Buone notizie da Fukushima

[Report della Tokyo Electric Power Company – Fukushima, 12 settembre 2014]

daiichi

I risultati concernenti il monitoraggio dell’acqua di mare, fuori dal porto di Fukushima Daiichi, mostrano che le molteplici misure messe in atto per affrontare le problematiche legate alla gestione dell’acqua alla centrale nucleare stanno permettendo di mantenere i livelli della radioattività in mare ben al di sotto dei limiti normativi.

Questo significa che gli sforzi di TEPCO e del Governo giapponese volti a ridurre la quantità di acqua contaminata che dall’impianto fluisce in mare sono finalmente premiati.

Il monitoraggio fuori dal porto di Fukushima Daiichi non viene condotto solo dalla TEPCO, ma anche da parte di terzi, come ad esempio l’Autorità per la Regolamentazione Nucleare giapponese (Japanese Nuclear Regulation Authority – JNRA) e la Prefettura di Fukushima.

I risultati del monitoraggio indicano che i livelli di radioattività nell’acqua di mare fuori dal porto sono ben al di sotto dei limiti fissati dal Governo del Giappone, ed anche al di sotto dei limiti più severi imposti per l’acqua potabile dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. (Lo standard OMS non consente più di 10 becquerel per litro, sia per il cesio-134 che per il cesio-137 o lo stronzio-90.)

I valori delle misure reali, prese da più postazioni, sono riportati sul sito della JNRA [http://radioactivity.nsr.go.jp/en/list/205/list-1.html], quello della TEPCO [http://www.tepco.co.jp/en/nu/fukushima-np/f1/smp/index-e.html], e quello della Prefettura di Fukushima [http://www.pref.fukushima.lg.jp/sec/16025c/genan208.html] (quest’ultimo solo in giapponese).

I dati forniti dimostrano che anche all’interno della zona portuale le concentrazioni di radioattività sono in costante diminuzione. I valori concernenti il Cesio sono notevolmente inferiori ai limiti JNRA in tutti i punti, ed anche quelli dello Stronzio sono entro i limiti normativi in più punti, all’interno del porto, tranne vicino ai reattori, dove le misurazioni recenti mostrano livelli di 70─100 Bq/l (il limite JNRA per lo stronzio-90 è pari a 30 Bq/l).

Sin dal momento dell’incidente, la TEPCO ha messo in atto una serie di strategie per ridurre il flusso di acqua contaminata in mare. Strategie che comprendono anche diversi progetti ancora in costruzione. Come risultato, il deflusso stimato di più sostanze è stato tagliato drasticamente. Ad esempio, rispetto al periodo precedente agosto 2013, si sono registrate le seguenti riduzioni:

  • stronzio-90 a circa un terzo;
  • cesio-137 ad un decimo.

Sono attesi ulteriori miglioramenti, grazie alle diverse strategie di gestione dell’acqua in fase di implementazione. In particolare, una volta completato il famoso “muro di ghiaccio” [1] e quello tra l’impianto e il mare, progettati per bloccare il flusso delle acque sotterranee (che si contaminano nei sotterranei della centrale), ed una volta messo in funzione il subdrain system, che correrà intorno alle strutture dei reattori catturando 500─700 tonnellate al giorno di acque freatiche. In questo modo si prevede di ridurre ulteriormente i deflussi di cesio-137 e stronzio-90 fino a un quarantesimo del valore attuale stimato [2].

Concludiamo invitando i più curiosi a consultare il documento elaborato dalla TEPCO per spiegare tutte le loro strategie per la gestione delle acque, tra cui i summenzionati subdrain system e seaside impermeable wall. Lo trovate qui:

http://www.tepco.co.jp/en/nu/fukushima-np/handouts/2014/images/handouts_140811_03-e.pdf

 

Note

[1]            Non mancano le critiche sull’effettiva utilità di quest’opera “faraonica”. Si legga a questo proposito il seguente interessante articolo:

http://thebreakthrough.org/index.php/programs/energy-and-climate/let-it-go

Qui, invece, vengono riportati alcuni problemi che sono emersi il mese scorso ed ulteriori approfondimenti: http://www.neimagazine.com/news/newsfukushima-ice-wall-unaffected-by-trench-water-freezing-problems-tepco-says-4337477

[2]            Si veda pagina 7 qui:

http://www.tepco.co.jp/en/nu/fukushima-np/handouts/2014/images/handouts_140811_03-e.pdf

Ritorno a Fukushima

In occasione del terzo anniversario del cataclisma che ha devastato il Giappone, nippon.com ha pubblicato un rapporto dettagliato sulla condizione dei profughi con opportuna distinzione tra le vittime dello tsunami e gli sfollati a seguito della contaminazione radioattiva.

Torniamo, dunque, a parlare di Fukushima provando a seguire virtualmente le sorti di quelle persone che poco alla volta stanno ripopolando le zone evacuate, senza dimenticare chi vorrebbe tornare a casa ma non può, e chi potrebbe ma non vuole o non se la sente, perché non sono abbastanza le rassicurazioni, l’assistenza e/o gli incentivi.

Proveremo anche ad immaginarci nelle scarpe antinfortunistiche di chi a Fukushima continua a lavorare assiduamente, con gli occhi di tutto il mondo puntati addosso, affinché siano mantenuti in condizioni di sicurezza gli impianti nucleari incidentati.

Sulla strada verso casa

Al 13 febbraio 2014, i profughi dello tsunami erano 267419, qualche migliaia in meno rispetto ai primi mesi del 2013, più di 200000 in meno rispetto a tre anni fa. Gran parte della diminuzione nell’ultimo anno è dovuta al fatto che molte persone hanno deciso di trasferirsi altrove definitivamente.

ImageFoto significativa, del 2013, tratta da un articolo del Die Welt “forse” eccessivamente allarmistico, visti gli ultimi sviluppi. [http://www.welt.de/vermischtes/article121490906/Fukushima-Gebiet-wohl-fuer-immer-unbewohnbar.html]

Nel frattempo proseguono con forti ritardi gli sforzi per rialloggiare queste vittime. La costruzione di complessi abitativi permanenti nei luoghi dove la maggior parte dei rifugiati viveva in precedenza è ferma ad un 2%; mentre solo il 5 % dei progetti di delocalizzazione previsti sono stati completati ed il 64 % sono in fase di avanzamento a livelli diversi. Il recupero delle attività commerciali va anche peggio. Per ovvi motivi, rispetto alle altre quattro prefetture più danneggiate dallo tsunami, i ritardi nella prefettura di Fukushima sono acuiti: in particolare rimangono ancora diverse aree interdette oltre alla zona comprendente la centrale Daiichi e le immediate vicinanze. Tuttavia, qualche buona notizia arriva dal settore agricolo, che nella prefettura di Iwate è addirittura al 101 % dei livelli pre-disastro, in quella di Miyagi al 99 %, ed in quella di Fukushima al 85% [1].

