Il Giappone riparte.

Satsumasendai, Prefettura di Kagoshima, Giappone – 11 Agosto 2015.
Alle 10:30 locali, il reattore nr. 1 della Centrale Nucleare di Sendai (川内原子力発電所) è stato riavviato.
La produzione di elettricità è prevista per il giorno 14 agosto 2015.
[link al post in versione inglese]

sendai sendai reactor

http://www.kyuden.co.jp/en_information_150811.html

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Quando si dice “dare una scossa al mercato”

Il carattere emergenziale della domanda marginale giapponese di combustibili fossili (un aumento su base annua di oltre il 20% della domanda di LNG, Liquefied Natural Gas), unito alla crescita dei consumi delle crescenti economie asiatiche, ha favorito la diversione delle produzioni di gas liquefatto verso l’Asia, esacerbando così il differenziale di prezzo sui principali mercati di consumo, nel periodo 2011-2014.

graph1Fig. 1 La sovrabbondanza del GNL a livello globale ha riportato i prezzi asiatici a “livelli europei”. Il calo è dei prezzi asiatici è iniziato nell’estate 2014 ed ora sono piuttosto i prezzi europei a giocare un ruolo chiave. Fonte: Timera Energy.

 

Qui di seguito alcuni “movimenti”, che secondo noi potrebbero fornire una spiegazione anche a colpo d’occhio.

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eia2Fig. 2-3 Il Giappone è il più grande importatore al mondo di gas naturale liquefatto, il secondo più grande importatore di carbone, ed il terzo più grande importatore netto di petrolio greggio e di prodotti petroliferi. Il Giappone è inoltre il terzo più grande consumatore di petrolio al mondo: si basa quasi esclusivamente sulle importazioni per soddisfare le proprie esigenze di consumo di petrolio, dato che le sue risorse petrolifere molto limitate.

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Fig. 4 Il Giappone è fortemente dipendente dal Medio Oriente per la maggior parte del suo approvvigionamento di petrolio. Il Paese sta cercando di diversificare i suoi fornitori aumentando il contributo di Russia, Sud-Est asiatico ed Africa occidentale.

eia4Fig. 5 Per la quasi totalità delle sue forniture di gas naturale il Giappone si basa sulle importazioni di GNL posizionandosi come il più grande importatore di GNL al mondo.

eia5Fig.6 Il Giappone ha compiuto circa il 37% degli acquisti di GNL a livello mondiale dal 2012: la politica energetica post-disastro di Fukushima ha stimolato una maggiore domanda di GNL. Quasi un terzo delle importazioni di GNL del Paese provengono dal Sud-Est asiatico, ma l’elenco dei fornitori del Giappone è abbastanza diversificato.

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Fig. 7
Prima dell’incidente alla centrale di Fukushima Daiichi il Giappone era il terzo produttore mondiale di energia nucleare, dopo USA e Francia. Dopo il disastro e l’imposizione del shutdownad interim” di tutte le altre centrali nucleari del Paese, la composizione delle fonti utilizzate per la produzione di energia è dominata dai combustibili fossili, in particolare GNL.

cner1Fig. 8 A partire dalla seconda metà del 2013, tutta la capacità di produzione di energia nucleare del Giappone è stata rimosso dal sistema. Petrolio e gas naturale hanno sostituito la fonte nucleare man mano che venivano “chiuse” le centrali nel 2011 e 2012, mentre il carbone ha sostituito le ultime ancora attive nel 2013. L’attuale quota di generazione da combustibili fossili potrebbe essere sostituita in modo rapido solo grazie alla ripartenza delle centrali nucleari.

Per ulteriori approfondimenti consigliamo la lettura di un’interessante pubblicazione della U.S. Energy Information Administration disponibile qui.

 

Ritorno a Fukushima

In occasione del terzo anniversario del cataclisma che ha devastato il Giappone, nippon.com ha pubblicato un rapporto dettagliato sulla condizione dei profughi con opportuna distinzione tra le vittime dello tsunami e gli sfollati a seguito della contaminazione radioattiva.

Torniamo, dunque, a parlare di Fukushima provando a seguire virtualmente le sorti di quelle persone che poco alla volta stanno ripopolando le zone evacuate, senza dimenticare chi vorrebbe tornare a casa ma non può, e chi potrebbe ma non vuole o non se la sente, perché non sono abbastanza le rassicurazioni, l’assistenza e/o gli incentivi.

Proveremo anche ad immaginarci nelle scarpe antinfortunistiche di chi a Fukushima continua a lavorare assiduamente, con gli occhi di tutto il mondo puntati addosso, affinché siano mantenuti in condizioni di sicurezza gli impianti nucleari incidentati.

Sulla strada verso casa

Al 13 febbraio 2014, i profughi dello tsunami erano 267419, qualche migliaia in meno rispetto ai primi mesi del 2013, più di 200000 in meno rispetto a tre anni fa. Gran parte della diminuzione nell’ultimo anno è dovuta al fatto che molte persone hanno deciso di trasferirsi altrove definitivamente.

