Jharia brucia

[riproponiamo questo articolo di Luca Romano, pubblicato originariamente qui. L’articolo fa luce su uno dei più terrificanti disastri ambientali e sanitari della storia recente. Un disastro iniziato con un incendio nel 1916 e che sembra non avere fine, nell’indifferenza di buona parte della popolazione mondiale.]

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Ogni tanto qualche nucleoscettico, riferendosi alle zone di esclusione di Chernobyl e Fukushima, se ne esce con l’espressione “il nucleare rende inabitabili intere aree del pianeta per migliaia di anni”.
Posto che non è vero – la radioattività in entrambe le aree è inferiore alla soglia indicata dall’OMS come pericolosa per la salute, se vengono interdette al pubblico è solo in via precauzionale e comunque non sarà per sempre – esistono in effetti posti nel mondo che sono stati resi inabitabili dall’uomo per tempi lunghissimi.
Solo che il nucleare non c’entra nulla.

Tutti voi saprete che l’estrazione del carbone è un’attività pericolosa: intanto perché spesso si creano delle sacche di gas altamente tossico ed altamente esplosivo, e poi perché a volte il carbone stesso prende fuoco, causando incendi sotterranei molto difficili da estinguere. Il combinato disposto di questi due fenomeni ha fatto dell’estrazione del carbone una delle attività più letali nella storia dell’homo sapiens. Durante la seconda rivoluzione industriale come rilevatori di gas nelle miniere si usavano i canarini: quando l’uccello moriva significava che c’era gas nell’aria e ci si doveva levare di culo prima che una scintilla facesse saltare in aria tutto. Oggi ovviamente abbiamo strumenti più efficaci e approvati dagli animalisti, ma anche così gli incendi nelle miniere di carbone nel mondo avvengono al ritmo di decine all’anno.

Lo stato del Jharkhand, in India, è uno dei luoghi del mondo con la maggiore quantità di risorse minerarie: vi si estraggono ferro, rame, bauxite, persino uranio. E ovviamente carbone.
Quantità vergognose, astronomiche, siderali di carbone. Nel distretto di Dhanbad, in particolare, ce n’è così tanto che gli abitanti a volte avviano delle miniere abusive semplicemente facendo esplodere lo strato superficiale del terreno con della dinamite e poi raccogliendo quello che trovano sotto: carbone purissimo, praticamente coke già raffinato.
A Jharia (cittadina di 80.000 abitanti) la prima miniera viene inaugurata nel 1894: l’India all’epoca è una colonia dell’impero britannico, e siamo verso il finire dell’epoca Vittoriana.

Per due decenni gli operai indiani estraggono pacificamente carbone di ottima qualità, che alimenta le locomotive e i motori delle navi inglesi, poi nel 1916 scoppia un incendio, proprio mentre in Europa francesi e tedeschi si stanno scannando sulle trincee della prima guerra mondiale.
Le fiamme superficiali vengono domate – non senza difficoltà, ma il terreno purtroppo è permeabile all’aria, e la vena carbonifera è immensa, per cui l’incendio continua a svilupparsi sottoterra.
E non c’è modo di fermarlo.

La prima guerra mondiale termina, in Europa inizia la stagione dei totalitarismi, e Jharia sta ancora bruciando.
La cittadina inizia ad assumere sempre di più l’aspetto del pianeta Mustafar in Star Wars – la vendetta dei Sith: il terreno in alcuni punti è così caldo da rendere impossibile camminare anche con scarpe spesse, l’aria è costantemente tossica; ogni tanto intere sezioni di terreno cedono, perché sotto quel terreno c’è carbone che brucia, e quando ne brucia troppo frana tutto, inghiottendo case, strade e persone in una voragine di fuoco; ogni tanto invece si verificano delle esplosioni, con getti di gas infuocato che erompono dal terreno e raggiungono altezze fino a 15 metri.

La seconda guerra mondiale termina nel 1945, e due anni dopo, grazie a Gandhi, l’india raggiunge l’indipendenza. Ma le miniere restano nelle mani delle compagnie britanniche. A Jharia lo sfruttamento delle vene continua… e l’incendio anche. Le esalazioni di monossido di carbonio e diossido di zolfo dal terreno hanno ormai reso il luogo desertico: le piante muoiono e le persone hanno tutte malattie respiratorie.
Nel frattempo sono aperte altre miniere lì intorno, per cercare di intaccare la vena là dove non brucia ancora: nove in totale, di cui sette a cielo aperto.

