News from Down Under

[qualcosa si muove anche laggiù dall’altra parte del mondo?]

Fa caldo in Australia: è estate adesso.

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Fig.1: Mappa delle temperature massime (valori medi) – Fonte: Ufficio meteorologico del Governo australiano

L’Australia è caratterizzata da un clima che, tra le altre cose, favorisce i grandi incendi: lunghi periodi di forti piogge alimentano la crescita delle foreste e della vegetazione in generale, e si alternano ad altrettanto lunghi periodi di siccità e caldo secco.
L’Australia è anche caratterizzata da un rovente dibattito attorno alle cosiddette “politiche climatiche”. Vanta, infatti, il primato delle più alte emissioni pro-capite, tra le nazioni OCSE, e quello di un mix energetico fortemente sbilanciato verso il carbone, un’abbondante risorsa interna.
Il Governo australiano ha recentemente approvato l’abrogazione di una tassa sul carbonio che era stata introdotta appena tre anni fa. L’eco-tassa era pagata dalle grandi aziende emettitrici di CO2 (in particolare le aziende estrattive ed i produttori di elettricità); ma, con una semplice partita di giro, i costi venivano fatti ricadere sui consumatori finali.
Cancellata la
carbon tax, il mercato dei permessi di emissione – che avrebbe dovuto entrare in vigore nel 2014, ed integrarsi entro il 2018 con quello europeo per gli scambi ETS – ha chiuso i battenti prima ancora di aprirli.
A lato di questa vicenda ed in concomitanza con la conferenza di Lima sul clima, lo scorso dicembre è apparso e si è diffuso su internet un particolare appello rivolto agli ambientalisti di tutto il mondo.
Gli autori di questa lettera aperta [1] sono due professori australiani: Barry W. Brook, Chair of Environmental Sustainability presso l’Università della Tasmania, e Corey J.A. Bradshaw, Sir Hubert Wilkins Chair of Climate Change presso l’Environment Institute dell’Università di Adelaide.
Il contenuto è molto stringato ed il messaggio è chiaro:
in qualità di scienziati conservazionisti, preoccupati per l’esaurimento a livello globale della biodiversità ed il conseguente degrado del sistema su cui si regge la vita umana, noi sosteniamo le conclusioni tratte nell’articolo ‘Key role for nuclear energy in global biodiversity conservation’ [Ruolo chiave dell’energia nucleare nella conservazione della biodiversità a livello globale. (N.d.R.)], pubblicato su Conservation Biology (Brook & Bradshaw, 2014).” [2]

27Fig.2: Densità di energia a confronto per diversi combustibili: a) uranio, b) gas naturale compresso (i.e. GNC o, in inglese, CNG), c) carbone, e d) nichel-metallo idruro (i.e. NiMH, materiale presente negli accumulatori standard utilizzati nei veicoli elettrici). Nella figura sono riportate le quantità necessarie per fornire o immagazzinare circa 220 kWh/gg di energia elettrica equivalente per 80 anni (abbastanza per soddisfare tutte le esigenze per tutta la vita di un cittadino del mondo sviluppato – per quanto riguarda illuminazione, calore, trasporti, produzione alimentare, manifattura varia, ecc.). Il totale dell’energia elettrica incorporata risulta essere pari a 6.4 mln di kWh. Ne conseguono diversi rapporti massa-volume: per l’uranio 780 g o 40.7 cm3 (dimensioni di una pallina da golf); per il GNC 56 autobotti da 20.000 litri; per il carbone 3.200 t o 4.000 m3 (circa l’equivalente di 800 elefanti); per le batterie 86.000 tonnellate di NiMH (in pratica l’equivalente di una batteria con dimensioni impressionanti: grossomodo alta quanto 16 Burj Khalifa impilati [3]). Dati e calcoli di Barry W. Brook e Corey J. A. Bradshaw (Conservation Biology, 9 dicembre 2014, DOI: 10.1111/cobi.12433). La fonte è liberamente consultabile qui.

