In Memoria di Renato Angelo Ricci: l’eredità di chi non ha mai smesso di credere nel nucleare

di Pierluigi Totaro

Il 5 dicembre scorso è venuto a mancare, all’età di 98 anni, il prof. Renato Angelo Ricci, uno dei padri della spettroscopia nucleare in Italia.

Il Professor Ricci ha avuto una carriera accademica di altissimo profilo, ma desideriamo ricordarlo in particolare per essere stato tra i pochissimi scienziati che, anche dopo l’esito referendario del 2011, continuarono a impegnarsi per tenere viva la speranza di un possibile ritorno dell’energia nucleare nel nostro Paese.

Fu tra i primi a credere nel progetto del Comitato Nucleare e Ragione e a sostenerne con convinzione le iniziative. Nel 2012, in qualità di presidente dell’associazione Galileo 2001, aderì al nostro appello pubblico per la convocazione di una Conferenza Nazionale sull’Energia, e si adoperò affinché anche la Società Italiana di Fisica e l’Associazione Italiana Nucleare – di cui era presidente onorario – facessero altrettanto. Fu quello un primo tentativo, per quanto a ragion veduta molto velleitario, di riportare all’attenzione dei media e della classe politica la necessità di approcciare il problema energetico con razionalità e senza ideologie, dando voce e credito alla comunità tecnico-scientifica.

Nel giugno 2013 andammo a trovarlo ai Laboratori INFN di Legnaro, da lui ancora assiduamente frequentati nonostante l’età avanzata. Pranzammo insieme. Fu un incontro piacevole, cordiale ed estremamente significativo, ma anche dal sapore agrodolce. Ricci sentiva il peso della solitudine e il fallimento della sua generazione, la quale aveva contribuito a portare l’Italia in prima linea tra le Nazioni all’avanguardia nelle tecnologie nucleari, ma al tempo stesso si era resa responsabile di aver fatto troppo poco per impedire che un simile patrimonio andasse perduto.

Dalle sue parole traspariva l’amara consapevolezza che quasi certamente non avrebbe potuto vivere abbastanza per veder riparato il danno. Al contempo, lodava noi ragazzi che eravamo venuti a trovarlo, e la nostra determinazione non ancora intaccata.

Interpretammo quell’incontro come un implicito e silenzioso passaggio di testimone.

Nel gennaio 2019 il Consiglio Direttivo del Comitato Nucleare e Ragione decise di conferire al prof. Ricci la qualifica di Socio Onorario, titolo con il quale è rimasto membro dell’associazione fino alla sua scomparsa della scorsa settimana.

Del prof. Ricci conserveremo l’eredità della sua tenace energia, l’onestà intellettuale e la ferma intenzione di non arretrare nemmeno di fronte alle cause (apparentemente) perse.

Buon viaggio prof. Ricci. Il nostro impegno prosegue senza sosta, e le centrali nucleari le costruiremo anche per lei.
E’ una promessa.

Rinnovabili e nucleare sono incompatibili?

di Emiliano Barin

Riproponiamo questo articolo pubblicato originariamente su Rivista Energia. Ringraziamo l’autore. Per un approfondimento completo: Post Normal Times.



Un recente articolo di Montel News sostiene che le strategie divergenti di Germania e Francia esemplificano lo stravolgimento di una ormai datata gerarchia delle risorse per un mercato distribuito guidato dall’offerta, rivelando come nucleare e rinnovabili sarebbero incompatibili nei mercati dell’elettricità.

Tuttavia, questa affermazione è in contrasto con la “logica di sistema” che, per definizione, porta a diversi risultati ottimali in base a vincoli e condizioni differenti. Nel contesto delle reti elettriche significa adottare un approccio olistico alla pianificazione, ottimizzazione e gestione di tutti i componenti (generazione, domanda, trasmissione, distribuzione) per raggiungere obiettivi come decarbonizzazione, affidabilità ed efficienza economica. Pertanto, non esiste un percorso unico.

Incompatibilità nucleare/rinnovabili? Un’inquadratura più appropriata

Gli impegni di decarbonizzazione hanno portato a sostanziali incentivi alle fonti rinnovabili intermittenti (VRE) negli anni 2000-2010, con la maggior parte della capacità installata ancora sotto contratti di sostegno pubblico nella maggior parte dell’UE e fortemente distorta da feed-in tariff (FIT) precoci e costosi. In Germania, ad esempio, impianti del 2008-2012 rappresentano ancora la metà delle spese di sovvenzione.

Ciò ha portato ad un rapido sviluppo delle industrie fotovoltaica ed eolica con significativi cali di costo, ma le tecnologie più economiche di oggi richiedono garanzie di reddito nella maggior parte dei mercati a causa della cosiddetta “cannibalizzazione”, ovvero il rapido calo dei prezzi catturati (valore ponderato in base al volume che un generatore riceve per l’elettricità venduta nel mercato spot in un periodo specifico) causato dalla capacità incentivata più costosa.

Pertanto, “la realtà di oggi” sta nel valutare costi e benefici netti per i consumatori dei diversi investimenti: poiché la capacità di carbone e gas fissa ancora il prezzo marginale per molte ore dell’anno in più mercati, recenti aste governative per solare ed eolico a costi inferiori alla media spot sono un vantaggio netto.

Tuttavia, presumere che questo equilibrio sia garantito nel tempo non sembra prudente o logico date le condizioni e esigenze del sistema in evoluzione, come ad esempio:

  • curva del carico residuo all’aumentare della penetrazione di generazione a costi marginali zero;
  • andamenti della domanda stagionale man mano che veicoli elettrici, pompe di calore e altri carichi si aggiungono alla rete;
  • disponibilità della flotta programmabile tra dismissioni, ammodernamenti e nuove risorse;
  • requisiti di aumento della rete elettrica in base allo sviluppo dei punti precedenti.

Francia vs Germania: sotto la lente d’ingrandimento

Nel biennio 2023-24, i costi dei servizi di sistema e le tariffe di rete mostrano dinamiche divergenti in Francia e Germania:

Sebbene le bollette residenziali non siano sempre la miglior metrica per confrontare i costi totali, la direzione generale è difficile da contestare: il mix di risorse francese sembra aver meglio assorbito l’aumento VRE rispetto all’area Germania, Austria e Lussemburgo (DE-AT-LU).

Inoltre, uno studio pubblicato nel settembre 2024 quantifica costi e benefici netti di un ipotetico rinvio della dismissione degli ultimi reattori tedeschi per i primi mesi del 2023. Ne risulta che un maggior “carico di base” (baseload) garantito dal nucleare avrebbe comportato una riduzione dei costi totali del sistema.

Meno flessibile vs non così complementare

“La flessibilità tecnica del nucleare è possibile ma costosa e ha limiti rigidi” sostiene Josephine Steppat su Montel. Una sentenza eccessivamente pessimista, in netto contrasto con i preziosi spunti offerti dall’esperienza europea:

Al contrario, “I produttori generano più energia rinnovabile durante il giorno dal solare e di notte dal vento” è una semplificazione. Un’analisi di Julien Jomaux riassume come la complementarietà eolica e solare dipenda dalla risoluzione spaziale e temporale in esame (oltre a potenziale geografico): forte su scala stagionale e nazionale, meno su base oraria e nodo di rete!

Questo evidenzia le sfide che un sistema basato su VRE incontrerà nello sviluppare, dimensionare e localizzare:

  1. un portafoglio adeguato di risorse di stoccaggio per sfruttare eccessi di generazione rinnovabile altrimenti tagliati (e conseguenti prezzi nulli o negativi) e ridurre entità e frequenza degli eventi di scarsità (e conseguenti rischi di picchi di prezzo);
  2. l’espansione della rete di trasmissione HV e migliore monitoraggio di quella di distribuzione, poiché l’aumento dei flussi bidirezionali della generazione solare residenziale ne renderà più complessa la previsione e gestione;
  3. l’infrastruttura del gas per adeguatezza e sicurezza operativa, che si tratti per scopi di picco o un contributo più stabile (e se sarà fossile, con Ccus, o un e-fuel).

Migliorare l’approccio alla “logica di sistema”

Il nucleare rimane un complemento imperfetto agli occhi di molti a causa del suo profilo economico, dominato dall’investimento ad alta intensità di capitale durante la fase di costruzione. Questo è in netto contrasto con ciò che idealmente equilibrerebbe le VRE sulla carta, ovvero una risorsa molto flessibile che produce a pieno carico durante i momenti di bassa generazione rinnovabile (come le open-cycle gas turbines, OCGT), più competitiva quanto più bassi sono i propri costi fissi.

Tuttavia, questo approccio sembra riflettere maggiormente una “dipendenza di percorso” che una “logica di sistema”: non vi è garanzia che tale strategia risulti nella più alta probabilità di minori spese totali di sistema, specialmente per quel che riguarda la decarbonizzazione dell’ultimo 10%, quello più complicato e costoso. Molteplici ricerche confermano questa incertezza.

Jesse Jenkins, professore associato all’Università di Princeton che guida il laboratorio sull’ottimizzazione dei sistemi macro energetici, ha coniato un’utile classificazione che descrive le 3 categorie di risorse necessarie per sistemi elettrici a basse emissioni: che fanno risparmiare carburante (ovvero rinnovabili intermittenti), “a risposta rapida” (ovvero risorse di bilanciamento), e “stabile” (ovvero le fonti low carbon che garantiscono una produzione continua).

La differenziazione tra risorse “stabili” e non è al nocciolo della questione: l’intero corpo di ricerca suggerisce che un portafoglio di opzioni tecnologiche – non solo quelle che meglio si adattano al profilo VRE – è ideale su un fronte puramente economico.