A partire dal mese corrente l’Agenzia per la Ricostruzione ha abolito i vincoli di residenza in una delle zone completamente evacuate nel distretto di Tamura. Si tratta di 350 persone che possono far ritorno in modo permanente alle loro abitazioni, presso quello che un tempo era il villaggio di Miyakoji. La cittadina è sita nell’area di esclusione che a seguito dell’incidente è stata stabilita per un raggio di 20 km attorno alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Come già accennato, rimangono molte altre zone interdette, ma entro breve altri 31000 sfollati potrebbero ricevere il via libera. Le condizioni sine qua non per il ripopolamento sono il completamento dei progetti di bonifica e la riduzione dell’esposizione alle radiazioni a livelli inferiori a 20 mSv/anno (i.e. limite di esposizione in vigore per i lavoratori in ambito “nucleare”, stabilito in base ad accurata valutazione dei rischi, con criteri cautelativi) [2]. In realtà, sia la zona di Miyakoji che gran parte della prefettura è caratterizzata da livelli che non superano il 15% di suddetto valore di riferimento [3].

Ad ogni modo, la chiave di volta perché il progetto di ripopolamento delle zone evacuate abbia successo è la cura delle ansie che frenano molti dei diretti interessati. L’esitazione di questi residenti si basa principalmente sui timori legati agli effetti dei bassi livelli di esposizione alle radiazioni, che per quanto possano essere biologicamente innocui, continuano ad inquietare chi non ha una chiara percezione dei rischi reali, ovvero una consapevolezza legata alla comprensione del fenomeno, soprattutto in rapporto alle condizioni naturali in loco prima dell’incidente o altrove, dove non è mai stata necessaria un’evacuazione. Infatti, con “biologicamente innocua” si intende, volendo essere pignoli, un’esposizione alle radiazioni i cui eventuali effetti non sono distinguibili da quelli di altri agenti chimici e/o fisici che di norma incidono in un qualche modo non rilevabile sulla salute degli esseri umani, della fauna e della flora in generale. Occorre senz’altro una paziente opera di comunicazione, un’adeguata assistenza prolungata nel tempo e forse qualche opportuno incentivo. Non pochi remano contro gli sforzi di medici ed esperti di radioprotezione, ma ci sono anche molti presupposti perché vincano le raccomandazioni di chi segue criteri ragionevoli.

A proposito del lavoro dei medici non possiamo non menzionare lo screening in corso inerente l’incidenza dei tumori alla tiroide sui bambini in Giappone. Un’indagine senza precedenti sta dando risultati contrastanti. Da un lato, al 14 novembre 2013, sui 226.000 bambini esaminati nella sola prefettura di Fukushima i casi di tiroide affetta da tumore erano 26, mentre altre 32 anomalie erano identificabili come possibili casi di cancro alla tiroide (tutti i 26 bambini con diagnosi definitiva sono stati sottoposti con successo ad intervento chirurgico per la rimozione del materiale cancerogeno). Dall’altro gli esperti coinvolti negli esami diagnostici hanno sottolineato che il tumore papillare della tiroide si sviluppa ad un ritmo molto lento e che non è passato abbastanza tempo per collegare i tumori recentemente scoperti all’incidente di Fukushima (sempre che la dose efficace fosse tale per cui…). Inoltre, un programma di screening di tale portata, come si è detto, non era mai avvenuto prima in Giappone, quindi è molto difficile fare paragoni e parlare di variazioni dell’incidenza [4]. Infine, non si deve dimenticare che alcune forme tumorali che coinvolgono la tiroide possono rimanere occulte, anche perché non danno sintomi tali da portare chi ne è affetto a richiedere esami, ed emergono solo in caso di “indagini a tappeto”. Conferme in tal senso vengono anche dalle valutazioni degli esperti internazionali [2].

La muraglia giapponese

Veniamo ora ai lavori in centrale.

Secondo quanto riportato dal Japan Atomic Industry Forum [5] è in corso un test per l’implementazione di un sistema di contenimento straordinario basato sulla costruzione di “mura di ghiaccio”, o meglio sull’installazione di una schermatura sotterranea tutt’attorno agli edifici dei reattori, costituita da parti in acciaio e/o cemento contenenti terreno congelato, mantenuto in tale stato attraverso un sistema di tubi percorsi da liquido refrigerante, ossia che permetta la rimozione del calore. La “muraglia sotterranea” si svilupperebbe in lunghezza per 1.5 km occupando un’area di 70000 m3 e diverrebbe la più grande opera civile nipponica di sempre. L’idea non è nuova, nel senso che era stata resa pubblica dalla TEPCO da tempo, ed in modo più o meno serio se ne era discusso in giro nell’ultimo anno; ci è sembrato giusto parlarne solo ora che sembra concretizzarsi sul serio.

ImageA questo progetto va associato il sistema studiato per deviare e raccogliere (by-pass) le acque piovane/sorgive (freatiche) che si infiltrano nel terreno a monte degli edifici accidentati e che passando per i sotterranei si contaminano trasportando materiale radioattivo [6]. Le pompe del sistema sono operative da una quindicina di giorni. L’acqua estratta viene comunque stoccata temporaneamente ed esaminata prima di essere rilasciata in mare [7].

Lavori e disegni in corso

Lo scorso 18 marzo le apparecchiature del gruppo B dell’ALPS (Advanced Liquid Process System ─ sistema che permette la rimozione dei radionuclidi) [8] hanno avuto un intoppo dovuto ad un aumento della densità degli emettitori beta. In cinque giorni il problema è stato aggirato e i lavori di purificazione sono ripresi utilizzando i gruppi A e C. Oltre alla riparazione in corso per riportare le operazioni a pieno ritmo, è in fase di studio un ampliamento del sistema [6].

Buone notizie giungono dal decommissioning. Ovvero, il trasferimento dei fuel bundle (fasci di barre/elementi di combustibile) dalla piscina di stoccaggio del reattore 4 al nuovo sito attrezzato è al 46% (dati aggiornati al 21/04/2014) con 704 assiemi rilocati, di cui 682 di “combustibile esausto” e 22 di combustibile “fresco” (i.e. mai usato) [11].

Nelle figure qui sotto sono immortalati due momenti dell’operazione, concernenti il prelievo con stoccaggio temporaneo in un cask tramite l’utilizzo di carroponte.