In pratica, si tratta di un appello a seguire le strade più efficaci per garantire la sopravvivenza del Pianeta, con particolare riferimento alla preservazione dell’ambiente e della biodiversità. E quali sarebbero queste strade? La drastica riduzione dei consumi di energia di origine fossile (gas, petrolio e soprattutto carbone) accompagnata dal ricorso alle fonti rinnovabili (eolico e solare, in particolare) e… all’energia nucleare.
Il motivo di questa “inconsueta” accoppiata è molto semplice – sostengono i firmatari, e non sono i soli invero. Le energie rinnovabili richiedono, infatti, grandi estensioni di territorio, che non si vogliono sottrarre all’agricoltura e a ciò che resta dell’ambiente naturale. Inoltre, sono di norma intermittenti ed aleatorie. Di sicuro difficilmente programmabili, se non con sistemi che attualmente non sono disponibili nelle dimensioni opportune “per fare la differenza”. Esse devono, dunque, essere integrate con una fonte che sia in grado di produrre energia con continuità, e che al contempo richieda spazi molto limitati. Questo avveniva ed avviene già con le vecchie centrali alimentate da combustibili fossili, che ora, però, vanno dismesse a causa delle loro emissioni, che contribuiscono all’inquinamento ed all’aumento dei gas serra. Pertanto, Brook, Bradshaw e “soci” sostengono che, se vogliamo avere qualche possibilità di mitigare i cambiamenti climatici ed evitare gravi conseguenze, il nucleare deve ricoprire questo ruolo in modo preponderante (se non esclusivo).
E le scorie radioattive? Beh, questo non sarà più un problema con i reattori avanzati di nuova generazione, che funzionano a ciclo chiuso, senza cioè produrre materiali radioattivi da immagazzinare in depositi a lungo termine.
E il rischio di incidenti? Varie analisi comparative svolte sulle diverse fonti di energia concordano sul fatto che il nucleare è fra le meno pericolose in termini di vittime per unità di energia prodotta.
Questo il succo. Per maggiori dettagli vi invitiamo a leggere per intero l’articolo di Brook e Bradshaw al link dove è consultabile e scaricabile gratuitamente insieme ai dati ed ai fogli di calcolo a supporto delle loro conclusioni. Se siete interessati, ma non avete tempo, non disperate; perché è molto probabile che attingeremo da quella fonte tornando sull’argomento più volte nei prossimi mesi.
Qui di seguito vi proponiamo subito, invece, alcune nostre considerazioni “a caldo”.
Come si può notare, non ci sono ingegneri o fisici fra i 75 firmatari della lettera (al 23/01/2015). I firmatari sono tutti biologi, naturalisti ed ecologi dei principali Paesi del mondo. E, a dire il vero, sostanzialmente la “chiamata alle armi” si rivolge direttamente a loro.
Inoltre, la lettera non costituisce una novità in senso assoluto. Qualche tempo fa si erano, infatti, mossi anche alcuni climatologi di fama mondiale, come si può leggere qui.
Quello che sinceramente ci ha più colpito è, dunque, un fatto che si può osservare solo cercando a fondo nell’
humus in cui è nata e su cui si sta sviluppando l’intera questione. Perché sembra proprio che l’Australia si stia già muovendo, a piccoli passi, nella direzione indicata dall’appello.
Nel mese di agosto 2014, per esempio, è uscito a cura dell’
Australian Academy of Technological Sciences and Engineering (ATSE) un interessante report, o meglio “piano di azione”, che si può consultare qui.
Vale la pena, quindi, scrutare per bene il panorama industriale australiano.
L’economia australiana costituisce un caso unico nell’OCSE, dato che il 20% del PIL è rappresentato dalle attività estrattive minerarie e dai relativi servizi (dati del 2012, fonte WNA). L’uranio ha una piccola parte in tutto questo, in termini economici, ma in termini energetici costituisce un quarto delle esportazioni (e.g. 3944 peta-joule, ossia milioni di miliardi di joule, nel 2012-13).

28aa) andamento produzione
28a b) andamento esportazioni
29 c) variazioni biennali
Fig.3: Estrazione ed esportazione di uranio in Australia. I dati rappresentati si riferiscono sia alle quantità di uranio puro (“U” indica genericamente tutti gli isotopi dell’uranio) sia a quelle di octaossido di triuranio (U3O8 – ossido di uranio presente in natura nel minerale pechblenda). Elaborazioni CN&R, dati WNA.

L’uranio in Australia viene estratto dal 1954. Laggiù le risorse di uranio ad oggi note sono le più grandi al mondo – il 31% del totale mondiale; ma l’Australia è “solo” il terzo produttore al mondo, dietro il Kazakistan ed il Canada, e tutta la produzione viene esportata.