ImageFoto significativa, del 2013, tratta da un articolo del Die Welt “forse” eccessivamente allarmistico, visti gli ultimi sviluppi. [http://www.welt.de/vermischtes/article121490906/Fukushima-Gebiet-wohl-fuer-immer-unbewohnbar.html]

Nel frattempo proseguono con forti ritardi gli sforzi per rialloggiare queste vittime. La costruzione di complessi abitativi permanenti nei luoghi dove la maggior parte dei rifugiati viveva in precedenza è ferma ad un 2%; mentre solo il 5 % dei progetti di delocalizzazione previsti sono stati completati ed il 64 % sono in fase di avanzamento a livelli diversi. Il recupero delle attività commerciali va anche peggio. Per ovvi motivi, rispetto alle altre quattro prefetture più danneggiate dallo tsunami, i ritardi nella prefettura di Fukushima sono acuiti: in particolare rimangono ancora diverse aree interdette oltre alla zona comprendente la centrale Daiichi e le immediate vicinanze. Tuttavia, qualche buona notizia arriva dal settore agricolo, che nella prefettura di Iwate è addirittura al 101 % dei livelli pre-disastro, in quella di Miyagi al 99 %, ed in quella di Fukushima al 85% [1].

A partire dal mese corrente l’Agenzia per la Ricostruzione ha abolito i vincoli di residenza in una delle zone completamente evacuate nel distretto di Tamura. Si tratta di 350 persone che possono far ritorno in modo permanente alle loro abitazioni, presso quello che un tempo era il villaggio di Miyakoji. La cittadina è sita nell’area di esclusione che a seguito dell’incidente è stata stabilita per un raggio di 20 km attorno alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Come già accennato, rimangono molte altre zone interdette, ma entro breve altri 31000 sfollati potrebbero ricevere il via libera. Le condizioni sine qua non per il ripopolamento sono il completamento dei progetti di bonifica e la riduzione dell’esposizione alle radiazioni a livelli inferiori a 20 mSv/anno (i.e. limite di esposizione in vigore per i lavoratori in ambito “nucleare”, stabilito in base ad accurata valutazione dei rischi, con criteri cautelativi) [2]. In realtà, sia la zona di Miyakoji che gran parte della prefettura è caratterizzata da livelli che non superano il 15% di suddetto valore di riferimento [3].

Ad ogni modo, la chiave di volta perché il progetto di ripopolamento delle zone evacuate abbia successo è la cura delle ansie che frenano molti dei diretti interessati. L’esitazione di questi residenti si basa principalmente sui timori legati agli effetti dei bassi livelli di esposizione alle radiazioni, che per quanto possano essere biologicamente innocui, continuano ad inquietare chi non ha una chiara percezione dei rischi reali, ovvero una consapevolezza legata alla comprensione del fenomeno, soprattutto in rapporto alle condizioni naturali in loco prima dell’incidente o altrove, dove non è mai stata necessaria un’evacuazione. Infatti, con “biologicamente innocua” si intende, volendo essere pignoli, un’esposizione alle radiazioni i cui eventuali effetti non sono distinguibili da quelli di altri agenti chimici e/o fisici che di norma incidono in un qualche modo non rilevabile sulla salute degli esseri umani, della fauna e della flora in generale. Occorre senz’altro una paziente opera di comunicazione, un’adeguata assistenza prolungata nel tempo e forse qualche opportuno incentivo. Non pochi remano contro gli sforzi di medici ed esperti di radioprotezione, ma ci sono anche molti presupposti perché vincano le raccomandazioni di chi segue criteri ragionevoli.

A proposito del lavoro dei medici non possiamo non menzionare lo screening in corso inerente l’incidenza dei tumori alla tiroide sui bambini in Giappone. Un’indagine senza precedenti sta dando risultati contrastanti. Da un lato, al 14 novembre 2013, sui 226.000 bambini esaminati nella sola prefettura di Fukushima i casi di tiroide affetta da tumore erano 26, mentre altre 32 anomalie erano identificabili come possibili casi di cancro alla tiroide (tutti i 26 bambini con diagnosi definitiva sono stati sottoposti con successo ad intervento chirurgico per la rimozione del materiale cancerogeno). Dall’altro gli esperti coinvolti negli esami diagnostici hanno sottolineato che il tumore papillare della tiroide si sviluppa ad un ritmo molto lento e che non è passato abbastanza tempo per collegare i tumori recentemente scoperti all’incidente di Fukushima (sempre che la dose efficace fosse tale per cui…). Inoltre, un programma di screening di tale portata, come si è detto, non era mai avvenuto prima in Giappone, quindi è molto difficile fare paragoni e parlare di variazioni dell’incidenza [4]. Infine, non si deve dimenticare che alcune forme tumorali che coinvolgono la tiroide possono rimanere occulte, anche perché non danno sintomi tali da portare chi ne è affetto a richiedere esami, ed emergono solo in caso di “indagini a tappeto”. Conferme in tal senso vengono anche dalle valutazioni degli esperti internazionali [2].

