Guida pratica alla comunicazione scientifica – Dr. Giuliana Galati

La comunicazione della scienza è particolarmente importante in quegli ambiti, come l’energia, dove la scienza entra concretamente nella vita delle persone e quindi, nelle decisioni pubbliche.

Per questo abbiamo invitato un’esperta di comunicazione scientifica, la dott.ssa Giuliana Galati, a tenere un seminario sul tema.

L’evento si è svolto il 5 aprile all’università La Sapienza di Roma, è stato organizzato in collaborazione con l’associazione studentesca SASA (Sapienza Aerospace Student Association) ed è stato introdotto dal preside della facoltà di Ingegneria Civile e Industriale, il prof. Casciola.

I temi trattati sono stati: le motivazioni per fare divulgazione scientifica, il rapporto tra scienziati, cittadini e istituzioni e le principali tecniche di comunicazione scientifica.
La relatrice è riuscita a coinvolgere i partecipanti condividendo la sua esperienza da divulgatrice (Superquark+, Scientificast, CICAP) e alternando le spiegazioni con giochi/esercizi in cui la platea veniva coinvolta attivamente.

Ringraziamo la dott.ssa Galati e il prof. Casciola per aver reso possibile questo evento e l’associazione SASA per aver collaborato con noi.

La CO2 è “per sempre”

di Massimo Burbi

Alcuni mesi fa l’osservatorio NOAA di Mauna Kea nelle Hawaii ha misurato per la prima volta una concentrazione di CO2 in atmosfera sopra le 420 parti per milione (ppm) [1].

Concentrazione della CO2 atmosferica misurata dal Mauna Loa Observatory, misura diretta dal 1958 a oggi [1]

Può sembrare un numero come tanti, magari di quelli importanti come il prezzo del petrolio o lo spread, ma che entrano nel ciclo delle notizie per qualche giorno o settimana per poi sparire lasciando il posto alla solita crisi di governo o al divorzio di qualche calciatore. Come si fa a spiegare che questo numero è diverso?

Cominciamo da qui: la CO2 è il termostato del nostro pianeta, per centinaia di migliaia di anni non ha mai superato le 300 ppm, prima che iniziassimo a bruciare combustibili fossili se ne stava tranquilla intorno alle 280 ppm [2], in poco più di un secolo siamo riusciti a portarla a livelli che non si vedevano sulla Terra da più di 3 milioni di anni, significa che stiamo entrando in una fase che non ha precedenti nella “breve” storia della nostra specie, che esiste da circa 200,000 anni e ha iniziato ad avere insediamenti stabili “solo” 10,000 anni fa (circa) [3].

Concentrazione della CO2 in atmosfera negli ultimi 800,000 anni. Il puntino in altro a destra è il livello raggiunto nel 2021 [2]

Certo, il clima ci mette tempo per rispondere ad un’impennata di CO2 così rapida, ma i dati del passato ci danno un’idea di dove stiamo andando: 3 milioni di anni fa la temperatura media della Terra era 2.5-4°C più alta rispetto all’era pre-industriale [4]. Sembra poco? non lo è, quello che stiamo già osservando in termini di eventi estremi e spostamento delle zone climatiche è il prodotto di un incremento di “solo” 1°C rispetto allo stesso periodo [5]. I dati paleoclimatici ci dicono anche che in quel periodo il livello del mare era 15-25 metri più alto a quello attuale [6], che non vuol dire che avremo più case con vista mare, come ha detto di recente [7] un ex presidente USA che proponeva di curare il COVID con le iniezioni di disinfettante [8], ma che le nostre città costiere la vista mare ce l’avranno subacquea. Nessuno sa esattamente quanto ci metteranno i ghiacci dell’Antartide o della Groenlandia a sciogliersi, non succede certo in 10 o 20 anni, ma è un processo che una volta in moto non può essere fermato. Una cosa che sappiamo è che la velocità di innalzamento del livello del mare dovuto a questo fenomeno è già raddoppiata due volte nell’ultimo secolo [9], si chiama crescita esponenziale, il genere di cosa che tendiamo ad ignorare finché non diventa un’emergenza, e quando diventa un’emergenza è già troppo tardi.

Sappiamo anche che al momento non disponiamo di tecnologie in grado di “succhiare” la CO2 atmosferica su scala planetaria e che se anche domattina azzerassimo le emissioni, tutta la CO2 che abbiamo già immesso in atmosfera potrebbe essere rimossa solo attraverso processi naturali, il che richiede secoli.

Il primo grafico ci dice che se azzerassimo del tutto le emissioni nel 2030 (non succederà mai), la concentrazione di CO2 atmosferica ci metterebbe fino all’anno 2300 circa per scendere sotto le 350 ppm (che sarebbe comunque il 25% in più dei valori pre-industriali) [10] e circa un altro mezzo grado di riscaldamento nell’arco di qualche decennio sarebbe comunque garantito [11]. Su scala umana si può dire che la CO2 è “per sempre”, il modo suicida in cui stiamo continuando a bruciare carbone e gas avrà conseguenze anche sui figli dei figli di chi deve ancora nascere. 

