Il TG5 e le post-verità su Fukushima

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Questa mattina abbiamo scritto alla redazione del TG5, per chiedere un’immediata rettifica in merito ad alcune affermazioni false, contenute in un servizio andato in onda nell’edizione delle 20:00 dello scorso 21 maggio.

Non è la prima volta che ci troviamo a dover commentare le inesattezze, le imprecisioni e le falsità diffuse dagli organi di stampa e dai mezzi di comunicazione di massa italiani sull’incidente di Fukushima e, in generale, sull’impiego civile delle tecnologie nucleari.
Lo scivolone del TG5 è, in questo caso, un esempio emblematico non solo della scarsa professionalità e della superficialità dei media nei confronti di tematiche così delicate e importanti, ma anche – ci duole dirlo – di un generalizzato atteggiamento ostile e diffidente dell’establishment culturale italiano verso l’energia nucleare.
E’ impossibile non notare come ogni occasione sia utile – spesso come in questo caso su presupposti assolutamente errati e pretestuosi – per rinvigorire nell’opinione pubblica il senso di diffidenza nei confronti delle tecnologie nucleari. Tecnologie che, pur non essendo impiegate nel nostro Paese per produrre energia elettrica, sono parte integrante del tessuto industriale italiano e di numerosissime realtà applicative in campo medico, agricolo, di ricerca.

L’ostilità è resa evidente dalla facilità con cui le notizie false su questo argomento passino sostanzialmente inosservate. In piena epoca di lotta alle cosiddette fake news, a quali ondate di indignazione assisteremmo, in altri contesti?

Riportiamo qui sotto la trascrizione delle affermazioni andate in onda, e la copia della lettera che abbiamo fatto pervenire alla redazione del TG5.

«Con un referendum la Svizzera ha deciso di abbandonare le centrali nucleari puntando tutto sulla energia rinnovabile. Il 58,2% degli svizzeri ha votato sì alla legge proposta dal parlamento elvetico decidendo così di investire tutto sulla green economy. Il processo di denuclearizzazione era già stato avviato con la chiusura di 2 centrali delle 5 presenti, una decisione accelerata dal tragico incidente di Fukushima in Giappone che causò centinaia di vittime e rese la zona inaccessibile a causa delle radiazioni nucleari.»

TG5, edizione delle ore 20, 21/05/2017: minuto 25:04 – 25:38

Il Referendum non chiude il dibattito sul nucleare in Italia.

L’esito del recente referendum abrogativo, inerente alcune norme legislative che aprivano la strada ad un prossimo ritorno dell’Italia all’opzione energetica nucleare abbandonata nel 1987, ha registrato la netta presa di posizione dei cittadini italiani votanti, i quali si sono in grande maggioranza espressi contro tale opzione.
Quanto l’espressione di questo voto sia stata frutto di una non corretta informazione nel merito della questione nucleare, di una evidente retromarcia della stessa classe politica e di governo che dell’opzione nucleare si era fatta promotrice (basti pensare che l’emendamento al decreto “Omnibus” del 26/05/2011 di fatto abortiva il programma nucleare non ancora iniziato rendendo di fatto il quesito sul nucleare quantomeno superato se non superfluo), o di una diffusa onda emotiva determinata dall’incidente di Fukushima, è stato ampiamente dibattuto anche su queste pagine e non ritorneremo sulla questione.

Ciò che a nostro avviso è importante affermare sono i motivi per cui l’esito del referendum non può e non deve chiudere il dibattito sul nucleare nel nostro Paese, e di conseguenza far venir meno la sfida intrapresa dal Comitato Nucleare e Ragione, la cui ampia, e se vogliamo ambiziosa, portata, guardava fin da subito oltre la “siepe” della consultazione referendaria.