30Fig.4

A ben vedere l’Australia avrebbe già pronta un’infrastruttura significativa per supportare qualsiasi futuro programma nucleare. Si possono citare, ad esempio, l’Australian Nuclear Science & Technology Organisation (ANSTO), che possiede e gestisce Opal, un moderno reattore di ricerca da 20 MWth, l’Australian Safeguards & Non-proliferation Office (ASNO), che fornisce linee guida e disposizioni concernenti la sicurezza e la salvaguardia della salute apprezzate a livello internazionale per la loro alta qualità, l’Australian Radiation Protection and Nuclear Safety Agency (ARPANSA), ed ovviamente tutta l’industria mineraria dell’uranio con il suo indotto.
Tuttavia, se a guidare la svolta nucleare rimarrà principalmente la riduzione delle emissioni di CO
2, o gli eventuali costi derivanti da tali emissioni, il rischio che l’intero programma evapori come la rugiada al Sole d’estate è tutt’altro che trascurabile. Grazie ai bassi costi, infatti, le ingenti risorse nazionali di carbone, alle quali si aggiungono quantità significative di gas naturale, fanno la parte del leone nella strategia energetica del Paese. Vale a dire: a volte basta un ruggito.
O meglio, la strada non è certo spianata. Difatti, la scelta nucleare è per esempio ostacolata anche da specifiche normative emanate in alcuni Stati, come il Victoria ed il Queensland, che vietano la costruzione o la gestione di qualsiasi reattore nucleare.
In conclusione, non vorremmo certo alimentare strane illusioni su repentini cambiamenti del business as usual [4]; ma qualcosa si sta muovendo laggiù, e forse questo qualcosa sarà di aiuto anche altrove.

Note

[1] Se ne è parlato anche su bravenewclimate.com riportando quanto pubblicato su conservationbytes.com, il blog di Bradshaw.

[2] Alcune parti dell’articolo sono riportate in un altro post di bravenewclimate.com.

[3] Il pavimento di un ascensore standard ha una superficie di circa 2.6 m2 (ASME 17.1 Elevator Safety Code), mentre l’albero di servizio del super-grattacielo Burj Khalifa è alto 540 m, da cui un volume di 1326 m3. Rapportando questo volume con quello di una batteria NiHM in grado di fornire la stessa energia di una massa di Pu-239 delle dimensioni di una pallina da golf, si ottiene un valore pari a 16.2. Prendendo come riferimento il Burj Khalifa, si calcola un’altezza di 13.4 km: 16.2 volte quella del Burj Khalifa. Per ulteriori approfondimenti si consulti online l’articolo di Barry W. Brook e Corey J. A. Bradshaw, alla voce ‘Supporting Information’.

[4] ‘Business as Usual’ è anche il titolo del primo album dei Men at Work (pubblicato nel 1981 e di grande successo, grazie soprattutto al singolo ‘Down Under’); qui, però, si vuole intendere in senso lato il modo in cui sino ad oggi sono andate le cose, nel campo dell’industria come in quello della politica, in Australia, ma anche nel resto del Mondo.

Ringraziamenti

Il presente post è frutto di una dritta del prof. Giovanni Vittorio Pallottino, al quale siamo grati anche per averci fornito un agile sunto dei post apparsi su Brave New Climate. Abbiamo mescolato il tutto con alcune sue osservazioni, alcune nostre osservazioni e qualche spunto di riflessione.

Ringraziamo, infine, il prof. Barry W. Brook per averci dato il suo consenso a pubblicare (sulla base dei termini della licenza Creative Commons Attribution) una delle figure contenute nell’articoloKey role for nuclear energy in global biodiversity conservation(Conservation Biology, 9 dicembre 2014, DOI: 10.1111/cobi.12433) e relativa didascalia.

Visita tecnica alla centrale nucleare di Krsko: buona la prima

Si è svolta lo scorso 30 gennaio la prima visita tecnica alla centrale nucleare di Krško, in Slovenia, organizzata dal Comitato Nucleare e Ragione.
Alla visita hanno partecipato 27 persone, tra cui numerosi ingegneri, fisici e tecnici del settore, ma anche semplici appassionati e curiosi, accomunati dal genuino desiderio di conoscere e vedere in prima persona un esempio concreto ed efficiente di questa realtà tecnologica, ubicata a un centinaio di chilometri dal territorio italiano.

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La presentazione degli aspetti operativi della centrale e la visita all’impianto sono stati curati dai tecnici di Krško, che hanno evidenziato in particolare gli aspetti relativi alla sicurezza e all’innovazione. La centrale infatti ha esteso la propria operatività fino al 2043, e i recenti miglioramenti degli standard qualitativi hanno permesso all’impianto non solo di migliorare notevolmente le proprie performance in termini di energia prodotta e di ore annue di funzionamento, ma anche di superare brillantemente gli stress test realizzati in tutti gli impianti nucleari europei in seguito all’incidente di Fukushima.

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Il viaggio in pullman da Trieste a Krško, sotto una fitta e suggestiva nevicata, e il successivo pranzo in un agriturismo immerso nella campagna slovena, sono stati una piacevole occasione per scambiare impressioni, pareri, conoscenze e competenze tra tutti i partecipanti. Il bilancio è positivo: una giornata proficua e istruttiva per tutti.
Si replica il 2 giugno, con una seconda visita alla centrale di Krško!
Ricordiamo inoltre che il 18 febbraio si terrà anche una visita al reattore sperimentale TRIGA di Lubiana. Per entrambi gli eventi le iscrizioni sono aperte. Per informazioni scriveteci all’indirizzo nucleareeragione@gmail.com.GimpViola

 

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Verso l’energia a basse emissioni: qual è la mano vincente?