Anche azzerando del tutto le emissioni nel 2030 servirebbero quasi tre secoli per tornare sotto le 350 ppm di CO2 in atmosfera (linea verde). Raggiungere questo obiettivo nel 2050 vuol dire stare sulla linea rossa. Ogni anno che aspettiamo il picco sale di circa 2 ppm e c’è un prezzo in più da pagare per generazioni. [10]

In sintesi stiamo andando a sbattere contro un muro a bordo di un’auto senza freni: tutto quello che possiamo fare è togliere il piede dall’acceleratore e aspettare che la macchina rallenti da sola mentre il muro si avvicina. Al punto a cui siamo arrivati l’impatto ormai lo avremo in ogni caso, ma possiamo ancora decidere se sarà ad una velocità che ci manda all’obitorio o al pronto soccorso, che non è la stessa cosa. Dipende da quando e quanto velocemente toglieremo il piede dal gas, ma a giudicare dai risultati, con la CO2 che continua ad aumentare al ritmo forsennato di oltre 1 ppm ogni sei mesi [12], lo stiamo ancora schiacciando a tavoletta.

Chi oggi è sui banchi di scuola si farà molto più male di noi contro quel muro, e probabilmente prima o poi ci chiederà perché abbiamo continuato a bruciare combustibili fossili come se niente fosse. Non potremo rispondere che “non lo sapevamo”, perché il legame tra CO2, temperatura del pianeta e livello del mare (secondo grafico [13]) ormai è negato solo da personaggi pittoreschi ai limiti del terrapiattismo. Avremo bisogno di una scusa migliore.

Mezzo milione di anni di CO2, temperatura media globale e livello del mare, tre curve che salgono e scendono insieme, anche se precedentemente la forzante di questa altalena erano le oscillazioni orbitali della Terra. Grazie a noi la CO2 negli ultimi decenni ha toccato vette mai viste sul nostro pianeta da milioni di anni, la temperatura sta seguendo, il livello del mare ha già iniziato a fare lo stesso [13]

L’inclusione definitiva dell’energia nucleare nella tassonomia verde dell’EU [14] è un segno che si sta iniziando a prendere atto che quel pedale è diventato talmente pesante che per sollevarlo abbiamo bisogno di tutte le tecnologie low carbon che abbiamo, che le rinnovabili ci vogliono ma da sole non bastano, come ci ricordano tutti i giorni i risultati fallimentari della Germania [15]. Questo potrà urtare la sensibilità di qualcuno, ma ormai siamo messi troppo male e abbiamo sprecato troppo tempo per poterci ancora permettere che la paura di “mostri” immaginari ci obblighi a difenderci con le mani legate dietro la schiena da quelli veri.

[1][12] https://www.noaa.gov/news-release/carbon-dioxide-now-more-than-50-higher-than-pre-industrial-levels

[2] https://www.climate.gov/news-features/understanding-climate/climate-change-atmospheric-carbon-dioxide 

[3] https://www.science.org/content/article/when-did-humans-settle-down-house-mouse-may-have-answer

[4][6] https://www.climate.gov/news-features/understanding-climate/climate-change-atmospheric-carbon-dioxide?fbclid=IwAR125vCyZT9whUcgC8iabdNyVJFUqB3YhA50zVRWV9YMbvpx4-RXb_z2F_A

[5] https://earthobservatory.nasa.gov/world-of-change/global-temperatures

[7] https://www.youtube.com/watch?v=IueVVPNvsUo

[8] https://www.youtube.com/watch?v=zicGxU5MfwE

[9][10] http://www.columbia.edu/~jeh1/mailings/2018/20181206_Nutshell.pdf

[11] https://climate.nasa.gov/faq/16/is-it-too-late-to-prevent-climate-change/?fbclid=IwAR2Pr2PD5mpqBt8SgHw5T7sst3g-YFuJRiKFg0ABjSr1GNd6d44-c9DLJNY

https://www.nature.com/articles/nclimate3357?fbclid=IwAR3QVj_O3IWzQS25y01xlZWZNkOMtICSqAH2CmaVpupKwpxjVZS74C2r1Fg

[12] https://ourworldindata.org/co2-emissions

[13] Adattato da http://www.columbia.edu/~jeh1/mailings/2018/20181206_Nutshell.pdf

[14] https://www.europarl.europa.eu/news/en/press-room/20220701IPR34365/taxonomy-meps-do-not-object-to-inclusion-of-gas-and-nuclear-activities

[15] https://app.electricitymaps.com/zone/DE

Energia nucleare tra costi e benefici: una guida alla sostenibilità – Evento presso il Collegio universitario di merito “Villa Nazareth”

Nelle giornate del 31 marzo e del primo aprile, avrà luogo presso il Collegio Universitario di Merito “Villa Nazareth” , a Roma, una rassegna di seminari e dibattiti di tutto rilievo.