ImageImageFoto della TEPCO. Si noti il colore “blu elettrico” dell’acqua dovuto all’Effetto Čerenkov! [http://photo.tepco.co.jp/en/date/2013/201311-e/131122-01e.html]

Di ben altro tipo è la notizia del 28 marzo 2014. Un uomo, infatti, è morto rimanendo schiacciato in una buca nel terreno dove stava eseguendo alcuni lavori di consolidamento delle fondazioni in un’area di stoccaggio. Parte del terreno circostante ed interi pezzi di calcestruzzo di sono rovesciati sull’operaio seppellendolo letteralmente vivo. I soccorsi sono intervenuti prontamente, ma una volta estratto era già non cosciente e a nulla è contata la corsa in ospedale. A causa delle investigazioni in atto il nome della vittima è tenuto sotto riserbo [9]. A proposito dell’inchiesta, visionando le foto del luogo dell’incidente rese pubbliche, sembrerebbe si tratti di un tipico caso di mancata messa in sicurezza dell’area di lavoro con adeguati rinforzi e/o strutture di contenimento delle pareti della buca.

Non è il primo caso di morte sul lavoro alla centrale di Fukushima Daiichi dal marzo 2011. A seguito dello tsunami risultarono scomparsi due operatori, i cui cadaveri furono ritrovati poco dopo che le onde si erano ritirate e la cui morte è da attribuirsi alla violenza di queste al momento dell’impatto sulle strutture dell’impianto. A queste morti bianche se ne aggiungono tre causate da infarto ed una da leucemia [9, 10].

I lavoratori sono tenuti sotto costante monitoraggio delle dosi da radiazioni ed una volta raggiunti i limiti stringenti sono allontanati dal luogo di lavoro ed impossibilitati a farvi ritorno prima che sia trascorso il tempo necessario affinché siano resi estremamente improbabili effetti negativi sulla loro salute. Tuttavia, tra la manovalanza di Fukushima Daiichi continuano ad insorgere problemi di salute, oltre che a causa di incidenti purtroppo non estranei alla “vita di cantiere”, soprattutto per le condizioni di lavoro assai poco agevoli. Gli operatori sono messi sotto pressione in molti modi: i turni sono davvero impegnativi, i dispositivi di protezione individuale sono ingombranti e “soffocanti”, ecc … non è difficile immaginare lo stress che “serpeggia” da quelle parti.

Ne sa qualcosa Kazuto Tatsuta (nome d’arte), che prima di dedicarsi alla sua vera passione, disegnare manga, ha lavorato per alcuni mesi del 2012 nella centrale, ossia ad 1F (Ichi-Efu), come la chiamano i locali [12]. Dalle tavole di questo artista emerge un quadro della situazione molto meno scontato di quanto si possa pensare. Il lavoro è duro, ma 1F non è “l’inferno in terra”. Fatiche e difficoltà sono condivise con una certa dose di “cameratismo”, molto giapponese; c’è spazio per l’ironia, la noia della routine, piccole avventure; nessuna intenzione di trasfigurare i lavoratori in eroi super-umani, né di minimizzare o occultare rischi reali. Insomma un’opera che si presta bene alle critiche feroci di chi da tempo si è convinto che a Fukushima è stato “rotto uno dei sigilli dell’Apocalisse”, vel similia.

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Note:

[1] Fonte: http://www.nippon.com/en/features/h00049/

[2] I rischi per la salute a dosi inferiori a 100 mSv/anno sono praticamente indistinguibili da quelli legati alle normali abitudini di vita di una persona mediamente benestante. A ribadire questo dato frutto di numerose e scrupolose analisi di lungo corso è anche il Comitato Scientifico delle Nazioni Unite sugli Effetti delle radiazioni Atomiche (UNSCEAR). Tra le dichiarazioni che hanno accompagnato l’emissione dell’ultimo rapporto troviamo questa: “Nessuna modifica rilevabile nei tassi di cancro futuri e nelle malattie ereditarie è attesa a causa dell’esposizione a radiazioni a seguito dell’incidente nucleare di Fukushima. Il verificarsi di un gran numero di tumori tiroidei indotti da radiazioni, come è stato osservato dopo Chernobyl, è da escludersi, perché le dosi sono notevolmente più basse”. Qui di seguito alcuni punti salienti del rapporto che riportiamo per intero ed in lingua originale:

38. No radiation-related deaths or acute diseases have been observed among the workers and general public exposed to radiation from the accident.

39. The doses to the general public, both those incurred during the first year and estimated for their lifetimes, are generally low or very low. No discernible increased incidence of radiation-related health effects are expected among exposed members of the public or their descendants. The most important health effect is on mental and social well-being, related to the enormous impact of the earthquake, tsunami and nuclear accident, and the fear and stigma related to the perceived risk of exposure to ionizing

radiation. Effects such as depression and post-traumatic stress symptoms have already been reported. Estimation of the occurrence and severity of such health effects are outside the Committee’s remit.

41. For the 12 workers whose exposure data were scrutinized by the Committee and who were estimated to have received absorbed doses to the thyroid from iodine-131 intake alone in the range of 2 to 12 Gy, an increased risk of developing thyroid cancer and other thyroid disorders can be inferred. More than 160 additional workers received effective doses currently estimated to be over 100 mSv, predominantly from external exposures. Among this group, an increased risk of cancer would be expected in the future. However, any increased incidence of cancer in this group is expected to be indiscernible because of the difficulty of confirming such a small incidence against the normal statistical fluctuations in cancer incidence.

Workers exposed to doses above 100 mSv will be specially examined, including through annual examinations of the thyroid, stomach, large intestine and lungs for potential late radiation-related health effects.

42. In June 2011, a health survey of the local population (the Fukushima Health Management Survey) was initiated. The survey, which began in October 2011 and is planned to continue for 30 years, covers all 2.05 million people living in Fukushima Prefecture at the time of the earthquake and reactor accident. It includes a thyroid ultrasound survey of 360,000 children aged up to 18 years at the time of the accident, using modern high-efficiency ultrasonography, which increases the ability to detect small abnormalities. Increased rates of detection of nodules, cysts and cancers have been observed during the first round of screening; however, these are to be expected in view of the high detection efficiency. Data from similar screening protocols in areas not affected by the accident imply that the apparent increased rates of detection among children in Fukushima Prefecture are unrelated to radiation exposure.

