Un anno fa nasceva Nucleare e Ragione.

Il 17 Aprile 2011 nasceva ad opera dei suoi soci promotori il Comitato Nucleare e Ragione. La decisione di trasformare quello che fino a quel momento era stato un semplice “think-tank” sui social network in una vera e propria associazione che potesse aprirsi al contributo di altri individui ed associazioni, maturò in quel mese, intenso e stimolante, in cui un gruppo di laureati in Fisica dell’Università di Trieste, dottorandi e ricercatori in diverse istituzioni scientifiche italiane ed europee, affrontò la sete di informazione scientifica cui i media generalisti esponevano l’opinione pubblica in seguito all’incidente nucleare di Fukushima.

La crisi nucleare rischiava, per la seconda volta nella storia italiana (la prima fu dopo il disastro di Chernobyl), di ipotecare pesantemente il futuro energetico dell’Italia, forzando l’opinione pubblica su scelte che non poteva appieno comprendere e che una classe politica poco coraggiosa e poco lungimirante non aveva né la voglia né la forza di difendere.

Le finalità postesi dal Comitato, benché mirate a ricondurre entro limiti scientificamente ragionevoli la paura del nucleare, guardavano da subito oltre all’appuntamento referendario, essendo forte la consapevolezza da parte dei suoi soci che, qualunque fosse stato il verdetto del popolo, l’Italia avesse il disperato bisogno di una discussione energetica ampia, sia culturale che politica, per preparare una volta per tutte quel futuro che fino ad ora si era semplicemente atteso.

Il primo ciclo di conferenze pubbliche organizzato dal Comitato, incentrato sulla fisica delle radiazioni e sull’energia nucleare, protrattosi ben oltre la data del referendum, confermava questa impressione, anche con lo stimolo del pubblico che chiedeva un ampiamento della discussione sul panorama energetico.

La decisione di abbandonare (di nuovo) lo sfruttamento dell’energia nucleare, rendeva, se possibile, ancora più evidenti le lacune del paese in campo energetico, e ancor più pressanti delle risposte chiare e strategiche da parte della politica (come evidenziato già a suo tempo in questo post: <a href="http://nucleareeragione.posterous.com/il-referendum-non-chiude-il-dibattito-sul-nuc).

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Sulla base di questi presupposti, e colta la volontà dell’opinione pubblica di comprendere e di essere partecipe delle decisioni in campo energetico, lo scorso autunno il Comitato Nucleare e Ragione ha avviato la stesura di un documento intitolato “Una Costituzione Energetica per l’Italia”. Il documento delinea la situazione energetica italiana attuale ponendola a confronto con quella europea, ed inquadrando i possibili sviluppi futuri negli scenari redatti dalla Commissione Europea e nel contesto degli impegni assunti dall’Italia nel campo dell’abbattimento delle emissioni di carbonio. Dal documento, di taglio divulgativo, si leva un appello alle istituzioni per la convocazione di una Conferenza Nazionale sull’Energia, dalla quale, con competenza e trasparenza, possa scaturire una Costituzione Energetica, strumento indispensabile per garantire il futuro economico e sociale dell’Italia.

Il documento, già sottoposto al vaglio dei principali gruppi politici nazionali, sarà reso pubblico entro il mese di maggio.

 

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Una delle comuni argomentazioni di chi si oppone alla possibilità che l’Italia riconsideri l’opzione nucleare, riguarda la questione della “dipendenza energetica”: installare nuovi impianti di produzione elettrica mediante fissione nucleare, si dichiara, non ridurrebbe la dipendenza del nostro paese dagli stati esteri, in quanto vi sarebbe la necessità di importare l’uranio, di cui il nostro territorio è sostanzialmente privo.

Questa affermazione, pur essendo oggettivamente corretta, risulta essere però incompleta e soprattutto non centra il cuore del problema. Innanzitutto bisogna sottolineare come il combustibile incida nelle centrali nucleari solo per il 5% del costo complessivo finale dell’energia elettrica, mentre tale quota sale al 40% e al 70% per una centrale a carbone o a gas naturale (o petrolio). Ciò significa che eventuali oscillazioni sfavorevoli del prezzo della materia prima si ripercuotono in maniera molto ridotta nel caso nucleare, rendendo perciò più stabile il mercato energetico.

Il punto fondamentale, però, riguarda la non corretta comprensione del concetto di dipendenza energetica: non potendo l’Italia fare a meno di importare combustibili fossili per produrre elettricità, per il riscaldamento o per il proprio sistema di trasporti, può però mitigare la propria vulnerabilità diversificando le fonti da cui attingere. Gli investimenti azionari o i piani di accumulo che le banche generalmente propongono ai propri clienti hanno come punto di forza proprio il concetto di diversificazione: nessun pacchetto prevederà mai titoli provenienti da un unica azienda o da un unico settore industriale, proprio per prevenire lo spiacevole inconveniente che il fallimento di una società o la crisi di un determinato comparto facciano perdere completamente il capitale investito. Per esempio, dividere il capitale in 10 parti riduce notevolmente i rischi, in quanto il fallimento di una società determinerebbe la perdita soltanto del 10%.