I motivi sono sostanzialmente due, uno di ordine tattico ed uno di ordine strategico.
Il primo discende dal fatto che la gestione del nucleare continuerà a riguardare l’Italia seppur non vi verranno costruite nuove centrali. Infatti resta aperta la questione della gestione delle scorie nucleari esistenti (provenienti dal ciclo di produzione elettronucleare delle centrali oggi in disuso, ma non solo), e la cui sorte è incerta venuto a mancare il contesto normativo (ovvero la ripresa della produzione di energia nucleare) che avrebbe portato all’individuazione dei “depositi geologici” per lo stoccaggio. Inoltre la densità di centrali nucleari a ridosso dei confini nazionali (Francia, Svizzera e Slovenia) rimane immutata, con conseguente interessamento dell’Italia al tema della sicurezza delle centrali a noi vicine, che resta di grande impatto sull’opinione pubblica.
Il secondo motivo, ben più articolato, riguarda direttamente la prospettiva a medio-lungo termine della produzione di energia in Italia, che a nostro avviso non può prescindere da un serio impegno sul nucleare.
Già nel 2006, nel “Libro Verde sull’Energia”, la Commissione Europea ha riconosciuto l’importanza dell’energia nucleare, che costituisce un terzo del totale dell’energia elettrica prodotta nella UE, in quanto essa rappresenta la maggior fonte di energia senza emissioni di carbonio in Europa. Successivamente, nel 2007, la stessa Commissione Europea ha definito un Piano Strategico per l’Energia (SET-Plan)  che consenta alla UE di transire verso un’economia a bassa emissione di CO2, attraverso un mix energetico che promuove, oltre a massicci investimenti per lo sviluppo delle energie rinnovabili, investimenti altrettanto massicci (circa 10 mld di euro in 10 anni) per lo sviluppo della fissione nucleare. Nel Marzo 2011 infine la Commissione Europea ha prodotto le linee guida (Road Map) per il raggiungimento di un’economia a bassa emissione di carbonio(2), fissando l’obiettivo dell’abbattimento delle emissioni di CO2 provenienti dal settore energetico al 93% entro il 2050. D’altro canto, gli accordi di Kyoto già sottoscritti impegnano l’Italia ad una riduzione delle emissioni al livello del 93,5% rispetto al dato del 1990 (pari a 485,7 MtCO2eq*).
L’energia nucleare dunque è per l’Europa parte integrante della strategia energetica dei prossimi decenni, e nulla lascia presagire significativi ripensamenti su questo tema. Anche perché gli ambiziosi ed impegnativi obiettivi fissati  dal Protocollo di Kyoto e dal SET-Plan(1) non potrebbero mai essere raggiunti senza l’apporto energetico nucleare.
Proprio sugli impegni di Kyoto l’Italia è in forte ritardo. Secondo uno studio attendibile , considerando uno sviluppo realistico delle fonti rinnovabili (che le porterebbe a coprire il 23% del fabbisogno nazionale) ed un aumento del 2% della quota di elettronucleare di importazione, l’Italia potrebbe nel 2020, considerate le proiezioni di aumento del fabbisogno energetico, mantenere il livello di emissioni del 2006, “sforando” gli obiettivi di Kyoto di circa 88 MtCO2eq. Alle condizioni attuali ciò costringerebbe l’Italia ad acquistare crediti di emissione, con un inevitabile aggravio dei costi di produzione e la ulteriore penalizzazione per le imprese ed i consumatori italiani. Lo stesso studio conclude che in una prospettiva a più lungo termine gli obiettivi di Kyoto potrebbero essere raggiunti dall’Italia solo con l’implementazione di un consistente parco di impianti nucleari combinato a tecniche di cattura e sequestro della CO2.