La muraglia giapponese

Veniamo ora ai lavori in centrale.

Secondo quanto riportato dal Japan Atomic Industry Forum [5] è in corso un test per l’implementazione di un sistema di contenimento straordinario basato sulla costruzione di “mura di ghiaccio”, o meglio sull’installazione di una schermatura sotterranea tutt’attorno agli edifici dei reattori, costituita da parti in acciaio e/o cemento contenenti terreno congelato, mantenuto in tale stato attraverso un sistema di tubi percorsi da liquido refrigerante, ossia che permetta la rimozione del calore. La “muraglia sotterranea” si svilupperebbe in lunghezza per 1.5 km occupando un’area di 70000 m3 e diverrebbe la più grande opera civile nipponica di sempre. L’idea non è nuova, nel senso che era stata resa pubblica dalla TEPCO da tempo, ed in modo più o meno serio se ne era discusso in giro nell’ultimo anno; ci è sembrato giusto parlarne solo ora che sembra concretizzarsi sul serio.

ImageA questo progetto va associato il sistema studiato per deviare e raccogliere (by-pass) le acque piovane/sorgive (freatiche) che si infiltrano nel terreno a monte degli edifici accidentati e che passando per i sotterranei si contaminano trasportando materiale radioattivo [6]. Le pompe del sistema sono operative da una quindicina di giorni. L’acqua estratta viene comunque stoccata temporaneamente ed esaminata prima di essere rilasciata in mare [7].

Lavori e disegni in corso

Lo scorso 18 marzo le apparecchiature del gruppo B dell’ALPS (Advanced Liquid Process System ─ sistema che permette la rimozione dei radionuclidi) [8] hanno avuto un intoppo dovuto ad un aumento della densità degli emettitori beta. In cinque giorni il problema è stato aggirato e i lavori di purificazione sono ripresi utilizzando i gruppi A e C. Oltre alla riparazione in corso per riportare le operazioni a pieno ritmo, è in fase di studio un ampliamento del sistema [6].

Buone notizie giungono dal decommissioning. Ovvero, il trasferimento dei fuel bundle (fasci di barre/elementi di combustibile) dalla piscina di stoccaggio del reattore 4 al nuovo sito attrezzato è al 46% (dati aggiornati al 21/04/2014) con 704 assiemi rilocati, di cui 682 di “combustibile esausto” e 22 di combustibile “fresco” (i.e. mai usato) [11].

Nelle figure qui sotto sono immortalati due momenti dell’operazione, concernenti il prelievo con stoccaggio temporaneo in un cask tramite l’utilizzo di carroponte.

ImageImageFoto della TEPCO. Si noti il colore “blu elettrico” dell’acqua dovuto all’Effetto Čerenkov! [http://photo.tepco.co.jp/en/date/2013/201311-e/131122-01e.html]

Di ben altro tipo è la notizia del 28 marzo 2014. Un uomo, infatti, è morto rimanendo schiacciato in una buca nel terreno dove stava eseguendo alcuni lavori di consolidamento delle fondazioni in un’area di stoccaggio. Parte del terreno circostante ed interi pezzi di calcestruzzo di sono rovesciati sull’operaio seppellendolo letteralmente vivo. I soccorsi sono intervenuti prontamente, ma una volta estratto era già non cosciente e a nulla è contata la corsa in ospedale. A causa delle investigazioni in atto il nome della vittima è tenuto sotto riserbo [9]. A proposito dell’inchiesta, visionando le foto del luogo dell’incidente rese pubbliche, sembrerebbe si tratti di un tipico caso di mancata messa in sicurezza dell’area di lavoro con adeguati rinforzi e/o strutture di contenimento delle pareti della buca.

Non è il primo caso di morte sul lavoro alla centrale di Fukushima Daiichi dal marzo 2011. A seguito dello tsunami risultarono scomparsi due operatori, i cui cadaveri furono ritrovati poco dopo che le onde si erano ritirate e la cui morte è da attribuirsi alla violenza di queste al momento dell’impatto sulle strutture dell’impianto. A queste morti bianche se ne aggiungono tre causate da infarto ed una da leucemia [9, 10].

I lavoratori sono tenuti sotto costante monitoraggio delle dosi da radiazioni ed una volta raggiunti i limiti stringenti sono allontanati dal luogo di lavoro ed impossibilitati a farvi ritorno prima che sia trascorso il tempo necessario affinché siano resi estremamente improbabili effetti negativi sulla loro salute. Tuttavia, tra la manovalanza di Fukushima Daiichi continuano ad insorgere problemi di salute, oltre che a causa di incidenti purtroppo non estranei alla “vita di cantiere”, soprattutto per le condizioni di lavoro assai poco agevoli. Gli operatori sono messi sotto pressione in molti modi: i turni sono davvero impegnativi, i dispositivi di protezione individuale sono ingombranti e “soffocanti”, ecc … non è difficile immaginare lo stress che “serpeggia” da quelle parti.

