Eclissi e tempi moderni

Come preannunciato, l’eclissi parziale di questo equinozio di primavera ha lasciato un segno del suo passaggio nella produzione di elettricità da fotovoltaico un po’ in tutta Europa.
Specialmente in Germania, data la “consistenza” delle istallazioni e le condizioni meteorologiche ottimali.
Ecco una sequenza di immagini eloquenti:

eclissi@energewinde_sequenzaeclissi@energewinde6Una serie di screenshot dal sito della SMA Solar Technology AG e la simulazione della NASA dell’ombra proiettata dall’eclissi sull’Europa

In un’ora, dalle 9:45 alle 10:45 la produzione è precipitata da 13.4 GW a 5.2 GW.
Tuttavia, la risalita è stata rapida e notevole: in un’ora e un quarto il sistema ha raggiunto i 19.4 GW.
Con un calcolo molto approssimativo si può stimare che la mancata produzione di elettricità ammonti a circa 12-13 GWh.

Dentro al Nucleare. Visita guidata al reattore TRIGA di Lubiana (Slovenia)

Il Comitato Nucleare e Ragione organizza per il 16 aprile 2015 una visita guidata al reattore nucleare a scopo di ricerca TRIGA, presso Lubiana. La partenza è alle ore 7.30 da Piazza Oberdan con Pullman GT e il rientro è previsto alle ore 13.30. La visita, in lingua inglese, prevede anche esperimenti interattivi.

Per info costi e prenotazioni scrivere a nucleareeragione@gmail.com o telefonare al 349/2868595 entro il 9/4

volantinoTRIGA

Parlano i numeri

Paese

Dati WNA (gennaio
2015)

Consuntivo preliminare
2014 – elaborazione CNeR (gennaio 2015)

Capacità netta

Reattori

Produzione

Elettricità

Fonte

MWe

#

TWh

Argentina

1627

3

5,9

Stima CNeR. Atucha II ha iniziato a produrre elettricità il
27/06/2014, ma sta completando le operazioni per il dispacciamento in rete in
queste settimane. Ulteriori dettagli nel
sito internet della centrale.

Armenia

376

1

2,5

Dichiarazione del Ministro dell’Energia del Governo
armeno.

Belgio

5943

7

40,0

Stima CNeR. Dal
2012 è in corso la ristrutturazione (revamping/overhaul)
di Doel-3 e Tihange-2. Inoltre, Doel-4 è stato spento per più di quattro mesi
alla fine del 2014: si sospetta il sabotaggio della turbina. Lo apprendiamo
dalla
WNA.

Brasile

1901

2

15,0

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 90%.

Bulgaria

1906

2

15,0

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 90%.

Canada

13553

19

102,2

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 86%.

Rep. Ceca

3766

6

29,7

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 90%.

Cina 

19095

22

142,0

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 90%. Tenuto conto dell’
entrata in servizio di 3 nuovi reattori in momenti diversi
dell’anno.

Corea del Sud

20656

23

139,3

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 77%.

Finlandia

2741

4

21,6

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 90%.

Francia 

63130

58

431,4

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 78%.

Giappone

42569

48

0,0

Le tabelle del Japan Atomic Industrial
Forum

sono eloquenti.

Germania

12003

9

91,0

Stima CNeR su dati
del Fraunhofer Institute for Solar Energy Systems
(ISE).
A
p. 92 l’ultimo
report indica 83,3 TWh, per il periodo
01/14-11/14. Da cui un fattore di capacità medio dell’86%. Interessante
notare come in Germania 9 “centrali fantasma” [1] abbiano prodotto nel
periodo suddetto più elettricità di tutti i parchi eolici e solari messi
insieme.

India 

5302

21

34,6

Stima CNeR. Fattore
di capacità medio: 90%. Senza tenere conto dell’
entrata in servizio di 1 nuovo reattore nel dicembre 2014.

Iran

915

1

7,2

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 90%.

Messico

1600

2

11,9

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 85%.

Pakistan

725

3

5,1

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 80%.

Paesi Bassi

485

1

3,6

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 85%.

Regno Unito

10038

16

70,3

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 80%.

Romania

1310

2

10,3

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 90%.

Russia

25264

34

180,6

Stima CNeR. Fattore
di capacità medio: 85%.
Tenuto conto che Rostov-3 sarà connesso alla rete non
prima di luglio 2015 e non si hanno informazioni definitive sull’inizio
dell’attività commerciale del BN-800 di Beloyarsk-4.

Slovacchia

1816

4

14,3

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 90%.

Slovenia

696

1

6,1

Dati della centrale di Krško: fattore di
capacità del 100%.

Spagna

7002

7

55,2

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 90%.

Sud Africa

1830

2

13,8

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 86%.

Svezia

9487

10

66,5

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 80%.

Svizzera

3252

5

25,6

Stima CNeR. Fattore
di capacità medio: 90%. Per il reattore di Mühleberg
abbiamo tenuto conto dei 355 MW(e) dichiarati dall’ENSI e non dei 373 MW(e)
generalmente riportati da tutte le altre fonti. Questa discrepanza viene
evidenziata anche dalla
World Nuclear Association.