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Bisogna ricordare che le condizioni attuali, tendenzialmente favorevoli e che consentono di eludere impegni non troppo restrittivi,
potrebbero sensibilmente modificarsi in futuro, specie qualora la politica comune europea acquisirà maggiore sostanza ed autorevolezza. Sotto la spinta delle opinioni pubbliche e dei governi dei paesi più virtuosi (come Francia e Germania, che anche grazie all’impiego del nucleare e al grande sviluppo delle rinnovabili sono più vicini al mix energetico imposto dagli obiettivi sopra descritti), l’Unione Europea potrebbe prevedere sanzioni per i Paesi inadempienti, come è successo nel passato per altri settori dell’economia. Di conseguenza l’Italia potrebbe essere costretta, in un futuro non troppo lontano a ritornare sulle proprie decisioni, avendo acquisito un ulteriore ritardo, per imposizione delle istituzioni comunitarie, di fatto sconfessando l’esito referendario.
Resterebbe inoltre irrisolto, nelle proiezioni del mix energetico del 2020, il problema della scarsa differenziazione degli approvvigionamenti energetici, rimanendo il gas naturale la prima fonte energetica (38%), anch’esso molto soggetto alle tensioni geopolitiche, almeno in assenza di un adeguato numero di impianti rigassificatori, sempre nel novero delle opere pubbliche invise agli italiani. Risulta dunque evidente l’impossibilità, almeno nel lungo periodo, di considerare l’abbandono della tecnologia nucleare come definitivo, quando la stessa tecnologia nucleare è ritenuta necessaria per mantenere il carico base in Europa e conseguire gli obiettivi di riduzione dei gas-serra.

 

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E’ nel contempo imprescindibile per l’Italia il dotarsi al più presto di un serio Piano Energetico Nazionale (l’ultimo risale al 1988), che attui le misure immediatamente necessarie per la diversificazione delle fonti energetiche, con ampio sviluppo delle rinnovabili e l’aumento della quota di energia nucleare importata, attraverso l’adeguamento delle linee elettriche transfrontaliere, e che concorra allo sviluppo degli impianti nucleari di IV generazione, rimanendo così nell’ambito della politica energetica europea ed evitando ulteriori avventure solitarie quanto autolesionistiche.

(1) http://ec.europa.eu/energy/technology/set_plan/set_plan_en.htm

(2) http://ec.europa.eu/energy/strategies/2011/roadmap_2050_en.htm

(3) Energia in Italia: problemi e prospettive (1990-2020) – Società Italiana di Fisica, Aprile 2008

*MtCO2eq sta per Milioni di tonnellate equivalenti di CO2, misura corrente della quantità di emissioni.

Nucleare: effetto Fukushima. No, effetto referendum.

Si è svolta venerdì pomeriggio, dopo svariati rinvii che l’hanno vista slittare per ben due volte e posticipare di quasi un mese sulla data inizialmente prevista, la conferenza Nucleare: effetto Fukushima, promossa dal Comune di Trieste, dai Partners del Protocollo d’Intesa Università/Enti di Ricerca e dal quotidiano Il Piccolo, con l’appoggio e la sponsorizzazione di tutte le istituzioni politiche e scientifiche della provincia. L’evento ha visto il contributo di tre relatori principali, Alessandro Martelli, ingegnere nucleare dell’Enea, Peter Suhadolc, sismologo dell’Università di Trieste e Massimo Bovenzi, ordinario di Medicina del Lavoro e Radioprotezione dell’Università di Trieste, più otto scienziati di diversi campi, che hanno in varia misura collaborato all’evento e dunque hanno avuto diritto di prelazione sugli interventi “dal pubblico”.
Pubblico che bisogna dire, forse a causa degli slittamenti di data, non è tra i più numerosi: pochi gli studenti e pochi i cittadini comuni. Per riempire la sala, circa 90 posti a sedere, serve la pletora degli organizzatori e la claque organizzata che accompagna ogni relatore, pur essa composta prevalentemente da accademici e da ricercatori vari.
Gli interventi dei tre relatori sono stati generalmente puntuali e rassicuranti, a nostro avviso ben strutturati, dato anche lo scarso tempo loro concesso, circa 20 minuti ciascuno.

