Dove c’era Ukedo

di Massimo Burbi

Nel 2019 ho deciso di andare a Fukushima per fare misure di radioattività. Non che pensassi di scoprire chissà che, per sapere che nelle aree di Namie, Futaba, Tomioka, quelle più vicine alla centrale di Fukushima Dai-ichi, i livelli sono tutt’altro che allarmanti e che, a parte gli hot spot, sono inferiori a quelli che si misurano in alcune località turistiche nostrane (dove probabilmente va in vacanza anche chi mai e poi mai metterebbe piede a Fukushima per paura delle radiazioni), non c’è bisogno di farsi 10 ore di aereo, sono dati accessibili dal divano di casa [1], come il meteo di New York o di Pechino, ma misurarseli da soli è un’altra cosa.

Chi è interessato può leggere il resoconto completo qui [2], oggi però non parlerò di misure, ma di qualcosa per cui era più difficile prepararsi da casa.

Questo è il niente che rimane di Ukedo. L’unico edificio rimasto in piedi è la scuola elementare visibile in
lontananza. La foto è stata scattata dalla barriera anti tsunami. Foto scattata il 9 novembre 2019.

Partiamo dall’inizio: da Tokyo a Namie sono tre ore di macchina, e altrettante per tornare, anche partendo la mattina presto so di avere sì e no otto ore da passare sul posto, quindi dico alla sventurata che viene a farmi da guida e da interprete per la giornata di portarsi qualcosa da mangiare, perché non ci sarà tempo per fermarsi ad un ristorante o cose simili e io salterò il pranzo, viaggiare con me è un’esperienza che sconsiglio vivamente. Dopo aver passato la mattinata a Namie, dobbiamo visitare un posto chiamato Ukedo. Ci fermiamo su una spiaggia deserta. Scendiamo dalla macchina, tra noi e l’oceano c’è una barriera anti tsunami, una diga di cemento. Ci saliamo sopra e, sulla destra, a circa 6 km di distanza, ecco la centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi, finalmente ci siamo.

Voltandosi dall’altra parte l’oceano Pacifico è a pochi metri di distanza. Da lì, l’11 Marzo 2011, è arrivato lo
tsunami che ha devastato la costa nord-est del Giappone. Foto scattata il 9 novembre 2019.
Dallo stesso punto di osservazione, guardando verso sud, la centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi è a
poco più di 5 km. Foto scattata il 9 novembre 2019.

Guardo il dosimetro, il rateo di dose arriva a malapena a metà di quello che rilevo nel giardino di casa mia, tutto registrato, bene, faccio qualche foto e a quel punto per me possiamo risalire in macchina ed andare verso la centrale, non c’è altro da vedere lì. Dimenticavo, resta questa benedetta Ukedo, guardo l’orologio, non restano molte ore di luce. “Quanto è lontana Ukedo?” chiedo, intorno a me non vedo niente. La guida mi mostra una foto e indica un punto imprecisato in mezzo alla sabbia.

Ukedo è proprio lì davanti, e quel “niente” che guardiamo è tutto ciò che ne resta.

La scuola elementare di Ukedo. Il giorno dello tsunami al suo interno c’erano circa 80 bambini. Nonostante
le scuole fossero tra i luoghi designati come punti di evacuazione, gli insegnanti hanno usato i 45 minuti
circa passati dall’allarme tsunami fino all’arrivo dell’onda per portare i bambini sulle colline, salvando così le
loro vite. Foto scattata il 9 novembre 2019.
L’orologio sulla torre della scuola di Ukedo è ancora fermo all’ora in cui lo tsunami ha colpito
interrompendo la fornitura di energia elettrica. Foto scattata il 9 novembre 2019.

L’unico edificio rimasto in piedi è la scuola elementare, a poche centinaia di metri da noi, dove il giorno del terremoto c’erano circa 80 bambini, che si sono salvati solo perché gli insegnanti, dopo l’allarme tsunami, hanno avuto la prontezza di portarli sulle colline, da dove hanno visto il luogo in cui vivevano essere cancellato. Andiamo verso la scuola, abbandonata, ma lasciata come una specie di monumento alla memoria. Quando vedo l’orologio sulla torre ancora fermo all’ora in cui l’onda ha colpito, facendo saltare la corrente, mi rendo conto che ho smesso di guardare il mio.

Immagine dell’area di Ukedo dopo lo tsunami. La scuola elementare è visibile sulla destra.
Altra immagine di Ukedo dopo il passaggio dello tsunami. La scuola elementare è visibile sulla destra.