Taiwan

4927

6

38,8

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 90%.

Ucraina

13168

15

88,8

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 77%.

Ungheria

1889

4

15,4

Stima CNeR.
Fattore di capacità medio: 93%.

USA

98756

99

789,5

Stima CNeR
utilizzando i dati consolidati a novembre 2014 e messi a disposizione dalla
U.S. Energy Information Administration.

Mondo

377728

437

2473,2

 


Tab. 1 Stato dell’arte a gennaio 2015 – dati WNA: capacità di generazione netta e numero reattori “operativi”; stima CNeR: produzione 2014 Paese per Paese.

NPP-world-capacity
Fig. 1 Reattori commerciali operativi e/o utilizzabili, adesso – dati WNA

Raggruppamento

Capacità netta

Reattori

Mwe

#

UE-27, Russia & Paesi satelliti

164272

186

USA & Paesi satelliti

113909

120

Sud America

3528

5

Asia

94189

124

Africa

1830

2

Tab. 2 Dati della Tabella n.1 raggruppati per “aree continentali”.

grafico produzione elettronucleare

Fig. 2     Grafico dell’elettricità prodotta da fonte nucleare nel Mondo – consuntivo 2005-2013 (dati WNA), previsione 2014-2015 (elaborazione CneR). Forecast (1): la flotta delle centrali nucleari giapponesi rimane ancorata nel “Porto del Forse”; Forecast (2): l’intera flotta “prende il largo” – fattore di capacità medio ipotizzato per i 48 reattori utilizzabili (operable): 80%.

Note:

[1]          Ricordate: la Germania è uscita dal nucleare.

Mi illumino meglio

31

Si celebra oggi l’undicesima Giornata del Risparmio Energetico, evento culminante della campagna radiofonica “Mi illumino di meno” promossa dalla trasmissione Caterpillar di RAI Radio2.
L’iniziativa, che mira a sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso lo sviluppo di buone pratiche quotidiane di risparmio energetico, certamente lodevole, suscita in noi anche alcuni spunti di riflessione che non sono scontati e che vogliamo condividere con i nostri lettori.
La prima osservazione riguarda la natura stessa dell’iniziativa e l’incredibile seguito mediatico che ne è derivato, consacrandone il successo già a partire dall’edizione del 2005. E’ significativo notare come la più importante campagna di sensibilizzazione culturale italiana su un tema così importante come quello dell’uso razionale dell’energia, nasca non per iniziativa delle istituzioni, ma in seno ad una trasmissione di un’emittente radiofonica. Non che questo rappresenti di per sé un motivo di critica, ci mancherebbe, ma è quantomeno doveroso rendere evidente questo inusuale ribaltamento di ruoli, evidentemente stimolato da un vuoto di iniziative istituzionali realmente significative, vuoto che gli autori di Caterpillar hanno intelligentemente e doverosamente colmato. Non a caso questa campagna vede l’adesione convinta non solo di cittadini e associazioni, ma anche di una serie sempre più nutrita di enti, tra cui centinaia di Comuni, Scuole, numerose Università, perfino il Ministero dell’Istruzione, il Senato della Repubblica e la Camera dei Deputati!
Entrando nel merito, cogliamo l’occasione per formulare alcune precisazioni, che potrebbero aiutare il pubblico ad orientarsi e ad agire con maggiore consapevolezza, nel panorama di azioni proposte dai sostenitori dell’iniziativa “Mi illumino di meno”.