Con le fonti energetiche bisogna ragionare esattamente allo stesso modo: un mix di approvigionamento fortemente sbilanciato rende il paese molto debole, soggetto alle speculazioni del mercato, delle lobbies, o alle instabilità geopolitiche ed economiche, su scala planetaria o relativamente ai singoli stati fornitori. Si pensi a quanto sta accadendo in questi mesi in Libia (da cui importiamo notevoli quantità di petrolio) e nei paesi del Nord Africa in generale. Si pensi alle condizioni ancora non perfettamente stabili, dal punto di vista economico e democratico, nell’area ex-sovietica, da cui proviene il maggior quantitativo di gas metano. Vi è poi il Medio-Oriente, costante teatro di guerre e tensioni.

L’auspicio di tutti è che in un futuro non troppo lontano ogni paese sia in grado di sostenere il proprio fabbisogno esclusivamente con le energie rinnovabili. Questo traguardo è però ancora piuttosto lontano, dal punto di vista tecnologico ed economico. Alla luce di quanto detto precedentemente, nel cammino di avvicinamento a questo risultato ogni paese non può esimersi dal predisporre una strategia che contempli una combinazione di fonti energetiche il più possibile variegata e multiforme. Vediamo quali sono le condizioni di alcuni tra i principali paesi europei, inclusa l’Italia, relativamente alla produzione di energia elettrica in termini delle varie fonti energetiche: i dati risalgono al 2005 ma non sono molto dissimili da quelli attuali.

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Risulta facile notare come le situazioni meno convincenti, dal punto di vista della diversificazione, siano quelle della Francia, in cui quasi l’80% dell’energia proviene dal nucleare, e l’Italia, in cui il 50% dell’elettricità è prodotto con il gas naturale. Germania, Spagna e Regno Unito presentano invece un mix ragionevolmente equilibrato, che le mette al riparo da conseguenze drammatiche nel caso una delle fonti dovesse essere per qualche motivo sostituita in tempi brevi. Cosa accadrebbe invece all’Italia se da un giorno all’altro gli stati dell’Europa dell’Est (come tra l’altro già minacciato qualche inverno fa) decidessero di chiudere repentinamente i rubinetti dei gasdotti che giungono fino al nostro paese? 
Nell’ottica di una eventuale crisi internazionale, un ulteriore aspetto da considerare riguarda le modalità con cui i singoli stati sono in grado di dotarsi di una riserva energetica strategica, per fronteggiare eventuali drastiche riduzioni delle importazioni di materie prime: pochi metri cubi di uranio in questo caso possono garantire un’autonomia che richiederebbe invece volumi di stoccaggio incommensurabilmente maggiori nel caso di gas e petrolio. L’Italia attualmente, in caso di interruzione delle importazioni, sarebbe infatti in grado di soddisfare le richieste energetiche interne solamente per poche settimane. 

Alla luce di tutto questo, ecco dimostrato come il nucleare, seppur non rappresentando la soluzione definitiva e completa ai problemi energetici italiani, potrebbe costituire una delle soluzioni più ragionevoli per contribuire a rendere meno pesante la dipendenza dall’estero.

Per maggiori informazioni:
SIF (Società Italiana di Fisica), Energia in Italia: problemi e prospettive (1990-2020)
http://www.sif.it/SIF/resources/public/files/LibroBianco.pdf

 

Il fiato corto

Certo, si può continuare a correre. Ma con il fiato corto. 

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Questa è la risposta più onesta a chi chiede se sia possibile un futuro energetico per il nostro Paese, senza il nucleare. Il Corriere della Sera ha pubblicato proprio nei giorni scorsi una interessante tabella, che riportiamo qui, riassumendo alcuni dati sulla situazione energetica italiana, anche in confronto con altri paesi europei. L’Italia è un paese energeticamente dipendente dal gas: metà dell’energia elettrica prodotta in Italia, nel 2009, è stata generata da centrali a gas. Importato dall’estero. Carbone e petrolio forniscono poco più del 10% ciascuno, mentre le cosidette energie rinnovabili hanno costituito, nel 2009, poco meno di un quarto della produzione elettrica.

Un quadro interessante, se confrontato con la situazione europea: siamo si oltre la media per la produzione da energie rinnovabili (che in Europa si assesta a poco meno del 20%), ma siamo uno dei paesi che dipendono più fortemente dalle importazioni di gas. Il doppio della media europea. Inoltre, in tutta Europa si sta abbandonando la produzione di energia elettrica dal petrolio, che rappresenta il 3% del totale: in Italia il dato è uno sconfortante 11%. 