Pubblichiamo qui il programma completo, segnalando in particolare il dibattito che avrà luogo sabato alle ore 15:00, e che vedrà confrontarsi la nostra socia Elena Tonello, ingegnere nucleare e ricercatrice post-doc presso il Politecnico di Milano, e Andrea Masullo, direttore scientifico di Greenaccord. L’evento è aperto al pubblico, vi aspettiamo numerosi!

Tra Piacenza e Caorso: weekend nucleare per i soci del Comitato!

Sono circa una cinquantina i soci che si sono dati appuntamento, lo scorso 25 marzo, per l’assemblea annuale del Comitato Nucleare e Ragione. 

Finalmente dal vivo, e mai così numerosi da quando l’associazione esiste, con rappresentanze arrivate a Piacenza da ogni parte d’Italia: Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino Alto-Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Lazio e perfino Sicilia.
Il programma del weekend è stato ricco, variegato ed esclusivo.

In apertura dei lavori assembleari, l’ing. Andrea Barbarino, Head of Safety and Licensing Unit di Newcleo, ha tenuto un seminario dal titolo “Nucleare europeo del 2023: Francia, Italia e Gen-IV”, che ha offerto prospettive davvero promettenti per il futuro del nucleare nel nostro continente, dando inoltre spunti interessanti sulla strategia da seguire per rendere anche il nostro Paese protagonista di questa potenziale opportunità tecnologica.
L’assemblea, a cui hanno partecipato anche molti soci collegati da casa in video-conferenza, è stata la consueta occasione per tracciare e condividere il bilancio e i numeri della nostra realtà,  per discutere delle possibili iniziative future – molte delle quali già in cantiere – e per rendere l’azione dell’associazione sempre più incisiva sul territorio e presso le istituzioni. 

Quest’anno si è inoltre svolta l’elezione del nuovo Direttivo, in carica per il triennio 2023-2025: confermati Pierluigi Totaro alla presidenza, assieme ai consiglieri Enrico Brandmayr e Giuseppe Francesco Nallo, a cui si aggiungono le new-entry Alessandro Maffini e Raffaella Di Sipio, a formare una squadra forte, coesa e rappresentativa di tante competenze trasversali provenienti dal mondo dell’università, della ricerca, dell’istruzione scolastica e delle imprese. A supporto della gestione territoriale dell’associazione non dimentichiamo poi le figure di Renzo Colombo, Alessio Iuvara e Violetta Toto, quali coordinatori delle sezioni di Milano, Roma e Torino. A tutti loro un caloroso augurio di buon lavoro!
Al termine dell’Assemblea, il calore del capoluogo piacentino ha accolto il nutrito gruppo, e la cena sociale ha permesso a tutti i partecipanti di approfondire in un clima rilassato e conviviale la conoscenza reciproca, rafforzando il senso di community e la consapevolezza di far parte, da protagonisti, di una realtà sempre più importante.

Nella mattinata di domenica 26 marzo, i soci del Comitato hanno partecipato ad una visita al sito della centrale nucleare di Caorso, estremamente interessante e di altissimo livello in tutti i suoi aspetti, e frutto di una collaborazione con SOGIN, a cui vanno tutti i nostri ringraziamenti per averci aperto le porte dell’impianto, soprattutto in un giorno festivo e con un numero così elevato di partecipanti.

E’ stato un weekend memorabile: tra la lezione della breve esperienza della centrale di Caorso, le sfide del decommissioning e le prospettive sulle nuove tecnologie nucleari, l’Italia, e tutti noi, abbiamo molto da imparare e molto da dire e da raccontare .

 Il Comitato Nucleare e Ragione e tutti i suoi associati non si tireranno indietro e continueranno a giocare la partita della divulgazione, della razionalità e della corretta informazione,  affinché il nostro Paese sia in grado di coniugare il progresso scientifico e la salvaguardia dell’ambiente, per un futuro migliore per la nostra generazione e quelle a venire.