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Il dibattito internazionale sulle questioni energetiche non ci ha mai risparmiato, negli anni recenti, una certa vivacità, uscendo spesso dai confini degli ambienti specializzati degli addetti ai lavori e trovando una discreta risonanza sulla stampa generalista.
Tra i temi “caldi”, non solo dal punto di vista climatico, va senz’altro annoverato quello relativo agli accordi internazionali mirati alla limitazione delle emissioni antropiche di gas serra. Tali accordi sono stimolati dalle evidenze di un possibile nesso di causalità tra l’accresciuta concentrazione dei gas serra in atmosfera e l’aumento globale delle temperature registrato nella seconda metà del secolo scorso.

Su questo aspetto, nei mesi scorsi le occasioni per riaccendere la discussione non sono certamente mancate, a partire dall’approvazione, in ottobre, dei nuovi obiettivi europei sul clima e l’energia per il 2030. Ha destato un certo scalpore anche l’annuncio di un analogo accordo bilaterale USA-Cina per la riduzione delle emissioni, mentre i risultati della Conferenza ONU sul Clima tenutasi in dicembre a Lima, sul quale molti puntavano per un vigoroso rilancio della Green Economy, sono stati in parte offuscati sulla stampa dalle polemiche per i danneggiamenti al sito archeologico di Nazca provocato dagli attivisti di Greenpeace .

Scandali a parte, in tutti questi frangenti le associazioni ambientaliste, pur riconoscendo gli sforzi dei rappresentanti delle diverse Nazioni intervenute, hanno contestato nel dettaglio le strategie concordate, bollandole come troppo prudenti e velleitarie.
Dando uno sguardo in casa nostra, il Governo è stato oggetto nell’ultimo anno di numerose critiche per i diversi provvedimenti in materia energetica, giudicati negativamente dai movimenti ambientalisti e dai rappresentanti delle aziende del settore delle energie rinnovabili. Non è piaciuto, per esempio, l’intervento di rimodulazione degli incentivi alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, con una dilatazione del periodo di incentivazione da 20 a 25 anni (a parità di importo erogato), finalizzata alla riduzione del 10% delle bollette per le piccole e medie imprese. Non sono piaciute e non piacciono, inoltre, le intenzioni dell’Esecutivo di favorire la ripresa delle attività estrattive di idrocarburi sul territorio italiano, per ridurre la dipendenza del nostro Paese dalle importazioni di greggio. Non piace il sostegno alla realizzazione di opere infrastrutturali strategiche come il “Corridoio Meridionale del Gas“, che dovrebbe contribuire al consolidamento della sicurezza dell’approvvigionamento energetico del continente europeo, grazie alla diversificazione dei fornitori di gas naturale.

Il mantra recitato da chi si oppone a questo tipo di interventi è spesso dettato dalla convinzione che ogni Nazione, Italia in primis, dovrebbe concentrare tutti gli sforzi verso la rapida transizione ad un’economia alimentata al 100% con fonti energetiche rinnovabili.
Bisognerebbe a questo punto ricordare che, se da una parte è vero che le discusse azioni promosse dal Governo italiano mirano a conferire (seppur transitoriamente) un ruolo ancora importante agli idrocarburi nel mix di approvvigionamento energetico, dall’altra si deve tenere conto che il contesto è pur sempre quello di un sistema in cui gli incentivi alle fonti rinnovabili nel nostro Paese sono tra i più elevati al mondo, con uno investimento pubblico annuale di più di 10 miliardi di euro, un importo giudicato da molti economisti come eccessivo e per molti versi controproducente.

Oltre ai dubbi sulla sostenibilità economica, bisognerebbe inoltre affrontare con la dovuta serietà la questione relativa alla realizzabilità tecnica dell’obiettivo del 100% di rinnovabili. Il tutto andrebbe analizzato rispondendo a questo quesito preliminare: fermo restando che l’obiettivo principale postosi dalla comunità internazionale negli ultimi anni è quello di abbattere le emissioni di gas serra, è quella delle energie rinnovabili la sola e unica carta davvero vincente?
In un convegno svoltosi lo scorso 12 dicembre a Trieste, si è cercato di dare una risposta a questo interrogativo, analizzando la Tabella di Marcia per l’Energia 2050 [1], il documento promosso dalla Commissione Europea, che contiene tutte le possibile strategie per “decarbonizzare” l’economia del continente europeo, con l’obiettivo di ridurre dell’80 – 95% le emissioni di CO2 rispetto ai valori del 1990.

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Fig 1. Linee di tendenza delle emissioni di CO2 nell’UE, rispetto ai valori del 1990, per i diversi settori economici. I nuovi accordi per il clima e l’energia impongono di raggiungere una riduzione delle emissioni del 40% entro il 2030[1].