Le immagini del niente che resta di Ukedo danno la misura di quanto estremo sia stato l’evento che ha colpito il Giappone nel 2011, ma c’è da scommettere che per qualcuno l’11 Marzo si trasformerà nel decimo anniversario della “catastrofe nucleare di Fukushima”, con il terremoto ridotto ad una nota a piè di pagina, malgrado, a oggi, tra la popolazione non ci siano state vittime per le radiazioni [3]. Solo a Ukedo, lo tsunami di morti ne ha invece fatti più di 200 [4]. Secondo la polizia giapponese, nelle prefetture colpite, terremoto e maremoto hanno completamente distrutto 121992 edifici, danneggiandone gravemente altri 282920 e uccidendo quasi 18500 persone (di cui circa 2500 ufficialmente disperse) [5].

Questi rischiano di suonare “solo” come numeri, ma quando hai davanti una distesa di sabbia e ti dicono che lì vivevano duemila persone, capisci meglio cosa vuol dire un terremoto di magnitudo 9.0, il quarto più forte mai registrato, 30000 volte quello dell’Aquila, e uno tsunami con onde alte quanto un palazzo di cinque piani che si abbattono sulla costa a 700 km/h [6] penetrando nell’entroterra per chilometri.

A chi nei media dopodomani la butterà sull’anniversario della “catastrofe nucleare” non farebbe male una gita dove dieci anni fa, ancora per un paio di giorni, c’era Ukedo.

P.S. A Fukushima non ci sono state vittime per le radiazioni, ma circa 2000 persone sono morte a causa di un’evacuazione in cui c’è chi è stato strappato in fretta e furia dagli ospedali, finendo per non ricevere le cure mediche di cui aveva bisogno, e dello stress che ha provocato depressione, alcolismo e suicidi [7].

Nella prefettura di Fukushima, paura, ansia e cattiva informazione sulle radiazioni hanno fatto più vittime dello tsunami [8].

P.P.S. Secondo l’UNSCEAR (Comitato Scientifico delle Nazioni Unite per lo Studio degli Effetti delle Radiazioni) il peggiore impatto dell’incidente alla centrale nucleare sulla salute della popolazione locale è stato di natura mentale per “la paura e lo stigma legati al rischio percepito per l’esposizione alle radiazioni” [9]. Non sarebbe male se chi scrive sui giornali ogni tanto si ricordasse che anche le parole hanno conseguenze.

L’immagine di Ukedo che la guida che mi ha accompagnato a Fukushima mi ha mostrato sul posto.
Malgrado le abbia fatto saltare un pranzo siamo rimasti abbastanza amici da farmela mandare per questo
post.
Foto satellitare dell’area di Ukedo oggi. https://www.google.com/maps/place/Ukedo,+Namie,
+Distretto+di+Futaba,+Prefettura+di+Fukushima+979-1522,+Giappone/
@37.4791545,141.0310888,2628m/data=!3m1!1e3!4m5!3m4!
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Note:

[1] https://jciv.iidj.net/map/

[2] https://nucleareeragione.org/2019/12/18/un-giorno-a-fukushima-2/

[3] https://www.bbc.com/news/world-asia-45423575 (Nel 2018 è stata registrata la prima, e finora unica, morte che potrebbe essere collegata alle radiazioni).

[4] https://www.theguardian.com/environment/2018/mar/09/fukushima-communities-struggling

[5] https://www.npa.go.jp/news/other/earthquake2011/pdf/higaijokyo_e.pdf

[6] https://www.longdom.org/proceedings/the-impact-of-tohoku-earthquake-and-tsunami-on-coastal-environments-in-tohoku-area-in-japan-9852.html

[7] https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0936655516000054

https://www.ft.com/content/000f864e-22ba-11e8-add1-0e8958b189ea

[8] https://www.japantimes.co.jp/news/2014/02/20/national/post-quake-illnesses-kill-more-in-fukushima-than-2011-disaster#.Xe-D3Rt7m02

[9] https://www.unscear.org/docs/reports/2013/13-85418_Report_2013_Annex_A.pdf (punti 38 e 39)

Cambiamento climatico e di pensiero? – con Volt Danimarca

Oggi 9 marzo alle 19 ospiteremo l’evento organizzato da Volt Danimarca, una diretta sull’energia nucleare e sulla sua ineluttabilità negli sforzi di riduzione delle emissioni climalteranti.