Uno studio recente esemplifica questo concetto per il nucleare, quantificando costi e benefici per l’interconnessione orientale negli Stati Uniti. Sebbene mirati a valutare la competitività di nuovi reattori, i risultati operativi del dispacciamento sono significativi a questa discussione, poiché evidenziano i compromessi tra 1 GW di nucleare e il portafoglio di risorse che sostituisce: secondo la classificazione di Jenkins, le “fuel saving” (le rinnovabili intermittenti), le batterie a “risposta rapida” e CCGT e OCGT “stabili”. Per essere più economico a livello di sistema, la somma dei costi per capacità e energia deve essere inferiore alle spese delle risorse rimpiazzate.

Compromessi fuori analisi

Se ciò non bastasse per supportare la possibile compatibilità tra (e competitività di) rinnovabili variabili e generatori stabili con alto Capex e basso Opex, ulteriori considerazioni rafforzano i compromessi con le soluzioni sostitutive:

  1. meno risorse stabili implicano una maggiore espansione della trasmissione per meglio bilanciare carico regionale, potenziale rinnovabile e variabilità intrinseca. L’esecuzione dei più grandi progetti infrastrutturali influenza direttamente l’efficace implementazione delle VRE (curtailment, re-dispatch, capacità di trasporto).
  2. l’inferiore risoluzione spaziale, temporale e operativa dei modelli attuali rispetto a reali dinamiche di rete sopravvaluta la fattibilità delle decisioni di capacità, con conseguente sottovalutazione di congestione, curtailment e energia non servita poiché eolico e solare sono raggruppati in centri economici ma non consegnabili.
  3. per risultati più affidabili, ricerche future mirano a includere modelli che rispecchiano più accuratamente le dinamiche di rete, come analisi SCOPF (flussi di potenza ottimale con vincoli di sicurezza); uno dei più grandi operatori della rete elettrica degli Stati Uniti, Miso, ha utilizzato un approccio simile nella valutazione dell’impatto dell’integrazione rinnovabile, identificando i parametri “adeguatezza dell’infrastruttura” e “capacità di trasporto tra zone” come particolarmente complessi all’aumentare della penetrazione.
  4. la generazione termica ha tradizionalmente fornito i servizi ancillari di rete, necessari a garantire la fornitura di elettricità. Man mano che la quota di centrali tradizionali diminuisce, varie e nuove soluzioni  diventano necessarie per mantenere stabilità, affidabilità e qualità del servizio (ad es. batterie, inverter che “formano” la rete, condensatori sincroni, STATCOM, PSS). Il blackout iberico è un utile caso studio.

La lezione è chiara: per evitare inefficienze strutturali, aumento dello stress sul sistema e risorse incagliate, investimenti e dispacciamento costo-ottimali nelle reti elettriche dovrebbero essere valutati attraverso prospettive olistiche che includono molteplici analisi di sensitività e rappresentazioni accurate delle dinamiche operative.

Ad oggi, anziché risultare incompatibili, accoppiare nucleare e rinnovabili intermittenti sembra una strategia gestibile e coerente rispetto alle alternative, assumendo che anche altre risorse di supporto siano sviluppate.

Obiettivo zero emissioni?

L’efficacia in termini di costi del nuovo nucleare dipende da una moltitudine di fattori, in primis la capacità dell’industria di consegnare un progetto nei tempi e nel preventivo. Tuttavia, argomentazioni che implicitamente mettono in dubbio la continuazione delle operazioni di centrali già “ripagate” causa presunta incompatibilità con VRE si rivelano miopi: incertezza e rischio del portafoglio di soluzioni sostitutive sono presumibilmente ordini di grandezza maggiori.

Ad oggi, la scelta della Germania di dismettere prima del fine vita la propria flotta nucleare di oltre 20 GW non risulta lungimirante, specialmente se il valore residuo è confrontato con investimenti altrimenti meno “necessari”, come la pianificata Kraftwerksstrategie (12,5 GW di nuova capacità a gas “H2-ready” che beneficerà di sussidi Capex, premi Opex e mercato della capacità) o il cavo interrato di trasmissione HVDC SuedLink (prezzo raddoppiato rispetto alla stima iniziale, costruzione iniziata solo dopo che il recupero dei costi è stato consentito al TSO). Se ciò non bastasse, oltre 150 TWh all’anno di elettricità costante a basse emissioni avrebbero drasticamente ridotto la generazione fossile nella rete tedesca, come si vede dalla grafica di Radiant Energy Group.

L’intensità carbonica è di fatto un altro aspetto che l’articolo di Montel non menziona, ma che risulta cruciale nel decidere come intervenire sui sistemi energetici. Nel 2024, la differenza nelle emissioni del settore elettrico tra le due nazioni rimane esorbitante: 11,7 milioni le tonnellate di CO2 emesse in Francia a fronte delle 183-188 in Germania.

Conclusione

Per ribadire, sostenere che “nucleare o rinnovabili” siano incompatibili e che quindi si debba scegliere l’uno o l’altro è falso: diverse strategie non dimostrano incompatibilità, ma rivelano compromessi nella progettazione di portafogli a seconda di eredità politiche e infrastrutturali. È necessario valutare la pianificazione del sistema tramite i medesimi parametri, non metriche parziali: tutti i costi del sistema, sostenibilità, affidabilità e resilienza.

Le implicazioni pratiche sono noiose, ma potenti:

  1. da un punto di vista tecnico, le risorse stabili non sono davvero in contrasto con generazione variabile;
  2. un’adeguata progettazione dei mercati può creare flessibilità intorno a VRE nonché compatibilità con il nucleare;
  3. un mix che include nucleare e rinnovabili è tra le opzioni più concrete e a minori costi totali per decarbonizzare.

Stand Up for Nuclear: storie e volti di un movimento che cresce

di Pierluigi Totaro

È tempo di numeri e bilanci per l’edizione 2025 di Stand Up for Nuclear: 16 date, 38 città, 3 conferenze stampa, una giornata “in campus” al Politecnico di Torino e la partecipazione a due manifestazioni scientifiche nazionali – Sharper Night (a Pavia e Vigevano) e il Festival della Scienza dell’Alto Vicentino (a Schio).
Una lunga ed entusiasmante cavalcata che, per quasi due mesi, ha attraversato tutta l’Italia!

Un’edizione mai così ampia e partecipata, che conferma il tratto distintivo della versione italiana: non una grande manifestazione nazionale, né un raduno fine a sé stesso, ma una fitta rete di iniziative locali, a stretto contatto con i cittadini, con lo scopo di informare, coinvolgere e stimolare al confronto.
Centinaia di attiviste e attivisti sono così scesi in piazza per la settima volta dal 2019, dedicando il proprio tempo e mettendo a disposizione competenze e passione per creare occasioni di divulgazione sul tema dell’energia nucleare e della sostenibilità.

Conferenza Stampa a Roma, presso il Senato della Repubblica – 9/10/2025

Un’altra novità entusiasmante di questa edizione è l’ampliamento della platea di soggetti promotori. Accanto al Comitato Nucleare e Ragione – da sempre protagonista dell’iniziativa in Italia e cuore pulsante dell’attivismo pro-nucleare fondato sulle evidenze scientifiche e sull’approccio razionale – si sono affiancati Amici della Terra, Riforma e Progresso, Liberi Oltre le Illusioni, Women in Nuclear – Italy, i Giovani Blu e, nelle edizioni di Torino e Firenze, le associazioni universitarie PoliEnergy e Universitari Liberi. Una collaborazione che ha reso la manifestazione ancora più variegata e multisfaccettata, dimostrando nei fatti quanto il movimento dal basso a favore dell’energia nucleare sia oggi in Italia sempre più forte e radicato, capace di superare quegli stereotipi e pregiudizi che ancora vorrebbero relegare questa tecnologia – e chi la sostiene – ai margini del dibattito pubblico.

Quest’anno Stand Up for Nuclear ha raggiunto diverse nuove località, portando il suo messaggio in territori dove le tecnologie nucleari sono spesso viste con diffidenza.
Abbiamo voluto dare voce a chi, sul campo, ha reso possibili questi incontri: ecco alcune testimonianze dei promotori locali, che raccontano entusiasmo, sfide e motivazioni alla base della loro partecipazione.

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Rispetto ai primi anni, quando il pubblico mostrava scarso interesse per il tema, oggi chi si avvicina ai nostri banchetti è spesso aperto verso le tecnologie nucleari e si stupisce piacevolmente nel constatare che ci siano persone che manifestano “a favore” di qualcosa.
Il nostro scopo è da sempre cercare di informare tutti: anche chi è favorevole spesso lo è acriticamente, senza reale consapevolezza delle caratteristiche di questa tecnologia, della differenza tra fissione e fusione, dei diversi impieghi della radioattività, e dei reali rischi e benefici delle applicazioni tecnologiche nucleari. 
Ai nostri banchetti offriamo un percorso arricchito da infografiche, giochi e modellini in scala. Affrontiamo il tema con leggerezza, ma al tempo stesso con il rigore dei dati e delle evidenze scientifiche, incoraggiando le persone a ragionare e porsi in atteggiamento critico e comparativo con le altre tecnologie.
Questo
approccio pacato, positivo e dialoganteha avvicinato alla manifestazione molti volontari, anche non direttamente affiliati alle associazioni promotrici, ed è apprezzato dal pubblico. Solo una piccola minoranza è totalmente chiusa e contraria, e rifiuta persino di prendere il nostro volantino.
Lo Stand Up for Nuclear è una attività piacevole e gioiosa: lo vivo come un’occasione per comunicare la bellezza del nucleare, con l’energia che solo l’idea del progresso umano può dare.