La risposta al quesito, lo diciamo subito, è negativa. In nessuno degli scenari studiati dai tecnici della Commissione Europea, neppure quello a maggior penetrazione degli investimenti sulle energie rinnovabili (e quindi con il più elevato impatto economico), si supera nel 2050 il livello del 75% di quota di rinnovabili sul consumo finale lordo di energia.
Le problematiche di tipo tecnico, oltre che finanziario, non sono di poco conto: le fonti rinnovabili come il solare e l’eolico sono di tipo aleatorio, e la potenza elettrica erogata dagli impianti non è quindi controllabile né pianificabile. Ciò richiede grossi investimenti sulla rete per poter gestire i picchi di produzione, nonché forme di compensazione economica per tutti quegli impianti termoelettrici che sono costretti a rimodulare giornalmente la propria potenza di esercizio per adeguarsi alle fluttuazioni degli impianti rinnovabili. Fino a quando non saranno disponibili sistemi di accumulo realmente efficaci ed economici, solamente l’energia idroelettrica consentirà una qualche forma di programmazione della potenza immessa in rete, pur tuttavia essendo anch’essa soggetta a forti variabilità stagionali dovute alla dipendenza del livello degli invasi dalle condizioni climatiche e meteorologiche.

Come sia quindi possibile arrivare ad una riduzione così considerevole delle emissioni di gas serra, senza puntare tutto esclusivamente sulle fonti rinnovabili è presto detto: sulla base del principio di diversificazione e complementarietà, è necessario investire su un mix di tutte le cosiddette tecnologie “a basse emissioni di carbonio” per la produzione di energia elettrica. Non solamente quindi le fonti rinnovabili, ma anche l’energia nucleare e gli impianti a combustibili fossili dotati si sistemi di cattura e sequestro del carbonio (CSS, Carbon dioxide Capture Storage). Combinando nella maniera adeguata queste soluzioni tecniche, il settore elettrico può effettivamente diventare carbon-free entro il 2050.

Tuttavia, affinché questo risultato sia realmente efficace, si rende necessaria una contestuale rivalutazione del ruolo dell’elettricità come vettore energetico, che si ritiene debba raddoppiare entro il 2050 la propria quota relativa, coprendo fino al 40% dei consumi finali. Come raggiungere questo scopo? Innanzitutto sostenendo l’elettrificazione dei trasporti e dei consumi domestici, inclusi i sistemi di riscaldamento.

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Fig 2. Quota di elettricità sulla domanda finale di energia, con le attuali politiche energetiche e negli scenari di decarbonizzazione analizzati nell’Energy Roadmap 2050 [1].

Tutto ciò non è ancora sufficiente. Queste misure appaiono inadeguate, se non si procede ad una contestuale promozione capillare degli interventi di efficientamento energetico. Negli obiettivi europei del 2030 si è fissato il paletto, pur non vincolante, di una diminuzione del 27% dei consumi rispetto al 1990, ma alcuni scenari per il 2050 indicano come possibile una riduzione fino ad oltre il 40% rispetto al picco di consumi del biennio 2005-2006.

Sull’argomento è bene precisare che per “efficienza energetica” bisogna intendere qualsiasi intervento di contenimento dei consumi che non implichi una riduzione dei livelli qualitativi di benessere dei cittadini. E’ un comune fraintendimento far corrispondere questo concetto a quelli di “risparmio energetico” o di “lotta agli sprechi”, che avvengono invece quando si mette in atto un cambiamento virtuoso del comportamento dei soggetti o all’occorrenza un eventuale ridimensionamento del tenore di vita.

Fatta questa doverosa precisazione, è evidente che una riduzione realmente palpabile dei consumi energetici si possa conseguire solamente coinvolgendo tutti i settori economici, incluso quello residenziale e terziario.
E’ in questo ambito che gli amministratori locali possono giocare un ruolo rilevante, come peraltro sottolineato dall’assessore all’Ambiente del Comune di Trieste, ing. Umberto Laureni, durante il convegno del 12 dicembre. Dalla presentazione del Piano comunale per l’Energia Sostenibile recentemente approvato, è emerso infatti un importante dato di fatto: gli Enti Pubblici sono direttamente responsabili solamente di una piccolissima percentuale delle emissioni di CO2 sul territorio.
Pertanto, le loro azioni (e le limitate risorse di denaro pubblico) più che verso velleitarie e onerose “operazioni di marketing” delle fonti rinnovabili, alle quali siamo stati in passato abituati (e.g. l’installazione di pannelli fotovoltaici sugli edifici pubblici), andrebbero oculatamente indirizzate verso iniziative di sensibilizzazione culturale dei cittadini, nonché di sostegno alla rete di aziende e soggetti pubblici e privati che intendono impegnarsi nella riduzione dei consumi mediante interventi di riqualificazione energetica.