Saranno presentati al pubblico i dati di fatto che rendono importante la fonte nucleare nella transizione energetica, ospite il noto giornalista Anders Lund Madsen, dal passato anti-nucleare

L’evento si inserisce nell’ambito degli sforzi messi in atto dalla piattaforma Stand Up for Nuclear al fine di scongiurare la chiusura delle centrali nucleari del Belgio, che producono 3 volte più energia pulita di tutte le turbine eoliche della Danimarca!

Potrete seguire l’evento anche sulla nostra pagina Facebook!

I relatori saranno:
Anders Lund Madsen – giornalista, autore e documentarista danese
John Lindberg – PhD in Comunicazione del Rischio
Kathrine Richter – Co-presidente di Volt Danmark
Theis Palm – Presidente di Foreningen Atomkraft Ja Tak

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Join Volt Danmark today Tuesday March 9 on our Facebook-page at 6 PM (1800h) when the co-president Katrine Richter welcomes John Lindberg, PhD in risk communication , Anders Lund Madsen , Danish journalist, author and documentarist and Theis Palm, president for “Foreningen atomkraft- Ja tak!”, to discuss nuclear power

NET ZERO NEEDS NUCLEAR

<<We want a clean, sustainable and abundant low carbon future for everyone!>>

L’energia nucleare è fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi di neutralità carbonica che la comunità internazionale si è prefissata per il 2050. La rete NetZeroNeedsNuclear lancia un appello ai governanti e negoziatori che saranno coinvolti nella prossima COP26, affinchè abbiano un approccio scientifico e tecnologico neutrale rispetto alle strategie di approvvigionamento energetico e promuovano strumenti finanziari e incentivi che possano promuovere la collaborazione sostenibile tra energia nucleare e fonti rinnovabili.

Questi i 5 punti essenziali a sostegno dell’iniziativa:
1) Il nucleare è una comprovata fonte di energia a basse emissioni di carbonio, che riduce le emissioni di gas serra e può sostituire la nostra attuale dipendenza dai combustibili fossili.
2) Il nucleare è disponibile, scalabile e distribuibile: esso deve essere impiegato con urgenza e su larga scala, insieme alle energie rinnovabili, affinché l’obiettivo “zero emissioni nette” sia raggiungibile.
3) Il nucleare è una fonte flessibile e conveniente di energia pulita, che può integrarsi con le fonti rinnovabili intermittenti
4) Il nucleare non fornisce solo elettricità a basse emissioni, ma può contribuire alla decarbonizzazione anche di altri settori, come il riscaldamento e il sistema dei trasporti.
5) Il nucleare promuove benefici socioeconomici a livello planetario ed è fortemente allineato agli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

Potete trovare qui il position paper completo e la petizione su Change:

Oklo, reattore 100% naturale

di Massimo Burbi

“Il navigatore italiano è sbarcato nel nuovo mondo”, queste parole in codice annunciarono il successo del team guidato da Enrico Fermi, che nel 1942 realizzò una reazione di fissione nucleare a catena autosostenuta in un laboratorio sotto le tribune di uno stadio di Chicago [1] Il Chicago Pile-1 entrò nella storia come il primo reattore nucleare, ma non lo rimase per molto, pochi decenni più tardi sarebbe infatti venuto alla luce un fatto sorprendente: un reattore nucleare a fissione aveva già prodotto energia sul nostro pianeta quasi due miliardi di anni prima, quando non solo non erano ancora comparsi i dinosauri, ma la vita sulla Terra era ancora ferma agli organismi unicellulari.

Il Chicago Pile-1 illustrato da Melvin A. Miller

Se qualcuno se lo sta chiedendo non c’entrano gli alieni, ma andiamo per ordine: oggi l’uranio naturale è fatto per il 99.27% di uranio 238 (U238), mentre l’unico suo isotopo in grado autosostenere una reazione a catena, l’uranio 235 (U 235), ammonta appena allo 0.72%. Un “combustibile” per una centrale nucleare richiede percentuali di U235 del 3-5%, e il solo modo per arrivarci è attraverso processi di arricchimento [2]. Non è sempre stato così: l’U235 si dimezza ogni 704 milioni di anni, contro i 4.47 miliardi di anni dell’U238, la concentrazione di U235 cala quindi inesorabilmente, ma se potessimo tornare indietro nel tempo troveremmo uranio con una percentuale di U235 sempre più alta e basta poco per calcolare che 1.8 miliardi di anni fa questa percentuale era poco sopra il 3%, giusto quello che serve per far funzionare un reattore a fissione, cosa che non sfuggì a un chimico chiamato Paul Kuroda, che nel 1956 teorizzò le condizioni in cui, nel passato remoto della Terra, sarebbero potute avvenire reazioni a catena spontanee [3]. 

