Nucleare: effetto Fukushima. No, effetto referendum.

Si è svolta venerdì pomeriggio, dopo svariati rinvii che l’hanno vista slittare per ben due volte e posticipare di quasi un mese sulla data inizialmente prevista, la conferenza Nucleare: effetto Fukushima, promossa dal Comune di Trieste, dai Partners del Protocollo d’Intesa Università/Enti di Ricerca e dal quotidiano Il Piccolo, con l’appoggio e la sponsorizzazione di tutte le istituzioni politiche e scientifiche della provincia. L’evento ha visto il contributo di tre relatori principali, Alessandro Martelli, ingegnere nucleare dell’Enea, Peter Suhadolc, sismologo dell’Università di Trieste e Massimo Bovenzi, ordinario di Medicina del Lavoro e Radioprotezione dell’Università di Trieste, più otto scienziati di diversi campi, che hanno in varia misura collaborato all’evento e dunque hanno avuto diritto di prelazione sugli interventi “dal pubblico”.
Pubblico che bisogna dire, forse a causa degli slittamenti di data, non è tra i più numerosi: pochi gli studenti e pochi i cittadini comuni. Per riempire la sala, circa 90 posti a sedere, serve la pletora degli organizzatori e la claque organizzata che accompagna ogni relatore, pur essa composta prevalentemente da accademici e da ricercatori vari.
Gli interventi dei tre relatori sono stati generalmente puntuali e rassicuranti, a nostro avviso ben strutturati, dato anche lo scarso tempo loro concesso, circa 20 minuti ciascuno.

In apertura Martelli ha illustrato il funzionamento della centrale di Fukushima, analizzando le cause e la portata dell’incidente, e facendo un debito e rassicurante paragone con l’incidente di Chernobyl. In seguito, Suhadolc, ha illustrato il concetto di pericolosità sismica, e quali siano le informazioni in merito fornite dalla comunità scientifica agli amministratori per la progettazione delle centrali nucleari, soffermandosi su quelle di Fukushima e Krsko. Per la prima ha sottolineato come, pur essendo i valori attesi di accelerazione  inferiori a quelli effettivamente registrati, la centrale non abbia subito danni rilevanti dal sisma. Infine, Bovenzi ha fatto una rapida introduzione dei concetti di radioattività e di dosimetria, per passare poi ad una disamina degli effetti deterministici e stocastici delle radiazioni sull’organismo, con la presentazione dei casi studiati negli anni dall’Istituto Marie Curie di Parigi, in particolare quelli seguiti al bombardamento di Hiroshima e Nagasaki e all’incidente di Chernobyl, ma anche quelli dei lavoratori esposti in campo industriale e sanitario. Bovenzi ha  poi concluso con alcuni dati rassicuranti sulle misure di contaminazione da Iodio 131, rilevate negli scorsi giorni in Italia, in tal senso anch’egli avvalorando l’infinita maggiore gravità dell’incidente di Chernobyl rispetto a quello d Fukushima.

Sarà stato per l’eccesso di rassicurazione, tant’è che i successivi interventi dal “pubblico” hanno teso a riequilibrare questa sproporzione, ciascuno a proprio modo. Chi ha attinto ai ricordi del tempo di Chernobyl e alla clandestina importazione di latte in polvere da luoghi più sicuri, chi ha addotto motivi economici, sposando una recente tesi secondo la quale il costo del fotovoltaico sarebbe ormai pari al costo del nucleare (non vi erano, però, economisti in sala ne tra i relatori, ndr); altri infine hanno sollevato il problema aperto dello smaltimento delle scorie.
Non è mancata, in pieno stile “academic-chic”, la stoccata agli assenti, con il moderatore, il giornalista Fabio Pagan de Il Piccolo, che istiga compiaciuto il pubblico alla derisione del prof. Battaglia (molto controverso per le sue posizioni in campo energetico, ndr) e del Presidente del Consiglio, reo di avergli scritto la prefazione del libro (e non solo di questo, va da sé).
Dopo gli interventi “accademici” lo spazio per gli interventi dal pubblico era ormai esaurito, altrimenti avremmo provato a richiamare l’attenzione dell’uditorio sui reali numeri della tragedia: 17 morti in seguito ad un sisma disastroso, 27000 morti in seguito ad uno tsunami epocale, nessun morto  per sindrome acuta da radiazioni.
Effetto Fukushima? No, effetto Referendum.

Effetto_fukushima

Una mela al giorno

Una mela al giorno, toglie il medico di torno. Ma le radiazioni? 

Mela

Liliana, una studentessa triestina che ha partecipato alla nostra prima conferenza/incontro, ci chiede se esistano dei cibi o delle bevande che possano aiutare a “deattivare la radioattività”, in particolare quella che arriva (o potrebbe arrivare) in Italia dall’incidente nucleare di Fukushima, in Giappone.

Sarebbe molto bello, infatti, se potesse esistere qualche rimedio naturale o una particolare dieta che contrasti l’effetto delle radiazioni, o che le “de-attivi”, come suggerisce la domanda. 