Ormesi: una nuova ERA*

di Olivier Bessire

Tutte le sostanze sono tossiche, solo la dose fa la differenza tra un veleno e un medicamento”

(Paracelso, XVI secolo)

Le normative di radioprotezione di tutto il mondo si basano sul principio ALARA (acronimo di “As Low As Reasonably Achievable”), la cui giustificazione teorica deriva dall’applicazione del Linear-Non-Treshold (LNT) Model. Secondo questo costrutto modellistico, si presuppone che i danni fisiologici causati dalle radiazioni ionizzanti crescano linearmente al crescere del livello della dose di radiazione assorbita, indipendentemente dal tempo di esposizione e senza alcuna soglia al di sotto della quale la radiazione risulti “sicura”.
Esistono numerosi studi scientifici che mettono in discussione la validità del modello LNT e nel corso degli anni si è più volte avanzata l’ipotesi di una revisione regolatoria che tenga conto delle evidenze sperimentali accumulate negli anni, come da noi raccontato in un nostro precedente articolo

Uno dei fenomeni biologici più interessanti che potrebbero suffragare la non validità del modello LNT riguarda l’ormesi, un meccanismo di reazione dell’organismo in condizioni di basso dosaggio. Approfondiamo questa tematica facendo riferimento a un articolo pubblicato dall’ISPRA (ex APAT) dal titolo “Ormesi: la rivoluzione dose-risposta”.

L’ormesi può essere considerata una funzione adattativa caratterizzata da una risposta bifasica dose-dipendente, che si manifesta come conseguenza dell’esposizione a stimoli (Calabrese e Baldwin 2002). In sostanza, i meccanismi di controllo omeostatico e ormetico sono presenti in tutti i sistemi biologici, rispondendo autonomamente a cambiamenti di stato o ad alterazione di meccanismi regolati indotti da agenti esogeni (Stebbing, 1997).

L’ormesi o ormologosi, come fu chiamata dopo i primi esperimenti e la formulazione di modelli sperimentali, è l’effetto bifasico che una sostanza provoca, a seconda della dose somministrata.

H. Schulz intorno al 1887 fece alcuni esperimenti facendo reagire certe sostanze chimiche con il lievito. Poté osservare uno strano fenomeno, secondo il quale dapprima l’azione espletata era di crescita e di benessere, poi, all’aumentare della concentrazione, l’evento diveniva palesemente tossico.

Stimoli di debole intensità accelerano modestamente l’attività vitale, di media intensità la incrementano, di forte intensità la bloccano in parte, di elevatissima intensità la sopprimono completamente  (legge detta di Arndt e Schulz).

Tra il 1920 e il 1930 le risposte bifasiche facevano parte della ricerca di base in tossicologia chimica e radiobiologia ed erano sostenute da grandi laboratori e grandi scienziati. Ma dagli anni ’30 il concetto di ormesi diventa marginale e lo rimane fino al nuovo secolo. La più importante ragione pratica del rifiuto del concetto dell’ormesi è dovuta al fatto che la tossicologia, nella sua fase storica, ha avuto maggiore interesse per gli effetti di alte dosi.

La prima vera riapertura di prospettive per il concetto di ormesi si è avuta negli anni ’80 quando l’EPA (U.S. Environmental Protection Agency) accettò di applicare un modello di stima del rischio per le sostanze cancerogene o per i siti contaminati che rispondesse alla domanda: quanto bassa deve essere una dose per essere veramente non pericolosa oppure quanto pulito deve essere un sito per essere veramente pulito? (Calabrese, 2002).

La risposta ormetica può essere tanto indotta direttamente (DSH, Direct Stimulation Hormesis), quanto essere il risultato di processi biologici di compensazione, conseguenti ad un iniziale disordine nell’omeostasi (OCSH, Over Compensation Stimulation Hormesis). L’ormesi da sovracompensazione (OCSH) è una risposta adattativa a bassi livelli di stress o di danno che producono un aumento di risposta di alcuni sistemi fisiologici per un tempo definito.

Le caratteristiche concettuali chiave dell’OCSH sono lo scompenso dell’omeostasi, la modesta sovracompensazione, il seguente ripristino dell’omeostasi e la natura adattativa del processo. La variazione omeostatica, nel fenomeno dell’ormesi, non è limitata alle alterazioni a tossicità acuta in cui predominano cambiamenti macromolecolari, ma potrebbe essere l’effetto cumulativo di tutti quei fenomeni che vanno dalle risposte generali allo stress, fino ai cambiamenti che includono limitati danni macromolecolari.

L’ormesi rappresenta il vantaggio ottenuto dall’individuo attraverso le risorse inizialmente e principalmente allocate per attività di riparazione, ma in modesto eccesso rispetto a ciò che serve per la riparazione immediata del danno. Questo processo può anche preparare l’organismo a rispondere a danni derivanti da successive esposizioni di maggiore entità, per periodi di tempo limitato.

La limitata sovracompensazione può soddisfare due funzioni: assicura che la riparazione sia effettuata adeguatamente e in maniera tempestiva, e che vi sia protezione contro insulti successivi e anche più pesanti. Il valore di quest’ultima funzione è generalmente valutato negli studi tossicologici della risposta adattativa in ambito chimico e radioattivo. In queste situazioni, una bassa dose somministrata prima di un dosaggio più elevato e pericoloso dello stesso agente, spesso riduce l’effetto tossico della successiva maggiore esposizione. Tuttavia, nel caso in cui non si verifichi un’ulteriore esposizione, l’impiego sovrastimato delle risorse contro il danno iniziale (come in una risposta per sovracompensazione) può essere utilizzato per altre funzioni utili (ad esempio, contribuire ad una crescita vegetativa addizionale). Questo, insomma, è ciò che viene misurato tipicamente negli studi che valutano l’ormesi.