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Fig 3. Emissioni di CO2 per tipologia di utenza nel Comune di Trieste, anno 2001. Si noti l’incidenza molto limitata delle strutture pubbliche. Fonte: http://www.retecivica.trieste.it

In conclusione: fonti energetiche a bassa emissione di carbonio (rinnovabili, nucleare, tecnologia di cattura del carbonio), elettrificazione dei trasporti e dei consumi domestici ed efficienza energetica rappresentano la cinque carte con le quali costruire qualsiasi strategia per il conseguimento sostenibile degli obiettivi di decarbonizzazione. Considerazioni analoghe a quelle della Commissione Europea sono contenute anche in numerosi altri studi, tra i quali ci limitiamo a citare quello che fa riferimento alla California [2], uno Stato che per popolazione, Prodotto Interno Lordo, fabbisogno energetico e adeguatezza del territorio allo sviluppo delle fonti rinnovabili (bacini idroelettrici, tasso di soleggiamento, ecc.) presenta molte analogie con il nostro Paese.

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Fig 4. Gli assi nella manica.

Esiste una combinazione perfetta?
La risposta non è semplice. La scelta delle “carte” da giocare, tra quelle tecnicamente disponibili, è di diretta responsabilità dei governanti, che spesso agiscono più sulla base dell’opportunità politica, che non su considerazioni oggettive e analisi tecniche ed economiche.

L’Italia, non dimentichiamolo, ha deciso di giocare la partita senza un asso del mazzo delle tecnologie low-carbon, a seguito della decisione referendaria che ha sancito l’abbandono della tecnologia nucleare. Questo è un fatto di cui bisogna prendere atto. La partita non può dirsi compromessa, ma le carte rimanenti vanno giocate con saggezza e lungimiranza, e la strategia di gioco deve essere studiata nei minimi dettagli, evitando mosse improvvisate e poco coerenti. La partita è già cominciata, stiamo andando nella direzione giusta?

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Fig 5. Linee di tendenza delle emissioni di gas serra nello Stato americano della California, al 2050. Vengono identificate sette tipologie di intervento, di cui sono riportati i contributi relativi in termini di riduzione delle emissioni rispetto al 1990.

 

Fonti:


[1] European Commission, Energy Roadmap 2050 , Brussels, 15/ 12/ 2011 [COM(2011) 885/ 2] – http://ec.europa.eu/energy/energy2020/ roadmap/doc/com_2011_8852_en.pdf

[2] Williams, J. H., DeBenedictis, A., Ghanadan, R., Mahone, A., Moore, J., Morrow, W. R., Torn, M. S., 2012. The technology path to deep greenhouse gas emissions cuts by 2050: the pivotal role of electricity. Science,335(6064), 53-59.

Dentro al nucleare

Domani, 30 Gennaio 2015, si terrà alla centrale nucleare di Krsko (SLO) la visita guidata, i cui posti sono terminati da settimane!

Questa visita verrà replicata fra qualche mese, nel frattempo il 18 Febbraio 2015 il Comitato Nucleare & Ragione visiterà il reattore di ricerca Triga, nella città di Lubiana (SLO). Vuoi venire anche tu? Leggi il volantino qui sotto e contattaci!

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Buoni propositi per l’anno nuovo

Quest’anno nella calza abbiamo trovato quella che a tutti gli effetti ci sembra una buona notizia. Eccola qui: Sogin ha consegnato ad Ispra la proposta di Carta delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) ad ospitare il Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi. Ispra ha due mesi di tempo per verificare la corretta applicazione dei Criteri da parte di Sogin e validare la Carta.

14prato verde

La notizia, a dire il vero, era già nell’aria, corredata di qualche polemica montante. Poco importa. Per ora preferiamo concentrarci sul fatto che finalmente è stato raggiunto un traguardo fondamentale.

Il decreto legislativo n. 31 del 2010 ha affidato a Sogin il compito di localizzare, progettare, realizzare e gestire il Deposito Nazionale. A tale deposito deve essere annesso un Parco Tecnologico destinato a diventare un centro di ricerca applicata e di formazione. La realizzazione del deposito è un elemento essenziale affinché sia raggiunta la condizione di “prato verde” nei siti delle centrali nucleari del Bel Paese [1].

Nel Deposito, un’infrastruttura ambientale di superficie, saranno smaltiti in massima sicurezza circa 75.000 m³ di rifiuti di bassa/media attività:

  • 60% prodotto dalle attività di smantellamento
  • 40% prodotto dalle attività di medicina nucleare, industriali e di ricerca

Esso consentirà, inoltre, la custodia temporanea di circa 15.000 m³ di rifiuti ad alta attività.