Sembrava una delle tante ipotesi destinate a restare solo teoria, finché, sedici anni dopo, un addetto di un centro di arricchimento dell’uranio in Francia, nel corso di analisi di routine su campioni provenienti da una miniera a Oklo, nel Gabon, notò qualcosa di molto strano: la miniera di Oklo conteneva un minerale chiamato Uraninite, lo stesso visibile sotto (che però viene dalla Valle Antrona, in Piemonte, e non dall’Africa centrale), ma nell’uranio di Oklo, a differenza di quello proveniente dal resto della crosta terrestre, era presente solo lo 0.717% di U235, e in alcuni campioni appena lo 0.60%, invece dello 0.72% [4], un’anomalia per cui vennero proposte spiegazioni anche fantasiose, finché qualcuno non si ricordò del lavoro di Kuroda: possibile che quell’uranio si fosse impoverito “bruciando” parte del suo U235 per alimentare reazioni di fissione nucleare? 

Un campione di Uraninite dalla Valle Antona in Piemonte

Indagini sul posto portarono alla luce non solo campioni di uranio ancora più impoverito [5], ma anche anomalie nell’abbondanza di prodotti di fissione come ad esempio il neodimio [6], tutte prove che, un paio di miliardi di anni prima, la miniera di Oklo aveva davvero ospitato non uno, ma sedici reattori nucleari naturali, con l’acqua sotterranea a fare da moderatore e a rallentare i neutroni quel tanto che bastava per sostenere la reazione a catena. 

Studi successivi ricostruirono che il reattore aveva funzionato in modo intermittente, alternando periodi attivi di circa 30 minuti, in cui il calore prodotto dalla fissione nucleare portava l’acqua ad evaporazione, causando l’arresto della reazione per mancanza di moderatore, ad altri di inattività della durata di circa due ore e mezzo, necessari perché altra acqua saturasse l’ambiente [7]. Il tutto senza mai un meltdown, producendo una potenza media di poco meno di 100 kW (sufficienti ad alimentare diverse decine di utenze domestiche) per centinaia di migliaia di anni, pari ad un’energia dell’ordine dei 100 miliardi di kWh [8]. 

Spettro gamma di un campione di Uraninite

Con tutta probabilità Oklo non è un caso unico, è solo l’unico che abbiamo scoperto finora, ma basta a rispondere ad una delle critiche più squinternate che vengono mosse all’energia nucleare, e cioè che “non è naturale”, qualunque cosa voglia dire, perché nessuno ricorda di aver visto una turbina eolica crescere spontaneamente su un campo coltivato. Ma l’aspetto più importante della scoperta del reattore “100% naturale” di Oklo è un altro: nel corso del suo funzionamento il reattore ha prodotto tonnellate di quelli che oggi chiamiamo rifiuti radioattivi [9] (e un paio di tonnellate di plutonio [10]), e le analisi hanno dimostrato che gran parte di essi, tra cui i famigerati attinidi, sono rimasti immobilizzati nei minerali del sito per miliardi di anni [11][12][13][14][15], senza migrare in misura significativa contaminando l’ambiente esterno. 

Ciò che resta del reattore n.15 di Oklo. Credit & Copyright: Robert D. Loss (Curtin U.)

Quindi, se sentite dire che, anche con tutta l’attenzione e la tecnologia del mondo, pensare di sistemare rifiuti radioattivi (di cui dovremo occuparci in ogni caso) in depositi geologici stabili per migliaia di anni è pericoloso o “contro natura”, potete rispondere che la natura lo ha già fatto, per di più con temperature di centinaia di gradi, in presenza di acqua fluente e in un ambiente di rocce porose e fratturate. Che dite? Ce la sentiamo di provare a fare di meglio?

NOTE:

[1] https://www.ne.anl.gov/About/legacy/italnav.shtml
[2] https://www.world-nuclear.org/information-library/nuclear-fuel-cycle/conversion-enrichment-and-fabrication/uranium-enrichment.aspx
[3] https://ui.adsabs.harvard.edu/abs/1956JChPh..25..781K/abstract
[4] [6] [7]  https://arxiv.org/abs/1404.4948
[5] [9] [11] https://inis.iaea.org/collection/NCLCollectionStore/_Public/15/069/15069730.pdf?r=1
[8] https://www.iaea.org/sites/default/files/17105192224.pdf
[10] https://etd.adm.unipi.it/theses/available/etd-10152003-181233/unrestricted/Capitolo4.PDF
[12] https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1631070502013518
[13] https://www.pnas.org/content/pnas/115/35/8676.full.pdf
[14] https://www.researchgate.net/publication/8195734_Record_of_Cycling_Operation_of_the_Natural_Nuclear_Reactor_in_the_OkloOkelobondo_Area_in_Gabon
[15] https://www.scientificamerican.com/article/ancient-nuclear-reactor/

Aperitivo Nucleare: Disoccupati Nucleari (e invece no!)

