dalla comunità scientifica agli amministratori per la progettazione delle centrali nucleari, soffermandosi su quelle di Fukushima e Krsko. Per la prima ha sottolineato come, pur essendo i valori attesi di accelerazione  inferiori a quelli effettivamente registrati, la centrale non abbia subito danni rilevanti dal sisma. Infine, Bovenzi ha fatto una rapida introduzione dei concetti di radioattività e di dosimetria, per passare poi ad una disamina degli effetti deterministici e stocastici delle radiazioni sull’organismo, con la presentazione dei casi studiati negli anni dall’Istituto Marie Curie di Parigi, in particolare quelli seguiti al bombardamento di Hiroshima e Nagasaki e all’incidente di Chernobyl, ma anche quelli dei lavoratori esposti in campo industriale e sanitario. Bovenzi ha  poi concluso con alcuni dati rassicuranti sulle misure di contaminazione da Iodio 131, rilevate negli scorsi giorni in Italia, in tal senso anch’egli avvalorando l’infinita maggiore gravità dell’incidente di Chernobyl rispetto a quello d Fukushima.

Sarà stato per l’eccesso di rassicurazione, tant’è che i successivi interventi dal “pubblico” hanno teso a riequilibrare questa sproporzione, ciascuno a proprio modo. Chi ha attinto ai ricordi del tempo di Chernobyl e alla clandestina importazione di latte in polvere da luoghi più sicuri, chi ha addotto motivi economici, sposando una recente tesi secondo la quale il costo del fotovoltaico sarebbe ormai pari al costo del nucleare (non vi erano, però, economisti in sala ne tra i relatori, ndr); altri infine hanno sollevato il problema aperto dello smaltimento delle scorie.
Non è mancata, in pieno stile “academic-chic”, la stoccata agli assenti, con il moderatore, il giornalista Fabio Pagan de Il Piccolo, che istiga compiaciuto il pubblico alla derisione del prof. Battaglia (molto controverso per le sue posizioni in campo energetico, ndr) e del Presidente del Consiglio, reo di avergli scritto la prefazione del libro (e non solo di questo, va da sé).
Dopo gli interventi “accademici” lo spazio per gli interventi dal pubblico era ormai esaurito, altrimenti avremmo provato a richiamare l’attenzione dell’uditorio sui reali numeri della tragedia: 17 morti in seguito ad un sisma disastroso, 27000 morti in seguito ad uno tsunami epocale, nessun morto  per sindrome acuta da radiazioni.
Effetto Fukushima? No, effetto Referendum.

Effetto_fukushima

Una mela al giorno

Una mela al giorno, toglie il medico di torno. Ma le radiazioni? 

Mela

Liliana, una studentessa triestina che ha partecipato alla nostra prima conferenza/incontro, ci chiede se esistano dei cibi o delle bevande che possano aiutare a “deattivare la radioattività”, in particolare quella che arriva (o potrebbe arrivare) in Italia dall’incidente nucleare di Fukushima, in Giappone.

Sarebbe molto bello, infatti, se potesse esistere qualche rimedio naturale o una particolare dieta che contrasti l’effetto delle radiazioni, o che le “de-attivi”, come suggerisce la domanda. 

Per dare una risposta, dobbiamo innanzi tutto comprendere cosa sono le radiazioni e come interagiscono con il nostro corpo. L’immagine più semplice, e corretta, che possiamo avere, è quella di immaginare le radiazioni come proiettili e gli atomi radioattivi come delle piccole pistole che sparano in tutte le direzioni. Un elemento radioattivo è dunque come una pistola che spara un proiettile; tipi diversi di radioattività corrispondono dunque a proiettili con energia diversa e con dimensioni diverse. La radiazione betacorrisponde ad un piccolo calibro, mentre la radiazione alfa corrisponde ad un calibro molto più grosso. Il danno che un proiettile può fare, dipende dalle sue dimensioni e dalla forza con cui viene sparato! Una particella alfa di poca energia è come un sassolino, od un pezzettino di mollica lanciato da un bambino: rimbalza sulla nostra pelle e non ci fa nulla. A volte persino un centimetro d’aria è sufficiente per fermarla! Ma lo stesso sassolino lanciato con una fionda può farci male! Alcuni atomi radioattivi, inoltre, sparano un colpo ogni secondo, altri ogni anno, altri ancora ogni milione di anni! 