Ecco, dunque, il nostro buon proposito per l’anno appena iniziato: seguiremo con molta attenzione tutta la faccenda e proporremo utili spunti di riflessione a chi fosse interessato. Tra le altre cose, si legge in quanto riportato dall’ANSA che “la pubblicazione della Carta e quella contestuale del Progetto Preliminare apriranno una fase di consultazione pubblica e di condivisione, che culminerà in un Seminario Nazionale, dove saranno invitati a partecipare tutti i soggetti coinvolti ed interessati”.

Iniziamo, però, dall’essenziale: chi o che cosa è Sogin?

Sogin è la società pubblica responsabile del mantenimento in sicurezza e dello smantellamento dei siti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi. Per convenzione, a livello internazionale, tutte queste attività possono essere raccolte sotto la voce decommissioning. Il decommissioning indica, quindi, l’insieme delle attività tecniche e amministrative necessarie a rilasciare un sito nucleare senza alcun vincolo radiologico.

Ricordiamo che la gestione dei rifiuti radioattivi comprende sia quelli prodotti dalle attività industriali, che quelli provenienti dai laboratori di ricerca e di medicina nucleare.

Oltre a Sogin, nel campo dei rifiuti radioattivi italiani troviamo anche Nucleco, che è l’operatore nazionale qualificato per la raccolta, il condizionamento e lo stoccaggio temporaneo dei rifiuti e delle sorgenti radioattive provenienti dalle attività di medicina nucleare e di ricerca scientifica e tecnologica. Sogin è controllata al 100% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, Nucleco per il 60% da Sogin S.p.a. e per il 40% da Enea. Nel Gruppo Sogin operano circa 1000 persone: ci sono ingegneri nucleari, civili, meccanici, chimici ed ambientali, ma anche ovviamente fisici, geologi, esperti di radioprotezione e biologi.

15Siti Sogin in decommissioning

 

Sito Approvazione Istanza di Disattivazione Brown Field
Bosco Marengo (*) 2008 2016-2017
Caorso 2014 2028-2032
Casaccia 2018 2023-2027
Garigliano 2012 2024-2028
Latina fase 1 (**) 2015 2023/2027
Latina fase 2 (***) 2017
Saluggia 2016 2028-2032
Trino 2012 2026-2030
Trisaia 2016 2028-2032

(*) Nel 2013 è stato ultimato lo smantellamento dei sistemi d’impianto. Nel 2016 sarà ultimata la sistemazione dei rifiuti condizionati nel deposito temporaneo e gli edifici di impianto non saranno demoliti.

(**) In condizione di brown field [2] i rifiuti saranno condizionati, gli edifici convenzionali demoliti e il reattore ridotto e reso idoneo a conservare in sicurezza la grafite.

(***) Nella fase 2 anche il reattore sarà smantellato, la grafite rimossa e confezionata in maniera idonea a conservarla in condizioni di sicurezza.

La realizzazione del Deposito Nazionale con annesso Parco Tecnologico richiederà in media l’occupazione di circa 1500 persone/anno per 4 anni. La schedula prevede anche la realizzazione delle necessarie infrastrutture ed opere accessorie. Il conferimento dei rifiuti radioattivi non partirà prima del 2024.

Naturalmente tutto questo avrà un costo…

16Investimento complessivo – sono esclusi i progetti di ricerca (circa un miliardo di euro)

Concludiamo con uno sguardo ad un futuro meno prossimo, ma non meno interessante. Sogin ha competenze e capacità adeguate alle prospettive del mercato del decommissioning, grazie anche alle esperienze maturate in campo internazionale. Esistono potenzialità che ci auguriamo non verranno trascurate. Perseguendo l’obiettivo di sviluppare partnership strategiche, Sogin potrebbe ritrovarsi a giocare un ruolo da protagonista nella gestione di grandi e svariati progetti di demolizione e messa in sicurezza. Per esempio, gli impianti nucleari che andranno spenti per sempre nei prossimi 35 anni sono davvero tanti.

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Reattori nucleari che entreranno in shut-down entro il 2050 – dati NE

 

Note

Fonti principali:

  • documentazione Sogin a supporto dell’Audizione Commissione Industria del Senato del 11/11/2014;
  • elaborazioni NE – Nomisma Energia;
  • comunicato stampa Ispra;
  • ANSA.

[1]          Su che cosa normalmente si intenda con “prato verde” nel campo degli smantellamenti industriali torneremo presto, con opportuni approfondimenti. Per chi non ne avesse la più pallida idea proponiamo qui di seguito un paio di foto che riteniamo eloquenti.