[ http://www.unscear.org/docs/reports/2013/13-85418_Report_2013_Annex_A.pdf ]

[3] Fonti:

http://the-japan-news.com/news/article/0001202646

http://thechart.blogs.cnn.com/2014/02/24/low-radiation-risks-outside-fukushima-zone-study-finds/

[4] Fonti:

http://ajw.asahi.com/article/0311disaster/fukushima/AJ201402080047

http://www.japantimes.co.jp/news/2013/11/13/national/thyroid-cancers-up-in-fukushima/#.U09-MPl_swB

http://geiselmed.dartmouth.edu/news/2010/05/davies.pdf

http://japandailypress.com/cancer-cases-rise-in-fukushima-but-experts-unsure-on-the-cause-2341371/

http://www.nuclear-news.net/2013/03/08/radioactive-japan-thyroid-control-screening-reveals-much-higher-percentages-of-cysts-and-nodules-in-children-far-away-from-fukushima/

http://news.nationalgeographic.com/news/2014/03/140313-fukushima-nuclear-accident-cancer-cluster-thyroid-chernobyl/

Per un ulteriore approfondimento, si legga quanto scrive l’infaticabile Leslie Corrice su: http://www.hiroshimasyndrome.com/fukushima-child-thyroid-issue.html

[5] http://www.jaif.or.jp/english/news_images/pdf/ENGNEWS01_1396864614P.pdf

[6] La TEPCO ha pubblicato un video illustrativo, qui:

http://www.tepco.co.jp/en/news/library/archive-e.html?video_uuid=vh03stud&catid=61785

[7] Fonte: http://www.world-nuclear-news.org/RS-Extraction-of-Fukushima-groundwater-starts-0904144.html

[8] Ne avevamo parlato qui: https://nucleareeragione.org/2013/10/15/men-work/

[9] Fonte: http://www.dailymail.co.uk/wires/ap/article-2591395/Japan-Fukushima-nuclear-worker-dies-mudslide.html

[10] Anche quest’ultimo caso non è in alcun modo riconducibile all’esposizione alle radiazioni dovute all’incidente nella centrale nucleare.

[11]Fonte:http://www.tepco.co.jp/en/decommision/index-e.html

[12]Qui un’intervista: http://enjp.blouinartinfo.com/news/story/1018027/interview-fukushima-nuclear-power-plant-manga-artist-kazuto

È possibile leggere gratuitamente, tradotto in inglese, il primo capitolo della serie: https://www.facebook.com/ichiefu/posts/1415129962074416

Lo segnaliamo anche se sappiamo che alcuni dei nostri affezionati lettori sono perfettamente in grado di leggerlo in lingua originale.

Quelli che giocano con la paura – Report su Fukushima

Il complesso nucleare di Fukushima Daiichi, Giappone, gravemente danneggiato dallo tsunami di due anni e mezzo fa, è di nuovo balzato agli onori della cronaca con le storie di una perdita apparentemente massiccia e incontrollabile di acqua pericolosamente contaminata riversatasi nell’Oceano Pacifico.
Nel marasma mediatico le notizie tecniche più o meno certe sono state soffocate da spazzatura di vario tipo. Il risultato è che sulla crisi in corso i veri dettagli rimangono sconosciuti ai più, vuoi perché molto vi si ricama sopra vuoi perché la TEPCO, il gestore degli impianti, laddove abbia la situazione sotto controllo, sembra incapace di trasmettere adeguatamente i risultati del proprio operato.

Per proseguire con la lettura dell’articolo e i relativi commenti, visitate il sito Appunti Digitali.

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Drowning by numbers*

Drowning by numbers*

[affogati dai numeri]

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È notizia dell’altro ieri, che Lake Barrett, quasi un’istituzione vivente nel campo della tecnologia nucleare, ex capo dell’Ufficio per la Gestione dei Rifiuti del Nucleare Civile per il DoE [Dipartimento dell’Energia – USA], è divenuto consulente della TEPCO per le attività concernenti la dismissione dell’impianto nucleare di Fukushima Daiichi. [http://www.japantoday.com/category/national/view/japan-must-release-fukushima-water-into-sea-u-s-adviser?utm_campaign=jt_newsletter&utm_medium=email&utm_source=jt_newsletter_2013-09-15_AM]
Forte della sua esperienza sul campo, per aver condotto le operazioni di pulizia a seguito della fusione parziale del nocciolo avvenuta a Three Mile Island nel 1979, si affiancherà a Dale Klein, altro super-esperto statunitense, nonché  “Nuclear Statesman” ed ex Presidente della NRC [Commissione per la Regolamentazione Nucleare].
I due veterani, in ottima forma, hanno esordito insistendo sulla necessità da parte delle autorità di informare rapidamente il pubblico per tranquillizzarlo, in quanto i rischi per la salute legati alle fughe di acqua radioattiva sono stati esagerati dai media giapponesi ed hanno contribuito a generare infondati timori fra la popolazione.
A queste esternazioni fa eco l’annuncio della NRA riguardo l’intenzione di condurre 600000 test sui fondali marini per monitorare la presenza di Cesio radioattivo. L’agenzia ritiene che i dati saranno fondamentali per valutare l’impatto a lungo termine sulle creature del mare.
Finora, sono stati effettuati circa 200 test a campione [http://www.nsr.go.jp/english/data/F1_130906.pdf], ma la decisione di ampliare il programma si lega alle crescenti preoccupazioni. L’area da testare coprirà 1000 chilometri quadrati al largo della costa dove è situata la centrale nucleare, estendendosi 50 km a nord e a sud e 20 km a est e a ovest. La NRA spera di avere risultati definitivi entro la primavera del 2014.
Un recente campionamento delle acque sotterranee all’interno del complesso dei serbatoi contenenti le acque reflue (impiegate nel raffreddamento dei reattori incidentati) mostra una contaminazione radioattiva da Trizio che supera significativamente i limiti imposti per legge in Giappone riguardo ai rilasci all’aperto (60000 Bq/l), in contrasto alle misure dello scorso 11 settembre. [http://www.tepco.co.jp/en/nu/fukushima-np/f1/smp/2013/images/south_discharge_130911-3-e.pdf]
Tuttavia è plausibile che solo una piccola quantità delle acque sotterranee sia penetrata nel vicino canale di scolo. Il Trizio, isotopo radioattivo dell’idrogeno, tra tutti i sotto-prodotti di un reattore nucleare è quello che di gran lunga emette la più debole radiazione beta, inoltre, è naturalmente presente ovunque vi sia acqua, in percentuali diverse a seconda dei casi. La situazione è, dunque, ben lungi dal poter essere descritta con le parole del Japan Times, dove si è affermato che il terreno sotto il complesso dei serbatoi di Fukushima Daiichi si sta trasformando in una “palude radioattiva”.
Nel frattempo, tra le più recenti letture presso il vicino canale di scolo solo una posizione mostra un livello da beta-emettitori significativo (2000 Bq/l). Inoltre, il Presidente della TEPCO, Naomi Hirose, ha affermato: “A giudicare dai risultati del nostro monitoraggio a 3 km in mare aperto, non vi è stato alcun impatto sulle acque dell’oceano. Crediamo che l’impatto sulle acque circostanti sia limitato alla zona all’interno del porto della centrale elettrica”. [http://english.kyodonews.jp/news/2013/09/244878.html]
Infine, il campionamento dell’acqua prelevata dal pozzo di osservazione sul mare (lato unità 1 e 2), che aveva dato il via alla “questione sotterranea” il mese scorso, non rileva più alcuna presenza di Cesio né radioattività da emettitori-beta (ivi compreso lo Stronzio). Continua ad essere relativamente alta, invece, quella del Trizio (80000 Bq/l). Con questo si conferma che Cesio e Stronzio non sono trasportati dalle acque sotterranee (se non in percentuale estremamente piccola), mentre il Trizio lo è.
Anche se non è possibile definire la situazione come “definitivamente sotto controllo”, quanto sopra esposto fornisce un aggiornamento di carattere positivo rispetto ai dati allarmanti che hanno inondato i media nelle ultime settimane.
In particolare appare evidente che le stime “cautelative” della TEPCO [http://www.japantimes.co.jp/news/2013/08/22/national/rate-of-radioactive-flow-to-pacific-alarming/#.UjgvkNJ4qrg] concernenti le fughe radioattive in mare erano infondate. Anzi, sembra che tali stime si fondassero esclusivamente sul timore degli operatori di fornire cifre troppo basse, vedendosi costretti in un secondo momento a ritrattare quanto comunicato, con conseguente elevato rischio di essere accusati di nascondere la gravità del problema. Un atteggiamento comprensibile, anche se discutibile.

