Due parole sulla questione iraniana

[parte quinta ed ultima]

Un tentativo di conclusione – Quis custodiet ipsos custodes?

Alla notizia della firma degli accordi di Vienna gli iraniani si sono riversati in strada per festeggiare. Ci piacerebbe pensare che esistano sostenitori della tecnologia nucleare per usi civili più “sfegatati” di chi scrive qui; ma bisogna riconoscere che è più probabile siano stati mossi dalla speranza di vivere l’inizio di una rinascita economica liberati dal giogo dell’embargo. Senza essere prosaici, si deve ugualmente riconoscere che con ogni probabilità i nuovi accordi sul nucleare iraniano non sono la panacea per tutti i problemi di quel Paese, e che sussistono vincoli assai più pesanti alla libertà economica dei suoi abitanti – per tacere delle altre.
In aggiunta l’Iran si appresta a rientrare in gioco nel mercato globale in un momento di particolare riassetto.
Il quadro della situazione è complesso; proviamo ad individuare alcuni tratti salienti.
I volumi del commercio internazionale sono in contrazione da tempo.
Il mercato azionario sta subendo le conseguenze inintenzionali di quello che Mario Seminerio definisce in modo pungente su phastidio.net lo “spregiudicato esperimento cinese”: una bolla alimentata negli ultimi anni dall’indebitamento dei privati cittadini spronati dal governo centrale si è ora palesata incompatibile con l’evidente rallentamento di un Paese “afflitto da sovraccapacità produttiva”.
Il prezzo del petrolio sotto i 50 dollari al barile non sembra più raggelare gli spiriti dei “trivellatori folli” che si sono lanciati nella corsa allo shale-oil, e che, come racconta Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, “hanno scoperto di poter tagliare i costi e aumentare la produttività in una maniera impensata prima”.
È notizia recente che la Russia si sta riavvicinando all’Arabia Saudita. Sul tavolo dei negoziati ci sono molti gigawatt di capacità elettronucleare e molte tonnellate di armamenti convenzionali e petrodollari. (Due mesi fa il presidente Vladimir Putin ed il principe Mohammed bin Salman si sono incontrati al St Petersburg International Economic Forum; nella stanza si aggirava un “elefante persiano”.)
Infine Israele. Cosa farà lo Stato di Israele? Per ora sono pervenute alcune rimostranze ufficiali, alle quali con ogni probabilità si aggiungeranno forti pressioni all’interno del Congresso degli Stati Uniti d’America. Difficile stabilire quali altre iniziative potrebbero essere prese; difficile altresì escludere che verranno valutate azioni indipendenti, preventive e capillari, che potrebbero avere anche esiti disastrosi [10].
Dunque la partita dei negoziati non è del tutto chiusa.
In particolare, Capitol Hill ad oggi non ha ancora approvato quanto firmato dal presidente degli Stati Uniti d’America. E sono stati sollevati dubbi di costituzionalità sul fatto che la firma del presidente abbia preceduto una accurata disamina dei documenti da parte del Congresso.
In attesa del voto del Congresso, fissato per settembre, il capo della Casa Bianca è già partito all’attacco affermando che “sprecare questa opportunità sarebbe un errore storico” e che “un rifiuto del Congresso lascerebbe una sola opzione alternativa: un’altra guerra in Medio Oriente”.

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Tuttavia, anche i più accaniti sostenitori dell’Iran Deal a Washington D.C. riconoscono che “nessuno può biasimare Israele per essere profondamente scettico”, e preferiscono concentrare l’attenzione su alcuni punti fondamentali che passeremo in rassegna qui di seguito.
Gli esperti di armamenti al servizio della Casa Bianca sostengono giustamente che l’elemento forte dell’Iran Deal è il nuovo regime di ispezioni. Gli ispettori infatti terranno sotto controllo le miniere di uranio e le fabbriche dove è trattato, ogni singola centrifuga nel Paese, così come le macchine che potrebbero essere utilizzate per fabbricare una centrifuga, nondimeno le importazioni di tecnologie che potrebbero servire per costruire una di queste macchine. In questo modo “la probabilità di essere scoperti è vicina al cento per cento”. Ed una volta “tanati”, la punizione sarebbe rapida e certa.
Inoltre – ricordano i pro-deal che stanno facendo quadrato a Capitol Hill – se una delle parti coinvolte dovesse convincersi che l’Iran sta barando, potrebbe rivolgersi subito al comitato congiunto che è responsabile dell’esecuzione degli accordi. E se non fosse soddisfatta delle decisioni di tale commissione, potrebbe recarsi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove gli Stati Uniti potendo porre il proprio veto a qualsiasi risoluzione sarebbero in grado di forzare l’ONU a riproporre nuove sanzioni.
Questo vale anche se l’Iran dovesse cercare di bloccare gli ispettori in qualche modo. Bloccare gli ispettori significherebbe infatti far saltare l’accordo: sarebbe una dimostrazione di tradimento, anche senza che il Mondo colga l’Iran in flagrante.
In ogni caso, con gli accordi in vigore il Governo iraniano ha ceduto così tanto del suo programma nucleare che occorrerebbe un anno intero per completare un eventuale imbroglio – ossia per avere materiale sufficiente per una bomba, anche con tutte le cascate di centrifughe a pieno regime. Questo significa che il Mondo dovrebbe avere tempo sufficiente per “venire, vedere e vincere”.
In conclusione, l’Iran Deal avrà effetti positivi se e solo la AIEA sarà messa in grado di eseguire tutte le ispezioni e verifiche necessarie con la massima libertà e severità. I P5+1 vigileranno e custodiranno l’operato dell’agenzia; ma questi “custodi” sono gli stessi che negli ultimi 40 anni hanno favorito e sostenuto in vario modo ed a fasi alterne i programmi nucleari civili dell’Iran e dei Paesi limitrofi (in alcuni casi anche quelli non civili – e.g. in Pakistan).
Alla domanda provocatoria “chi controllerà i controllori?” forse non si potrà mai rispondere. Forse in questo caso semplicemente si controlleranno tra di loro; di sicuro al momento the jury is still out, ed è consigliabile attendere i primi sviluppi, che non dovrebbero tardare oltre l’autunno prossimo.
Nel frattempo, appena dieci giorni dopo la firma a Vienna, l’AEOI ha annunciato che a partire dal 2018 la Cina costruirà, sulla costa sud-orientale del Golfo di Oman, due delle prossime quattro centrali nucleari che sono già nei piani dell’Iran. Ed i Russi della TVEL (sussidiaria della società statale Rosatom) hanno già consegnato il combustibile nucleare fresco prodotto a Novosibirsk per il rifornimento programmato a Bushehr-1 in questi giorni.
In definitiva, ci rimane solo da augurarci che si sia aperto un passaggio verso nuovi orizzonti meno cupi, orizzonti che per ora si possono solo intravedere.