Simone Arrigoni
Vicenza, Vigevano, Trieste, Pordenone, Cagliari, Gorizia, Udine

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Con i passanti di Firenze abbiamo trovato un’attenzione viva e curiosa per un tema che sta tornando finalmente al centro del dibattito. Molte delle persone che si intrattenevano erano apertamente favorevoli al nucleare o, quantomeno, desiderose di saperne di più, senza troppi pregiudizi. Alcune preoccupazioni sulla sicurezza ci sono ancora, ma oggi i dubbi più frequenti sono relativi ai tempi e ai costi degli impianti, e i timori si fondano sulla presunta incapacità italiana di portare a termine i progetti.
Lo Stand Up for Nuclear è stato anche un’occasione per
fare rete e conoscere cittadini e associazioni che sono pronti a supportare eventi che informino sul tema, senza polarizzazioni. Il nucleare è stato a lungo un tema tabù e spesso le persone sono timorose a esporsi e parlarne.
Molto apprezzato anche il momento di confronto pubblico che ha visto la partecipazione di alcuni rappresentanti delle associazioni promotrici,
 tra cui anche il presidente della sezione toscana di Amici della Terra. L’incontro è stato l’occasione per ripercorrere la storia del nucleare, fare il punto sull’attuale dibattito nazionale e riflettere su ciò che ci attende in futuro. Un modo ideale per chiudere in bellezza la giornata.


Giulia Crivello
Firenze

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Mi aspettavo di dover combattere una battaglia sui dati scientifici, ma la realtà emersa in piazza a Cagliari è stata più complessa: il vero ostacolo non è più l’ignoranza tecnologica, quanto la sfiducia istituzionale.
Specialmente con gli adulti e gli anziani, le obiezioni storiche al nucleare passano in secondo piano rispetto a un’unica e pressante richiesta: la garanzia che questo progetto non diventi l’ennesimo strumento per prendere in giro i cittadini. Il messaggio è chiaro: se il nucleare deve tornare, “deve essere fatto bene”.
Per rispondere a questa radicata sfiducia, mi sono trovato a spiegare quanto il nucleare sia sottoposto a controlli internazionali rigorosi, che rendono la malagestione o le infiltrazioni malavitose praticamente impossibili.
Nel nostro piccolo, come associazione, ci impegniamo inoltre a fare da ponte tra scienza e istituzioni, affinché i propositi di un ritorno del nucleare siano ancorati alle migliori competenze e si basino su presupposti tecnico-scientifici, e non su logiche politiche di breve termine.
Alla richiesta di serietà da parte delle istituzioni, si aggiunge poi quella di un beneficio locale. Molti sardi, memori di infrastrutture impattanti che non hanno portato i benefici sperati, chiedono chiarezza: se un’infrastruttura strategica sarà ospitata sull’Isola, la Sardegna deve beneficiarne, da un punto di vista economico e occupazionale.
È su questo che, a mio avviso, dovrebbe vertere la comunicazione nelle realtà periferiche del Paese, trasformando il timore in un’opportunità concreta di sviluppo e di benessere.


Domenico Fei
Cagliari

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Partecipare agli Stand Up For Nuclear è, prima di tutto, un’attività  divulgativa divertente, ma comporta anche una buona dose di responsabilità.  La soddisfazione più grande arriva quando le persone – anche quelle inizialmente contrarie – lasciano il banchetto non con delle risposte, ma con la curiosità e con la voglia di saperne di più. È bello percepire di aver instillato il dubbio, di aver stimolato le persone a riflettere e a mettere da parte le emozioni, per fondare le proprie decisioni sulla razionalità.

Quando poi si avvicinano i bambini ai nostri banchetti, è sempre una gioia: attratti dai modellini, dai giochi e dagli adesivi, coinvolgono tutta la famiglia, che si intrattiene ad ascoltare e a fare domande. Sono momenti che fanno ben sperare per il futuro e per le nuove generazioni

Lorenzo Attila Sartori
Treviso, Mestre, Venezia, Firenze, Pisa

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Quattro anni fa nessuna città veneta partecipava allo Stand Up for Nuclear: quest’anno, invece, abbiamo battuto ogni record, portando i nostri banchetti in 9 città, grazie ad un team di coordinatori e attivisti affiatato e sempre più numeroso.
Ho realizzato quanto sia importante la nostra azione divulgativa anche per i cittadini già favorevoli al nucleare: fornire loro strumenti e argomentazioni solide  significa aiutarli a rendere la loro opinione più consapevole e matura, e a sostenerla nelle occasioni di confronto. La crescita e il rafforzamento di questo consenso sono fondamentali per sperare che il nostro Paese torni davvero a implementare questa tecnologia. 

Davide Sguazzardo
Vicenza, Bassano, Schio

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Lo Stand Up for Nuclear di Napoli è stata una bella giornata, seppur faticosa, di sensibilizzazione. Tante persone sono ancora vittime di pregiudizi radicati e non sono mancati episodi di rifiuto al confronto.  
Resta però la sensazione positiva lasciata dai tanti che si sono fermati per esprimere apprezzamento e, soprattutto, dalla gioia dei bambini, che ci hanno inondato con la loro curiosità. É soprattutto questo entusiasmo a spingerci per ripetere l’esperienza nei prossimi anni, con la sperenza di coinvolgere anche altre città campane. 

Antonio Maria Schiavo
Napoli

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Partecipare allo Stand Up for Nuclear di Palermo è stata un’esperienza straordinariamente positiva. Abbiamo respirato un clima di entusiasmo e collaborazione: tanti attivisti hanno contribuito con generosità all’allestimento del banchetto e all’organizzazione delle attività, dimostrando quanto forte sia la voglia di fare informazione scientifica e di costruire un dialogo aperto con i cittadini.

Ciò che più mi ha colpito è stata la curiosità dei più giovani: bambini, studenti e famiglie si fermavano con sincero interesse per provare i giochi educativi che avevamo preparato. Vedere i loro occhi illuminarsi davanti a un concetto che prima sembrava lontano o complicato è stata la soddisfazione più grande.

Anche tra gli adulti non sono mancati momenti di confronto sincero e rispettoso: la curiosità e il desiderio di informarsi hanno prevalso sui pregiudizi, la giornata ha lasciato in me la sensazione che qualcosa stia davvero cambiando.

Riccardo Mariscalco
Palermo

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L’avventura dello Stand Up For Nuclear a Genova è nata 3 anni fa e ha potuto contare fin da subito su di un gruppo di collaboratori giovani, preparati ed entusiasti.
Dialogando con le persone abbiamo sperimentato quanto sia fondamentale mantenere un atteggiamento aperto al confronto, e utilizzare un linguaggio semplice, ma allo stesso tempo non banale, che stimoli la curiosità verso un tema spesso percepito come ostico e divisivo.
Il riscontro del pubblico è generalmente positivo e conferma quanto questo tipo di manifestazioni possa supplire ad una carenza informativa, contribuendo a rendere le scelte energetiche più consapevoli, partecipate e meno ideologiche.

Andrea De Felici
Genova, Imperia

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Lo Stand Up for Nuclear si è confermata un’importante occasione di incontro tra le persone e le tecnologie che alimentano le loro vite.
Sebbene il nexus della manifestazione siano le tecnologie nucleari, esse rappresentano soprattutto uno strumento di dialogo per riflettere insieme su un’idea di progresso capace di affrontare le sfide del nostro tempo. Le persone sentono oggi più che mai il bisogno di esprimere la loro idea di futuro, e questo evento ha offerto loro la possibilità di comunicarlo.
Le piazze, da sempre, sono il luogo dove le idee si incontrano, si confrontano e si trasformano in azione: sono il vero motore del progresso.
In un mondo sempre più virtuale, lo Stand Up for Nuclear rappresenta uno spazio concreto e reale in cui le persone possono riappropriarsi del diritto di partecipare attivamente alla costruzione della propria società.
Essere approdati quest’anno anche in Campo Santa Margherita, a Venezia, ha significato riaprire il dialogo tra la tecnologia contemporanea e la storia del nostro territorio. Un rapporto a cui la narrazione odierna ci ha progressivamente disabituati, ma che questo evento prova a ricostruire: un filo tra passato e futuro, tra eredità e progresso.
Siamo chiamati oggi a costruire gli acquedotti romani del nostro tempo.
Come sosteneva l’architetto francese Claude Parent, dobbiamo riallacciare il popolo alla propria industria, e per farlo è necessario riconnettere l’industria alla bellezza.
Lo Stand Up for Nuclear incarna esattamente questa visione: ricostruire il dialogo tra le persone e la loro energia, restituendo alla tecnologia il suo significato più umano e condiviso.


Marco Bonotto
Treviso, Castelfranco Veneto, Mestre e Venezia

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Lo Stand Up for Nuclear 2025 si chiude qui, ma già fervono i preparativi per la prossima edizione. Con la consapevolezza che solo promuovendo una cittadinanza attiva, informata, responsabile e fiduciosa nel progresso tecnologico – e nelle potenzialità del nostro Paese – si possa davvero guardare al futuro con ottimismo.

Articolo pubblicato anche su L’Astrolabio – Newsletter degli Amici della Terra.

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Radiazioni dal dentista: c’è da spaventarsi?

di Massimo Burbi

Dal dentista ho misurato radiazioni 40.000 volte superiori alla “norma”.

Quanto durerebbe uno studio dentistico con una pubblicità del genere?

I fatti: alcuni mesi fa mi sono generosamente offerto di accompagnare qualcuno a fare una radiografia dentale, omettendo di dire che avrei portato con me il mio dosimetro. Assistendo alla scena da circa metro di distanza, sono passato inosservato mentre misuravo un rateo di dose di picco di 868 μSv/h.

E’ tanto? Mettiamo i numeri nel contesto: vivendo in Italia si prende in media dall’ambiente una dose efficace di circa 3.300 μSv in un anno [1], che corrispondono a circa 0.38 μSv/h. Questo numero è la somma di raggi gamma terrestri, raggi cosmici, ingestione di alimenti e soprattutto inalazione di Radon. 868 μSv/h è circa 2.300 volte il rateo di dose medio che un italiano prende dall’ambiente.

Una botta niente male, ma quanto prende il diretto interessato? Per questo ho dovuto uscire allo scoperto e avere la faccia tosta di chiedere: “sareste così gentili da sparare quel fascio di raggi X direttamente sul mio strumento?”