In apertura Martelli ha illustrato il funzionamento della centrale di Fukushima, analizzando le cause e la portata dell’incidente, e facendo un debito e rassicurante paragone con l’incidente di Chernobyl. In seguito, Suhadolc, ha illustrato il concetto di pericolosità sismica, e quali siano le informazioni in merito fornite dalla comunità scientifica agli amministratori per la progettazione delle centrali nucleari, soffermandosi su quelle di Fukushima e Krsko. Per la prima ha sottolineato come, pur essendo i valori attesi di accelerazione  inferiori a quelli effettivamente registrati, la centrale non abbia subito danni rilevanti dal sisma. Infine, Bovenzi ha fatto una rapida introduzione dei concetti di radioattività e di dosimetria, per passare poi ad una disamina degli effetti deterministici e stocastici delle radiazioni sull’organismo, con la presentazione dei casi studiati negli anni dall’Istituto Marie Curie di Parigi, in particolare quelli seguiti al bombardamento di Hiroshima e Nagasaki e all’incidente di Chernobyl, ma anche quelli dei lavoratori esposti in campo industriale e sanitario. Bovenzi ha  poi concluso con alcuni dati rassicuranti sulle misure di contaminazione da Iodio 131, rilevate negli scorsi giorni in Italia, in tal senso anch’egli avvalorando l’infinita maggiore gravità dell’incidente di Chernobyl rispetto a quello d Fukushima.

Sarà stato per l’eccesso di rassicurazione, tant’è che i successivi interventi dal “pubblico” hanno teso a riequilibrare questa sproporzione, ciascuno a proprio modo. Chi ha attinto ai ricordi del tempo di Chernobyl e alla clandestina importazione di latte in polvere da luoghi più sicuri, chi ha addotto motivi economici, sposando una recente tesi secondo la quale il costo del fotovoltaico sarebbe ormai pari al costo del nucleare (non vi erano, però, economisti in sala ne tra i relatori, ndr); altri infine hanno sollevato il problema aperto dello smaltimento delle scorie.
Non è mancata, in pieno stile “academic-chic”, la stoccata agli assenti, con il moderatore, il giornalista Fabio Pagan de Il Piccolo, che istiga compiaciuto il pubblico alla derisione del prof. Battaglia (molto controverso per le sue posizioni in campo energetico, ndr) e del Presidente del Consiglio, reo di avergli scritto la prefazione del libro (e non solo di questo, va da sé).
Dopo gli interventi “accademici” lo spazio per gli interventi dal pubblico era ormai esaurito, altrimenti avremmo provato a richiamare l’attenzione dell’uditorio sui reali numeri della tragedia: 17 morti in seguito ad un sisma disastroso, 27000 morti in seguito ad uno tsunami epocale, nessun morto  per sindrome acuta da radiazioni.
Effetto Fukushima? No, effetto Referendum.

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Il fiato corto

Certo, si può continuare a correre. Ma con il fiato corto. 

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Questa è la risposta più onesta a chi chiede se sia possibile un futuro energetico per il nostro Paese, senza il nucleare. Il Corriere della Sera ha pubblicato proprio nei giorni scorsi una interessante tabella, che riportiamo qui, riassumendo alcuni dati sulla situazione energetica italiana, anche in confronto con altri paesi europei. L’Italia è un paese energeticamente dipendente dal gas: metà dell’energia elettrica prodotta in Italia, nel 2009, è stata generata da centrali a gas. Importato dall’estero. Carbone e petrolio forniscono poco più del 10% ciascuno, mentre le cosidette energie rinnovabili hanno costituito, nel 2009, poco meno di un quarto della produzione elettrica.

Un quadro interessante, se confrontato con la situazione europea: siamo si oltre la media per la produzione da energie rinnovabili (che in Europa si assesta a poco meno del 20%), ma siamo uno dei paesi che dipendono più fortemente dalle importazioni di gas. Il doppio della media europea. Inoltre, in tutta Europa si sta abbandonando la produzione di energia elettrica dal petrolio, che rappresenta il 3% del totale: in Italia il dato è uno sconfortante 11%. 

L’Italia è uno dei paesi, in Europa, con la più alta percentuale di energia prodotta da combustibili fossili (gas, petrolio, carbone): insieme rappresentano il 75% delle fonti di energia. Contro il 60% della Germania, il 57% della Spagna e l’11% della Francia. Ed i combustibili fossili hanno la maggior responsabilità per quanto riguarda i possibili cambiamenti climatici, l’emissione di inquinanti chimici ed anche di inquinanti radioattivi.

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Questi dati, tuttavia, si riferiscono alla situazione presente. Le proiezioni sullo sviluppo economico ed industriale del nostro paese, indicano che, se oggi la domanda di energia è di 320 TWh, questa sarà di 360 TWh nel 2030. Un aumento di più del 10% in vent’anni. 