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Note:

[10]Per farsi un’idea. In circa sei anni dal 2001 al 2007 la Siria costruì un reattore nucleare raffreddato a gas e moderato a grafite, a Dair Alzour, un sito remoto sul fiume Eufrate vicino a Al Kibar. L’impianto aveva una configurazione sospetta: un reattore da 25 MWth con accanto scambiatori di calore e piscina per il combustibile esausto, ma nessun generatore a turbina. Prima che fosse caricato il combustibile, il reattore fu danneggiato in modo irreparabile da un attacco aereo israeliano nel settembre 2007. I siriani demolirono in quattro e quattr’otto quel che rimaneva. Un lavoro “pulito” – non c’è che dire.

Per consultare le fonti ed approfondire:

Oltre alle fonti già linkate nel testo, a chi non ne avesse avuto abbastanza consigliamo una serie di ulteriori approfondimenti qui di seguito elencati in ordine sparso.

Il testo completo dell’Iran Deal: “Joint Comprehensive Plan of Action. Vienna, 14 July 2015”.

Una guida semplificata fornita da The New York Times: William J. Broad, Sergio Peçanha. “The Iran Nuclear Deal – A Simple Guide”.

Lo storico accordo spiegato nei dettagli sul sito della Casa Bianca: “Iran Deal Facts”.

La parola agli esperti: Michael R. Gordon. “Verification Process in Iran Deal Is Questioned by Some Experts”. The New York Times. July 22, 2015.

Alcuni suggerimenti della Federation of American Scientist: “Six Achievable Steps for Implementing an Effective Verification Regime for a Nuclear Agreement with Iran” – Nuclear Verification Capabilities Independent Task Force of the Federation of American Scientists. Second Report. August 6, 2015.

Qualche dubbio a caldo: Armin Rosen. “The Iran agreement didn’t deal with these 2 huge issues”. Business Insider UK. July 14, 2015.

Il mistero (?) di Parchin: Jonathan Marcus. “’Blast’ deepens mystery of Iran’s Parchin military complex”. BBC News. October 9, 2014.

Il piatto forte di Cheryl Rofer, sul menù à la carte del Nuclear Diner: “Why I Support The Iran Deal”.

Un articolo leggermente controcorrente: Niall Ferguson. “The Iran Deal and the ‘Problem of Conjecture’”. The Wall Street Journal. July 24, 2015.

Aperture internazionali e dissidi interni. Capitol Hill v. White House: Julian Hattem. “White House on defense after Security Council vote on Iran”. The Hill. July 20, 2015.

Il profilo completo del Paese dal punto di vista nucleare, sul sito della WNA: “Nuclear Power in Iran”.

L’occhio della CNN sull’Arabia Saudita: Maha Hosain Aziz. “How Saudi Arabia can avoid an energy crisis”. Global Public Square Blogs. CNN. August 7, 2015.

Futuro nucleare in Egitto, secondo la American Academy of Art & Sciences: Mohamed I. Shaker. “Nuclear power in the Arab world & the regionalization of the nuclear fuel cycle: an Egyptian perspective”.

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5 pensieri su “Due parole sulla questione iraniana

  1. Questa settimana l’AIEA ha riferito che sono state messe fuori servizio a Natanz 4112 centrifughe e relative infrastrutture. A queste si aggiungono 160 centrifughe mai entrate in funzione. Apparecchiature e sistemi sono conservati in situ, sotto la verifica e il controllo dell’AIEA, per il momento. Hanno “rimosso” anche 258 centrifughe e relative infrastrutture dai sotterranei di Fordow.

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