Ne sa qualcosa Kazuto Tatsuta (nome d’arte), che prima di dedicarsi alla sua vera passione, disegnare manga, ha lavorato per alcuni mesi del 2012 nella centrale, ossia ad 1F (Ichi-Efu), come la chiamano i locali [12]. Dalle tavole di questo artista emerge un quadro della situazione molto meno scontato di quanto si possa pensare. Il lavoro è duro, ma 1F non è “l’inferno in terra”. Fatiche e difficoltà sono condivise con una certa dose di “cameratismo”, molto giapponese; c’è spazio per l’ironia, la noia della routine, piccole avventure; nessuna intenzione di trasfigurare i lavoratori in eroi super-umani, né di minimizzare o occultare rischi reali. Insomma un’opera che si presta bene alle critiche feroci di chi da tempo si è convinto che a Fukushima è stato “rotto uno dei sigilli dell’Apocalisse”, vel similia.

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Note:

[1] Fonte: http://www.nippon.com/en/features/h00049/

[2] I rischi per la salute a dosi inferiori a 100 mSv/anno sono praticamente indistinguibili da quelli legati alle normali abitudini di vita di una persona mediamente benestante. A ribadire questo dato frutto di numerose e scrupolose analisi di lungo corso è anche il Comitato Scientifico delle Nazioni Unite sugli Effetti delle radiazioni Atomiche (UNSCEAR). Tra le dichiarazioni che hanno accompagnato l’emissione dell’ultimo rapporto troviamo questa: “Nessuna modifica rilevabile nei tassi di cancro futuri e nelle malattie ereditarie è attesa a causa dell’esposizione a radiazioni a seguito dell’incidente nucleare di Fukushima. Il verificarsi di un gran numero di tumori tiroidei indotti da radiazioni, come è stato osservato dopo Chernobyl, è da escludersi, perché le dosi sono notevolmente più basse”. Qui di seguito alcuni punti salienti del rapporto che riportiamo per intero ed in lingua originale:

38. No radiation-related deaths or acute diseases have been observed among the workers and general public exposed to radiation from the accident.

39. The doses to the general public, both those incurred during the first year and estimated for their lifetimes, are generally low or very low. No discernible increased incidence of radiation-related health effects are expected among exposed members of the public or their descendants. The most important health effect is on mental and social well-being, related to the enormous impact of the earthquake, tsunami and nuclear accident, and the fear and stigma related to the perceived risk of exposure to ionizing

radiation. Effects such as depression and post-traumatic stress symptoms have already been reported. Estimation of the occurrence and severity of such health effects are outside the Committee’s remit.

41. For the 12 workers whose exposure data were scrutinized by the Committee and who were estimated to have received absorbed doses to the thyroid from iodine-131 intake alone in the range of 2 to 12 Gy, an increased risk of developing thyroid cancer and other thyroid disorders can be inferred. More than 160 additional workers received effective doses currently estimated to be over 100 mSv, predominantly from external exposures. Among this group, an increased risk of cancer would be expected in the future. However, any increased incidence of cancer in this group is expected to be indiscernible because of the difficulty of confirming such a small incidence against the normal statistical fluctuations in cancer incidence.

Workers exposed to doses above 100 mSv will be specially examined, including through annual examinations of the thyroid, stomach, large intestine and lungs for potential late radiation-related health effects.

42. In June 2011, a health survey of the local population (the Fukushima Health Management Survey) was initiated. The survey, which began in October 2011 and is planned to continue for 30 years, covers all 2.05 million people living in Fukushima Prefecture at the time of the earthquake and reactor accident. It includes a thyroid ultrasound survey of 360,000 children aged up to 18 years at the time of the accident, using modern high-efficiency ultrasonography, which increases the ability to detect small abnormalities. Increased rates of detection of nodules, cysts and cancers have been observed during the first round of screening; however, these are to be expected in view of the high detection efficiency. Data from similar screening protocols in areas not affected by the accident imply that the apparent increased rates of detection among children in Fukushima Prefecture are unrelated to radiation exposure.