Innanzitutto una precisazione terminologica, su cui ci siamo già soffermati giusto qualche giorno fa: le espressioni “efficienza energetica” e “risparmio energetico”, seppure usate molto spesso come sinonimi, non solo colloquialmente ma anche in contesti istituzionali, sono in realtà concetti profondamente diversi. Se da una parte è pur vero che in entrambi i casi il risultato delle azioni intraprese è una riduzione dei consumi energetici, l’approccio e le modalità con cui si perviene a questo risultato sono intrinsecamente diversi.
Nel primo caso ci si riferisce a tutti gli interventi di contenimento dei consumi che non implicano una riduzione dei livelli qualitativi di benessere dei cittadini: rientra nell’ambito dell’efficienza energetica, per esempio, la sostituzione delle lampadine a luminescenza (o magari ancora a incandescenza) con altre a minor consumo, che garantiscono il medesimo livello di luminosità, oppure la coibentazione di pareti e la sostituzione degli infissi, che a parità di benessere percepito richiedono minori consumi per il riscaldamento delle abitazioni.
Nel caso del risparmio energetico, invece, la riduzione dei consumi avviene mettendo in atto interventi che modificano il comportamento delle persone e le loro abitudini. In alcuni casi si tratta di azioni virtuose che non riducono gli standard di benessere, configurandosi come una semplice “lotta allo spreco”, come per esempio lo spegnimento dell’illuminazione nelle stanze non utilizzate, o la riduzione del livello di riscaldamento negli ambienti in cui la temperatura risulta essere eccessiva. In altri casi gli interventi possono essere più radicali e determinare all’occorrenza anche un ridimensionamento del tenore di vita o cambiamenti di abitudini difficilmente accettabili se riproposti in maniera continuativa. Ciò accadrebbe, per esempio, se la riduzione dell’illuminazione o lo spegnimento di tutti gli apparecchi imponesse lo spostamento di alcune attività lavorative nelle ore diurne come la scrittura di questo post. Allo stesso modo un’eventuale diminuzione drastica della temperatura nelle abitazioni ridurrebbe inevitabilmente i livelli di comfort abitativi. In casi particolari bisognerebbe inoltre prestare molta attenzione, in quanto a fronte di un immediato (e magari notevole) risparmio energetico potrebbe non corrispondere un complessivo bilancio positivo in termini di rapporto costi/benefici, qualora l’intervento determinasse in un secondo momento spese accessorie non preventivate, come quelle mediche derivanti da una riduzione qualitativa della vita.
In aggiunta a queste considerazioni, è importante inoltre considerare quali azioni di risparmio energetico messe in atto dal singolo cittadino possano effettivamente essere efficaci su grande scala e quali invece possano dare un contributo solo apparentemente significativo, ma nei fatti effimero, soprattutto se intrapreso simbolicamente ed unicamente nel corso dell’odierna giornata. Spegnere in questo momento tutti i computer e i cellulari, potrebbe avere un’elevato valore simbolico, ma nei fatti risulterebbe del tutto inutile, soprattutto se la maggior parte delle persone, come presumibile, lo facesse con la semplice idea di posticipare ad un momento successivo l’attività a cui era dedita fino a questo momento. Sarebbe un po’ come se tutti evitassimo di usare oggi l’automobile, ma non per sostituirla con altri mezzi più ecologici, bensì semplicemente rinviando a domani quello che con l’automobile avremmo voluto e potuto fare oggi.
A questo punto è chiaro che la distinzione tra ciò che è “lotta agli sprechi”, ciò che è realmente efficace dal punto di vista del risparmio energetico e ciò che invece rappresenta solo un’azione simbolica e scarsamente significativa, rientra nel campo della soggettività. Questo non significa che manchino elementi di valutazione oggettivi, in merito ai quali non ci stancheremo mai di suggerire la nostra lettura di approfondimento preferita.
Ed è con questa lettura e con l’invito ad una maggiore consapevolezza e ad un atteggiamento critico nei confronti delle problematiche energetiche, che auguriamo a tutti un’Efficiente Giornata del Risparmio Energetico. Sperando soprattutto che cercando di illuminarci di meno, non rinunciamo ad illuminarci d’immenso.

32

News from Down Under

[qualcosa si muove anche laggiù dall’altra parte del mondo?]

Fa caldo in Australia: è estate adesso.

26
Fig.1: Mappa delle temperature massime (valori medi) – Fonte: Ufficio meteorologico del Governo australiano

L’Australia è caratterizzata da un clima che, tra le altre cose, favorisce i grandi incendi: lunghi periodi di forti piogge alimentano la crescita delle foreste e della vegetazione in generale, e si alternano ad altrettanto lunghi periodi di siccità e caldo secco.
L’Australia è anche caratterizzata da un rovente dibattito attorno alle cosiddette “politiche climatiche”. Vanta, infatti, il primato delle più alte emissioni pro-capite, tra le nazioni OCSE, e quello di un mix energetico fortemente sbilanciato verso il carbone, un’abbondante risorsa interna.
Il Governo australiano ha recentemente approvato l’abrogazione di una tassa sul carbonio che era stata introdotta appena tre anni fa. L’eco-tassa era pagata dalle grandi aziende emettitrici di CO2 (in particolare le aziende estrattive ed i produttori di elettricità); ma, con una semplice partita di giro, i costi venivano fatti ricadere sui consumatori finali.
Cancellata la
carbon tax, il mercato dei permessi di emissione – che avrebbe dovuto entrare in vigore nel 2014, ed integrarsi entro il 2018 con quello europeo per gli scambi ETS – ha chiuso i battenti prima ancora di aprirli.
A lato di questa vicenda ed in concomitanza con la conferenza di Lima sul clima, lo scorso dicembre è apparso e si è diffuso su internet un particolare appello rivolto agli ambientalisti di tutto il mondo.
Gli autori di questa lettera aperta [1] sono due professori australiani: Barry W. Brook, Chair of Environmental Sustainability presso l’Università della Tasmania, e Corey J.A. Bradshaw, Sir Hubert Wilkins Chair of Climate Change presso l’Environment Institute dell’Università di Adelaide.
Il contenuto è molto stringato ed il messaggio è chiaro:
in qualità di scienziati conservazionisti, preoccupati per l’esaurimento a livello globale della biodiversità ed il conseguente degrado del sistema su cui si regge la vita umana, noi sosteniamo le conclusioni tratte nell’articolo ‘Key role for nuclear energy in global biodiversity conservation’ [Ruolo chiave dell’energia nucleare nella conservazione della biodiversità a livello globale. (N.d.R.)], pubblicato su Conservation Biology (Brook & Bradshaw, 2014).” [2]