L’Italia è uno dei paesi, in Europa, con la più alta percentuale di energia prodotta da combustibili fossili (gas, petrolio, carbone): insieme rappresentano il 75% delle fonti di energia. Contro il 60% della Germania, il 57% della Spagna e l’11% della Francia. Ed i combustibili fossili hanno la maggior responsabilità per quanto riguarda i possibili cambiamenti climatici, l’emissione di inquinanti chimici ed anche di inquinanti radioattivi.

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Questi dati, tuttavia, si riferiscono alla situazione presente. Le proiezioni sullo sviluppo economico ed industriale del nostro paese, indicano che, se oggi la domanda di energia è di 320 TWh, questa sarà di 360 TWh nel 2030. Un aumento di più del 10% in vent’anni. 

Christian, al termine del nostro incontro/conferenza del 26 aprile a Trieste, ci ha lasciato con il quesito se siano “sufficienti le “energie alternative” per coprire il fabbisogno energetico italiano”. Da questi dati appare chiaro che le energie alternative (immaginiamo che Christian si riferisca alle fonti rinnovabili) giocano un ruolo rilevante nella produzione di energia elettrica nel nostro paese, ma tuttavia rappresentano solo un quarto della produzione. E non sono in grado di provvedere né alla totalità della produzione attuale, né all’aumentare della richiesta energetica nel futuro.

Non abbiamo tenuto conto, in questa discussione, di elementi importanti, qual è la situazione geopolitica internazionale. Tuttavia è importante ricordare che le importazioni di gas dipendono sia dai paesi importatori che dai paesi attraverso cui passano in gasdotti. In questa ottica vanno interpretati i rapporti tra l’Italia e, in primo luogo, la Russia. Inoltre la recente crisi del gas tra Russia ed Ucraina (2006) rappresenta un precedente che è necessario considerare attentamente. Le importazioni di petrolio sono anche rilevanti per il nostro paese: la recente (ancora in corso) guerra in Libia potrebbe avere conseguenze importanti sulla nostra capacità di approvvigionamento. 

Se tuttavia consideriamo che l’Italia sia in grado nei prossimi 20 di mantenere le attuali capacità di importazione di combustibili fossili (carbone, gas e petrolio) per affrontare l’aumento della richiesta di energia, nel 2030 la situazione potrebbe essere tutt’altro che confortante. La previsione è fatta considerando le strutture produttive (le centrali ora in funzione), la loro capacità di funzionamento, i piani di sviluppo energetico e la disponibilità delle fonti. Inclusi gli investimenti per le energie rinnovabili. 

Ricordiamo che le energie “rinnovabili” includono le centrali idroelettriche (che rappresentano la quasi totalità della produzione di energia alla voce “rinnovabili”), ed in parte minoritaria il fotovoltaico, l’eolico, ma anche la produzione con legna da ardere.

Le importazioni di gas non potrebbero aumentare considerevolmente (+20%), tantomeno quelle di petrolio. L’Italia avrebbe dunque la sola possibilità di aumentare la produzione di energia da carbone, che dovrebbe raddoppiare: da 40 TWh (2009) a 80 TWh (2030).
La produzione da fonti rinnovabili dovrebbe aumentare da 80 TWh (2009) a 105 TWh (2030): un aumento consistente, ma non sufficiente a limitare la necessità di ricorrere al raddoppio della produzione da carbone, ed un aumento consistente di quella da gas.

Certo, senza nucleare, possiamo continuare a correre. Ma con il fiato corto e respirando più CO2 ed SO2.

Quale sarebbe la situazione con l’introduzione di centrali nucleari per la produzione di energia, nel nostro paese?

Secondo le proiezioni attuali, il nucleare dovrebbe fornire un quarto dell’energia elettrica prodotta nel 2030: questo potrebbe limitare notevolmente la necessità di importare combustibili fossili. La produzione di energia da gas potrebbe scendere da 140 TWh (2009) a 86 TWh (2030, con il nucleare), mentre in uno scenario senza nucleare sarebbe aumentata fino a 166 TWh (2030, senza nucleare). La richiesta di energia da carbone è destinata ad aumentare, ma in misura ridotta: da 40 TWh (2009) a 60 TWh (2030, con il nucleare). In uno scenario con il nucleare, la produzione di energia da fonti rinnovabili aumenterebbe da 80 TWh (2009) a 95 TWh (2030, con il nucleare).

Emerge dunque un quadro in cui l’energia nucleare non è alternativa alle fonti rinnovabili. Ma energia nucleare ed energie rinnovabili camminano fianco a fianco per ridurre notevolmente la produzione di energia da combustibili fossili, che scenderebbe a meno del 50% della produzione totale nel 2030. A tutto vantaggio dell’ambiente, ed anche dell’indipendenza energetica del nostro paese.

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