I veri numeri dei nostri rifiuti

con il contributo di Fulvio Buzzi

Il tema del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi è stato uno dei grandi assenti durante la campagna elettorale delle scorse settimane. Eppure, la pubblicazione della CNAI (la Carta Nazionale delle Aree Idonee) sarà con tutta probabilità una delle questioni più spinose che il nuovo Governo dovrà affrontare nel corso dei prossimi mesi, assieme ai provvedimenti per far fronte alla crisi energetica. L’iter per la costruzione del Deposito è ormai fermo da quasi un anno, e purtroppo nel frattempo  ben poco è stato fatto – al di là del Seminario Nazionale – per informare maggiormente le popolazioni sulle opportunità offerte da questa infrastruttura e dare rassicurazioni sulle ricadute positive per il territorio che lo ospiterà. Le amministrazioni locali delle aree potenzialmente coinvolte, invece, rimangono sul piede di guerra.

Il tema dei rifiuti nucleari e della loro gestione è stato da noi già trattato in numerosi articoli, e ad esso abbiamo dedicato una intera sezione del nostro sito (maggiori informazioni qui).
Uno degli aspetti che vogliamo affrontare oggi riguarda la diffusa convinzione che la filiera dell’industria nucleare sia quella che produce la maggior quantità di rifiuti pericolosi. Le cose non stanno esattamente così. E l’aspetto dei volumi in gioco è cruciale per dare il giusto peso alla questione della gestione di tali rifiuti, da tanti ritenuta erroneamente come “irrisolta”.    

Vediamo cosa dicono i numeri. Secondo i dati Eurostat [1] la produzione annua di rifiuti dell’UE è pari a 2 miliardi di tonnellate, di cui il 5% (100 milioni di tonnellate) corrisponde a rifiuti altamente pericolosi e tossico-nocivi, che “potrebbero rappresentare un rischio elevato per la salute umana e l’ambiente, se non gestiti e smaltiti in sicurezza”.
All’interno di questa quota, i rifiuti radioattivi rappresentano circa lo 0,5% (mezzo milione di tonnellate). Tra questi, quelli altamente radioattivi e longevi, ossia la categoria che richiede la disponibilità di un deposito geologico per lo stoccaggio definitivo, corrisponde a meno dell’1% (circa seimila tonnellate all’anno). Questa cifra è pari allo 0,005% (cinque centomillesimi) dei rifiuti altamente pericolosi prodotti ogni anno in Unione Europea e allo 0,00025% del totale. 
Non dimentichiamo inoltre che questo tipo di rifiuti nucleari può essere riciclato al 95% nei reattori di quarta generazione, pertanto la loro incidenza relativa potrà potenzialmente essere ridotta, in un futuro non troppo lontano, di altri due ordini di grandezza [2].

Se consideriamo che la densità delle scorie è estremamente più alta della media degli altri rifiuti, vediamo che il volume occupato diventa una milionesima parte dei rifiuti altamente tossici. Per dare un’immagine chiara di cosa stiamo parlando, tutti i rifiuti nucleari ad alta attività prodotti dall’Italia quale combustibile esausto delle centrali nucleari – occupano ad oggi un volume pari ad un terzo di una piscina [3].

Qualcuno potrebbe obiettare che le scorie nucleari rimangono pericolose per tempi lunghissimi. Ciò è vero, ma se la radioattività cala nel tempo, la tossicità no: i rifiuti altamente tossici rimangono pericolosi in eterno. Ci sono aziende in Germania che gestiscono depositi geologici per lo smaltimento di rifiuti tossici come cadmio, arsenico e mercurio, i quali non smetteranno mai di essere pericolosi [4].

Alla luce di tutto questo, chiediamoci se la paura instillata nell’opinione pubblica nei confronti dei rifiuti radioattivi sia davvero giustificata, o non rappresenti piuttosto la più grande presa in giro della storia recente.

[1] https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Statistics_Explained
[2] https://nucleareeragione.org/2022/05/26/il-nucleare-sostenibile-riciclo-dei-combustibili/
[3]https://www.depositonazionale.it/rifiuti-radioattivi/pagine/che-cosa-sono-i-rifiuti-radioattivi.aspx
[4]https://www.kpluss.com/en-us/our-business-products/waste-management/

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