Anche per le radiazioni ionizzanti è stata riscontrata risposta ormetica anche se di difficile quantificazione in particolare nell’ambito di ricerche epidemiologiche, come nel caso dell’incidenza di cancri al polmone per effetto del radon (Rn). L’ormesi si può definire, in questo caso, come la capacità da parte di cellule e tessuti di sviluppare una radioresistenza a dosi di una certa intensità, dopo aver subito l’esposizione a basse dosi.

Sebbene il modello dose risposta cosiddetto “a soglia” sia diffusamente considerato il modello dominante in tossicologia, in realtà numerosi studi dimostrano che il modello della risposta ormetica bifasica sia predominante (Calabrese e Baldwin, 2003).

Sulla base delle conoscenze attuali, è verosimile che l’ormesi avrà un impatto maggiore sull’ecotossicologia; due appaiono essere i più importanti “spostamenti di ottica”: il riconoscimento della necessità di uno speciale e più attento trattamento, in fase sperimentale, della curva dose-risposta e l’identificazione di una NOEC (No Observed Effect Concentration) che tenga conto della “tossicità mascherata” dell’ormesi.

Accettare l’ormesi nelle problematiche ambientali potrebbe avere enormi conseguenze sotto molti punti di vista, non ultimo quello economico; essendo le spese, effettuate normalmente per ridurre le esposizioni al fine di preservare la salute pubblica, basate sull’assunto che il modello sia “lineare” (LNT: Linear No-Threshold) o “a soglia” (applicando il “principio di precauzione”).

Se l’ormesi fosse dimostrata come generale e inequivocabile, i modelli di stima del rischio lineari potrebbero essere bypassati. Tuttavia, accreditare la risposta ormetica è difficile; tossicologia ed ecotossicologia sono strettamente connesse alle attività di agenzie governative nazionali e internazionali, che basano i controlli su normative precise e limiti tabellari ben definiti, che dovrebbero essere profondamente modificati a seguito dei nuovi studi, inclusa la rimozione del concetto di soglia nelle procedure di “risk assessment”.

Il riconoscimento della risposta bifasica non potrà che comportare significativi miglioramenti nei metodi di ricerca in tossicologia, nelle procedure di “risk assessment”, ma anche nei metodi di chemioterapia, nello sviluppo dei farmaci oltre a chiarire processi fondamentali della vita.

*ERA: Ecological Risk Assessment.

Cooperazione europea per l’energia nucleare: Italia assente

<<L’energia nucleare è uno dei numerosi strumenti che ci permetteranno di raggiungere gli obiettivi climatici, di generare potenza baseload, e di garantire la sicurezza dell’approvvigionamento energetico.>>

Questo è quanto dichiarato dai Ministri dell’Energia di 11 paesi Membri dell’Unione Europea (Francia, Finlandia, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia, Bulgaria, Croazia, Slovenia, Repubblica Ceca e Ungheria) che in un incontro informale a Stoccolma hanno ribadito l’importanza di rafforzare la cooperazione internazionale, in linea con gli obiettivi di EURATOM, per la promozione e il sostegno del ruolo dell’energia nucleare all’interno dell’Unione.

L’Italia non ha partecipato all’incontro: un grave errore, a nostro avviso, soprattutto alla luce della dipendenza del nostro Paese dall’importazione di elettricità, di prevalente origine nucleare, dagli Stati Europei confinanti, e della recente manifestazione di interesse da parte di imprese italiane nell’investire in progetti di sviluppo nucleare proprio in questi Paesi. Non possiamo più restare a guardare!

E’ il momento anche per l’Italia di essere protagonista in Europa, contribuendo a pianificare il futuro energetico dell’Unione con coraggio e senza condizionamenti ideologici. E aprendo le porte ad una fonte sostenibile, pulita e sicura: il nucleare.

Qui il testo completo della dichiarazione, sul sito del ministero della transizione ecologica francese: https://www.ecologie.gouv.fr/onze-etats-membres-lunion-europeenne-appellent-renforcement-cooperation-europeenne-en-matiere

Nucleare in zona sismica? La lezione di Fukushima

Di Massimo Burbi

Mentre continuiamo a macinare gas e carbone, le fonti energetiche più inquinanti e pericolose al mondo [1][2][3], che oltre ad alterare il nostro clima [4] uccidono centinaia di migliaia di persone ogni anno [5] senza bisogno di incidenti, cioè se va tutto bene, qualcuno vi dirà che costruire centrali nucleari in Italia è una pessima idea perché l’Italia “è tutta zona sismica”: Il passato insegna, guardate cosa è successo in Giappone.