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Fig.: Immagine-bufala circolante negli ultimi tempi tra siti internet e social-network suscitando allarmismo.  In realtà rappresenta soltanto una modellazione lagrangiana del moto di una particella di biomassa, in origine nei pressi di Fukushima. Come specificato nel sito da cui è tratta (http://www.asrltd.com/japan/plume.php), non illustra in alcun modo eventuali concentrazioni di radionuclidi.

In ogni caso, mentre ci chiedevamo che fine avessero fatto quei trenta trilioni di becquerel che da maggio 2011 si diceva fossero stati “riversati” nell’oceano, abbiamo provato a fare i “conti della serva”.
Mettiamo che sia tutto vero, che a causa delle varie perdite di acqua contaminata susseguitesi all’incidente nucleare di Fukushima Daiichi l’Oceano Pacifico abbia ricevuto 3×1013 Bq in aggiunta alla sua radioattività naturale. Eh sì, perché i mari sono naturalmente radioattivi, in particolare l’oceano in questione presenta i livelli medi specificati qui di seguito in dettaglio:

radioattività naturale complessiva

dell’Oceano Pacifico

[Bq]

Uranio

2.2E+19

Potassio-40

7.4E+21

Carbonio-14

3.0E+18

Rubidio-87

7.0E+20

Trizio

3.7E+17

TOT

8.1E+21

Fonte: http://www.physics.isu.edu/radinf/natural.htm

Assumendo la condizione più probabile sul lungo periodo, ossia completa diffusione e diluizione dei contaminanti nell’intero volume dell’oceano (6.5E+17 m3 – circa settecentomila trilioni di metri cubi), si ottiene una variazione della radioattività pari a circa quattro deci-milionesimi dell’un-percento (0.00000037%).
Ora si osserverà: “ma questo è lo scenario più favorevole, che dire se gli isotopi radioattivi non si dovessero diffondere uniformemente/omogeneamente?” Ed ancora: “qui si riportano solo valori della radioattività, che non forniscono informazioni sulla pericolosità degli emettitori per la salute delle persone e degli animali.”
È vero, ma è anche cosa voluta, onde evitare di “affogare nei numeri”. In primo luogo, perché le stime delle dosi sono più complicate, essendo diverse a seconda del tipo di radiazione e dipendendo dal tipo e dal tempo di esposizione (stare a pochi millimetri da un sorgente beta non è la stessa cosa che starci a qualche metro; ingerire una sorgente alfa non è la stessa cosa di maneggiarla, avere a che fare con minuscole quantità di gamma-emettitori per poco/molto tempo non è la stessa cosa che con quantità maggiori per poco/molto tempo – e così via, in tutte le combinazioni possibili con o senza mezzi schermanti/mitiganti…). In secondo luogo, perché scenari meno favorevoli richiedono calcoli più complicati, con molti fattori/forzanti in gioco. È molto probabile che qualcuno accreditato per farlo si stia già adoperando in proposito. In terzo luogo, … ehi, vi siete dimenticati che l’assunto iniziale è infondato?!
Vi terremo aggiornati, nel frattempo, se vi capitasse di vedere immagini da modellazione computazionale, dove l’acqua contaminata si diffonde nell’Oceano Pacifico come un’enorme ed inquietante chiazza multicolore, cercate di ricordarvi che si tratta “al massimo” di quei quattro deci-milionesimi di un-percento di radioattività che si vanno ad aggiungere ai livelli naturali dell’oceano, sparpagliandosi in qualche modo.

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* per chi non l’avesse capito al volo, il titolo è la citazione di quello di un film di Peter Greenaway del 1988

 

Fukushima, un anno dopo. Il Giappone tra la paura del nucleare e la mancanza di alternative.

Lo tsunami che ha messo al tappeto il sistema di raffreddamento di riserva della centrale nucleare di Fukushima Daiichi l’11 marzo del 2011, non si è ancora, in un certo senso, ritirato dal sistema energetico giapponese.


Solo due delle 54 centrali nucleari giapponesi sono ancora in funzione, ed entro la fine del prossimo mese, chiuderanno anche quelle, spegnendo la fonte che ha fornito un terzo dell’energia elettrica per la terza economia mondiale, fino al terremoto di Tohoku. Uno ad uno, i funzionari governativi locali hanno usato tutte le leggi a loro disposizione per fermare la produzione di energia nucleare, rifiutando di autorizzare il riavvio di qualsiasi reattore dopo il suo fermo manutenzione ordinaria. Finché il governo nazionale non sarà in grado di convincere i funzionari delle prefetture riguardo alla sicurezza dell’energia atomica in un paese a forte rischio sismico, il Giappone dovrà affrontare una grave carenza di elettricità che si manifesterà quando l’estate calda e umida farà schizzare verso l’alto i consumi.

 

Privo di fonti interne di combustibili fossili, il Giappone si affida sempre più pesantemente a costose importazioni di petrolio e di gas naturale liquefatto per sostituire la generazione di energia nucleare. Ma ciò espone il paese ad un altro rischio: quasi il 70 per cento delle importazioni giapponesi di petrolio l’anno scorso è transitato attraverso lo Stretto di Hormuz. Se il conflitto dell’Iran con l’Occidente sul suo programma nucleare dovesse inasprirsi fino ad interrompere le spedizioni di petrolio del Medio Oriente, sarebbe un altro duro colpo al mercato energetico giapponese già in difficoltà.