18Centrali nucleari – a sinistra Yankee Rowe (MA, Usa), a destra Connecticut Yankee (CT, Usa)

[2]          Definizione di terreno precedentemente utilizzato per scopi industriali o ad uso commerciale (e.g. anche una semplice stazione di servizio per il rifornimento di carburante), che può essere contaminato da basse concentrazioni di rifiuti pericolosi o di sostanze inquinanti. Opportunamente ripulito può essere riutilizzato per scopi analoghi o convertito in terreno edificabile con diversa destinazione.

Consigli per una lettura ragionata

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Recentemente siamo tornati a parlare di radioattività in campo medico.

In generale l’argomento radioattività riscuote un certo successo, per diversi motivi. E noi lo affrontiamo sempre con piacere. Ma non ci sono dubbi che, per quanto si voglia essere chiari, sintetici e rigorosi nell’esposizione, qualcosa rimane dimenticata in un angolo o nascosta tra le righe. Inoltre, tra un post e l’altro, a chi non ha dimestichezza con la materia potrebbe sfuggire la giusta visione d’insieme.

Pensiamo, dunque, di fare cosa gradita ─ almeno ad alcuni dei nostri venticinque lettori – sottoponendo all’ attenzione di chi passa da queste parti un libro che tratta di radioattività a tutto campo, con un linguaggio facilmente comprensibile anche per i non “adepti”.

Il titolo del libro è “La radioattività intorno a noi – Pregiudizi e realtà” (ed. Dedalo, 2014) e l’autore è Giovanni Vittorio Pallottino, già Ordinario di Elettronica al Dipartimento di Fisica dell’Università di Roma “La Sapienza”. La prefazione è a cura di Paolo Saraceno, Fisico dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica). Ecco un estratto di quest’ultima, per invogliare la lettura:

<< La radioattività è pericolosa […] ma come tutte le cose pericolose, il modo peggiore per affrontarla è quello di non conoscerla, di vederla come una minaccia oscura che aleggia sulla nostra esistenza. Questa paura dell’ignoto non riduce i rischi, ma li aumenta se porta a decisioni sbagliate. […] Spiegare la radioattività in modo semplice e non banale è il compito che si è prefisso questo libro. Il linguaggio usato dall’autore è quello di chi ha passato la vita nel mondo della ricerca, dove i ragionamenti sono basati sui fatti e su quello che dai fatti si può dedurre […] Noi viviamo in una società complessa, molto più complessa di quella dei nostri padri; abbiamo la fortuna di vivere in uno stato democratico […] La democrazia, però, richiede che gli elettori siano informati, in modo che le decisioni prese siano le migliori, e questo non è facile se le questioni sono complesse. La radioattività è uno di questi argomenti […] A chi fosse incuriosito dai fatti raccontati suggerisco di cercare da solo conferme, chiarimenti e approfondimenti: la rete è una fonte inesauribile di informazione e di disinformazione. Con l’aiuto di questo libro ritengo sia possibile imparare a discernere tra l’una e l’altra e acquisire quelle conoscenze indispensabili per divenire dei cittadini liberi e consapevoli. >>

L’Energia del vicino è sempre più verde?

Il 2014 è stato per il Comitato Nucleare e Ragione un anno ricco di avvenimenti, di cui non mancheremo di fornire un ampio resoconto nelle prossime settimane.
Dedichiamo il post di oggi all’iniziativa che ci vedrà protagonisti nel 2015: si tratta di una visita guidata alla centrale nucleare di Krsko, in Slovenia, che avrà luogo il 30 gennaio.
Alla visita, condotta dai tecnici della centrale, parteciperanno anche esperti italiani nel settore (ingegneri nucleari, fisici e sismologi) che non mancheranno di rispondere alle domande e alle curiosità del pubblico.
Le prenotazioni sono aperte. Per richieste di informazioni o dettagli, scriveteci all’indirizzo nucleareeragione@gmail.com.
Trovate anche l’evento su Facebook, a questo indirizzo: https://www.facebook.com/events/1570932559807769/

volantinoKrsko

Notizie flash dall’impianto nucleare di Zaporižžja – Zaporož’e (Ucraina)

Nella mattinata del 3 dicembre alcuni organi di stampa  hanno riportato la notizia di un incidente presso la centrale nucleare di Zaporižžja – Zaporož’e, nell’Ucraina sud orientale.

A quanto risulta l’incidente riguarderebbe la parte elettrica della centrale, la rete di trasmissione o il teleriscaldamento fornito alle abitazioni circostanti e non la parte nucleare, quindi senza alcun coinvolgimento dei reattori e dunque nessun rischio di fuoriuscita di radiazioni.

L’impianto consta di 6 reattori del tipo VVER-1000 (reattori nucleari ad acqua pressurizzata) da 1000 MWe ciascuno, entrati in funzione tra il 1985 e il 1995.

La centrale si trova a circa 200 km dall’area degli scontri tra filo-russi e truppe regolari ucraine.1024px-Kernkraftwerk_Saporischschja