Partiamo proprio da lì: cosa è successo in Giappone? un terremoto di magnitudo 9.0 [6], che vuol dire 30,000 volte più potente di quello dell’Aquila del 2009 [7] e circa 60 volte più potente di quello che ha devastato Turchia e Siria in questi giorni, con conseguente tsunami che ha lasciato sul terreno 18,000 morti [8].

Se parli di Giappone, nucleare e terremoti la prima cosa che viene in mente è Fukushima, o meglio Fukushima Dai-ichi, una centrale nucleare costruita negli anni ‘60 [9] che ha retto l’impatto del terremoto, ma a causa di scelte progettuali non proprio delle migliori, come la collocazione dei generatori diesel di emergenza al piano interrato, che nel marzo 2011 venne inondato dallo tsunami, rimase senza sistema di raffreddamento per i reattori [10], con conseguente esplosione (non nucleare) e rilascio di materiale radioattivo in atmosfera. E’ sempre utile ricordare che, in presenza di una catastrofe naturale di dimensioni bibliche, a distanza di quasi 12 anni tutto questo ha fatto meno vittime di quante ne fa una centrale a carbone in un giorno normale [11], cosa che non deve stupirci se consideriamo che nei primi quattro mesi dopo l’incidente, quelli in cui l’esposizione è stata massima, il 99.4% dei soggetti monitorati ha ricevuto una dose equivalente aggiuntiva di radiazioni per esposizione esterna inferiore a 3 mSv [12]. La dose media annua complessiva di un cittadino italiano è dell’ordine di 4.5 mSv [13].

Non tutti però sanno che Fukushima Dai-ichi non era l’unica centrale nucleare sulla costa est del Giappone il giorno del grande terremoto del 2011. Anzi, non era nemmeno l’unica centrale nucleare della prefettura di Fukushima: una decina di chilometri più a sud c’era infatti la centrale di Fukushima Dai-ni (che vuol dire “Numero 2”, mentre Dai-ichi vuol dire “Numero 1”) i cui quattro reattori andarono automaticamente in shutdown senza incidenti [14].

La centrale nucleare di Fukushima Dai-ni, fotografata il 9/11/2019 – Foto Massimo Burbi

Altra cosa che non tutti sanno è che la Prefettura di Fukushima non solo non fu l’unica prefettura devastata dal terremoto e dallo tsunami del 2011, ma non fu nemmeno la più colpita. Più a nord e due volte più vicina all’epicentro c’era e c’è la prefettura di Miyagi, che contò oltre 10,000 vittime e quasi 30,000 edifici distrutti o danneggiati contro le circa 1,600 vittime e i 2,400 edifici distrutti o danneggiati della prefettura di Fukushima [15][16]. L’11 Marzo 2011 la prefettura di Miyagi era il posto peggiore in cui trovarsi, come possono raccontare gli abitanti di Onagawa, cittadina di poche migliaia di anime proprio sulla costa che contò 827 vittime e il 70% degli edifici distrutti [17], inclusa la metà di quelli che dovevano servire da siti di sicurezza in caso di tsunami. In mezzo a tanta devastazione, centinaia di persone dovettero cercare rifugio in uno dei pochi edifici sicuri nelle vicinanze: la centrale nucleare che si trovava proprio a due passi da lì [18], risalente agli anni ’80 [19], più moderna e sicura rispetto a quella di Fukushima Dai-ichi (ma comunque costruita con criteri che oggi sono vecchi di 40 anni), la centrale nucleare di Onagawa non solo resistette al quarto più potente terremoto mai registrato e seguente tsunami senza mettere a rischio la vita di nessuno, ma aiutò a salvare quella di chi non aveva più un tetto sulla testa.

Dati statistici sugli effetti del terremoto e tsunami del Marzo 2011 nelle varie prefetture del Giappone. Fonte [7]
Dati statistici sugli effetti del terremoto e tsunami del Marzo 2011 nelle varie prefetture del Giappone. Fonte [7]

Il passato insegna, è vero, in questo caso ci insegna che siamo perfettamente in grado, e lo eravamo già 40 anni fa, di costruire strutture capaci di reggere a terremoti molto peggiori di quelli che ci possiamo aspettare in gran parte del territorio italiano, che per inciso ha anche zone a bassa sismicità [20] e dove tra l’altro oltre 6 edifici su 10 hanno più di 50 anni e sono stati quindi costruiti senza criteri antisismici [21], per non parlare dei casi di abusivismo e di non conformità alle norme anche in tempi più recenti, tanto che terremoti di magnitudo 6.0 diventano emergenze nazionali di cui si parla per decenni e dei “banali” terremoti di magnitudo 4.0 (cioè 30,000,000 di volte meno potenti di quello del Giappone del 2011) bastano a prendersi i titoli dei giornali, far evacuare le scuole, interrompere il trasporto ferroviario [22] e in alcuni casi limite a fare anche delle vittime [23].