Per ora la speranza è che le ampie misure di risparmio energetico, che hanno permesso al Giappone di superare un notevole deficit elettrico la scorsa estate, gli permettano di superare le criticità future. Ma la domanda più importante è come la nazione, oltre ad affrontare il decennale sforzo di bonifica delle aree limitrofe della centrale di Daiichi, saprà ricostruire la fiducia necessaria nelle istituzioni private e pubbliche, al fine di tracciare un nuovo corso energetico per il suo futuro.

“Il quadro generale è la frantumazione della fiducia dei cittadini, non solo nel programma nucleare, ma anche nel governo stesso”, dice Sheila Smith, senior fellow per gli studi giapponesi presso il Council on Foreign Relations di Washington DC. “L’opinione pubblica giapponese è profondamente sconvolta sia per l’entità del disastro sia per la gestione passata e presente di queste centrali elettriche da parte del governo, oltre a più pressanti interrogativi circa la sicurezza pubblica.”

Il dopo tsunami.


Prima del terremoto, il comparto energetico nucleare del Giappone era paragonabile per dimensioni solo a quello degli Stati Uniti e della Francia. Vi si trovava la più grande centrale atomica del mondo, Kashiwazaki-Kariwa, nella prefettura di Niigata, sulla costa occidentale, e anche se quella centrale era stata gravemente danneggiata e parzialmente disattivata da un terremoto di magnitudo 6,8 nel 2007, l’elevato rischio sismico della nazione non aveva offuscato la sua ambizione per l’espansione dell’energia nucleare. Per alimentare il suo sviluppo futuro con meno emissioni di gas a effetto serra, il Giappone si era impegnato a far aumentare la quota di energia nucleare nel suo fornitura di energia elettrica, dal 30 per cento al 40 per cento entro il 2017, e del 50 per cento entro il 2030. (per confronto, la fonte nucleare fornisce solo il 20 per cento di energia elettrica negli Stati Uniti.)


Questi piani sono stati compromessi alle 14:46 dell’11 marzo 2011 da un terremoto di magnitudo 9,0 con epicentro 130 chilometri ad est di Sendai, nell’Oceano Pacifico. La scossa, la più potente mai registrata in Giappone, ha determinato lo spegnimento automatico di 11 centrali nucleari in quattro siti lungo la costa nord-est. Tale misura di protezione procedeva come previsto, e generatori diesel garantivano l’energia necessaria a mantenere attivi i sistemi di raffreddamento che controllano la temperatura del combustibile nucleare degli impianti anche dopo lo spegnimento.

 
Circa 40 minuti dopo il terremoto, ha colpito lo tsunami, inondando la centrale di Daiichi e determinando la paralisi dei generatori diesel. L’altezza dell’onda è stata stimata in 14 metri, di 8 metri superiore alle protezioni del sito nucleare. Tra la distruzione già diffusa e la perdita di decine di migliaia di vite, Fukushima Daiichi è diventato l’ epicentr o di un secondo disastro, mitigato dall’impegno del personale della centrale.

 

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Uno studio recente, i cui risultati preliminari sono stati resi pubblici in inglese dalla IAEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) e ripresi dalla stampa giapponese, afferma che il 58% della popolazione della prefettura di Fukushima sarebbe stata esposta ad una dose di radiazione inferiore ad 1 mSv nei primi 4 mesi successivi all’incidente (ricordiamo che 1 mSv/anno è il limite di dose efficace assorbita cui può essere esposta la popolazione). Lo studio prende in considerazione un campione di 10468 persone che risiedevano abitualmente nell’area evacuata (esclusi i lavoratori della centrale). Il 94,6% del campione ha assorbito nello stesso periodo una dose inferiore ai 5 mSv (l’equivalente di una tac al colon), mentre solo 2 soggetti sono stati esposti ad una dose eccedente i 20 mSv (si tratta di due donne rimaste per più di tre mesi all’interno dell’area evacuata).

Lo studio conclude che in base a precedenti studi epidemiologici, non si osservano effetti sulla salute con dosi assorbite inferiori ai 100 mSv anno, di conseguenza questi dati preliminari confermano che la tempestività dell’intervento di evacuazione dovrebbe aver scongiurato danni alla salute dei residenti.

Allo studio sono stati sottoposti anche gli abitanti delle zone esterne all’area evacuata, per un totale di 431720 persone (il 21% degli abitanti della prefettura). I dati completi saranno resi noti a breve.

 


 

Ad oggi, più di 70.000 persone rimangono evacuate dall’area interdetta (raggio di 20 km), per consentire l’opera di decontaminazione. Il primo ministro Yoshihiko Noda ha annunciato che saranno necessari almeno 13 miliardi di dollari per le bonifiche delle aree limitrofe alla centrale. Lo scorso 26 gennaio il Ministero dell’Ambiente nipponico ha predisposto una “road map” per l’opera di bonifica, che include la ricategorizzazione delle aree evacuate secondo tre livelli:

 

 

  • aree nella quale le misure di evacuazione possono essere revocate, (esposizione inferiore ai 20 mSv/anno)
  • aree ad accesso limitato (esposizione tra 20 mSv/anno and 50 mSv/anno)
  • area ristretta (esposizione superiore a 50 mSv/anno)

 

Ma la crisi di fiducia nei confronti dell’energia nucleare si è diffusa ben al di là di Fukushima. L’ex premier, Naoto Kan, aveva annunciato per il Giappone un futuro libero dal nucleare, prima di dimettersi lo scorso agosto a causa di una caduta precipitosa in popolarità del suo governo. Noda, al contrario, ha promesso di aumentare la sicurezza degli impianti nucleari della nazione, perseguendo al contempo lo sviluppo di fonti alternative.


19 centrali nucleari erano ancora in funzione quando Noda ha assunto l’incarico nel mese di settembre, e 17 hanno chiuso da allora. Solo due unità, Kashiwazaki-Kariwa e un altro reattore a nord sul Mar del Giappone, a Tomari sull’isola di Hokkaido, rimangono in servizio. Ma dopo la loro chiusura per manutenzione ordinaria in programma questa primavera, i funzionari giapponesi si aspettano che saranno tenute fuori servizio, dal momento che le autorità locali rifiuteranno di autorizzarne il riavvio.

Senza centrali nucleari in servizio, il Giappone si appresta ad affrontare l’estate, quando la domanda di energia elettrica di picco probabilmente supererà l’offerta del 15 per cento, a detta degli osservatori. La scorsa estate, il Giappone fece fronte al deficit di energia elettrica con uno sforzo concertato nazionale per ridurre la domanda. E’ dilagata una campagna, promossa nel 2005, per tagliare l’aria condizionata negli uffici. Le aziende inoltre hanno rimodulato l’orario di lavoro e preso altre misure, quali la disattivazione degli ascensori e ridotto l’uso di stampanti e fotocopiatrici.
Misure non sostenibili nel lungo periodo.