27Fig.2: Densità di energia a confronto per diversi combustibili: a) uranio, b) gas naturale compresso (i.e. GNC o, in inglese, CNG), c) carbone, e d) nichel-metallo idruro (i.e. NiMH, materiale presente negli accumulatori standard utilizzati nei veicoli elettrici). Nella figura sono riportate le quantità necessarie per fornire o immagazzinare circa 220 kWh/gg di energia elettrica equivalente per 80 anni (abbastanza per soddisfare tutte le esigenze per tutta la vita di un cittadino del mondo sviluppato – per quanto riguarda illuminazione, calore, trasporti, produzione alimentare, manifattura varia, ecc.). Il totale dell’energia elettrica incorporata risulta essere pari a 6.4 mln di kWh. Ne conseguono diversi rapporti massa-volume: per l’uranio 780 g o 40.7 cm3 (dimensioni di una pallina da golf); per il GNC 56 autobotti da 20.000 litri; per il carbone 3.200 t o 4.000 m3 (circa l’equivalente di 800 elefanti); per le batterie 86.000 tonnellate di NiMH (in pratica l’equivalente di una batteria con dimensioni impressionanti: grossomodo alta quanto 16 Burj Khalifa impilati [3]). Dati e calcoli di Barry W. Brook e Corey J. A. Bradshaw (Conservation Biology, 9 dicembre 2014, DOI: 10.1111/cobi.12433). La fonte è liberamente consultabile qui.

In pratica, si tratta di un appello a seguire le strade più efficaci per garantire la sopravvivenza del Pianeta, con particolare riferimento alla preservazione dell’ambiente e della biodiversità. E quali sarebbero queste strade? La drastica riduzione dei consumi di energia di origine fossile (gas, petrolio e soprattutto carbone) accompagnata dal ricorso alle fonti rinnovabili (eolico e solare, in particolare) e… all’energia nucleare.
Il motivo di questa “inconsueta” accoppiata è molto semplice – sostengono i firmatari, e non sono i soli invero. Le energie rinnovabili richiedono, infatti, grandi estensioni di territorio, che non si vogliono sottrarre all’agricoltura e a ciò che resta dell’ambiente naturale. Inoltre, sono di norma intermittenti ed aleatorie. Di sicuro difficilmente programmabili, se non con sistemi che attualmente non sono disponibili nelle dimensioni opportune “per fare la differenza”. Esse devono, dunque, essere integrate con una fonte che sia in grado di produrre energia con continuità, e che al contempo richieda spazi molto limitati. Questo avveniva ed avviene già con le vecchie centrali alimentate da combustibili fossili, che ora, però, vanno dismesse a causa delle loro emissioni, che contribuiscono all’inquinamento ed all’aumento dei gas serra. Pertanto, Brook, Bradshaw e “soci” sostengono che, se vogliamo avere qualche possibilità di mitigare i cambiamenti climatici ed evitare gravi conseguenze, il nucleare deve ricoprire questo ruolo in modo preponderante (se non esclusivo).
E le scorie radioattive? Beh, questo non sarà più un problema con i reattori avanzati di nuova generazione, che funzionano a ciclo chiuso, senza cioè produrre materiali radioattivi da immagazzinare in depositi a lungo termine.
E il rischio di incidenti? Varie analisi comparative svolte sulle diverse fonti di energia concordano sul fatto che il nucleare è fra le meno pericolose in termini di vittime per unità di energia prodotta.
Questo il succo. Per maggiori dettagli vi invitiamo a leggere per intero l’articolo di Brook e Bradshaw al link dove è consultabile e scaricabile gratuitamente insieme ai dati ed ai fogli di calcolo a supporto delle loro conclusioni. Se siete interessati, ma non avete tempo, non disperate; perché è molto probabile che attingeremo da quella fonte tornando sull’argomento più volte nei prossimi mesi.
Qui di seguito vi proponiamo subito, invece, alcune nostre considerazioni “a caldo”.
Come si può notare, non ci sono ingegneri o fisici fra i 75 firmatari della lettera (al 23/01/2015). I firmatari sono tutti biologi, naturalisti ed ecologi dei principali Paesi del mondo. E, a dire il vero, sostanzialmente la “chiamata alle armi” si rivolge direttamente a loro.
Inoltre, la lettera non costituisce una novità in senso assoluto. Qualche tempo fa si erano, infatti, mossi anche alcuni climatologi di fama mondiale, come si può leggere qui.
Quello che sinceramente ci ha più colpito è, dunque, un fatto che si può osservare solo cercando a fondo nell’
humus in cui è nata e su cui si sta sviluppando l’intera questione. Perché sembra proprio che l’Australia si stia già muovendo, a piccoli passi, nella direzione indicata dall’appello.
Nel mese di agosto 2014, per esempio, è uscito a cura dell’
Australian Academy of Technological Sciences and Engineering (ATSE) un interessante report, o meglio “piano di azione”, che si può consultare qui.
Vale la pena, quindi, scrutare per bene il panorama industriale australiano.
L’economia australiana costituisce un caso unico nell’OCSE, dato che il 20% del PIL è rappresentato dalle attività estrattive minerarie e dai relativi servizi (dati del 2012, fonte WNA). L’uranio ha una piccola parte in tutto questo, in termini economici, ma in termini energetici costituisce un quarto delle esportazioni (e.g. 3944 peta-joule, ossia milioni di miliardi di joule, nel 2012-13).