Per dare una risposta, dobbiamo innanzi tutto comprendere cosa sono le radiazioni e come interagiscono con il nostro corpo. L’immagine più semplice, e corretta, che possiamo avere, è quella di immaginare le radiazioni come proiettili e gli atomi radioattivi come delle piccole pistole che sparano in tutte le direzioni. Un elemento radioattivo è dunque come una pistola che spara un proiettile; tipi diversi di radioattività corrispondono dunque a proiettili con energia diversa e con dimensioni diverse. La radiazione betacorrisponde ad un piccolo calibro, mentre la radiazione alfa corrisponde ad un calibro molto più grosso. Il danno che un proiettile può fare, dipende dalle sue dimensioni e dalla forza con cui viene sparato! Una particella alfa di poca energia è come un sassolino, od un pezzettino di mollica lanciato da un bambino: rimbalza sulla nostra pelle e non ci fa nulla. A volte persino un centimetro d’aria è sufficiente per fermarla! Ma lo stesso sassolino lanciato con una fionda può farci male! Alcuni atomi radioattivi, inoltre, sparano un colpo ogni secondo, altri ogni anno, altri ancora ogni milione di anni! 

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Siccome questi “proiettili” sono molto piccoli, dovessero avere energia sufficiente per colpire il nostro corpo, non vedremmo (per fortuna!) dei “fori” nel nostro corpo! Questo non vuol dire che non siano proiettili potenzialmente pericolosi! Infatti hanno le dimensioni giuste per interagire con il nostro DNA! Come nella figura qui sopra, uno di questi proiettili (la radiazione, ovvero ad esempio una particella alfa, beta o gamma) può spezzare la doppia elica del DNA. Quando questo accade, esistono dei meccanismi di riparazione, nel nostro organismo, che rimediano al danno. Ma può capitare che questi meccanismi falliscano, e che in alcuni casi questo possa portare allo sviluppo di un tumore.

Questo fenomeno accade ogni giorno, costantemente, nel nostro organismo! Infatti, indipendentemente da Fukushima, da Chernobyl o da qualunque altra attività umana, siamo colpiti ogni giorno da migliaia, milioni, miliardi di questi proiettili: moltissimi arrivano dallo spazio (raggi cosmici), altri sono emessi dalla terra stessa (radioattività naturale), molti ancora ci colpiscono perché contenuti naturalmente nel cibo che mangiamo (ad esempio nelle banane!). Ognuna di queste situazioni “naturali’ espone il nostro organismo (inevitabilmente!) a questi proiettili. Un po’ come se camminassimo sempre sotto una fitta pioggia. 

Molte delle attività umane aumentano il numero di questi proiettili in circolazione. In questi giorni vi è molta preoccupazione per quelli che possono essere arrivati dal Giappone. In realtà, da Fukushima, non sono arrivati direttamente dei “proiettili” (come nemmeno da Chernobyl), ma piuttosto possono essere stati trasportati in Italia degli elementi radioattivi, ovvero delle pistole. In particolare, si parla di Iodio 131. Questo elemento spara particelle beta, cui seguono gamma, che hanno abbastanza energia per danneggiare il nostro organismo. Lo Iodio 131 è tuttavia una pistola che si scarica molto in fretta. Continuando con la metafora, dopo 8 giorni la metà delle pistole allo Iodio 131 sono già scariche, dopo 16 giorni un quarto lo sono, e via dicendo.

Inoltre è necessario considerare quante sono queste “pistole in circolazione”. Un modo per determinarlo e cercare di raccogliere i “bossoli” e dal numero di bossoli risalire a quanto Iodio c’è in giro. Tutte le misure effettuate in Italia, fino ad oggi, non hanno mostrato alcuna differenza significativa tra i bossoli di Iodio-131 trovati prima di Fukushima e dopo Fukushima! Quindi, per rispondere a parte della domanda di Liliana, ora non vi è “radiazione giapponese” da cui difendersi.

Ma cosa fare per “difendersi” dalle radiazioni che sono presenti naturalmente, o per altri motivi, in Italia? Esistono giubbotti anti-proiettile naturali? La risposta è la stessa che se ci si chiedesse se esistono cibi che possono difenderci da un proiettile “vero”. No, e si. Non esiste alcun cibo che potrebbe difenderci da qualcuno che ci spara! Per quanto si mangi sano, un proiettile è un proiettile! Ma certo, una alimentazione corretta ed un fisico sano possono aiutare chi venisse colpito da un proiettile, a riprendersi meglio dalla degenza.

La scala INES e le differenze tra Fukushima e Chernobyl.

Ines

L’incidente di Fukushima Dai-ichi è stato classificato di livello 7 sulla scala INES, come l’incidente di Chernobyl, in Ucraina, 25 anni fa. Per spiegare quale sia il significato del “livello 7” e quali le differenze tra Chernbobyl e Fukushima Dai-ichi, il dott. Riccardo Bevilacqua del Comitato Nucleare e Ragione ha scritto questo articolo per Appunti Digitali, in collaborazione con la dott.ssa Eleonora Presani.

La scala INES (International Nuclear and radiological Event Scale) è nata nel 1989 dalla collaborazione tra l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) e l’Agenzia per l’Energia Nucleare (NEA) dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE).

INES è stata pensata come uno strumento di comunicazione tra le autorità competenti ed il pubblico; lo scopo di INES è fornire al pubblico, in modo semplice ed immediato, informazioni su un evento (da una semplice anomalia, sino ad un incidente serio) che coinvolga attività in ambito nucleare o radiologico. Queste attività includono centrali nucleari per la produzione di energia, ma anche attività di trasporto e gestione di materiali radioattivi, attività di ricerca scientifica in cui siano utilizzate sorgenti radioattive o in cui siano impiegati acceleratori di particelle (un incidente al CERN viene anche valutato con INES), o infine attività mediche, sia di diagnostica che terapeutiche.

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