Ho trovato qualcuno che condivideva la mia curiosità e non ha fatto obiezioni. Il dosimetro ha subito iniziato a vibrare, gli allarmi sonori erano disattivati o avrei fatto scappare l’intera sala d’attesa. Un attimo dopo era tutto finito e sul display c’era scritto, in rosso, un rateo di dose di picco di 15.000 μSv/h (15 mSv/h), valore non da prendere alla lettera visto il tipo di misura su una sorgente attiva per pochi decimi di secondo, ma che corrisponde a circa 40.000 volte il rateo di dose medio che prendiamo dall’ambiente, essere esposti ad un rateo di dose simile vorrebbe dire assorbire in meno di un quarto d’ora la dose che normalmente riceviamo dall’ambiente in un anno. Immaginate le ultime frasi scritte in maiuscolo con abbondanza di punti esclamativi per ottenere l’effetto “moriremo tutti”. 

Immagine 1 – Il display del dosimetro Tracerco PED+ dopo la misura. Rateo di dose di picco 15 mSv.

Quindi una banale radiografia è una specie di suicidio assistito?

No, perché fin qui abbiamo commesso lo stesso errore fatto in molti articoli di stampa: il valore di picco, da solo, ci dice poco, conta la dose accumulata, che dipende anche dal tempo di esposizione. E’ la stessa differenza che c’è tra velocità massima e distanza percorsa: puoi viaggiare sparato su un razzo che va 1000 km/h, ma se ti fermi senza carburante dopo 10 secondi avrai percorso meno di 3 km. Qualcuno che si è incamminato a piedi, con passo mediamente spedito, avrà fatto più strada di te in poco più di mezz’ora.

Immagine 2 – Andamento della dose accumulata durante le varie fasi della radiografia, si nota un primo picco di radiazione diffusa in corrispondenza della radiografia misurata a circa 1 metro di distanza. Il secondo picco è invece relativo al fascio indirizzato direttamente sul dosimetro

Nel caso della seconda radiografia, quella presa direttamente dallo strumento, il dosimetro ha misurato quel livello di radiazioni per pochi decimi di secondo, accumulando una dose di appena 3.96 μSv, la stessa che si prende a terra in circa 10 ore [2] e su un volo di linea in meno di un’ora [3]. Messa così non fa più tanta paura. Oltretutto il fondo ambientale è uniforme su tutto il corpo (anche se identici livelli di radiazioni provocano effetti diversi su organi diversi [4)], mentre in una radiografia l’esposizione è concentrata in una sola zona e diminuisce rapidamente con la distanza [5].

Immagine 3 – La strumentazione utilizzata per la radiografia

Conclusione: le radiazioni possono uccidere, ma titoli su radiazioni 10 o 20 volte superiori alla “norma”, che magari durano lo spazio di poche ore, sono buoni per acchiappare click, ma non devono terrorizzarci, se prima non conosciamo l’estensione di queste radiazioni nello spazio e nel tempo. Anche un valore 40.000 superiore alla “norma” può essere innocuo se l’esposizione è abbastanza breve e circoscritta.

Tutto questo al netto dell’inevitabile margine di errore dello strumento, viste le modalità di misura e la brevissima durata dell’evento, che suggeriscono di ribadire che il valore di picco rilevato non va preso alla lettera.

P.S. in un paese sviluppato una persona prende in media circa 1.000 μSv/anno per esposizioni mediche [6].

P.P.S. I tipici valori di dose efficace per una radiografia intraorale vanno da 1 a 8 μSv [7], la misura presentata in questo post quindi, con tutti i suoi limiti, è ben all’interno del range.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

[1] [2] [6] http://www.fisicaweb.org/doc/radioattivita/geiger%20muller/taratura.pdf?fbclid=IwAR2IO_2_yGHZkL1lcd42Q_p6T9nWzr-pc-VE0Z0Ud1OrBI2Zu5GvV1QinoI

[3] https://www.unscear.org/unscear/uploads/documents/unscear-reports/UNSCEAR_2000_Report_Vol.I.pdf?fbclid=IwY2xjawKL8nVleHRuA2FlbQIxMAABHqC_mCJnLpfZxMdMMzzBgjB_X71nUbkzRe3QEC6YKYjdogMCzzGZhGqXcuvz_aem_3SFz-ipk1Rn18IsrCkA5Pg

[4] https://ec.europa.eu/health/scientific_committees/opinions_layman/security-scanners/en/figtableboxes/tissue-weighting-factors.htm

[5] https://howradiologyworks.com/inverse-square-law-in-radiography-sid-impact-to-mas/

[7] https://www.iaea.org/resources/rpop/health-professionals/dentistry/radiation-doses

Comunicato stampa: Stand Up for Nuclear – Settima Edizione

Zero emissioni, infinite ambizioni – il nucleare per le prossime generazioni

Tra settembre e ottobre 2025 si svolgerà in 39 città italiane lo Stand Up for Nuclear, una manifestazione nata per promuovere presso l’opinione pubblica i benefici delle tecnologie nucleari civili in ambito energetico, medico-diagnostico, alimentare, industriale e nella ricerca scientifica.
L’iniziativa è promossa a livello mondiale da una rete di associazioni e organizzazioni no-profit indipendenti, che negli anni è arrivata a mobilitare cittadini nelle piazze di oltre 30 nazioni. 
In Italia la manifestazione, giunta quest’anno alla settima edizione, è promossa dal Comitato Nucleare e Ragione, in collaborazione con Amici della Terra, Giovani Blu, Liberi Oltre le Illusioni, Riforma e Progresso e Women in Nuclear Italy
La ridotta sicurezza degli approvvigionamenti energetici, aggravata dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, e l’urgenza di decarbonizzare i consumi per fare fronte alla crisi climatica hanno portato una rinnovata attenzione per l’energia nucleare, come confermato anche dalla recente decisione della Banca Mondiale di tornare a finanziare progetti di nucleare civile nei Paesi in via di sviluppo [8]. L’interesse cresce anche nel nostro continente: la Commissione Europea ha stimato la necessità di investimenti fino a 241 miliardi di euro nel settore, per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione entro il 2050.
Anche l’Italia si avvia a riconsiderare il nucleare tramite diverse iniziative istituzionali. Tra queste il disegno di legge delega finalizzato a definire un nuovo quadro normativo, per il quale la Conferenza Unificata ha dato lo scorso luglio un primo parere positivo.
Tuttavia, l’opinione pubblica, soggetta per decenni a un dibattito spesso polarizzato, continua a nutrire forti dubbi nei confronti del nucleare. 
La manifestazione Stand Up for Nuclear si pone l’obiettivo di fornire informazioni equilibrate e oggettive, affinché i cittadini possano costruirsi un’opinione informata e consapevole sul tema.


Lo Stand Up for Nuclear si svolgerà nelle seguenti date e città:

7/9/2025: Vicenza
13/9/2025: Bassano del Grappa
20/9/2025: Como, Grosseto, Treviso
21/9/2025: Castelfranco Veneto, Vigevano
26/9/2025: Pavia
27/9/2025: Brescia, Firenze, Lecco, Piacenza
28/9/2025: Alessandria, Pisa
4/10/2025: Bari, Genova, Perugia, Trieste, Venezia
5/10/2025: Foligno, Mestre, Trieste
11/10/2025: Acireale, Imperia, Milano, Padova, Pordenone, Roma, Torino, Verona
12/10/2025: Roma, Torino, Verona
18/10/2025: Cagliari, Catania, Napoli
19/10/2025: Bologna, Napoli
25/10/2025: Ferrara, Gorizia, Palermo, Schio, Trento
26/10/2025: Schio, Udine

Per maggiori informazioni:

info@nucleareeragione.org
Web: standupfornuclear.orghttps://nucleareeragione.org/sufn/


Organizzatori e promotori:

Il Comitato Nucleare e Ragione è un’associazione culturale, fondata nel 2011, che si occupa di divulgazione scientifica in campo energetico. Ne fanno parte tecnici, ricercatori, professori, studenti, cittadini appassionati. La missione del Comitato è informare in modo oggettivo, rigoroso e scientificamente accurato sui pregi e i difetti delle diverse fonti energetiche, al fine di promuovere il raggiungimento di un’equilibrata strategia di approvvigionamento energetico della quale i cittadini siano resi partecipi e consapevoli. 

Amici della Terra è un’associazione ambientalista riconosciuta dal Ministero dell’Ambiente con l’obiettivo di promuovere politiche e comportamenti orientati alla protezione dell’ambiente e allo sviluppo sostenibile. L’Associazione si distingue da 47 anni per un approccio razionale ai problemi, non dogmatico, libero da pregiudizi ideologici e da interessi particolari. E’ indipendente da parti politiche, è capace di individuare e sostenere azioni positive e riforme, promuove una cultura istituzionale, riformista, responsabile.

GiovaniBlu è un progetto di divulgazione scientifica rivolto alle nuove generazioni, con l’obiettivo di diffondere cultura scientifica e informare riguardo la transizione energetica e l’energia nucleare. Il progetto si impegna a contrastare la disinformazione, promuovendo un dialogo informato e razionale. Giovani Blu vuole stimolare consapevolezza e responsabilità ambientale, sostenendo il nucleare come tecnologia chiave per una transizione energetica efficace e a basso impatto ambientale. Il gruppo coinvolge giovani esperti e appassionati che operano con rigore scientifico e passione nella divulgazione

Liberi, Oltre le Illusioni APS è un’associazione culturale che si occupa di divulgazione scientifica nelle discipline economiche, storiche e in generale delle scienze sociali. Nata come associazione nel 2021 e iscritta al Registro del Terzo Settore organizza convegni e dibattiti sulle principali piattaforme social e nelle università italiane ed europee. E’ indipendente, apartitica e aconfessionale promuovendo un approccio basato sul metodo scientifico e sull’analisi dei dati.

Riforma e Progresso APS è un’associazione che mira a far riscoprire ai cittadini italiani la partecipazione attiva alla vita sociale, la necessità di informarsi su un mondo che cambia ogni giorno, l’importanza di promuovere il cambiamento verso una società migliore. Dal 2023 lavora instancabilmente per promuovere una cultura della formazione, dell’informazione e dell’uso del metodo scientifico.