[ http://www.unscear.org/docs/reports/2013/13-85418_Report_2013_Annex_A.pdf ]

[3] Fonti:

http://the-japan-news.com/news/article/0001202646

http://thechart.blogs.cnn.com/2014/02/24/low-radiation-risks-outside-fukushima-zone-study-finds/

[4] Fonti:

http://ajw.asahi.com/article/0311disaster/fukushima/AJ201402080047

http://www.japantimes.co.jp/news/2013/11/13/national/thyroid-cancers-up-in-fukushima/#.U09-MPl_swB

http://geiselmed.dartmouth.edu/news/2010/05/davies.pdf

http://japandailypress.com/cancer-cases-rise-in-fukushima-but-experts-unsure-on-the-cause-2341371/

http://www.nuclear-news.net/2013/03/08/radioactive-japan-thyroid-control-screening-reveals-much-higher-percentages-of-cysts-and-nodules-in-children-far-away-from-fukushima/

http://news.nationalgeographic.com/news/2014/03/140313-fukushima-nuclear-accident-cancer-cluster-thyroid-chernobyl/

Per un ulteriore approfondimento, si legga quanto scrive l’infaticabile Leslie Corrice su: http://www.hiroshimasyndrome.com/fukushima-child-thyroid-issue.html

[5] http://www.jaif.or.jp/english/news_images/pdf/ENGNEWS01_1396864614P.pdf

[6] La TEPCO ha pubblicato un video illustrativo, qui:

http://www.tepco.co.jp/en/news/library/archive-e.html?video_uuid=vh03stud&catid=61785

[7] Fonte: http://www.world-nuclear-news.org/RS-Extraction-of-Fukushima-groundwater-starts-0904144.html

[8] Ne avevamo parlato qui: https://nucleareeragione.org/2013/10/15/men-work/

[9] Fonte: http://www.dailymail.co.uk/wires/ap/article-2591395/Japan-Fukushima-nuclear-worker-dies-mudslide.html

[10] Anche quest’ultimo caso non è in alcun modo riconducibile all’esposizione alle radiazioni dovute all’incidente nella centrale nucleare.

[11]Fonte:http://www.tepco.co.jp/en/decommision/index-e.html

[12]Qui un’intervista: http://enjp.blouinartinfo.com/news/story/1018027/interview-fukushima-nuclear-power-plant-manga-artist-kazuto

È possibile leggere gratuitamente, tradotto in inglese, il primo capitolo della serie: https://www.facebook.com/ichiefu/posts/1415129962074416

Lo segnaliamo anche se sappiamo che alcuni dei nostri affezionati lettori sono perfettamente in grado di leggerlo in lingua originale.

Una buona dose di… marmellata.

Alcuni lettori ci chiedono di commentare la notizia, recentemente ripresa da alcuni organi di stampa nazionali (1,2), secondo cui il Giappone avrebbe ritirato dal mercato e bloccato alla dogana il prodotto di una nota azienda veneta, per aver superato i limiti di legge sulla radioattività negli alimenti. La decisione sarebbe stata presa in seguito ad alcune misure condotte dalle autorità sanitarie di Tokyo, le quali avrebbero rivelato su alcuni campioni del prodotto (una marmellata ai mirtilli) dei valori di radiazioni da Cesio-137 pari a 140 Bq/kg.

marmellata_mirtilli
In base alle informazioni disponibili in rete, possiamo affermare quanto segue:

  1.  I valori di radioattività misurati dalle autorità giapponesi risultano essere di gran lunga inferiori ai limiti imposti dalla normativa vigente nel nostro paese, che sono i seguenti: alimenti per lattanti 400 Bq/l; prodotti lattiero caseari 1000 Bq/kg; altri alimenti: 1250 Bq/kg (3,4).
    Le direttive comunitarie sull’importazione di prodotti agricoli da paesi stranieri a seguito dell’incidente di Chernobyl riportano valori analoghi, fissando in 370 Bq/kg e 600 Bq/kg i limiti di accettabilità per la somma di Cesio-137 e Cesio-134, rispettivamente in prodotti lattiero caseari e per l’infanzia e in altri alimenti (5). E’ da notare come la stessa legislazione giapponese prevedeva prima del 2011 un limite di 500 Bq/Kg, ridotto a 100 Bq/Kg solamente quale addizionale misura cautelativa per far fronte all’emergenza post-Fukushima (6).
  2. La rivelazione di Cesio-137, seppur sia plausibile farla risalire all’incidente occorso presso la centrale di Chernobil (ricordiamo che il Cesio-137 ha un tempo di dimezzamento pari a circa 30 anni), non è di per sè sufficiente per dedurre che i mirtilli utilizzati per preparare la marmellata in questione siano stati raccolti in Bulgaria o in regioni limitrofe all’impianto nucleare. Bisogna infatti tenere conto come anche nel nostro paese, ed in particolare alle quote medio-alte delle regioni alpine, sia ancora rilevabile la presenza di tracce di Cesio-137 depositatosi in seguito all’incidente del 1986(7).
    E’ bene precisare come i valori siano quasi sempre largamente inferiori alla radioattività naturalmente presente nell’ambiente, ma possono capitare episodi isolati in cui la radioattività misurata abbia dei valori un pò più elevati, a causa della distribuzione non uniforme del Cesio depositatosi nel terreno. Da questo deriverebbe l’eventuale debole contaminazione di prodotti alimentari contenenti frutti di bosco, funghi o selvaggina, senza che questo peraltro rappresenti un pericolo per la salute dei consumatori.
    Episodi di questo tipo, nel nostro paese, sono già stati riportati (8).
  3. La differenza tra i valori radioattività indicati dalla stampa giapponese e quelli comunicati dall’azienda veneta (5.8 e 7.9 Bq/Kg invece di 140 Bq/Kg), sebbene meriti i dovuti approfondimenti, non dovrebbe in linea di principio destare particolari sospetti, potendo questa discrepanza essere banalmente spiegata ipotizzando che le misure siano state condotte su dei campioni differenti di prodotto. Come già affermato, può infatti accadere che vi siano delle variazioni di radioattività anche piuttosto marcate tra ambienti limitrofi, in seguito alla disuniformità di distribuzione degli elementi radioattivi, che potrebbero essere stati per esempio dilavati in maniera differente dagli agenti atmosferici.
  4. Sulla base dei dati sopra riportati e tenendo conto che la legislazione mondiale in materia radioprotezionistica è molto prudente e impone limiti di radioattività estramamente cautelativi, possiamo affermare che il consumo del prodotto in questione non costituisce alcun pericolo sanitario.
  5. A titolo esemplificativo, possiamo stimare che l’ingestione di tre etti di marmellata ai mirtilli con i citati livelli di radioattività da Cesio-137, determina per l’organismo umano una dose approssimativamente corrispondente a quella relativa al consumo di 1 kg di banane, dovuta alla naturale presenza in questo frutto dell’isotopo radioattivo Potassio-40 (9,10,11).