Nel 1967 l’India nazionalizza le miniere, e accusa gli inglesi di non aver fatto nulla per fermare l’incendio e tutelare la popolazione. Ma ora ci penseranno loro! Il fuoco però non lo sa, e continua a bruciare: i focolai ora sono decine.
Negli anni ’80 il governo indiano inizia a predisporre dei piani di evacuazione per gli abitanti della cittadina, ma senza successo: la gente non vuole andarsene. In parte perché non si fida ad abbandonare tutto ciò che possiede, e in parte perché a Jharia le miniere continuano a funzionare: dunque c’è lavoro. E non importa che l’intera città rischi di sprofondare in un sinkhole fiammeggiante da un momento all’altro, né che la speranza di vita nella regione sia di 10 anni inferiore alla media nazionale.

Nel 2005 il governo del Jharkhand dichiara “non sicure” la strada e la ferrovia che portano a Jharia: l’incendio sotterraneo rischia di causare cedimenti del terreno e quindi frane e crolli. Ma le persone continuano ad andare e venire, e i treni carichi di carbone anche, al ritmo di 37 al giorno. Ogni tanto uno smottamento si mangia un convoglio, una casa, una macchina, non ha importanza: si ricostruisce come si può e dove si può, e si continua.

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L’ultimo studio fatto sul fuoco sotterraneo di Jharia risale a tre anni fa, nel 2017: i focolai sono arrivati a 67, e l’area coinvolta è cresciuta fino a 450 Km quadrati, abbastanza grande da iniziare a minacciare le città vicine, con potenziali danni alla salute per mezzo milione di persone.
Oggi siamo nel 2020, abbiamo gli smartphone, i meme e i Nutella biscuits, e Jharia brucia da 104 anni. Si stima che l’incendio fino ad ora abbia divorato in tutto 37 milioni di tonnellate di carbone.
Solo che la vena ne contiene più di due miliardi.
Il che significa che, a questi ritmi, Jharia continuerà a bruciare per i prossimi cinquemila anni.

 

Riferimenti:

https://www.theguardian.com/global-development/2019/mar/11/fires-of-jharia-spell-death-and-disease-for-villagers-india-coal-industry

https://www.cnbc.com/2015/12/02/indias-jharia-coal-field-has-been-burning-for-100-years.html

https://india.mongabay.com/2019/10/the-burning-coalfields-of-jharia-belch-poison-for-local-residents/

https://www.researchgate.net/publication/291102685_Environmental_issues_of_coal_mining_-_A_case_study_of_Jharia_coal-field_India

 

Fai clic per accedere a Jharia%20Coal%20Mine%20Fire%20and%20its%20Impact.pdf

 

 

 

Il fiato corto

Certo, si può continuare a correre. Ma con il fiato corto. 

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Questa è la risposta più onesta a chi chiede se sia possibile un futuro energetico per il nostro Paese, senza il nucleare. Il Corriere della Sera ha pubblicato proprio nei giorni scorsi una interessante tabella, che riportiamo qui, riassumendo alcuni dati sulla situazione energetica italiana, anche in confronto con altri paesi europei. L’Italia è un paese energeticamente dipendente dal gas: metà dell’energia elettrica prodotta in Italia, nel 2009, è stata generata da centrali a gas. Importato dall’estero. Carbone e petrolio forniscono poco più del 10% ciascuno, mentre le cosidette energie rinnovabili hanno costituito, nel 2009, poco meno di un quarto della produzione elettrica.

Un quadro interessante, se confrontato con la situazione europea: siamo si oltre la media per la produzione da energie rinnovabili (che in Europa si assesta a poco meno del 20%), ma siamo uno dei paesi che dipendono più fortemente dalle importazioni di gas. Il doppio della media europea. Inoltre, in tutta Europa si sta abbandonando la produzione di energia elettrica dal petrolio, che rappresenta il 3% del totale: in Italia il dato è uno sconfortante 11%. 

L’Italia è uno dei paesi, in Europa, con la più alta percentuale di energia prodotta da combustibili fossili (gas, petrolio, carbone): insieme rappresentano il 75% delle fonti di energia. Contro il 60% della Germania, il 57% della Spagna e l’11% della Francia. Ed i combustibili fossili hanno la maggior responsabilità per quanto riguarda i possibili cambiamenti climatici, l’emissione di inquinanti chimici ed anche di inquinanti radioattivi.

