Felice Ippolito

[Riceviamo e volentieri pubblichiamo da un caro amico che ha partecipato al Convegno intitolato “Cento Anni dalla nascita di Felice Ippolito”, svoltosi a Roma lo scorso 9 dicembre.]

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Felice Ippolito: un gigante assoluto della cultura italiana; uno determinato a far diventare il Paese quello che ancora non era. Con Mattei – è stato ricordato – con Olivetti, Amaldi, Enrico Persico e diversi altri, il Paese incomincia a crederci veramente, sogna, struttura, cresce. In quegli anni nasce per mano anche di questi veggenti l’Italia del futuro; pochi anni dopo, uomini molto più piccoli di loro, portatori di messaggi ed interessi meschini, li fermeranno ponendo le premesse storiche della crisi presente.

L’Associazione Italiana Nucleare, sia lode al Presidente Minopoli che l’ha voluta, ha organizzato una celebrazione del centenario della nascita di quest’uomo: padre del nucleare in Italia, padre del CNRN, poi CNEN, oggi ENEA, e fra i padri della nazionalizzazione dell’Energia nell’ENEL. Padre anche della rivista Le Scienze, un tempo assai prestigiosa. Molti gli intervenuti il 9 dicembre: gremita la sala Capranichetta dell’Hotel Nazionale in Piazza Montecitorio, e diversi gli interventi di rilievo. Innanzitutto quello di Carlo Bernardini, che riportiamo qui nel seguito nella sua conclusione.

Belle le parole contenute nel messaggio del Presidente emerito Giorgio Napolitano. Relazioni storiche autorevolissime, da Giovanni Paoloni a Pietro Greco, e diversi testimoni delle vicende. Roberto Adinolfi, A.D. di Ansaldo Nucleare chiude il suo ragionamento aprendo al futuro: invocando il coraggio ed il gusto per le grandi sfide. Subito dopo Davide Tabarelli a richiamare la necessità degli arditi, di gettare il proprio cuore oltre l’ostacolo, Alessandro Ortis in un accorato intervento a stigmatizzare la situazione che ha provocato lo scollamento fra il Paese e la sua Scienza, e Davide Giusti a ricordare la responsabilità delle classi dirigenti politiche, ma anche tecniche, e a richiedere una giornata ancora dedicata ad Ippolito, ma interamente volta a presentare progetti nuovi, anche in condizioni embrionali: quindi l’annuncio del Presidente Minopoli della costituzione di una Fondazione intitolata allo scienziato ed uomo di Stato Italiano.

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Ha chiuso i lavori Marco Simoni, consigliere economico della Presidenza del Consiglio, sollevando fra l’altro l’attenzione sui messaggi attualmente veicolati dal sistema scolastico e dalla stampa.

Nel fondo del fondo l’interrogativo con cui si chiude la riflessione di Carlo Bernardini:
perché, in tanti anni scrutando fra i miei studenti, mai vi ho ritrovato qualcuno che coltivasse in animo il connubio fra il lavoro individuale e l’interesse generale: un altro Ippolito? “Avendo io insegnato per tanti anni in un corso di laurea scientifico, mi sono guardato intorno per vedere, tra i miei studenti, se per caso ci fosse un futuro “Ippolito nascosto” che si manifestasse attraverso una curiosità particolare per l’interesse pubblico di ciò che andava studiando. Il mio cruccio sta nel dover riconoscere che negli anni ’50, detti non a caso della ricostruzione postbellica, c’erano tutti i presupposti perché i giovani si rendessero disponibili all’interesse pubblico; mi è sembrato però di dover riconoscere che la tipologia adatta a questa finalità fosse scomparsa: i giovani di oggi sono forse molto meno propensi a occuparsi di fruttuose collaborazioni e si chiudono molto di più nelle attività individuali. Rimugino continuamente su ciò che è sbagliato, da questo punto di vista, nei processi di educazione, formazione e identificazione di un lavoro promettente. Forse una tipologia impiegatizia, subordinata a modesti impegni individuali, ha preso il sopravvento; non saprei dire per colpa di chi. Dovremmo ripensare tutto ciò che riguarda l’educazione, la formazione, la storia degli impegni di lavoro e trarne le conseguenze. Mi pare però che ci sia sotto un problema di mentalità diffusa che la vicenda Ippolito dovrebbe smascherare e correggere: lo dico soprattutto per chi fa le scelte politiche e chiede al governo di portarci al bene comune“.

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