La domanda che uno studente di ingegneria nucleare si sente fare più spesso è: “Ma dove andrai a lavorare visto che non abbiamo centrali nucleari?!”

Un aperitivo speciale quello di questo mese, per parlare delle professioni nucleari insieme con Laura Gerla, che raccontandoci il suo percorso formativo e descrivendoci le sue esperienze lavorative ci permetterà di capire come lavorare nel nucleare sia molto più semplice di quanto si pensi, non solo in campo ingegneristico

Laura Gerla, è nata e cresciuta nell’hinterland milanese. Dopo aver completato il suo percorso triennale in ingegneria chimica ha intrapreso il percorso magistrale in ingegneria nucleare. Dopo la laurea nel 2017 ha avuto diverse esperienze lavorative in Italia, dopo circa 2 anni ha deciso di spostarmi in UK e accettare una posizione come nuclear and industrial product specialist. Vive in UK da ormai oltre un anno e ha avuto la possibilità di confrontare il mondo nucleare italiano con quello inglese e vedere e toccare con mano le analogie e diversità.

Ci vediamo Venerdì 26 Febbraio alle 18:30, come sempre drink in mano!

Storia del progetto dell’impianto nucleare di Akkuyu in Turchia

Inauguriamo oggi una serie di tre articoli di approfondimento dedicati allo sviluppo del nucleare civile in Turchia e in particolare alla centrale di Akkuyu, i cui lavori di costruzione sono stati avviati nella primavera del 2018. Ringraziamo l’ing. Massimo Giorgi per il contributo.
La seconda parte a questo link e la terza parte a questo link.


L’intenzione della Turchia di costruire una centrale nucleare sul suo territorio risale agli anni ’60. Nel 1955, la Turchia è diventata uno dei primi paesi a firmare l’Accordo per la cooperazione sugli usi civili dell’energia atomica tra il governo della Turchia e gli Stati Uniti. Subito dopo, è stata creata l’Autorità turca per l’energia atomica.

La prima ricerca di sviluppo di una centrale nucleare è iniziata nel 1965.

Nel 1974, il sito di Akkuyu nel distretto di Gulnar nella provincia di Mersin è stato considerato idoneo per la creazione della prima centrale nucleare.

Fino al 1976, vi furono condotte dettagliate indagini sul terreno e, a seguito delle osservazioni, il sito ottenne una licenza per la costruzione di una centrale nucleare.

Dopo una lunga pausa per motivi finanziari e politici, la Turchia ha deciso di affidarsi alla pluriennale esperienza della Russia nel campo della tecnologia nucleare.

I Paesi hanno deciso congiuntamente che la centrale nucleare di Akkuyu (tradotto dal turco come “pozzo bianco” o “sorgente pulita”) sarebbe stata costruita nella Repubblica di Turchia, sulla costa mediterranea, nel distretto di Gulnar in Mersin. Il relativo accordo è stato firmato tra il governo della Federazione Russa e il governo della Repubblica di Turchia ad Ankara il 12 maggio 2010.

Il 13 dicembre 2010, la società per azioni AKKUYU NUCLEAR è stata costituita per attuare il progetto per la creazione della prima centrale nucleare turca nella Repubblica di Turchia.

Nel dicembre 2014, il Ministero dell’Ambiente e dell’Urbanizzazione della Repubblica di Turchia ha approvato il rapporto di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) per il progetto di costruzione della centrale nucleare “Akkuyu”.

La cerimonia di posa delle fondamenta della centrale nucleare si è svolta nell’aprile 2015.

Il 25 giugno 2015, l’Autorità di regolamentazione del mercato energetico turco ha rilasciato ad AKKUYU NUCLEAR JSC una licenza preliminare per la generazione di elettricità.

Nel febbraio 2017, l’Autorità turca per l’energia atomica (TAEK) ha approvato i parametri di progettazione per il sito NPP di Akkuyu.