WiN Italy è un’associazione nata nel 2023 come filiale di Women in Nuclear Global, un’organizzazione che conta oltre 35.000 membri in più di 145 Paesi. WiN Italy nasce con lo scopo di far conoscere il mondo del nucleare e delle radiazioni, dando voce in Italia alle donne del settore in ambito scientifico, sensibilizzando l’opinione pubblica e promuovendo lo sviluppo della diversità e dell’equilibrio di genere nelle professioni nucleari.

Visita al LENA di Pavia: conoscere da vicino la ricerca nucleare italiana

di Francesco Bussola

Il 2 Luglio 2025, un gruppo di soci del Comitato Nucleare e Ragione ha visitato il Centro di Ricerca LENA (Laboratorio Energia Nucleare Applicata) dell’Università di Pavia, sede del reattore di ricerca Triga Mark II. La visita è rientrata tra le iniziative promosse dal Comitato per favorire la conoscenza diretta delle infrastrutture nucleari italiane e delle molteplici applicazioni civili dell’energia nucleare.

All’ingresso del Centro ci hanno accolto con grande disponibilità e cortesia il direttore del LENA, dott. Andrea Salvini, e il dott. Gabriele Malinverni. A farci da guida era il dott. Andrea Gandini, che ha illustrato la storia e le attività del Centro e ci ha accompagnati nella visita al reattore e alla sala di controllo. Il gruppo di partecipanti era composto da circa venti soci.

Il LENA: un centro al servizio della ricerca, della formazione e dell’innovazione

Il Laboratorio Energia Nucleare Applicata è un Centro Servizi Interdipartimentale dell’Università degli Studi di Pavia e gestisce il reattore nucleare Triga Mark II – un reattore ad acqua leggera progettato e costruito dalla General Atomics. Il centro ospita inoltre un ciclotrone, impiegato per finalità didattiche e di ricerca. Queste infrastrutture sono messe a disposizione di ricercatori dell’Ateneo e di altri enti pubblici e privati per attività di ricerca applicata, didattica e trasferimento tecnologico.

La costruzione del reattore iniziò nel 1964 e la sua prima criticità fu registrata il 15 novembre 1965. Da allora, il reattore ha operato alla massima potenza di 250 kW per circa 35.000 ore complessive. Le barre di combustibile sono ancora quelle originali del 1965 e il consumo totale di uranio-235 in quasi cinquant’anni di attività è stato pari a circa 400 grammi.

Durante la visita abbiamo potuto osservare direttamente gli elementi di combustibile, ispezionabile dalla sommità del reattore, il riflettore, il portacampioni rotante, la grafite della colonna termica e uno dei canali orizzontali di irraggiamento recentemente progettati.

La visita ha intrecciato spiegazioni tecniche, storia operativa e applicazioni scientifiche del reattore. Abbiamo iniziato dalla sala di controllo, che conserva ancora l’impostazione originale del 1965, arricchita nel tempo da aggiornamenti ai pannelli e ai sistemi di monitoraggio. Questo ambiente, sobrio e funzionale, racconta più di ogni parola la continuità storica e l’affidabilità dell’impianto.

La tappa più suggestiva è stata senza dubbio l’affaccio sulla piscina del reattore. Con la vasca aperta e l’impianto spento, abbiamo potuto osservare dall’alto le barre di combustibile immerse, insieme ai materiali irraggiati posizionati nei pozzi di raffreddamento. Ci è stato spiegato che il reattore è dotato di diversi canali di irraggiamento che permettono, ad esempio, di esporre tessuti biologici a flussi neutronici controllati per studiarne il comportamento: una tecnica preziosa in ambito medico e radiobiologico.

Nel centro, inoltre, si producono radioisotopi a scopo sanitario, tra cui l’Argento-111, il Palladio-109 e il Boro-11, quest’ultimo oggetto di ricerca nell’ambito della terapia BNCT. Le collaborazioni scientifiche del LENA spaziano dall’INFN a Euratom, a conferma del suo ruolo strategico a livello nazionale e internazionale.

Non è mancata una riflessione sulla sicurezza. Al LENA si svolgono periodicamente simulazioni di allarme nucleare, non solo per preparare il personale a scenari emergenziali specifici, ma anche per rafforzare le competenze nella gestione di situazioni critiche in generale, come piccoli incendi o incidenti tecnici. È un ulteriore esempio di come una struttura di ricerca possa coniugare responsabilità e innovazione.

Le attività del LENA contribuiscono in modo diretto alla ricerca medica, alla sicurezza nucleare e alla formazione di operatori qualificati, costituendo un patrimonio scientifico strategico per il Paese. Vanno inoltre lodati per il loro impegno divulgativo: il Centro accoglie ogni anno migliaia di visitatori, tra cui gruppi scolastici, studenti universitari e semplici cittadini, oltre che realtà come la nostra. La corretta e trasparente comunicazione delle attività di ricerca in ambito nucleare rappresenta un valore aggiunto per la comunità scientifica e per la cittadinanza nel suo complesso.

La visita al LENA dimostra che il nucleare in Italia è anche ricerca, salute, formazione e innovazione tecnologica. In un momento in cui si torna a parlare di nucleare, è fondamentale valorizzare i centri che da decenni operano con competenza e continuità.

Ringraziamo lo staff del LENA per l’accoglienza e la disponibilità dimostrata. Esperienze come questa rafforzano il ruolo del Comitato Nucleare e Ragione nel promuovere un confronto informato, concreto e appassionato sul presente e sul futuro dell’energia nucleare in Italia.

Il Comitato Nucleare e Ragione aderisce al Manifesto della comunicazione non ostile

La nostra associazione, fin dal suo atto fondativo, ha sempre cercato di promuovere una attività comunicativa, oltre che rigorosamente scientifica, anche impostata sul dialogo, sull’ascolto e sul confronto. 
Ne abbiamo fatto un tratto distintivo e qualificante, consapevoli di muoverci in un terreno scivoloso e sfidante: il tema dell’energia nucleare tocca infatti corde emotive particolarmente sensibili ed è sempre stato storicamente percepito come divisivo e polarizzante. Questo ha reso spesso molto difficile, in determinati contesti, proporre occasioni informative che uscissero dallo schema “favorevoli e contrari” e che riconoscessero la possibilità di un avvicinamento o persino di una integrazione costruttiva delle posizioni, piuttosto che una loro radicalizzazione. Un processo possibile solo grazie all’ascolto reciproco e all’accettazione della legittimità di punti di vista diversi.
L’ambiente dei social network, in cui l’engagement del pubblico è spesso facilitato dall’innalzamento dei toni e dall’amplificazione delle divergenze, rappresenta una sfida ancora più grande per chi come noi ritiene cruciale instaurare forme di comunicazione più dialoganti.
Con questa consapevolezza, nel corso dell’ultima assemblea i soci hanno approvato a larghissima maggioranza l’adesione al Manifesto della Comunicazione non Ostile, in particolare nella sua declinazione “Per la Scienza, e che abbiamo il piacere di condividere qui di seguito.

Il Manifesto della Comunicazione non Ostile è stato elaborato dall’Associazione Parole Ostili, con lo scopo di responsabilizzare gli utenti a scegliere con cura le parole, partendo dal presupposto che in particolare i social network, pur essendo luoghi virtuali, non sono un porto franco, ma il centro in cui si incontrano persone reali.
Noi ci impegniamo a fare la nostra parte, con coerenza e continuità. Vi invitiamo a conoscere meglio il progetto e a condividere questi valori, perché le parole – anche nel dibattito scientifico – contano.

1. Virtuale è reale.

Motivo le mie affermazioni in rete così come farei di persona. Diffondo solo risultati certi e verificati. Rispetto il mio pubblico, e calibro le spiegazioni per farmi capire.

2. Si è ciò che si comunica

Etica e metodo scientifico mi guidano nel comunicare. Parlo solo di quello che ho studiato e meditato. Divulgando non mostro me stesso, ma la bellezza della scienza

3. Le parole danno forma al pensiero

Scelgo parole ed esempi che possano trasmettere concetti complicati in modo limpido. Valorizzo razionalità e pensiero critico, ma considero anche il lato umano.

4. Prima di parlare bisogna ascoltare

La scienza progredisce grazie al confronto rispettoso, aperto a critiche oneste, costruttivo. Dico sì all’argomentare autorevole, no a quello autoritario o dogmatico.

5. Le parole sono un ponte

Comunico in modo amichevole, evitando sia la banalizzazione, sia i tecnicismi inutili. La scienza parla un linguaggio di pace, che accoglie, avvicina, include, fa crescere.

6. Le parole hanno conseguenze

So che il mio parere influenza chi mi ascolta, e parlo in modo chiaro, responsabile e veritiero. Evito di creare illusioni, do spazio all’empatia. Se posso, alla speranza.

7. Condividere è una responsabilità

La verifica dei fatti è cruciale: esamino fonti, teorie e dati prima di diffonderli. So che condividere i metodi e i risultati ottenuti è un diritto e un dovere verso la comunità.

8. Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare

La scienza progredisce anche riconoscendo e correggendo i propri errori: perciò il cuore della scienza è il dibattito fatto di apertura mentale, rispetto, interdisciplinarità.

9. Gli insulti non sono argomenti

Non ricorro mai agli insulti e all’aggressività, che impedisce il produttivo confronto fra idee, mortifica la scienza e può arrivare a screditare anche una tesi in sé giusta.

10. Anche il silenzio comunica

Se non sono competente di un tema non ne parlo. Se c’è incertezza o discordanza su una questione, dico “non so”. Se il rischio è ingigantire polemiche sterili, taccio.