Development-of-cancer-ionizing-radiation

Siccome questi “proiettili” sono molto piccoli, dovessero avere energia sufficiente per colpire il nostro corpo, non vedremmo (per fortuna!) dei “fori” nel nostro corpo! Questo non vuol dire che non siano proiettili potenzialmente pericolosi! Infatti hanno le dimensioni giuste per interagire con il nostro DNA! Come nella figura qui sopra, uno di questi proiettili (la radiazione, ovvero ad esempio una particella alfa, beta o gamma) può spezzare la doppia elica del DNA. Quando questo accade, esistono dei meccanismi di riparazione, nel nostro organismo, che rimediano al danno. Ma può capitare che questi meccanismi falliscano, e che in alcuni casi questo possa portare allo sviluppo di un tumore.

Questo fenomeno accade ogni giorno, costantemente, nel nostro organismo! Infatti, indipendentemente da Fukushima, da Chernobyl o da qualunque altra attività umana, siamo colpiti ogni giorno da migliaia, milioni, miliardi di questi proiettili: moltissimi arrivano dallo spazio (raggi cosmici), altri sono emessi dalla terra stessa (radioattività naturale), molti ancora ci colpiscono perché contenuti naturalmente nel cibo che mangiamo (ad esempio nelle banane!). Ognuna di queste situazioni “naturali’ espone il nostro organismo (inevitabilmente!) a questi proiettili. Un po’ come se camminassimo sempre sotto una fitta pioggia. 

Molte delle attività umane aumentano il numero di questi proiettili in circolazione. In questi giorni vi è molta preoccupazione per quelli che possono essere arrivati dal Giappone. In realtà, da Fukushima, non sono arrivati direttamente dei “proiettili” (come nemmeno da Chernobyl), ma piuttosto possono essere stati trasportati in Italia degli elementi radioattivi, ovvero delle pistole. In particolare, si parla di Iodio 131. Questo elemento spara particelle beta, cui seguono gamma, che hanno abbastanza energia per danneggiare il nostro organismo. Lo Iodio 131 è tuttavia una pistola che si scarica molto in fretta. Continuando con la metafora, dopo 8 giorni la metà delle pistole allo Iodio 131 sono già scariche, dopo 16 giorni un quarto lo sono, e via dicendo.

Inoltre è necessario considerare quante sono queste “pistole in circolazione”. Un modo per determinarlo e cercare di raccogliere i “bossoli” e dal numero di bossoli risalire a quanto Iodio c’è in giro. Tutte le misure effettuate in Italia, fino ad oggi, non hanno mostrato alcuna differenza significativa tra i bossoli di Iodio-131 trovati prima di Fukushima e dopo Fukushima! Quindi, per rispondere a parte della domanda di Liliana, ora non vi è “radiazione giapponese” da cui difendersi.

Ma cosa fare per “difendersi” dalle radiazioni che sono presenti naturalmente, o per altri motivi, in Italia? Esistono giubbotti anti-proiettile naturali? La risposta è la stessa che se ci si chiedesse se esistono cibi che possono difenderci da un proiettile “vero”. No, e si. Non esiste alcun cibo che potrebbe difenderci da qualcuno che ci spara! Per quanto si mangi sano, un proiettile è un proiettile! Ma certo, una alimentazione corretta ed un fisico sano possono aiutare chi venisse colpito da un proiettile, a riprendersi meglio dalla degenza.

La scala INES e le differenze tra Fukushima e Chernobyl.

Ines

L’incidente di Fukushima Dai-ichi è stato classificato di livello 7 sulla scala INES, come l’incidente di Chernobyl, in Ucraina, 25 anni fa. Per spiegare quale sia il significato del “livello 7” e quali le differenze tra Chernbobyl e Fukushima Dai-ichi, il dott. Riccardo Bevilacqua del Comitato Nucleare e Ragione ha scritto questo articolo per Appunti Digitali, in collaborazione con la dott.ssa Eleonora Presani.

La scala INES (International Nuclear and radiological Event Scale) è nata nel 1989 dalla collaborazione tra l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) e l’Agenzia per l’Energia Nucleare (NEA) dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE).

INES è stata pensata come uno strumento di comunicazione tra le autorità competenti ed il pubblico; lo scopo di INES è fornire al pubblico, in modo semplice ed immediato, informazioni su un evento (da una semplice anomalia, sino ad un incidente serio) che coinvolga attività in ambito nucleare o radiologico. Queste attività includono centrali nucleari per la produzione di energia, ma anche attività di trasporto e gestione di materiali radioattivi, attività di ricerca scientifica in cui siano utilizzate sorgenti radioattive o in cui siano impiegati acceleratori di particelle (un incidente al CERN viene anche valutato con INES), o infine attività mediche, sia di diagnostica che terapeutiche.

Continua a leggere su Appunti Digitali.