Christian, al termine del nostro incontro/conferenza del 26 aprile a Trieste, ci ha lasciato con il quesito se siano “sufficienti le “energie alternative” per coprire il fabbisogno energetico italiano”. Da questi dati appare chiaro che le energie alternative (immaginiamo che Christian si riferisca alle fonti rinnovabili) giocano un ruolo rilevante nella produzione di energia elettrica nel nostro paese, ma tuttavia rappresentano solo un quarto della produzione. E non sono in grado di provvedere né alla totalità della produzione attuale, né all’aumentare della richiesta energetica nel futuro.

Non abbiamo tenuto conto, in questa discussione, di elementi importanti, qual è la situazione geopolitica internazionale. Tuttavia è importante ricordare che le importazioni di gas dipendono sia dai paesi importatori che dai paesi attraverso cui passano in gasdotti. In questa ottica vanno interpretati i rapporti tra l’Italia e, in primo luogo, la Russia. Inoltre la recente crisi del gas tra Russia ed Ucraina (2006) rappresenta un precedente che è necessario considerare attentamente. Le importazioni di petrolio sono anche rilevanti per il nostro paese: la recente (ancora in corso) guerra in Libia potrebbe avere conseguenze importanti sulla nostra capacità di approvvigionamento. 

Se tuttavia consideriamo che l’Italia sia in grado nei prossimi 20 di mantenere le attuali capacità di importazione di combustibili fossili (carbone, gas e petrolio) per affrontare l’aumento della richiesta di energia, nel 2030 la situazione potrebbe essere tutt’altro che confortante. La previsione è fatta considerando le strutture produttive (le centrali ora in funzione), la loro capacità di funzionamento, i piani di sviluppo energetico e la disponibilità delle fonti. Inclusi gli investimenti per le energie rinnovabili. 

Ricordiamo che le energie “rinnovabili” includono le centrali idroelettriche (che rappresentano la quasi totalità della produzione di energia alla voce “rinnovabili”), ed in parte minoritaria il fotovoltaico, l’eolico, ma anche la produzione con legna da ardere.

Le importazioni di gas non potrebbero aumentare considerevolmente (+20%), tantomeno quelle di petrolio. L’Italia avrebbe dunque la sola possibilità di aumentare la produzione di energia da carbone, che dovrebbe raddoppiare: da 40 TWh (2009) a 80 TWh (2030).
La produzione da fonti rinnovabili dovrebbe aumentare da 80 TWh (2009) a 105 TWh (2030): un aumento consistente, ma non sufficiente a limitare la necessità di ricorrere al raddoppio della produzione da carbone, ed un aumento consistente di quella da gas.

Certo, senza nucleare, possiamo continuare a correre. Ma con il fiato corto e respirando più CO2 ed SO2.

Quale sarebbe la situazione con l’introduzione di centrali nucleari per la produzione di energia, nel nostro paese?

Secondo le proiezioni attuali, il nucleare dovrebbe fornire un quarto dell’energia elettrica prodotta nel 2030: questo potrebbe limitare notevolmente la necessità di importare combustibili fossili. La produzione di energia da gas potrebbe scendere da 140 TWh (2009) a 86 TWh (2030, con il nucleare), mentre in uno scenario senza nucleare sarebbe aumentata fino a 166 TWh (2030, senza nucleare). La richiesta di energia da carbone è destinata ad aumentare, ma in misura ridotta: da 40 TWh (2009) a 60 TWh (2030, con il nucleare). In uno scenario con il nucleare, la produzione di energia da fonti rinnovabili aumenterebbe da 80 TWh (2009) a 95 TWh (2030, con il nucleare).

Emerge dunque un quadro in cui l’energia nucleare non è alternativa alle fonti rinnovabili. Ma energia nucleare ed energie rinnovabili camminano fianco a fianco per ridurre notevolmente la produzione di energia da combustibili fossili, che scenderebbe a meno del 50% della produzione totale nel 2030. A tutto vantaggio dell’ambiente, ed anche dell’indipendenza energetica del nostro paese.

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