Quindi il governo nazionale del Giappone e le aziende elettriche private stanno lavorando per aumentare la protezione delle centrali nucleari nel tentativo di riconquistare la fiducia dei cittadini e in tal modo spianare la strada alla riapertura degli impianti. Le azioni avviate in Giappone sono simili a quelle intraprese da altri paesi, con una nuova attenzione a sistemi in grado di resistere ad una prolungata interruzione della potenza di tutte le unità in un sito.


“Questo è stato probabilmente il più grande cambiamento nell’approccio al settore, pensare a eventi che possono influenzare più di una unità”, dice Neil Wilmshurst, vice presidente del settore nucleare degli Stati Uniti presso l’Electric Power Research Institute (EPRI).


Ma in Giappone, alcune delle nuove misure di sicurezza sono state straordinarie. Alla centrale di Hamaoka, sulla costa del Pacifico, circa 200 chilometri a sud-ovest di Tokyo, la Chuba Electric Company sta costruendo un muro di protezione alto 18 metri per il costo di 1,3 miliardi di dollari. Al suo completamento, entro la fine di quest’anno, dovrebbe non solo superare l’altezza dell’onda che ha colpito Fukushima, ma sarebbe 10 metri superiore alle onde più alte attesi ad Hamaoka in caso di tre grandi terremoti simultanee. La pericolosità Hamaoka ha suscitato particolare interesse pubblico a causa della sua posizione sulla linea di faglia del temuto “terremoto di Tokai”, il “Big One” del Giappone.


Impatto economico.


All’ansia per la sicurezza delle centrali nucleari si contrappone l’incentivo economico nel riaprirli. Il gettito fiscale degli impianti sostiene i governi locali ed il funzionamento e manutenzione forniscono posti di lavoro.


La carenza di energia elettrica aumenta anche la minaccia di un’ulteriore delocalizzazione della produzione in Cina, aumentando l’esodo avviato già prima del terremoto.  Senza contare l’ulteriore onere costituito dalla dipendenza da massicce importazioni di petrolio e gas naturale per produrre energia al posto dell’energia nucleare. In seguito all’aumento delle tensioni in Medio Oriente, il Giappone ha lavorato per diversificare le sue fonti di petrolio. Ha drammaticamente aumentato le importazioni dal Vietnam e dall’Indonesia, due paesi che forniscono greggio particolarmente adatto alla produzione di elettricità. Il ministro degli Esteri, Koichiro Gemba, il mese scorso ha cercato di rassicurare l’opinione pubblica sul fatto che la nazione potrebbe resistere ad una chiusura dello stretto di Hormuz.

 Il costo dell’aumento delle importazioni si riverbera su tutta l’economia. Il Giappone paga circa  18 dollari per milione di BTU di gas naturale importato, più di quattro volte il prezzo pagato dai consumatori negli Stati Uniti. I costi stimati per l’acquisto di ulteriori 20 milioni di tonnellate di GNL a causa dello spegnimento delle centrali nucleari ammontano a 44 miliardi di dollari.


Nel contempo c’è stata molta pressione dell’opinione pubblica sull’impegno del governo ad espandere l’uso di energie rinnovabili in Giappone. Anche se il paese non dispone di ampio spazio a disposizione per l’installazione di impianti eolici e solari, ci sono stati interventi per gli impianti residenziali sui tetti e la ricerca tecnologica.

Ma la strada delle rinnovabili è lunga e costosa, dunque non può coprire il deficit immediato dell’energia nucleare. Per il Giappone l’unica opzione a breve termine è quella di comprimere la domanda e aumentare le importazioni lavorando nel contempo per rassicurare l’opinione pubblica circa la sicurezza della sua flotta nucleare. I giapponesi si sono dimostrati come al solito determinati nella difficoltà, ma solo il tempo in definitiva potrà chiarire il futuro dell’industria elettrica Giapponese.

 

fonti citate:

 

http://news.nationalgeographic.com/news/energy/2012/03/120309-japan-fukushima…

http://www.yomiuri.co.jp/dy/

http://www.iaea.org/newscenter/focus/fukushima/statusreports/fukushima23_02_1…

 

Nucleare: effetto Fukushima. No, effetto referendum.

Si è svolta venerdì pomeriggio, dopo svariati rinvii che l’hanno vista slittare per ben due volte e posticipare di quasi un mese sulla data inizialmente prevista, la conferenza Nucleare: effetto Fukushima, promossa dal Comune di Trieste, dai Partners del Protocollo d’Intesa Università/Enti di Ricerca e dal quotidiano Il Piccolo, con l’appoggio e la sponsorizzazione di tutte le istituzioni politiche e scientifiche della provincia. L’evento ha visto il contributo di tre relatori principali, Alessandro Martelli, ingegnere nucleare dell’Enea, Peter Suhadolc, sismologo dell’Università di Trieste e Massimo Bovenzi, ordinario di Medicina del Lavoro e Radioprotezione dell’Università di Trieste, più otto scienziati di diversi campi, che hanno in varia misura collaborato all’evento e dunque hanno avuto diritto di prelazione sugli interventi “dal pubblico”.
Pubblico che bisogna dire, forse a causa degli slittamenti di data, non è tra i più numerosi: pochi gli studenti e pochi i cittadini comuni. Per riempire la sala, circa 90 posti a sedere, serve la pletora degli organizzatori e la claque organizzata che accompagna ogni relatore, pur essa composta prevalentemente da accademici e da ricercatori vari.
Gli interventi dei tre relatori sono stati generalmente puntuali e rassicuranti, a nostro avviso ben strutturati, dato anche lo scarso tempo loro concesso, circa 20 minuti ciascuno.

In apertura Martelli ha illustrato il funzionamento della centrale di Fukushima, analizzando le cause e la portata dell’incidente, e facendo un debito e rassicurante paragone con l’incidente di Chernobyl. In seguito, Suhadolc, ha illustrato il concetto di pericolosità sismica, e quali siano le informazioni in merito fornite dalla comunità scientifica agli amministratori per la progettazione delle centrali nucleari, soffermandosi su quelle di Fukushima e Krsko. Per la prima ha sottolineato come, pur essendo i valori attesi di accelerazione  inferiori a quelli effettivamente registrati, la centrale non abbia subito danni rilevanti dal sisma. Infine, Bovenzi ha fatto una rapida introduzione dei concetti di radioattività e di dosimetria, per passare poi ad una disamina degli effetti deterministici e stocastici delle radiazioni sull’organismo, con la presentazione dei casi studiati negli anni dall’Istituto Marie Curie di Parigi, in particolare quelli seguiti al bombardamento di Hiroshima e Nagasaki e all’incidente di Chernobyl, ma anche quelli dei lavoratori esposti in campo industriale e sanitario. Bovenzi ha  poi concluso con alcuni dati rassicuranti sulle misure di contaminazione da Iodio 131, rilevate negli scorsi giorni in Italia, in tal senso anch’egli avvalorando l’infinita maggiore gravità dell’incidente di Chernobyl rispetto a quello d Fukushima.