L’atomo iraniano: panoramica e conseguenze di un attacco militare

di Martina Gallarati

In tempo di guerra le notizie corrono veloci e, soprattutto quando coinvolgono temi complessi e delicati come il nucleare, possono confonderci e alimentare i nostri timori.
I drammatici eventi di attualità, in particolare, hanno sicuramente portato molti di voi a domandarsi quali possano essere le conseguenze di un attacco militare ai danni di un’installazione nucleare.
In questo articolo proviamo a dare una risposta riferendoci, nella fattispecie, agli eventi che hanno coinvolto gli impianti nucleari dell’Iran. Per farlo, occorre innanzitutto precisare che le installazioni nucleari possono essere molto diverse le une dalle altre, e di conseguenza gli effetti che un attacco militare può comportare su di esse. Pertanto, dobbiamo cominciare dal principio: puntiamo lo sguardo dritto su questo territorio che di nucleare ha tanto da raccontare e cominciamo con il delinearne la geografia. 

Installazioni nucleari iraniane

L’Iran conta sul proprio territorio diversi siti nucleari che ospitano impianti e installazioni differenti. Si precisa che la panoramica che viene qui fornita non intende essere esaustiva; si concentrerà piuttosto sulle installazioni rappresentative di ciascuna tipologia, con una menzione a tutte quelle che sono state oggetto di attacchi militari. Per semplicità, in base alla loro funzione, possiamo quindi raggruppare i siti nucleari iraniani nelle seguenti categorie:

  • Impianti per l’arricchimento dell’uranio;
  • Centrali nucleari, che ospitano i reattori nucleari per la produzione di energia;
  • Installazioni di ricerca, tra le quali vi sono i reattori di ricerca. 
Figura 1 – Principali siti nucleari in Iran
Credits: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/i-siti-nucleari-di-teheran-29044

Impianti per l’arricchimento dell’uranio

Come abbiamo spiegato in un precedente articolo, un impianto per l’arricchimento dell’uranio ha l’obiettivo di incrementare la concentrazione dell’isotopo 235 dell’uranio al fine di renderlo ottimale come combustibile nei reattori nucleari ad uso civile, e per farlo si avvale di un sistema di centrifughe “a cascata”. Al crescere della percentuale di arricchimento, tuttavia, l’uranio si rende adatto anche al suo potenziale utilizzo militare. In Iran sono tre i principali siti che ospitano e trattano materiale nucleare nella forma di uranio arricchito in percentuali diverse: Natanz, Fordow e da ultimo Isfahan.
Una precisazione: il sito di Isfahan non rientra strettamente in questa categoria di impianti, ma (come vedremo nel seguito) viene inserito qui perché ospita varie installazioni a supporto della lavorazione dell’uranio per il successivo trattamento di arricchimento.

Il sito di Natanz ospita due impianti: un impianto di arricchimento del combustibile e un impianto pilota di arricchimento, comprensivo di una parte in superficie e di una parte sotterranea. Entrambi gli impianti hanno subito degli attacchi durante il più recente conflitto, che hanno comportato nell’installazione principale la distruzione dell’infrastruttura elettrica e il parziale danneggiamento delle gallerie che ospitano le centrifughe mentre, nell’impianto pilota, il danneggiamento in misura maggiore in superficie.
A seguito degli attacchi al sito di Natanz, non è stato registrato un aumento del livello di radioattività nelle aree limitrofe. Se quindi all’esterno dell’installazione si può escludere un impatto radiologico sulla popolazione (l’“effetto” che le radiazioni hanno sull’uomo) così come sull’ambiente, all’interno del sito la situazione potrebbe essere diversa. Infatti, un attacco che comporta il danneggiamento dell’integrità di un impianto può determinare, a livello locale, la perdita del confinamento di materiale nucleare. Nella fattispecie, la dispersione di uranio nel sito con conseguente contaminazione sia radiologica che chimica.
Proviamo a capirci qualcosa in più. Innanzitutto, sappiamo che un impianto di arricchimento processa uranio parte di un composto in forma gassosa (esafluoruro di Uranio o UF6). Questa sostanza rappresenta un pericolo per la salute dell’uomo da due punti di vista:

  • Dal punto di vista chimico; i composti dell’uranio, infatti, sono tossici. 
  • Dal punto di vista radiologico; l’uranio è un elemento radioattivo, questo significa che il suo nucleo è instabile e, per raggiungere uno stato di maggiore “equilibrio”, decade. Decadere significa trasformarsi, e durante questa trasformazione si possono liberare anche delle particelle. L’uranio è principalmente un emettitore alfa perché quando decade emette le cosiddette particelle alfa (nuclei di Elio costituiti da due protoni e due neutroni), che sono particolarmente pericolose per l’uomo se inalate o ingerite. 

Fordow è il secondo impianto di arricchimento, dopo quello di Natanz, ed è stato costruito in profondità, dove ospita il complesso sistema di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. L’installazione ha subito due attacchi sulle cui conseguenze non abbiamo, al momento, informazioni attendibili, ma poiché le centrifughe sono delicate, è ragionevole attendersi un danneggiamento non trascurabile.

Infine, Isfahan è un sito che ospita numerose installazioni nucleari anche di ricerca. Ci concentriamo su quelle che sono state oggetto degli attacchi delle scorse settimane.
Il primo è un impianto per la conversione dell’uranio, con la funzione di trasformare l’uranio concentrato dopo l’estrazione mineraria in esafluoruro di uranio UF6 per il successivo arricchimento. La seconda è un’installazione per la realizzazione delle centrifughe, anch’essa sottoposta ad attacco militare ma, dato il suo scopo, priva di materiale nucleare. Sono state oggetto di attacco militare altre installazioni che sorgono presso il sito, tra cui ci limiteremo a citare: un laboratorio chimico, un impianto per la fabbricazione del combustibile e una facility per la lavorazione dell’uranio in forma metallica, quest’ultima in costruzione.
Anche presso il sito di Isfahan non è stato registrato un aumento del livello di radioattività esterna. Il principale pericolo rimane, come nei precedenti impianti, la tossicità chimica negli ambienti colpiti che detengono uranio.

Centrali nucleari

L’obiettivo di una centrale nucleare è quello di produrre energia elettrica. Bushehr sorge sul Golfo Persico, a circa 1000 km a sud di Teheran e si tratta dell’unica centrale nucleare in operazione in Iran. Il reattore è della tipologia ad acqua pressurizzata e a uranio a basso arricchimento (tra il 3% e il 5%) dal design VVER-1000 sviluppato in Russia. L’unità in operazione è in grado di erogare una potenza elettrica pari a 915 MW e ad oggi copre circa il 2% del fabbisogno nazionale. La sua costruzione iniziò nel 1975 ad opera di una compagnia tedesca e subì una battuta d’arresto con la rivoluzione islamica in Iran e con il successivo conflitto Iran-Iraq.
Solo nel 1995 fu infine siglato un contratto con la Russia per la finalizzazione della costruzione del reattore. Il reattore fu agganciato alla rete (vale a dire, messo in funzione) nel 2011, iniziando ufficialmente a produrre energia elettrica. Fortunatamente, durante il più recente conflitto la centrale nucleare non è stata oggetto di attacchi.
È importante sottolineare che le conseguenze, nell’ipotesi di un attacco, sarebbero state le più severe perché l’impianto è in funzione e per sua natura ospita elevate quantità di materiale nucleare e contempla un vasto inventario di elementi radioattivi, in forma diversa.  

Figura 2 – Centrale nucleare di Bushehr
Credits: https://world-nuclear-news.org/Articles/Bushehr-reaches-full-capacity

In generale, dunque, colpire un impianto nucleare in operazione rappresenta un pericolo perché, nell’ipotesi in cui fallissero tutti i sistemi a protezione del materiale nucleare, potrebbe causare il rilascio di radioattività in ambiente.
È opportuno sottolineare, tuttavia, che una centrale nucleare è progettata al fine di contenere l’eventuale fuga di materiale radioattivo in caso di incidente severo, e per farlo si avvale di una serie di barriere “a matrioska”: la prima è il pellet di combustibile, che confina i prodotti di fissione una volta generati; la seconda è la barra di combustibile, rivestita in lega di Zirconio (un materiale particolarmente resistente) che contiene i pellet. Le barre di combustibile si trovano a loro volta all’interno del vessel, un recipiente in acciaio che funge da terza barriera. Infine, il vessel è collocato all’interno dell’edificio reattore, un edificio di contenimento in cemento rivestito di acciaio, che contiene inoltre il circuito primario.
Prima che si verifichi un rilascio di radioattività, dunque, è necessario che siano penetrati tutti i layers sopra menzionati. A questo proposito, come anticipato, il reattore della centrale nucleare di Bushehr è di tipo VVER-1000, dal design e dalle caratteristiche paragonabili a quelle dei reattori di tecnologia occidentale attualmente in funzionamento in molti paesi. . 

Infine, un altro conflitto purtroppo ancora in atto – quello russo-ucraino – ci ricorda che, se non è possibile scongiurare l’attacco militare, è comunque possibile mettere in condizioni di maggiore sicurezza un reattore nucleare: tutti e sei i reattori della centrale nucleare di Zaporizhzhya sono stati da molto tempo posti in stato di spegnimento a freddo (il cosiddetto “cold shutdown”). Il termine si riferisce all’operazione di riduzione della temperatura interna del reattore, ad opera di un opportuno sistema di raffreddamento, che lo porta gradualmente a pressione atmosferica e ad una temperatura inferiore ai 200 gradi Fahrenheit (pari a circa 93 gradi Celsius). Effettuare questa operazione fa sì che, anche in caso di temporanea assenza di elettricità causata, ad esempio, da un attacco ai sistemi elettrici della centrale, il reattore sia già in parte raffreddato, fornendo un intervallo temporale più ampio per intervenire rispetto al rischio di surriscaldamento. La de-pressurizzazione dei circuiti, inoltre, riduce l’energia immagazzinata nell’impianto aumentando ulteriormente i margini di sicurezza. 