28aa) andamento produzione
28a b) andamento esportazioni
29 c) variazioni biennali
Fig.3: Estrazione ed esportazione di uranio in Australia. I dati rappresentati si riferiscono sia alle quantità di uranio puro (“U” indica genericamente tutti gli isotopi dell’uranio) sia a quelle di octaossido di triuranio (U3O8 – ossido di uranio presente in natura nel minerale pechblenda). Elaborazioni CN&R, dati WNA.

L’uranio in Australia viene estratto dal 1954. Laggiù le risorse di uranio ad oggi note sono le più grandi al mondo – il 31% del totale mondiale; ma l’Australia è “solo” il terzo produttore al mondo, dietro il Kazakistan ed il Canada, e tutta la produzione viene esportata.

30Fig.4

A ben vedere l’Australia avrebbe già pronta un’infrastruttura significativa per supportare qualsiasi futuro programma nucleare. Si possono citare, ad esempio, l’Australian Nuclear Science & Technology Organisation (ANSTO), che possiede e gestisce Opal, un moderno reattore di ricerca da 20 MWth, l’Australian Safeguards & Non-proliferation Office (ASNO), che fornisce linee guida e disposizioni concernenti la sicurezza e la salvaguardia della salute apprezzate a livello internazionale per la loro alta qualità, l’Australian Radiation Protection and Nuclear Safety Agency (ARPANSA), ed ovviamente tutta l’industria mineraria dell’uranio con il suo indotto.
Tuttavia, se a guidare la svolta nucleare rimarrà principalmente la riduzione delle emissioni di CO
2, o gli eventuali costi derivanti da tali emissioni, il rischio che l’intero programma evapori come la rugiada al Sole d’estate è tutt’altro che trascurabile. Grazie ai bassi costi, infatti, le ingenti risorse nazionali di carbone, alle quali si aggiungono quantità significative di gas naturale, fanno la parte del leone nella strategia energetica del Paese. Vale a dire: a volte basta un ruggito.
O meglio, la strada non è certo spianata. Difatti, la scelta nucleare è per esempio ostacolata anche da specifiche normative emanate in alcuni Stati, come il Victoria ed il Queensland, che vietano la costruzione o la gestione di qualsiasi reattore nucleare.
In conclusione, non vorremmo certo alimentare strane illusioni su repentini cambiamenti del business as usual [4]; ma qualcosa si sta muovendo laggiù, e forse questo qualcosa sarà di aiuto anche altrove.

Note

[1] Se ne è parlato anche su bravenewclimate.com riportando quanto pubblicato su conservationbytes.com, il blog di Bradshaw.

[2] Alcune parti dell’articolo sono riportate in un altro post di bravenewclimate.com.

[3] Il pavimento di un ascensore standard ha una superficie di circa 2.6 m2 (ASME 17.1 Elevator Safety Code), mentre l’albero di servizio del super-grattacielo Burj Khalifa è alto 540 m, da cui un volume di 1326 m3. Rapportando questo volume con quello di una batteria NiHM in grado di fornire la stessa energia di una massa di Pu-239 delle dimensioni di una pallina da golf, si ottiene un valore pari a 16.2. Prendendo come riferimento il Burj Khalifa, si calcola un’altezza di 13.4 km: 16.2 volte quella del Burj Khalifa. Per ulteriori approfondimenti si consulti online l’articolo di Barry W. Brook e Corey J. A. Bradshaw, alla voce ‘Supporting Information’.

[4] ‘Business as Usual’ è anche il titolo del primo album dei Men at Work (pubblicato nel 1981 e di grande successo, grazie soprattutto al singolo ‘Down Under’); qui, però, si vuole intendere in senso lato il modo in cui sino ad oggi sono andate le cose, nel campo dell’industria come in quello della politica, in Australia, ma anche nel resto del Mondo.

Ringraziamenti

Il presente post è frutto di una dritta del prof. Giovanni Vittorio Pallottino, al quale siamo grati anche per averci fornito un agile sunto dei post apparsi su Brave New Climate. Abbiamo mescolato il tutto con alcune sue osservazioni, alcune nostre osservazioni e qualche spunto di riflessione.