La centrale nucleare di Onagawa. Fonte [24]
La centrale nucleare di Onagawa. Fonte [24]

Se un patrimonio edilizio fragile come il nostro venisse colpito da un magnitudo 9.0 il risultato sarebbero intere città spianate con un bilancio di danni e vittime che non è nemmeno il caso di provare ad immaginare. La presenza di centrali nucleari sul territorio sarebbe l’ultimo dei nostri problemi e magari potrebbero aiutare a dare un rifugio a chi non ce l’ha più, come ci insegna il caso di Onagawa, la centrale che, nel disinteresse quasi generalizzato dei media, ha aiutato a salvare centinaia di vite, mentre qualche decina di km più a sud quella di Fukushima Dai-ichi diventava il simbolo mediatico di una catastrofe epocale pur non avendo ucciso nessuno.

RIFERIMENTI

[1] https://www.thelancet.com/article/S0140-6736(07)61253-7/fulltext?fbclid=IwAR3f-aA8balSxZUVThMIBldKJoRwiUbPe5UtPiDgVAqt7oeUtm0qsmrcVA4

[2] https://ourworldindata.org/safest-sources-of-energy?fbclid=IwAR2ahuHTUvMFJRaEtRR7PcPLjMSMDkxBUVvDN-skHNobe0ocV81j4FzBPI8

[3] https://finance.ec.europa.eu/system/files/2021-03/210329-jrc-report-nuclear-energy-assessment_en.pdf (Capitolo 3, in particolare la sezione 3.5 e nello specifico la figura 3.5-1)

[4] https://www.ipcc.ch/site/assets/uploads/2018/02/ipcc_wg3_ar5_annex-iii.pdf?fbclid=IwAR1e_nX_2Xy_-GxbgpZAxA9jeDUrZJFdPZxX0W9RfC4v_dZwzP37B05ah_U#page=7 (Pagina 1335 – Valori medi di emissioni per intero ciclo di vita)

[5] https://source.wustl.edu/2021/06/new-research-finds-1m-deaths-in-2017-attributable-to-fossil-fuel-combustion/

[6] https://www.scientificamerican.com/article/details-of-japan-earthquake/?fbclid=IwAR2v_pJb4Foi71QzFdGz6YMBugrer-D1uurkpipaKRyhBDZkEPDdP-RUwWE

[7] https://emergenze.protezionecivile.gov.it/it/sismiche/terremoto-abruzzo-2009

[8] https://www.ncei.noaa.gov/news/day-2011-japan-earthquake-and-tsunami?fbclid=IwAR23YSWDt_YkwF3qGPrkAWp1AE3rNvLbcnkOiZzqyMECCNFr3ZR30w1agbI

[9] https://www.cas.go.jp/jp/seisaku/icanps/eng/120224Honbun02Eng.pdf?fbclid=IwAR2cFD4T6OdrSpjuFhgkNDDqvsW7FFfu5umhp-lHNsytZG8iLz57w7BO_6M

[10] https://www.iaea.org/sites/default/files/anaylysis_nra1014.pdf?fbclid=IwAR2v_pJb4Foi71QzFdGz6YMBugrer-D1uurkpipaKRyhBDZkEPDdP-RUwWE

[11] https://www.who.int/news-room/questions-and-answers/item/health-consequences-of-fukushima-nuclear-accident

[12] https://www.niph.go.jp/journal/data/67-1/201867010003.pdf

[13] http://www.fisicaweb.org/doc/radioattivita/geiger%20muller/taratura.pdf?fbclid=IwAR2GMarmxt093hTPJWUvygCtjiTePRl6OEadUXyhTMUC1LEFsxYWawO713c

[14] https://world-nuclear.org/information-library/safety-and-security/safety-of-plants/fukushima-daiichi-accident.aspx

[15] https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/19475705.2011.632443

[16] https://reliefweb.int/report/japan/miyagi-assessment-report-japan-earthquake-tsunami-2011

[17] https://www.japantimes.co.jp/opinion/2016/02/13/commentary/onagawa-rebound-devastation/#.V68CMHjXerU

[18] https://www.theguardian.com/world/2011/mar/30/onagawa-tsunami-refugees-nuclear-plant

[19] https://en.wikipedia.org/wiki/Onagawa_Nuclear_Power_Plant

[20] http://zonesismiche.mi.ingv.it/mappa_ps_apr04/italia.html

[21] https://www.ediltecnico.it/11025/rapporto-sul-rischio-sismico-il-44-dellitalia-e-vulnerabile/

[22] https://corrieredibologna.corriere.it/notizie/23_gennaio_26/terremoto-romagna-oggi-6f3713e9-ecf5-47ed-a7da-175a50a89xlk.shtml

[23] https://emergenze.protezionecivile.gov.it/it/sismiche/terremoto-ischia-2017

[24] Fonte foto: https://world-nuclear-news.org/Articles/Further-delay-in-completion-of-Onagawa-2-safety-up

Scuola di Politica: evento di formazione sull’energia nucleare

Il nostro presidente Pierluigi Totaro sarà relatore domani in un webinar intitolato “La transizione energetica e le potenzialità del nucleare”, nell’ambito del ciclo di incontri della Scuola di Politica promossa da Azione FVG. 