Fukushima, un anno dopo. Il Giappone tra la paura del nucleare e la mancanza di alternative.

Lo tsunami che ha messo al tappeto il sistema di raffreddamento di riserva della centrale nucleare di Fukushima Daiichi l’11 marzo del 2011, non si è ancora, in un certo senso, ritirato dal sistema energetico giapponese.


Solo due delle 54 centrali nucleari giapponesi sono ancora in funzione, ed entro la fine del prossimo mese, chiuderanno anche quelle, spegnendo la fonte che ha fornito un terzo dell’energia elettrica per la terza economia mondiale, fino al terremoto di Tohoku. Uno ad uno, i funzionari governativi locali hanno usato tutte le leggi a loro disposizione per fermare la produzione di energia nucleare, rifiutando di autorizzare il riavvio di qualsiasi reattore dopo il suo fermo manutenzione ordinaria. Finché il governo nazionale non sarà in grado di convincere i funzionari delle prefetture riguardo alla sicurezza dell’energia atomica in un paese a forte rischio sismico, il Giappone dovrà affrontare una grave carenza di elettricità che si manifesterà quando l’estate calda e umida farà schizzare verso l’alto i consumi.

 

Privo di fonti interne di combustibili fossili, il Giappone si affida sempre più pesantemente a costose importazioni di petrolio e di gas naturale liquefatto per sostituire la generazione di energia nucleare. Ma ciò espone il paese ad un altro rischio: quasi il 70 per cento delle importazioni giapponesi di petrolio l’anno scorso è transitato attraverso lo Stretto di Hormuz. Se il conflitto dell’Iran con l’Occidente sul suo programma nucleare dovesse inasprirsi fino ad interrompere le spedizioni di petrolio del Medio Oriente, sarebbe un altro duro colpo al mercato energetico giapponese già in difficoltà.


Per ora la speranza è che le ampie misure di risparmio energetico, che hanno permesso al Giappone di superare un notevole deficit elettrico la scorsa estate, gli permettano di superare le criticità future. Ma la domanda più importante è come la nazione, oltre ad affrontare il decennale sforzo di bonifica delle aree limitrofe della centrale di Daiichi, saprà ricostruire la fiducia necessaria nelle istituzioni private e pubbliche, al fine di tracciare un nuovo corso energetico per il suo futuro.

“Il quadro generale è la frantumazione della fiducia dei cittadini, non solo nel programma nucleare, ma anche nel governo stesso”, dice Sheila Smith, senior fellow per gli studi giapponesi presso il Council on Foreign Relations di Washington DC. “L’opinione pubblica giapponese è profondamente sconvolta sia per l’entità del disastro sia per la gestione passata e presente di queste centrali elettriche da parte del governo, oltre a più pressanti interrogativi circa la sicurezza pubblica.”

Il dopo tsunami.