Ringraziamo, infine, il prof. Barry W. Brook per averci dato il suo consenso a pubblicare (sulla base dei termini della licenza Creative Commons Attribution) una delle figure contenute nell’articoloKey role for nuclear energy in global biodiversity conservation(Conservation Biology, 9 dicembre 2014, DOI: 10.1111/cobi.12433) e relativa didascalia.

Visita tecnica alla centrale nucleare di Krsko: buona la prima

Si è svolta lo scorso 30 gennaio la prima visita tecnica alla centrale nucleare di Krško, in Slovenia, organizzata dal Comitato Nucleare e Ragione.
Alla visita hanno partecipato 27 persone, tra cui numerosi ingegneri, fisici e tecnici del settore, ma anche semplici appassionati e curiosi, accomunati dal genuino desiderio di conoscere e vedere in prima persona un esempio concreto ed efficiente di questa realtà tecnologica, ubicata a un centinaio di chilometri dal territorio italiano.

DSCN1489

La presentazione degli aspetti operativi della centrale e la visita all’impianto sono stati curati dai tecnici di Krško, che hanno evidenziato in particolare gli aspetti relativi alla sicurezza e all’innovazione. La centrale infatti ha esteso la propria operatività fino al 2043, e i recenti miglioramenti degli standard qualitativi hanno permesso all’impianto non solo di migliorare notevolmente le proprie performance in termini di energia prodotta e di ore annue di funzionamento, ma anche di superare brillantemente gli stress test realizzati in tutti gli impianti nucleari europei in seguito all’incidente di Fukushima.

IMG_3753
Il viaggio in pullman da Trieste a Krško, sotto una fitta e suggestiva nevicata, e il successivo pranzo in un agriturismo immerso nella campagna slovena, sono stati una piacevole occasione per scambiare impressioni, pareri, conoscenze e competenze tra tutti i partecipanti. Il bilancio è positivo: una giornata proficua e istruttiva per tutti.
Si replica il 2 giugno, con una seconda visita alla centrale di Krško!
Ricordiamo inoltre che il 18 febbraio si terrà anche una visita al reattore sperimentale TRIGA di Lubiana. Per entrambi gli eventi le iscrizioni sono aperte. Per informazioni scriveteci all’indirizzo nucleareeragione@gmail.com.GimpViola

 

Logo_eng

 

Verso l’energia a basse emissioni: qual è la mano vincente?

25

Il dibattito internazionale sulle questioni energetiche non ci ha mai risparmiato, negli anni recenti, una certa vivacità, uscendo spesso dai confini degli ambienti specializzati degli addetti ai lavori e trovando una discreta risonanza sulla stampa generalista.
Tra i temi “caldi”, non solo dal punto di vista climatico, va senz’altro annoverato quello relativo agli accordi internazionali mirati alla limitazione delle emissioni antropiche di gas serra. Tali accordi sono stimolati dalle evidenze di un possibile nesso di causalità tra l’accresciuta concentrazione dei gas serra in atmosfera e l’aumento globale delle temperature registrato nella seconda metà del secolo scorso.
Su questo aspetto, nei mesi scorsi le occasioni per riaccendere la discussione non sono certamente mancate, a partire dall’approvazione, in ottobre, dei nuovi obiettivi europei sul clima e l’energia per il 2030. Ha destato un certo scalpore anche l’annuncio di un analogo accordo bilaterale USA-Cina per la riduzione delle emissioni, mentre i risultati della Conferenza ONU sul Clima tenutasi in dicembre a Lima, sul quale molti puntavano per un vigoroso rilancio della Green Economy, sono stati in parte offuscati sulla stampa dalle polemiche per i danneggiamenti al sito archeologico di Nazca provocato dagli attivisti di Greenpeace .
Scandali a parte, in tutti questi frangenti le associazioni ambientaliste, pur riconoscendo gli sforzi dei rappresentanti delle diverse Nazioni intervenute, hanno contestato nel dettaglio le strategie concordate, bollandole come troppo prudenti e velleitarie.
Dando uno sguardo in casa nostra, il Governo è stato oggetto nell’ultimo anno di numerose critiche per i diversi provvedimenti in materia energetica, giudicati negativamente dai movimenti ambientalisti e dai rappresentanti delle aziende del settore delle energie rinnovabili. Non è piaciuto, per esempio, l’intervento di rimodulazione degli incentivi alla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, con una dilatazione del periodo di incentivazione da 20 a 25 anni (a parità di importo erogato), finalizzata alla riduzione del 10% delle bollette per le piccole e medie imprese. Non sono piaciute e non piacciono, inoltre, le intenzioni dell’Esecutivo di favorire la ripresa delle attività estrattive di idrocarburi sul territorio italiano, per ridurre la dipendenza del nostro Paese dalle importazioni di greggio. Non piace il sostegno alla realizzazione di opere infrastrutturali strategiche come il “Corridoio Meridionale del Gas“, che dovrebbe contribuire al consolidamento della sicurezza dell’approvvigionamento energetico del continente europeo, grazie alla diversificazione dei fornitori di gas naturale.
Il mantra recitato da chi si oppone a questo tipo di interventi è spesso dettato dalla convinzione che ogni Nazione, Italia in primis, dovrebbe concentrare tutti gli sforzi verso la rapida transizione ad un’economia alimentata al 100% con fonti energetiche rinnovabili.
Bisognerebbe a questo punto ricordare che, se da una parte è vero che le discusse azioni promosse dal Governo italiano mirano a conferire (seppur transitoriamente) un ruolo ancora importante agli idrocarburi nel mix di approvvigionamento energetico, dall’altra si deve tenere conto che il contesto è pur sempre quello di un sistema in cui gli incentivi alle fonti rinnovabili nel nostro Paese sono tra i più elevati al mondo, con uno investimento pubblico annuale di più di 10 miliardi di euro, un importo giudicato da molti economisti come eccessivo e per molti versi controproducente.
Oltre ai dubbi sulla sostenibilità economica, bisognerebbe inoltre affrontare con la dovuta serietà la questione relativa alla realizzabilità tecnica dell’obiettivo del 100% di rinnovabili. Il tutto andrebbe analizzato rispondendo a questo quesito preliminare: fermo restando che l’obiettivo principale postosi dalla comunità internazionale negli ultimi anni è quello di abbattere le emissioni di gas serra, è quella delle energie rinnovabili la sola e unica carta davvero vincente?
In un convegno svoltosi lo scorso 12 dicembre a Trieste, si è cercato di dare una risposta a questo interrogativo, analizzando la Tabella di Marcia per l’Energia 2050 [1], il documento promosso dalla Commissione Europea, che contiene tutte le possibile strategie per “decarbonizzare” l’economia del continente europeo, con l’obiettivo di ridurre dell’80 – 95% le emissioni di CO2 rispetto ai valori del 1990.