Sarà stato per l’eccesso di rassicurazione, tant’è che i successivi interventi dal “pubblico” hanno teso a riequilibrare questa sproporzione, ciascuno a proprio modo. Chi ha attinto ai ricordi del tempo di Chernobyl e alla clandestina importazione di latte in polvere da luoghi più sicuri, chi ha addotto motivi economici, sposando una recente tesi secondo la quale il costo del fotovoltaico sarebbe ormai pari al costo del nucleare (non vi erano, però, economisti in sala ne tra i relatori, ndr); altri infine hanno sollevato il problema aperto dello smaltimento delle scorie.
Non è mancata, in pieno stile “academic-chic”, la stoccata agli assenti, con il moderatore, il giornalista Fabio Pagan de Il Piccolo, che istiga compiaciuto il pubblico alla derisione del prof. Battaglia (molto controverso per le sue posizioni in campo energetico, ndr) e del Presidente del Consiglio, reo di avergli scritto la prefazione del libro (e non solo di questo, va da sé).
Dopo gli interventi “accademici” lo spazio per gli interventi dal pubblico era ormai esaurito, altrimenti avremmo provato a richiamare l’attenzione dell’uditorio sui reali numeri della tragedia: 17 morti in seguito ad un sisma disastroso, 27000 morti in seguito ad uno tsunami epocale, nessun morto  per sindrome acuta da radiazioni.
Effetto Fukushima? No, effetto Referendum.

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Una mela al giorno

Una mela al giorno, toglie il medico di torno. Ma le radiazioni? 

Mela

Liliana, una studentessa triestina che ha partecipato alla nostra prima conferenza/incontro, ci chiede se esistano dei cibi o delle bevande che possano aiutare a “deattivare la radioattività”, in particolare quella che arriva (o potrebbe arrivare) in Italia dall’incidente nucleare di Fukushima, in Giappone.

Sarebbe molto bello, infatti, se potesse esistere qualche rimedio naturale o una particolare dieta che contrasti l’effetto delle radiazioni, o che le “de-attivi”, come suggerisce la domanda. 

Per dare una risposta, dobbiamo innanzi tutto comprendere cosa sono le radiazioni e come interagiscono con il nostro corpo. L’immagine più semplice, e corretta, che possiamo avere, è quella di immaginare le radiazioni come proiettili e gli atomi radioattivi come delle piccole pistole che sparano in tutte le direzioni. Un elemento radioattivo è dunque come una pistola che spara un proiettile; tipi diversi di radioattività corrispondono dunque a proiettili con energia diversa e con dimensioni diverse. La radiazione betacorrisponde ad un piccolo calibro, mentre la radiazione alfa corrisponde ad un calibro molto più grosso. Il danno che un proiettile può fare, dipende dalle sue dimensioni e dalla forza con cui viene sparato! Una particella alfa di poca energia è come un sassolino, od un pezzettino di mollica lanciato da un bambino: rimbalza sulla nostra pelle e non ci fa nulla. A volte persino un centimetro d’aria è sufficiente per fermarla! Ma lo stesso sassolino lanciato con una fionda può farci male! Alcuni atomi radioattivi, inoltre, sparano un colpo ogni secondo, altri ogni anno, altri ancora ogni milione di anni! 

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Siccome questi “proiettili” sono molto piccoli, dovessero avere energia sufficiente per colpire il nostro corpo, non vedremmo (per fortuna!) dei “fori” nel nostro corpo! Questo non vuol dire che non siano proiettili potenzialmente pericolosi! Infatti hanno le dimensioni giuste per interagire con il nostro DNA! Come nella figura qui sopra, uno di questi proiettili (la radiazione, ovvero ad esempio una particella alfa, beta o gamma) può spezzare la doppia elica del DNA. Quando questo accade, esistono dei meccanismi di riparazione, nel nostro organismo, che rimediano al danno. Ma può capitare che questi meccanismi falliscano, e che in alcuni casi questo possa portare allo sviluppo di un tumore.

Questo fenomeno accade ogni giorno, costantemente, nel nostro organismo! Infatti, indipendentemente da Fukushima, da Chernobyl o da qualunque altra attività umana, siamo colpiti ogni giorno da migliaia, milioni, miliardi di questi proiettili: moltissimi arrivano dallo spazio (raggi cosmici), altri sono emessi dalla terra stessa (radioattività naturale), molti ancora ci colpiscono perché contenuti naturalmente nel cibo che mangiamo (ad esempio nelle banane!). Ognuna di queste situazioni “naturali’ espone il nostro organismo (inevitabilmente!) a questi proiettili. Un po’ come se camminassimo sempre sotto una fitta pioggia. 

Molte delle attività umane aumentano il numero di questi proiettili in circolazione. In questi giorni vi è molta preoccupazione per quelli che possono essere arrivati dal Giappone. In realtà, da Fukushima, non sono arrivati direttamente dei “proiettili” (come nemmeno da Chernobyl), ma piuttosto possono essere stati trasportati in Italia degli elementi radioattivi, ovvero delle pistole. In particolare, si parla di Iodio 131. Questo elemento spara particelle beta, cui seguono gamma, che hanno abbastanza energia per danneggiare il nostro organismo. Lo Iodio 131 è tuttavia una pistola che si scarica molto in fretta. Continuando con la metafora, dopo 8 giorni la metà delle pistole allo Iodio 131 sono già scariche, dopo 16 giorni un quarto lo sono, e via dicendo.

Inoltre è necessario considerare quante sono queste “pistole in circolazione”. Un modo per determinarlo e cercare di raccogliere i “bossoli” e dal numero di bossoli risalire a quanto Iodio c’è in giro. Tutte le misure effettuate in Italia, fino ad oggi, non hanno mostrato alcuna differenza significativa tra i bossoli di Iodio-131 trovati prima di Fukushima e dopo Fukushima! Quindi, per rispondere a parte della domanda di Liliana, ora non vi è “radiazione giapponese” da cui difendersi.

Ma cosa fare per “difendersi” dalle radiazioni che sono presenti naturalmente, o per altri motivi, in Italia? Esistono giubbotti anti-proiettile naturali? La risposta è la stessa che se ci si chiedesse se esistono cibi che possono difenderci da un proiettile “vero”. No, e si. Non esiste alcun cibo che potrebbe difenderci da qualcuno che ci spara! Per quanto si mangi sano, un proiettile è un proiettile! Ma certo, una alimentazione corretta ed un fisico sano possono aiutare chi venisse colpito da un proiettile, a riprendersi meglio dalla degenza.