Reattori di ricerca

Un reattore di ricerca non ha l’obiettivo di produrre energia, bensì di produrre neutroni. I neutroni, poi, possono essere utilizzati per un’infinità di applicazioni: degli esempi ne sono i test di irraggiamento sui materiali o la produzione di isotopi per uso medico e industriale. Presso il centro di ricerca di Teheran è presente un reattore di ricerca in operazione, anch’esso fortunatamente non oggetto di attacco militare. Tuttavia, se fosse stato colpito, anche in questo caso ci sarebbero potute essere conseguenze in termini di potenziale rilascio di radioattività nell’ambiente. Altri reattori di ricerca sono presenti, come già anticipato, presso il sito di Isfahan. L’Iran ha anche un altro reattore di ricerca in costruzione ad Arak, chiamato IR-40. Si tratta di un reattore di ricerca ad acqua pesante, che per funzionare utilizza uranio naturale (non arricchito) e acqua pesante. L’acqua pesante è acqua come la conosciamo noi, ma con una piccola differenza. Ricordate gli isotopi? Ebbene, l’acqua pesante è costituita da molecole che anziché contenere idrogeno, contengono il deuterio (l’isotopo dell’idrogeno che ha, in più rispetto a questo, un neutrone). Il reattore è stato danneggiato durante l’attacco militare, ma non ci sono conseguenze in termini di rilascio di radioattività perché risulta attualmente ancora in costruzione e dunque non contiene materiale nucleare. 

Figura 3 – Reattori di ricerca ad acqua
Credits: https://www.iaea.org/newscenter/news/improving-safe-and-efficient-use-research-reactors-iaea-conference-address-challenges-and-ways-forward

L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA)

L’attacco ad un’installazione nucleare può generare una perdita del confinamento di materiale radioattivo e dunque rappresenta sempre un pericolo. Le immagini satellitari ci mostrano l’effetto degli attacchi anche se né l’effettiva operabilità degli impianti né lo stato radiologico delle aree possono, per il momento, essere definiti con certezza.
In questo contesto, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), che ha l’obiettivo primario di promuovere l’utilizzo pacifico del nucleare, ha seguito attentamente la vicenda, fornendo continui aggiornamenti sulla situazione. 
A questo proposito, concludiamo proprio con una considerazione del direttore generale della IAEA, Rafael Grossi, con l’augurio che possa farci riflettere.

“Our shared mission of Atoms for Peace is a noble one. It has saved millions of lives and livelihoods. Together we have done so much to maximise the life-affirming power of the atom and minimize its destructive potential. Yes, there are differences. Yes, we may not agree on the reasons behind and even the consequences of the current crisis. But there is a common denominator that exists: First, we don’t want to see a nuclear accident; second, we don’t want to see more nuclear weapon states in the world. And yes, we have this institution, the IAEA, through which to work professionally and constructively towards this end. This is a precious foundation on which we can build trust”.

[https://www.iaea.org/newscenter/statements/iaea-director-generals-introductory-statement-to-the-board-of-governors-23-june-2025]

[Tradotto] La nostra missione condivisa di Atomi per la Pace è nobile. Ha salvato milioni di vite […]. Insieme abbiamo fatto tanto per massimizzare il potere dell’atomo di affermare la vita e minimizzato il suo potenziale distruttivo. Sì, ci sono delle differenze. Sì, possiamo non concordare sulle ragioni e neppure sulle conseguenze della crisi attuale. Ma esiste un comune denominatore: primo, non vogliamo assistere ad un incidente nucleare; secondo, non vogliamo vedere altri stati dotati di arma atomica nel mondo. Abbiamo un’istituzione, la IAEA, attraverso la quale lavorare professionalmente e costruttivamente verso l’obiettivo. Questa rappresenta una base preziosa sulla quale possiamo costruire fiducia reciproca.

Nota:

Per approfondire maggiormente la storia del nucleare iraniano dagli albori fino agli accordi del 2015, rimandiamo alla nostra serie di articoli pubblicati quell’anno e disponibili ai link riportati qui di seguito.
Prima parte:
https://nucleareeragione.org/2015/08/24/due-parole-sulla-questione-iraniana/
Seconda parte:
https://nucleareeragione.org/2015/08/28/due-parole-sulla-questione-iraniana-2/
Terza parte:
https://nucleareeragione.org/2015/08/31/due-parole-sulla-questione-iraniana-3/
Quarta parte:
https://nucleareeragione.org/2015/09/02/due-parole-sulla-questione-iraniana-4/
Quinta parte:
https://nucleareeragione.org/2015/09/04/due-parole-sulla-questione-iraniana-5/

Fonti:

https://www.iaea.org/newscenter/pressreleases/update-on-developments-in-iran

https://www.iaea.org/newscenter/pressreleases/update-on-developments-in-iran-2

https://www.iaea.org/newscenter/pressreleases/update-on-developments-in-iran-3

https://www.iaea.org/newscenter/pressreleases/update-on-developments-in-iran-4

https://www.iaea.org/newscenter/pressreleases/update-on-developments-in-iran-5

https://www.iaea.org/newscenter/pressreleases/update-on-developments-in-iran-6

https://www.iaea.org/newscenter/pressreleases/update-on-developments-in-iran-7

https://www.iaea.org/newscenter/statements/iaea-director-generals-introductory-statement-to-the-board-of-governors-16-june-2025

https://www.iaea.org/newscenter/statements/iaea-director-general-grossis-statement-to-unsc-on-situation-in-iran-20-june-2025

https://www.iaea.org/newscenter/statements/iaea-director-general-grossis-statement-to-unsc-on-situation-in-iran-22-june-2025

https://www.iaea.org/newscenter/statements/iaea-director-generals-introductory-statement-to-the-board-of-governors-23-june-2025

https://pris.iaea.org/pris/home.aspx

https://nucleus.iaea.org/rrdb/home

https://world-nuclear.org/information-library/country-profiles/countries-g-n/iran

Manuale per aspiranti criminali nucleari

La ricetta per la bomba perfetta, e perché è meglio dedicarsi alle torte, quelle vere


Aggiornamento 22/7/2025: abbiamo pubblicato sul nostro canale Instagram alcuni quiz sulle tematiche trattate da questo articolo. Trovate i quesiti e le relative risposte in coda all’articolo.



di Martina Gallarati

Realizzare un’arma nucleare non è affatto un gioco da ragazzi: richiede infatti conoscenze approfondite e sforzi tecnologici ed economici non indifferenti. Non è difficile, tuttavia, identificare gli elementi fondamentali che concorrono al criminoso processo e per farci un’idea possiamo avvalerci di un’analogia proveniente da un mondo più vicino al nostro e che senza dubbio ci sta a cuore: quello culinario. 

Chi ama dilettarsi in cucina sa che per ottenere la ricetta perfetta vi sono tre elementi fondamentali di cui non si può fare a meno: gli ingredienti migliori, le giuste quantità e, non da ultimo, gli utensili opportuni. Se uno dei fattori menzionati viene a mancare, le probabilità che la ricetta risulti riuscita sono piuttosto scarse (a meno che la lunga esperienza non ci abbia reso degli ottimi cuochi). Ebbene, anche se può sembrare bizzarro paragonare una torta ad un’arma nucleare, se volessimo realizzare quest’ultima (ma non lo vogliamo fare, naturalmente!) tre sono gli elementi imprescindibili di cui avremmo bisogno: l’ingrediente fondamentale (l’uranio 235 – nel seguito U-235 o in alternativa il plutonio 239 – nel seguito Pu-239), la giusta quantità (la cosiddetta massa critica) e la tecnologia necessaria per realizzarla (nel caso dell’U-235 ci servirebbero le centrifughe a gas, nel caso del Pu-239 avremmo invece bisogno di un particolare reattore nucleare). Siamo dunque pronti ad entrare nel dettaglio della nostra ricetta nucleare, ma prima una precisazione.

Che cos’è un’arma nucleare?

Con il termine arma nucleare ci si riferisce a tutti quegli ordigni che sfruttano reazioni nucleari (qui ci concentreremo sulla bomba atomica, che sfrutta una reazione di fissione nucleare) per innescare un’esplosione. Le reazioni nucleari, infatti, sono reazioni a catena che comportano la liberazione di una grandissima quantità di energia. E quando si parla di fissione, non possiamo fare a meno di citare i due elementi protagonisti di questa reazione nucleare: l’uranio e il plutonio. 

Uranio 235

L’uranio è un elemento abbondantemente presente in natura, lo si può trovare nelle rocce e nei mari e viene utilizzato soprattutto per realizzare il combustibile che alimenta i reattori nucleari. A tal fine, viene estratto come minerale e poi lavorato a formare quello che gli addetti ai lavori chiamano informalmente “yellowcake” per via della sua colorazione giallo accesa (vi avevo detto che l’analogia calzava a pennello!). Il prodotto finale è una miscela di ossidi di uranio, principalmente nella forma U3O8.

Figura 1 – Yellowcake.
Credits: https://www.yellowcakeplc.com/

Avviciniamoci ora a un po’ di fisica atomica. L’uranio, così come tutti gli altri elementi, è presente in natura in diverse “forme” che chiamiamo isotopi: due isotopi di uno stesso elemento hanno nel nucleo lo stesso numero di protoni ma un differente numero di neutroni. Minuscole particelle prive di carica all’interno di un nucleo, a sua volta contenuto in un piccolissimo atomo: una differenza che potrebbe apparire marginale. Eppure, cambia tutto: due isotopi dello stesso elemento si comportano allo stesso modo da un punto di vista chimico, ma possono avere grandi differenze dal punto di vista fisico-nucleare, come vedremo a breve. L’uranio ha due principali isotopi: l’uranio 238 (molto abbondante, infatti costituisce più del 99% dell’uranio presente in natura, con 92 protoni e 146 neutroni) e l’uranio 235 (meno dell’1% dell’uranio presente in natura, con 92 protoni e 143 neutroni). Perché ci interessa l’isotopo 235 dell’uranio? Perché quest’ultimo, rispetto all’isotopo 238, è fissile: significa che, se bombardato con neutroni, ha un’elevata probabilità di incorrere nella reazione di fissione nucleare, liberando a sua volta nuovi neutroni ed innescando quindi una reazione a catena. Proprio quella che ci serve se vogliamo realizzare un’arma nucleare.