Prima del terremoto, il comparto energetico nucleare del Giappone era paragonabile per dimensioni solo a quello degli Stati Uniti e della Francia. Vi si trovava la più grande centrale atomica del mondo, Kashiwazaki-Kariwa, nella prefettura di Niigata, sulla costa occidentale, e anche se quella centrale era stata gravemente danneggiata e parzialmente disattivata da un terremoto di magnitudo 6,8 nel 2007, l’elevato rischio sismico della nazione non aveva offuscato la sua ambizione per l’espansione dell’energia nucleare. Per alimentare il suo sviluppo futuro con meno emissioni di gas a effetto serra, il Giappone si era impegnato a far aumentare la quota di energia nucleare nel suo fornitura di energia elettrica, dal 30 per cento al 40 per cento entro il 2017, e del 50 per cento entro il 2030. (per confronto, la fonte nucleare fornisce solo il 20 per cento di energia elettrica negli Stati Uniti.)


Questi piani sono stati compromessi alle 14:46 dell’11 marzo 2011 da un terremoto di magnitudo 9,0 con epicentro 130 chilometri ad est di Sendai, nell’Oceano Pacifico. La scossa, la più potente mai registrata in Giappone, ha determinato lo spegnimento automatico di 11 centrali nucleari in quattro siti lungo la costa nord-est. Tale misura di protezione procedeva come previsto, e generatori diesel garantivano l’energia necessaria a mantenere attivi i sistemi di raffreddamento che controllano la temperatura del combustibile nucleare degli impianti anche dopo lo spegnimento.

 
Circa 40 minuti dopo il terremoto, ha colpito lo tsunami, inondando la centrale di Daiichi e determinando la paralisi dei generatori diesel. L’altezza dell’onda è stata stimata in 14 metri, di 8 metri superiore alle protezioni del sito nucleare. Tra la distruzione già diffusa e la perdita di decine di migliaia di vite, Fukushima Daiichi è diventato l’ epicentr o di un secondo disastro, mitigato dall’impegno del personale della centrale.

 

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Uno studio recente, i cui risultati preliminari sono stati resi pubblici in inglese dalla IAEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) e ripresi dalla stampa giapponese, afferma che il 58% della popolazione della prefettura di Fukushima sarebbe stata esposta ad una dose di radiazione inferiore ad 1 mSv nei primi 4 mesi successivi all’incidente (ricordiamo che 1 mSv/anno è il limite di dose efficace assorbita cui può essere esposta la popolazione). Lo studio prende in considerazione un campione di 10468 persone che risiedevano abitualmente nell’area evacuata (esclusi i lavoratori della centrale). Il 94,6% del campione ha assorbito nello stesso periodo una dose inferiore ai 5 mSv (l’equivalente di una tac al colon), mentre solo 2 soggetti sono stati esposti ad una dose eccedente i 20 mSv (si tratta di due donne rimaste per più di tre mesi all’interno dell’area evacuata).

Lo studio conclude che in base a precedenti studi epidemiologici, non si osservano effetti sulla salute con dosi assorbite inferiori ai 100 mSv anno, di conseguenza questi dati preliminari confermano che la tempestività dell’intervento di evacuazione dovrebbe aver scongiurato danni alla salute dei residenti.

Allo studio sono stati sottoposti anche gli abitanti delle zone esterne all’area evacuata, per un totale di 431720 persone (il 21% degli abitanti della prefettura). I dati completi saranno resi noti a breve.

 


 

Ad oggi, più di 70.000 persone rimangono evacuate dall’area interdetta (raggio di 20 km), per consentire l’opera di decontaminazione. Il primo ministro Yoshihiko Noda ha annunciato che saranno necessari almeno 13 miliardi di dollari per le bonifiche delle aree limitrofe alla centrale. Lo scorso 26 gennaio il Ministero dell’Ambiente nipponico ha predisposto una “road map” per l’opera di bonifica, che include la ricategorizzazione delle aree evacuate secondo tre livelli:

 

 

  • aree nella quale le misure di evacuazione possono essere revocate, (esposizione inferiore ai 20 mSv/anno)
  • aree ad accesso limitato (esposizione tra 20 mSv/anno and 50 mSv/anno)
  • area ristretta (esposizione superiore a 50 mSv/anno)

 

Ma la crisi di fiducia nei confronti dell’energia nucleare si è diffusa ben al di là di Fukushima. L’ex premier, Naoto Kan, aveva annunciato per il Giappone un futuro libero dal nucleare, prima di dimettersi lo scorso agosto a causa di una caduta precipitosa in popolarità del suo governo. Noda, al contrario, ha promesso di aumentare la sicurezza degli impianti nucleari della nazione, perseguendo al contempo lo sviluppo di fonti alternative.


19 centrali nucleari erano ancora in funzione quando Noda ha assunto l’incarico nel mese di settembre, e 17 hanno chiuso da allora. Solo due unità, Kashiwazaki-Kariwa e un altro reattore a nord sul Mar del Giappone, a Tomari sull’isola di Hokkaido, rimangono in servizio. Ma dopo la loro chiusura per manutenzione ordinaria in programma questa primavera, i funzionari giapponesi si aspettano che saranno tenute fuori servizio, dal momento che le autorità locali rifiuteranno di autorizzarne il riavvio.