Il 15 giugno 2017, l’Energy Market Regulatory Authority (EPDK) ha rilasciato ad AKKUYU NUCLEAR JSC una licenza per generare elettricità valida fino al 15 giugno 2066 (49 anni).

Il 20 ottobre 2017, l’Autorità turca per l’energia atomica ha rilasciato un permesso di lavoro limitato a AKKUYU NUCLEAR JSC, che è stato un passo significativo sulla strada per la licenza di costruzione di un impianto nucleare.

Il 2 aprile 2018, AKKUYU NUCLEAR JSC ha ricevuto lo status di investitore strategico nella Repubblica di Turchia. È stato emesso un certificato di investimento strategico aggiornato in base alla legge sullo stato di “Investimento strategico”, entrata in vigore il 27 marzo 2018. Lo stato di investitore strategico prevede vantaggi fiscali e doganali.

Il 2 aprile 2018, l’Autorità turca per l’energia atomica (TAEK) ha concesso ad AKKUYU NUCLEAR JSC la principale licenza di costruzione per costruire l’unità di potenza numero uno.

Il 3 aprile 2018 si è tenuta una solenne cerimonia di gettare il “primo calcestruzzo” nella fondazione della prima unità di potenza della centrale nucleare di Akkuyu con la partecipazione dei Presidenti della Federazione Russa e della Repubblica di Turchia. La cerimonia è diventata l’inizio ufficiale dei lavori di costruzione su vasta scala della prima unità di potenza nucleare.

Il 30 novembre 2018 TAEK ha rilasciato AKKUYU NUCLEAR JSC un permesso di lavoro limitato per la costruzione della seconda unità di potenza.

Nel gennaio 2019 sono iniziati i lavori di scavo della fossa di fondazione per gli impianti della seconda unità di potenza.

L’8 marzo 2019, le fondamenta dell’edificio del reattore della prima unità di potenza sono state completate.

La fase successiva dello sviluppo del progetto dal punto di vista delle autorizzazioni necessarie è l’ottenimento della licenza per la realizzazione della unità di potenza n. 3. La richiesta di licenza è all’esame dell’NDK (Nuclear Regulatory Agency).

I lavori nel cantiere della centrale sono eseguiti nel rispetto di tutti i requisiti di qualità e sicurezza turchi, russi e internazionali, sotto la costante supervisione di AKKUYU NUCLEAR JSC, organizzazioni di ispezione indipendenti come la società francese Assystem, Bureau Veritas e gli enti turchi, Institute of Standards (TSE) e Nuclear Regulatory Agency (NDK).

Il progetto della prima centrale nucleare in Turchia comprende quattro unità di potenza equipaggiate con i reattori VVER-1200 all’avanguardia progettati in Russia con una capacità totale di 4800 megawatt. Si prevede che una volta completata la costruzione, Akkuyu NPP produrrà circa 35 miliardi di kWh all’anno, fornendo circa il 10% del fabbisogno di elettricità della Turchia.

La vita utile stimata della centrale nucleare di Akkuyu è di 60 anni con possibilità di estensione per altri 20 anni, il che apre la strada allo sviluppo della regione a lungo termine, fornendo posti di lavoro e accesso a una fonte stabile di elettricità verde per i residenti della Turchia e le imprese dell’economia turca per molti anni a venire.

Il progetto di costruzione Akkuyu NPP è il primo progetto NPP al mondo implementato secondo il modello BOO (Build – Own – Operate). Ciò significa che la società operativa è responsabile non solo della progettazione e della costruzione, ma anche della manutenzione, del funzionamento e della disattivazione dell’impianto. Il progetto di costruzione della centrale nucleare è la più grande joint venture tra Russia e Turchia.

Ing. Massimo Giorgi
Regional Director for Europe per NIATR (NUCLEAR INDUSTRY ASSOCIATION)
www.niatr.org

BOCCIATI (di nuovo)!

È notizia di pochi giorni fa (precisamente del 14 gennaio), la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha dichiarato inadempiente l’Italia per non aver recepito entro il termine stabilito dalla Commissione Europea la Direttiva 2013/59/Euratom [1], ma procediamo per gradi…

Che cosa è l’Euratom:  Come suggerisce anche il nome, si tratta di un’organizzazione nata in Europa con lo scopo di coordinare i programmi di ricerca e sviluppo relativi all’energia atomica dei vari Stati membri, garantendone un uso pacifico. Nota anche con il nome più altisonante di Comunità Europea dell’Energia Atomica (CEEA) venne istituita con i trattati di Roma del 25 marzo 1957, contemporaneamente alla CEE. La sua sede centrale si trova a Bruxelles.