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Questi dati, tuttavia, si riferiscono alla situazione presente. Le proiezioni sullo sviluppo economico ed industriale del nostro paese, indicano che, se oggi la domanda di energia è di 320 TWh, questa sarà di 360 TWh nel 2030. Un aumento di più del 10% in vent’anni. 

Christian, al termine del nostro incontro/conferenza del 26 aprile a Trieste, ci ha lasciato con il quesito se siano “sufficienti le “energie alternative” per coprire il fabbisogno energetico italiano”. Da questi dati appare chiaro che le energie alternative (immaginiamo che Christian si riferisca alle fonti rinnovabili) giocano un ruolo rilevante nella produzione di energia elettrica nel nostro paese, ma tuttavia rappresentano solo un quarto della produzione. E non sono in grado di provvedere né alla totalità della produzione attuale, né all’aumentare della richiesta energetica nel futuro.

Non abbiamo tenuto conto, in questa discussione, di elementi importanti, qual è la situazione geopolitica internazionale. Tuttavia è importante ricordare che le importazioni di gas dipendono sia dai paesi importatori che dai paesi attraverso cui passano in gasdotti. In questa ottica vanno interpretati i rapporti tra l’Italia e, in primo luogo, la Russia. Inoltre la recente crisi del gas tra Russia ed Ucraina (2006) rappresenta un precedente che è necessario considerare attentamente. Le importazioni di petrolio sono anche rilevanti per il nostro paese: la recente (ancora in corso) guerra in Libia potrebbe avere conseguenze importanti sulla nostra capacità di approvvigionamento. 

Se tuttavia consideriamo che l’Italia sia in grado nei prossimi 20 di mantenere le attuali capacità di importazione di combustibili fossili (carbone, gas e petrolio) per affrontare l’aumento della richiesta di energia, nel 2030 la situazione potrebbe essere tutt’altro che confortante. La previsione è fatta considerando le strutture produttive (le centrali ora in funzione), la loro capacità di funzionamento, i piani di sviluppo energetico e la disponibilità delle fonti. Inclusi gli investimenti per le energie rinnovabili. 

Ricordiamo che le energie “rinnovabili” includono le centrali idroelettriche (che rappresentano la quasi totalità della produzione di energia alla voce “rinnovabili”), ed in parte minoritaria il fotovoltaico, l’eolico, ma anche la produzione con legna da ardere.

Le importazioni di gas non potrebbero aumentare considerevolmente (+20%), tantomeno quelle di petrolio. L’Italia avrebbe dunque la sola possibilità di aumentare la produzione di energia da carbone, che dovrebbe raddoppiare: da 40 TWh (2009) a 80 TWh (2030).
La produzione da fonti rinnovabili dovrebbe aumentare da 80 TWh (2009) a 105 TWh (2030): un aumento consistente, ma non sufficiente a limitare la necessità di ricorrere al raddoppio della produzione da carbone, ed un aumento consistente di quella da gas.

Certo, senza nucleare, possiamo continuare a correre. Ma con il fiato corto e respirando più CO2 ed SO2.

Quale sarebbe la situazione con l’introduzione di centrali nucleari per la produzione di energia, nel nostro paese?

Secondo le proiezioni attuali, il nucleare dovrebbe fornire un quarto dell’energia elettrica prodotta nel 2030: questo potrebbe limitare notevolmente la necessità di importare combustibili fossili. La produzione di energia da gas potrebbe scendere da 140 TWh (2009) a 86 TWh (2030, con il nucleare), mentre in uno scenario senza nucleare sarebbe aumentata fino a 166 TWh (2030, senza nucleare). La richiesta di energia da carbone è destinata ad aumentare, ma in misura ridotta: da 40 TWh (2009) a 60 TWh (2030, con il nucleare). In uno scenario con il nucleare, la produzione di energia da fonti rinnovabili aumenterebbe da 80 TWh (2009) a 95 TWh (2030, con il nucleare).

Emerge dunque un quadro in cui l’energia nucleare non è alternativa alle fonti rinnovabili. Ma energia nucleare ed energie rinnovabili camminano fianco a fianco per ridurre notevolmente la produzione di energia da combustibili fossili, che scenderebbe a meno del 50% della produzione totale nel 2030. A tutto vantaggio dell’ambiente, ed anche dell’indipendenza energetica del nostro paese.

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