Senza centrali nucleari in servizio, il Giappone si appresta ad affrontare l’estate, quando la domanda di energia elettrica di picco probabilmente supererà l’offerta del 15 per cento, a detta degli osservatori. La scorsa estate, il Giappone fece fronte al deficit di energia elettrica con uno sforzo concertato nazionale per ridurre la domanda. E’ dilagata una campagna, promossa nel 2005, per tagliare l’aria condizionata negli uffici. Le aziende inoltre hanno rimodulato l’orario di lavoro e preso altre misure, quali la disattivazione degli ascensori e ridotto l’uso di stampanti e fotocopiatrici.
Misure non sostenibili nel lungo periodo.

Quindi il governo nazionale del Giappone e le aziende elettriche private stanno lavorando per aumentare la protezione delle centrali nucleari nel tentativo di riconquistare la fiducia dei cittadini e in tal modo spianare la strada alla riapertura degli impianti. Le azioni avviate in Giappone sono simili a quelle intraprese da altri paesi, con una nuova attenzione a sistemi in grado di resistere ad una prolungata interruzione della potenza di tutte le unità in un sito.


“Questo è stato probabilmente il più grande cambiamento nell’approccio al settore, pensare a eventi che possono influenzare più di una unità”, dice Neil Wilmshurst, vice presidente del settore nucleare degli Stati Uniti presso l’Electric Power Research Institute (EPRI).


Ma in Giappone, alcune delle nuove misure di sicurezza sono state straordinarie. Alla centrale di Hamaoka, sulla costa del Pacifico, circa 200 chilometri a sud-ovest di Tokyo, la Chuba Electric Company sta costruendo un muro di protezione alto 18 metri per il costo di 1,3 miliardi di dollari. Al suo completamento, entro la fine di quest’anno, dovrebbe non solo superare l’altezza dell’onda che ha colpito Fukushima, ma sarebbe 10 metri superiore alle onde più alte attesi ad Hamaoka in caso di tre grandi terremoti simultanee. La pericolosità Hamaoka ha suscitato particolare interesse pubblico a causa della sua posizione sulla linea di faglia del temuto “terremoto di Tokai”, il “Big One” del Giappone.


Impatto economico.


All’ansia per la sicurezza delle centrali nucleari si contrappone l’incentivo economico nel riaprirli. Il gettito fiscale degli impianti sostiene i governi locali ed il funzionamento e manutenzione forniscono posti di lavoro.


La carenza di energia elettrica aumenta anche la minaccia di un’ulteriore delocalizzazione della produzione in Cina, aumentando l’esodo avviato già prima del terremoto.  Senza contare l’ulteriore onere costituito dalla dipendenza da massicce importazioni di petrolio e gas naturale per produrre energia al posto dell’energia nucleare. In seguito all’aumento delle tensioni in Medio Oriente, il Giappone ha lavorato per diversificare le sue fonti di petrolio. Ha drammaticamente aumentato le importazioni dal Vietnam e dall’Indonesia, due paesi che forniscono greggio particolarmente adatto alla produzione di elettricità. Il ministro degli Esteri, Koichiro Gemba, il mese scorso ha cercato di rassicurare l’opinione pubblica sul fatto che la nazione potrebbe resistere ad una chiusura dello stretto di Hormuz.

 Il costo dell’aumento delle importazioni si riverbera su tutta l’economia. Il Giappone paga circa  18 dollari per milione di BTU di gas naturale importato, più di quattro volte il prezzo pagato dai consumatori negli Stati Uniti. I costi stimati per l’acquisto di ulteriori 20 milioni di tonnellate di GNL a causa dello spegnimento delle centrali nucleari ammontano a 44 miliardi di dollari.


Nel contempo c’è stata molta pressione dell’opinione pubblica sull’impegno del governo ad espandere l’uso di energie rinnovabili in Giappone. Anche se il paese non dispone di ampio spazio a disposizione per l’installazione di impianti eolici e solari, ci sono stati interventi per gli impianti residenziali sui tetti e la ricerca tecnologica.

Ma la strada delle rinnovabili è lunga e costosa, dunque non può coprire il deficit immediato dell’energia nucleare. Per il Giappone l’unica opzione a breve termine è quella di comprimere la domanda e aumentare le importazioni lavorando nel contempo per rassicurare l’opinione pubblica circa la sicurezza della sua flotta nucleare. I giapponesi si sono dimostrati come al solito determinati nella difficoltà, ma solo il tempo in definitiva potrà chiarire il futuro dell’industria elettrica Giapponese.

 

fonti citate:

 

http://news.nationalgeographic.com/news/energy/2012/03/120309-japan-fukushima…

http://www.yomiuri.co.jp/dy/

http://www.iaea.org/newscenter/focus/fukushima/statusreports/fukushima23_02_1…