Il webinar è aperto al pubblico e verrà trasmesso su Zoom collegandosi al seguente link:
https://us02web.zoom.us/j/84538744106

La nostra associazione crede molto nell’approfondimento e al dibattito su questi temi! Uno degli obiettivi statutari è proprio quello di fornire ai cittadini le basi e le conoscenze per poter comprendere e valutare i pregi e difetti delle diverse tecnologie energetiche, affinchè possano maturare scelte consapevoli e razionali.

Vuoi organizzare un’attività con il tuo gruppo, la tua associazione, la tua scuola o la tua università e cerchi un esperto come relatore? Scrivici!

Vuoi diventare anche tu protagonista nella divulgazione scientifica nelle tematiche dell’energia nucleare? Iscriviti al Comitato Nucleare e Ragione! La Campagna adesioni 2023 è aperta!

AGGIORNAMENTO: slides disponibili a questo link.

Giovani scienziati nucleari crescono: lezione agli studenti di una Scuola Media di Pavia

Il 7 dicembre 2022 i nostri soci Fabio Fattori e Ludovica Tumminelli hanno tenuto una lezione in una classe Terza della Scuola Secondaria di Primo Grado, presso l’Istituto Maddalena di Canossa di Pavia.
Grazie alla collaborazione del loro professore Lorenzo Goppa, i ragazzi hanno avuto la possibilità di confrontarsi con la tematica del nucleare, approfondendone alcuni risvolti teorico-pratici e svolgendo un’attività didattica innovativa con quiz a squadre a fine lezione.
Hanno così mostrato di aver appreso diverse nozioni in merito: dai concetti fisici alla base della radioattività alla gestione dei rifiuti relativi; dal dibattito intorno al nucleare in Italia agli incidenti storici di Chernobyl e Fukushima, sino alle applicazioni meno note dell’atomo nella vita quotidiana.
La classe si è dimostrata piena di entusiasmo e curiosità, con grande soddisfazione di Fabio e Ludovica che, nonostante fosse la loro prima esperienza di divulgazione scolastica, hanno dato prova di grande capacità di coinvolgimento dei ragazzi.
Un’ esperienza decisamente positiva da ripetere in futuro!

La presentazione utilizzata durante la lezione è disponibile a questo link.

La nostra associazione crede molto nell’approfondimento e al dibattito su questi temi! Vuoi organizzare un’attività con il tuo gruppo, la tua associazione, la tua scuola o la tua università e cerchi un esperto come relatore? Scrivici!
Vuoi diventare anche tu protagonista nella divulgazione scientifica nelle tematiche dell’energia nucleare? Iscriviti al Comitato Nucleare e Ragione! La Campagna adesioni 2023 è aperta!



CONFERENZA A TRIESTE SUGLI IMPIANTI NUCLEARI PER IL SETTORE MARITTIMO

ARTICOLO AGGIORNATO IL 7 MARZO 2023 – PUBBLICATI FOTO, VIDEO E PRESENTAZIONI


Il trasporto di merci su navi, attualmente affidato quasi esclusivamente alla propulsione alimentata a combustibili fossili, è responsabile del 3% delle emissioni globali di CO2

Si tratta di una cifra destinata a crescere nei prossimi decenni a meno che non si mettano in atto anche in questo settore decisi interventi di decarbonizzazione.

L’energia nucleare può contribuire a questo obiettivo? Quale può essere il ruolo dei nuovi reattori nucleari di piccola taglia nello sviluppo di navi elettriche a zero emissioni?
Sono questi i temi che sono stati trattati in un evento promosso dall’Associazione Italiana di Tecnica Navale del Friuli Venezia Giulia (ATENA) e dal Comitato Nucleare e Ragione

La conferenza ha avuto luogo presso l’Edificio H3 dell’Università degli Studi di Trieste il 25 gennaio 2023, alle ore 18:00, e ha visto la partecipazione dell’Ing.Giuseppe Francesco Nallo, ricercatore presso il Politecnico di Torino, e dell’Ing. Giulio Gennaro, Chief Technical Officer di Core Power.

L’evento era aperto al pubblico, ed il video è disponibile sul nostro canale Youtube:

Sono disponibili anche le presentazioni dei due relatori:
Giuseppe Francesco Nallo
Giulio Gennaro