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Fig 1. Linee di tendenza delle emissioni di CO2 nell’UE, rispetto ai valori del 1990, per i diversi settori economici. I nuovi accordi per il clima e l’energia impongono di raggiungere una riduzione delle emissioni del 40% entro il 2030[1].

La risposta al quesito, lo diciamo subito, è negativa. In nessuno degli scenari studiati dai tecnici della Commissione Europea, neppure quello a maggior penetrazione degli investimenti sulle energie rinnovabili (e quindi con il più elevato impatto economico), si supera nel 2050 il livello del 75% di quota di rinnovabili sul consumo finale lordo di energia.
Le problematiche di tipo tecnico, oltre che finanziario, non sono di poco conto: le fonti rinnovabili come il solare e l’eolico sono di tipo aleatorio, e la potenza elettrica erogata dagli impianti non è quindi controllabile né pianificabile. Ciò richiede grossi investimenti sulla rete per poter gestire i picchi di produzione, nonché forme di compensazione economica per tutti quegli impianti termoelettrici che sono costretti a rimodulare giornalmente la propria potenza di esercizio per adeguarsi alle fluttuazioni degli impianti rinnovabili. Fino a quando non saranno disponibili sistemi di accumulo realmente efficaci ed economici, solamente l’energia idroelettrica consentirà una qualche forma di programmazione della potenza immessa in rete, pur tuttavia essendo anch’essa soggetta a forti variabilità stagionali dovute alla dipendenza del livello degli invasi dalle condizioni climatiche e meteorologiche.
Come sia quindi possibile arrivare ad una riduzione così considerevole delle emissioni di gas serra, senza puntare tutto esclusivamente sulle fonti rinnovabili è presto detto: sulla base del principio di diversificazione e complementarietà, è necessario investire su un mix di tutte le cosiddette tecnologie “a basse emissioni di carbonio” per la produzione di energia elettrica. Non solamente quindi le fonti rinnovabili, ma anche l’energia nucleare e gli impianti a combustibili fossili dotati si sistemi di cattura e sequestro del carbonio (CSS, Carbon dioxide Capture Storage). Combinando nella maniera adeguata queste soluzioni tecniche, il settore elettrico può effettivamente diventare carbon-free entro il 2050.
Tuttavia, affinché questo risultato sia realmente efficace, si rende necessaria una contestuale rivalutazione del ruolo dell’elettricità come vettore energetico, che si ritiene debba raddoppiare entro il 2050 la propria quota relativa, coprendo fino al 40% dei consumi finali. Come raggiungere questo scopo? Innanzitutto sostenendo l’elettrificazione dei trasporti e dei consumi domestici, inclusi i sistemi di riscaldamento.

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Fig 2. Quota di elettricità sulla domanda finale di energia, con le attuali politiche energetiche e negli scenari di decarbonizzazione analizzati nell’Energy Roadmap 2050 [1].