Ma non è così semplice. Come anticipato, l’uranio che si estrae dalle miniere sotto forma di minerale è composto per la maggior parte da U-238 e solo per una piccolissima parte da U-235. In sintesi, abbiamo bisogno di più U-235 e il processo fisico che ci permette di incrementarne la concentrazione è detto arricchimento. 

Arricchimento dell’uranio

Arricchire l’uranio in U-235 significa incrementare, all’interno del medesimo campione, la concentrazione dell’isotopo 235 dell’uranio, partendo dalla sua iniziale percentuale presente in natura (che abbiamo detto essere inferiore all’1%). A seconda dell’arricchimento raggiunto, l’uranio è classificato in differenti “gradi”, ciascuno dei quali si rende particolarmente adatto a specifiche applicazioni: quando l’arricchimento raggiunge una percentuale fino al 20% si parla di uranio a basso arricchimento e la principale applicazione è come combustibile nei reattori nucleari ad uso civile (nelle centrali nucleari le percentuali di arricchimento richiesto variano tra il 3% e il 5%). Superato il 20% si parla di uranio ad alto arricchimento, che può trovare applicazione come combustibile nei reattori nucleari veloci ad uso civile (una particolare tipologia di reattori nucleari) ma che, al crescere della concentrazione, inizia ad essere attrattivo anche per scopi di tipo bellico. Infatti, il raggiungimento di una percentuale pari al 90% di U-235 lo configura come “weapons grade”, ovvero sufficientemente puro da poter essere utilizzato per la realizzazione di un’arma nucleare. Ora arriva la parte più difficile della ricetta, ovvero i nostri “utensili”: con quale strumento ottenere l’arricchimento?

Centrifughe a gas

Per arricchire l’uranio la tecnica maggiormente consolidata si avvale di un complesso sistema di centrifughe poste in serie e in parallelo a costituire la cosiddetta “cascata”. Il primo passo è convertire l’uranio sotto forma di ossido metallico (ricordate la yellowcake?) in un composto dell’uranio allo stato gassoso, più precisamente UF6. A questo punto, il composto viene immesso all’interno della prima centrifuga, un cilindro che per effetto della rapidissima rotazione separa l’isotopo 238 dell’uranio (leggermente più pesante perché costituito da 238 unità tra protoni e neutroni), spingendolo sui bordi, dall’isotopo 235 (235 unità, dunque più leggero) che viene invece spinto in prossimità dell’asse del cilindro. Il gas leggermente arricchito in U-235 localizzato in prossimità dell’asse viene quindi estratto e inserito in una seconda centrifuga, per essere ulteriormente concentrato. Poiché la differenza in massa tra i due isotopi è minima, occorrono diversi step (una cascata) per ottenere una significativa separazione tra i due. Il processo si ripete fino a quando non si è raggiunto il grado di arricchimento desiderato. È chiaro che il confine tra nucleare civile e nucleare militare si fa via via più definito, e l’arrangiamento, il numero e la disposizione delle centrifughe in un impianto possono fornire, ad un occhio attento, utili indicazioni al riguardo. 

Una volta ottenuto un gas con il grado di arricchimento atteso, lo si converte tramite un processo chimico in uranio metallico. Passiamo ora alla quantità di materiale opportunamente arricchito, la cosiddetta massa critica. La massa critica è la quantità minima di quel materiale che permette di sostenere una reazione nucleare a catena. Per l’U-235 la massa critica è inferiore a 50 kg, mentre per il Pu-239 si riduce a circa 10 kg!

Plutonio 239

Anche il plutonio presenta vari isotopi, ma tra tutti ad attirare la nostra attenzione è il Pu-239 (94 protoni e 145 neutroni) che, come l’U-235, è fissile, ovvero è in grado di sostenere una reazione di fissione a catena se colpito da neutroni. Per ottenere un plutonio “weapons grade” adatto alla realizzazione di un’arma nucleare occorre avere Pu-239 in percentuale superiore al 93%. Al contrario dell’uranio, tuttavia, il plutonio non è un elemento che si trova in natura e dunque per produrlo ci si deve avvalere di una qualche invenzione dell’uomo. Tra queste, vi è una particolare tipologia di reattore nucleare. 

Reattori nucleari e riprocessamento

Un reattore nucleare, infatti, utilizza come combustibile l’uranio che, come abbiamo detto, si compone in misura minore di U-235 e in misura maggiore di U-238. Stavolta è proprio quest’ultimo ad interessarci: mentre l’U-235 all’interno del reattore incorre in reazioni di fissione, l’isotopo 238 assorbe un neutrone diventando U-239, che poi decade trasformandosi in Pu-239. Ed ecco così generato l’isotopo che ci serviva. Un reattore nucleare ad uso civile, tuttavia, non produce Pu-239 di “grado” ottimale a realizzare un’arma nucleare. Per farlo, occorre dotarsi di un reattore nucleare progettato proprio per la produzione di plutonio “weapons grade”: bisogna aggiustare opportunamente le condizioni operative del reattore, cambiando frequentemente il combustibile ed evitando, in questo modo, che il Pu-239 incorra in ulteriori reazioni che lo trasformerebbero nei suoi isotopi non adatti alla realizzazione di un ordigno. In un reattore finalizzato alla produzione di plutonio, questo si troverà dunque miscelato, insieme ad altri elementi prodotti dalla fissione, all’interno del combustibile scaricato dal reattore. Per poterlo utilizzare bisogna separarlo dagli altri elementi attraverso metodi chimici che ricadono sotto il nome più generale di riprocessamento. Rispetto al processo dell’arricchimento dell’uranio precedentemente descritto, che aveva l’obiettivo di separare due isotopi dello stesso elemento (l’U-235 dall’U-238), il riprocessamento mira a separare elementi diversi sfruttando i loro differenti comportamenti chimici (il plutonio dagli altri prodotti di fissione). Si tratta comunque anche in questo caso di un processo piuttosto costoso e che richiede impianti complessi per poter essere effettuato. Inoltre, la produzione di plutonio così come la gestione del combustibile e dei prodotti di fissione sono particolarmente attenzionate dalle autorità, in virtù del pericolo che pongono rispetto al loro potenziale utilizzo per la realizzazione di un’arma nucleare.

Figura 3 – Vista dall’alto di un reattore nucleare.
Credits: https://www.iaea.org/newscenter/news/continuous-progress-in-application-of-code-of-conduct-strengthens-safety-at-research-reactors-iaea-meeting-concludes

E poi?

Una considerazione che è doveroso fare è che non basta avere a disposizione sufficiente materiale nucleare per fare di questo un’arma. La messa in opera di un ordigno nucleare è un processo complesso e delicato, per il quale il raggiungimento del risultato non è affatto scontato. Per concludere, il mio consiglio è di dedicarci piuttosto alla preparazione di una torta, la cui riuscita, comunque, non è banale.

Disclaimer:

Concludiamo con una doverosa riflessione.
Ci teniamo a sottolineare che non vi è alcuna giustificazione all’utilizzo del nucleare per scopi bellici. Il nostro obiettivo primario rimane quello di illustrare i benefici e il fondamentale contributo che i numerosi usi civili del nucleare portano nella società e nella vita di tutti i giorni.
Gli eventi di attualità di cui abbiamo sentito parlare nelle ultime settimane ci hanno spinto a provare, seppur in maniera estremamente semplice, a trattare un tema complesso e delicato come quello delle armi nucleari, cercando di fare chiarezza.
La leggerezza dell’articolo, tuttavia, non è intesa a sminuire e banalizzare la drammaticità legata all’abuso dell’energia nucleare. Per questo motivo ci teniamo a sottolineare con forza che la nostra posizione in merito al tema è chiara e rifiuta e sempre rifiuterà ogni impiego di questa preziosa risorsa che non rientri tra quelli civili.

Per approfondire:

Comitato Nucleare e Ragione: https://nucleareeragione.org/bombe-nucleari/ 

Comitato Nucleare e Ragione: https://nucleareeragione.org/2020/07/07/centrali-vs-bombe/ 

Avvocato dell’atomo: https://www.avvocatoatomico.com/33-esiste-un-rischio-di-proliferazione-di-armi-atomiche-legato-allenergia-nucleare/ 

Geopop sull’uranio: https://www.youtube.com/watch?v=adkGcJt0P6s&t=56s 

Uranium Enrichment – World Nuclear Association: https://world-nuclear.org/information-library/nuclear-fuel-cycle/conversion-enrichment-and-fabrication/uranium-enrichment

Uranium Conversion – World Nuclear Association: https://world-nuclear.org/information-library/nuclear-fuel-cycle/conversion-enrichment-and-fabrication/conversion-and-deconversion

Plutonium – World Nuclear Association: https://world-nuclear.org/information-library/nuclear-fuel-cycle/fuel-recycling/plutonium 

The Globe and Mail – How Iran can use centrifuges to enrich its uranium: https://www.youtube.com/watch?v=YjaVluaXgeA


QUANTE NE SAI?

Abbiamo di recente lanciato sul nostro canale Instagram una serie di quiz a tema nucleare, con cadenza settimanale.
Ecco i quesiti proposti il 21 luglio 2025 (in grassetto le risposte corrette):

1) Requisito per costruire un’arma nucleare?

a – uranio arricchito o plutonio (ha risposto correttamente il 96% dei partecipanti)
b – uranio naturale pressurizzato
c – uranio depotenziato compresso

2) La yellowcake è:

a – uranio pressurizzato arricchito
b – una forma concentrata di uranio estratto (ha risposto correttamente il 66% dei partecipanti)
c – uranio pronto per la fissione

3) Il plutonio-239 si ottiene:

a – irradiando U-238 in un reattore (ha risposto correttamente il 73% dei partecipanti)
b – raffreddando gas contenenti U-235
c – arricchendo U-235 fino al 90%