Cosa riguarda la Direttiva 2013/59/Euratom:  Il documento menzionato all’inizio “stabilisce le norme fondamentali di sicurezza relative alla protezione contro i pericoli derivanti dall’esposizione alle radiazioni ionizzanti” (in parole povere la radioprotezione). Si tratta della versione più aggiornata e completa attualmente in vigore, da cui l’importanza per gli Stati membri di uniformarsi ad essa.

Perché è importante il suo recepimento:  l’ultima versione definisce nuove norme tecniche e indicazioni per una più rigorosa sorveglianza e individuazione dei potenziali rischi associati alle radiazioni ionizzanti. Alcuni esempi sono le esposizioni al gas Radon in ambienti pubblici e di lavoro, la gestione di materiali contenenti radionuclidi di origine naturale e la radioprotezione dei pazienti.

Quale era la situazione in Italia prima dell’ultima Direttiva:  Fino a luglio dell’anno scorso nel nostro Paese la radioprotezione faceva riferimento al Decreto Legislativo n.230 del 1995 [2], entrato ufficialmente in vigore nel giugno dello stesso anno. Negli anni a seguire sono stati emanati altri Decreti volti ad integrare la normativa e a risolvere lacune ed imprecisioni riscontrate in fase di attuazione.

Ora che sono stati chiariti alcuni punti ed è stato definito il quadro generale, torniamo alla questione italiana. La Direttiva in esame (sottoscritta nel 2013) aveva come termine ultimo per l’adeguamento negli Stati membri il 6 febbraio del 2018: fino a quel momento in Italia nulla di fatto. La Commissione Europea decide quindi, nel maggio dello stesso anno, di avviare il procedimento di infrazione. Quasi un anno dopo dalla scadenza, nel gennaio del 2019 la Commissione invita nuovamente l’Italia a recepire la Direttiva.  Passano altri sei mesi: a luglio l’esecutivo Europeo chiede alla Corte di Giustizia Europea di dichiarare che “il Paese è venuto meno agli obblighi per non aver né adottato né comunicato alla Commissione Europea le disposizioni normative, regolamentari e amministrative necessarie per potersi conformare pienamente alla Direttiva”. Il 12 agosto del 2020 viene pubblicato il Decreto Legislativo n.101 [3] che recepisce finalmente la Direttiva Euratom, ma è troppo tardi …

Arriviamo quindi a gennaio di quest’anno, la Corte di Giustizia dichiara inadempiente l’Italia e scattano le sanzioni. La crisi di Governo, con scioglimento delle Camere ed elezioni anticipate, portata come scusante da parte dell’Italia per il ritardo nel recepimento, non costituiscono valide giustificazioni secondo la Corte. Una notizia che fa eco ad un altro palese ritardo, quello nella costruzione del Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi, che in questi giorni sta agitando diverse Regioni nel nostro Paese.

Indubbiamente il macchinoso processo politico-burocratico di recepimento delle Direttive internazionali a livello nazionale può comportare ritardi e rinvii, ma il tentativo di far valere come scusa una crisi di Governo posteriore alla scadenza fissata ha dell’assurdo. La sicurezza dei cittadini è responsabilità della classe politica e deve essere riconosciuta come priorità a prescindere dagli umori parlamentari. 

Riferimenti:
[1] Direttiva 2013/59/Euratom: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX%3A32013L0059                                

[2] D.Lgs. 230/1995: https://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1995-06-13&atto.codiceRedazionale=095G0234&elenco30giorni=false                                                                                                    

[3] D.Lgs. 101/2020: https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/08/12/20G00121/sg

Quando l’ambientalismo incontra la razionalità

I Verdi Finlandesi rispondono a tutto quello
che avreste voluto sapere sull’energia nucleare*
(*ma non avete mai osato chiedere)

Certo, i Verdi sono contrari al nucleare… o forse no? Non dappertutto.

Siamo portati a pensare che tutti i movimenti o i partiti ambientalisti siano contrari all’energia nucleare perché “è così che è sempre stato”. Soprattutto in Italia, siamo stati testimoni negli ultimi decenni di innumerevoli manifestazioni e dibattiti orientati in maniera fortemente negativa nei confronti di questa tecnologia. 

Tutti conosciamo il simbolo con il sole arancione “Energia Nucleare? No grazie”. Tutti conosciamo le posizioni, riprese spesso dagli organi di stampa, delle principali associazioni ambientaliste del nostro Paese.