Tutto ciò non è ancora sufficiente. Queste misure appaiono inadeguate, se non si procede ad una contestuale promozione capillare degli interventi di efficientamento energetico. Negli obiettivi europei del 2030 si è fissato il paletto, pur non vincolante, di una diminuzione del 27% dei consumi rispetto al 1990, ma alcuni scenari per il 2050 indicano come possibile una riduzione fino ad oltre il 40% rispetto al picco di consumi del biennio 2005-2006.
Sull’argomento è bene precisare che per “efficienza energetica” bisogna intendere qualsiasi intervento di contenimento dei consumi che non implichi una riduzione dei livelli qualitativi di benessere dei cittadini. E’ un comune fraintendimento far corrispondere questo concetto a quelli di “risparmio energetico” o di “lotta agli sprechi”, che avvengono invece quando si mette in atto un cambiamento virtuoso del comportamento dei soggetti o all’occorrenza un eventuale ridimensionamento del tenore di vita.
Fatta questa doverosa precisazione, è evidente che una riduzione realmente palpabile dei consumi energetici si possa conseguire solamente coinvolgendo tutti i settori economici, incluso quello residenziale e terziario. E’ in questo ambito che gli amministratori locali possono giocare un ruolo rilevante, come peraltro sottolineato dall’assessore all’Ambiente del Comune di Trieste, ing. Umberto Laureni, durante il convegno del 12 dicembre. Dalla presentazione del Piano comunale per l’Energia Sostenibile recentemente approvato, è emerso infatti un importante dato di fatto: gli Enti Pubblici sono direttamente responsabili solamente di una piccolissima percentuale delle emissioni di CO2 sul territorio. Pertanto, le loro azioni (e le limitate risorse di denaro pubblico) più che verso velleitarie e onerose “operazioni di marketing” delle fonti rinnovabili, alle quali siamo stati in passato abituati (e.g. l’installazione di pannelli fotovoltaici sugli edifici pubblici), andrebbero oculatamente indirizzate verso iniziative di sensibilizzazione culturale dei cittadini, nonché di sostegno alla rete di aziende e soggetti pubblici e privati che intendono impegnarsi nella riduzione dei consumi mediante interventi di riqualificazione energetica.

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Fig 3. Emissioni di CO2 per tipologia di utenza nel Comune di Trieste, anno 2001. Si noti l’incidenza molto limitata delle strutture pubbliche. Fonte: http://www.retecivica.trieste.it

In conclusione: fonti energetiche a bassa emissione di carbonio (rinnovabili, nucleare, tecnologia di cattura del carbonio), elettrificazione dei trasporti e dei consumi domestici ed efficienza energetica rappresentano la cinque carte con le quali costruire qualsiasi strategia per il conseguimento sostenibile degli obiettivi di decarbonizzazione. Considerazioni analoghe a quelle della Commissione Europea sono contenute anche in numerosi altri studi, tra i quali ci limitiamo a citare quello che fa riferimento alla California [2], uno Stato che per popolazione, Prodotto Interno Lordo, fabbisogno energetico e adeguatezza del territorio allo sviluppo delle fonti rinnovabili (bacini idroelettrici, tasso di soleggiamento, ecc.) presenta molte analogie con il nostro Paese.

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Fig 4.

 

Esiste una combinazione perfetta?
La risposta non è semplice. La scelta delle “carte” da giocare, tra quelle tecnicamente disponibili, è di diretta responsabilità dei governanti, che spesso agiscono più sulla base dell’opportunità politica, che non su considerazioni oggettive e analisi tecniche ed economiche.
L’Italia, non dimentichiamolo, ha deciso di giocare la partita senza un asso del mazzo delle tecnologie low-carbon, a seguito della decisione referendaria che ha sancito l’abbandono della tecnologia nucleare. Questo è un fatto di cui bisogna prendere atto. La partita non può dirsi compromessa, ma le carte rimanenti vanno giocate con saggezza e lungimiranza, e la strategia di gioco deve essere studiata nei minimi dettagli, evitando mosse improvvisate e poco coerenti. La partita è già cominciata, stiamo andando nella direzione giusta?

24Fig 5. Linee di tendenza delle emissioni di gas serra nello Stato americano della California, al 2050. Vengono identificate sette tipologie di intervento, di cui sono riportati i contributi relativi in termini di riduzione delle emissioni rispetto al 1990.

 

Fonti:


[1] European Commission, Energy Roadmap 2050 , Brussels, 15/ 12/ 2011 [COM(2011) 885/ 2] – http://ec.europa.eu/energy/energy2020/ roadmap/doc/com_2011_8852_en.pdf

[2] Williams, J. H., DeBenedictis, A., Ghanadan, R., Mahone, A., Moore, J., Morrow, W. R., Torn, M. S., 2012. The technology path to deep greenhouse gas emissions cuts by 2050: the pivotal role of electricity. Science,335(6064), 53-59.

Dentro al nucleare

Domani, 30 Gennaio 2015, si terrà alla centrale nucleare di Krsko (SLO) la visita guidata, i cui posti sono terminati da settimane!

Questa visita verrà replicata fra qualche mese, nel frattempo il 18 Febbraio 2015 il Comitato Nucleare & Ragione visiterà il reattore di ricerca Triga, nella città di Lubiana (SLO). Vuoi venire anche tu? Leggi il volantino qui sotto e contattaci!

volantinoTRIGA