Tuttavia, il mondo ambientalista non è così unanime e monolitico come si potrebbe pensare: in diversi Paesi, in particolare quelli in cui la cultura scientifica è più matura, il dibattito si è evoluto nel tempo, abbandonando gradualmente tutti gli stereotipi e gli arroccamenti ideologici degli anni ‘70, nati in una fase storica in cui la lotta al disarmo nucleare alimentava anche un’opposizione feroce allo sviluppo nucleare civile.
I tempi però sono cambiati e non sono pochi gli ambientalisti ad aver riconosciuto l’errore del passato ed ad aver iniziato a considerare con maggiore oggettività ed equilibrio il contributo dell’energia nucleare per risolvere le problematiche ambientali legate all’approvvigionamento energetico.  

Ne abbiamo un esempio in Finlandia, dove pochi giorni fa l’associazione The Finnish Greens for Science and Technology ha pubblicato una interessante sequenza di risposte a domande tipiche sull’energia nucleare.
La chiave del discorso è questa: il pragmatismo è quanto mai necessario in questo periodo per l’ambiente. Con questa pagina di Q&A si sottolinea l’importanza di discutere e studiare i dati delle varie fonti energetiche, pensare al ciclo di vita completo dei vari modi di estrarre energia ma soprattutto di riconoscere l’impossibilità tecnica di avere oggi o nel breve periodo un mondo alimentato al 100% con le sole energie rinnovabili. La sfida della rivoluzione energetica “verde” e sostenibile richiede il contributo di tutte le tecnologie disponibili.

Ecco quindi la lista di domande a cui i Verdi finlandesi hanno dato una risposta:

  1. Possiamo raggiungere gli obiettivi climatici senza l’energia nucleare?
  2. L’energia nucleare è sostenibile?
  3. L’energia nucleare è sicura?
  4. Quanto sono pericolosi i rifiuti nucleari?
  5. Le centrali nucleari (e la filiera) è troppo lenta da costruire?
  6. L’energia nucleare è troppo costosa?
  7. Come influisce l’energia nucleare sulle ambizioni climatiche dell’Unione Europea?
  8. La tassonomia UE della finanza sostenibile dovrebbe comprendere il nucleare? 

Non è più il tempo di scontri ideologici, c’è solo una chiara necessità di prendere decisioni pratiche e razionali. È naturale che una tecnologia relativamente nuova e “complicata”, un fenomeno naturale che non si può riconoscere con i nostri sensi, la paura per se stessi e le prossime generazioni possano indurre istintivamente alla difensiva. Ma è altresì vero che i risultati e le opportunità dell’energia nucleare, dati alla mano, sono oggettivamente significativi: si tratta di una fonte pulita, affidabile, abbondante, priva di emissioni di inquinanti o CO2, che utilizza pochissimo suolo, poche risorse naturali, e che – ricordiamo, i numeri parlano chiaro – si è dimostrata molto più sicura delle altre fonti energetiche avendo causato, a parità di energia prodotta, un numero di morti molto limitato.
Ci sono certamente aspetti delicati, come quello relativo al trattamento dei rifiuti nucleari, ma è importante affrontarli con il giusto equilibrio, mettendo sul piatto costi e benefici e avendo sempre in mente che nessuna fonte da sola è perfetta – nemmeno le rinnovabili! – ma un giusto mix può esserlo.

Noi crediamo che qualcosa si stia muovendo nelle nuove generazioni di ambientalisti e che nei vari partiti nazionali o pan-europei stia soffiando un vento nuovo.

Nella pagina linkata si parla anche della EU sustainable finance taxonomy, di cui avevamo già parlato, e che in breve rappresenta l’insieme di tecnologie o fonti energetiche che viene considerata dall’Unione Europea “sostenibile” e meritevole di agevolazioni e sostegni economici. Questa ovviamente ha un grande impatto sugli investimenti, che seguono i tassi di interesse più bassi: le tecnologie incluse nella tassonomia come “verdi” o “sostenibili” avranno una spinta decisiva per la transizione energetica dell’Unione.

La risposta è tutta lì: nei dati. Basta osservarli con occhi scevri da paure e preconcetti. Buona lettura!

Verso il futuro con sicurezza

Questo venerdì 22 Gennaio saremo in diretta per rispondere a tutte le vostre domande sul Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi e il Parco Tecnologico. Interverranno l’ing. Riccardo Crugnola, Analyst e Risk Advisory presso l’azienda Deloitte, e l’ing. Alessandro Cechet, assistente di ricerca presso il Politecnico di Milano.

Moderatore della serata sarà Davide Loiacono.

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