Gli Stati Uniti riaprono il dibattito su uno dei dogmi del nucleare

di Elena Arigliani e Matteo Frosini

Per oltre mezzo secolo una convinzione ha guidato le politiche di radioprotezione in gran parte del mondo: quando si parla di radiazioni ionizzanti, ogni dose conta, anche la più piccola.
Da questa idea è nato il principio che ha modellato regolamenti, procedure industriali e campagne di comunicazione: ridurre l’esposizione alle radiazioni il più possibile, sempre. E’ questo il cosiddetto principio di ottimizzazione ALARA (As Low As Reasonably Achievable).
Oggi, però, negli Stati Uniti qualcuno sta mettendo in discussione questo paradigma. Nel quadro della nuova strategia americana per rilanciare l’energia nucleare, la Casa Bianca e il Dipartimento dell’Energia hanno riportato al centro una domanda che per anni è rimasta confinata in un dibattito esclusivamente scientifico: gli attuali limiti di esposizione alle radiazioni sono davvero basati sulle migliori evidenze disponibili o rappresentano un eccesso di cautela diventato ormai un freno tecnologico ed economico?
La questione non è marginale. Se gli Stati Uniti vogliono infatti triplicare la capacità nucleare entro il 2050, come dichiarato insieme a numerosi altri Paesi, dovranno confrontarsi con un sistema regolatorio costruito in un’epoca in cui la conoscenza biologica degli effetti delle basse dosi era molto più limitata di oggi.
Secondo un recente rapporto dell’Idaho National Laboratory [1], molti degli standard attualmente in vigore potrebbero essere significativamente più conservativi di quanto giustificato dalle evidenze scientifiche disponibili. Il rapporto sottolinea inoltre come il paradigma ALARA sia stato progressivamente interpretato come “livello più basso possibile”, anzichè “ragionevolmente ottenibile”, causando un ulteriore irrigidimento delle procedure e delle regolamentazioni.
Sulla base di queste evidenze e osservazioni, poco più di un anno fa un ordine esecutivo della Casa Bianca ha dato mandato alla Nuclear Regulatory Commission (NRC) di rivedere i propri standard di radioprotezione [2]. Vediamo in quali termini. 

Il bersaglio: il modello lineare senza soglia

Al centro del dibattito si trova il cosiddetto modello Linear No-Threshold (LNT), secondo il quale il rischio di tumore aumenta in modo proporzionale alla dose ricevuta, senza l’esistenza di una soglia al di sotto della quale il rischio scompare. È un modello semplice, prudente e facile da applicare dal punto di vista normativo, ma è anche quello contestato oggi. Molti ricercatori sostengono infatti che alle basse dosi, tipicamente inferiori a 100 mSv distribuiti nel tempo, non esistano prove epidemiologiche sufficientemente robuste per dimostrare un aumento misurabile del rischio sanitario.

Non si tratta di una posizione marginale: diverse organizzazioni scientifiche come Health Physics Society, UNSCEAR (Comitato Scientifico delle Nazioni Unite per lo Studio degli Effetti delle Radiazioni Atomiche) e Accademie Nazionale delle Scienze, hanno riconosciuto negli anni che, a queste esposizioni, gli effetti sono talmente piccoli da risultare indistinguibili dal rumore statistico prodotto da tutti gli altri fattori che influenzano l’insorgenza dei tumori.
In altre parole: il rischio potrebbe esistere, ma potrebbe anche essere troppo piccolo per essere osservato. [3][4]

Cosa ci dicono le popolazioni più esposte?

Una delle argomentazioni più frequentemente richiamate riguarda le popolazioni che vivono da generazioni in aree caratterizzate da elevata radioattività naturale.
Località come Ramsar in Iran, Yangjiang in Cina o alcune regioni del Kerala in India registrano livelli di esposizione significativamente superiori alla media mondiale. Se il modello lineare fosse rigorosamente valido a tutte le dosi, ci si aspetterebbe un aumento rilevabile di tumori o altre patologie correlate.
Eppure, dopo decenni di studi, tale incremento non è stato dimostrato in modo conclusivo [5].
Questo significa che il comportamento biologico alle basse dosi è più complesso di quanto assunto dai modelli sviluppati durante la Guerra Fredda.

Evidenza Radiobiologiche

Negli ultimi decenni la radiobiologia ha mostrato che le cellule non sono bersagli passivi, ma possiedono sofisticati meccanismi di riparazione del DNA, sistemi di eliminazione delle cellule danneggiate e risposte adattative che possono essere attivate da esposizioni di bassa intensità. Alcuni studi suggeriscono persino fenomeni di ormesi radiologica, ovvero effetti potenzialmente benefici associati a esposizioni molto basse [6].
Si tratta di un tema ancora controverso e non universalmente accettato. Tuttavia, il fatto che venga discusso evidenzia quanto la relazione tra dose e danno biologico sia meno lineare di quanto spesso si immagini.

La prudenza diventata un problema economico

Il dibattito non è soltanto scientifico ma anche economico. Negli Stati Uniti il limite normativo per i lavoratori del settore nucleare è pari a 50 mSv all’anno. Nella pratica, però, la maggioranza dei lavoratori riceve dosi enormemente inferiori.
Secondo i dati riportati dal DOE, soltanto una minoranza dei dipendenti (il 22%) registra esposizioni misurabili, mentre la dose media annua si aggira attorno a 0,5 mSv, corrispondente a circa l’1% del limite consentito.

Fonte: [1]

Per i sostenitori della riforma ciò rappresenta la prova che il sistema ha progressivamente incorporato livelli di cautela sempre maggiori, imponendo costi crescenti senza un corrispondente beneficio sanitario dimostrabile. Le conseguenze sono visibili in numerosi settori, come la progettazione degli impianti, la gestione dei rifiuti radioattivi, le attività di bonifica ambientale, e le applicazioni mediche e ricerca scientifica, dove ogni ulteriore riduzione delle dosi comporta investimenti, procedure e controlli che possono diventare estremamente costosi a fronte di un rischio radiologico già decisamente basso.

La proposta americana

Il rapporto dell’Idaho National Laboratory propone un cambiamento [1]: per i lavoratori viene suggerito di valutare un limite annuale di 100 mSv, mentre per la popolazione generale l’ipotesi è di aumentare il limite da 1 a 5 mSv all’anno. Si tratta di valori che rimarrebbero comunque inferiori alle esposizioni naturali registrate in diverse regioni del pianeta e ben lontani dalle soglie associate agli effetti deterministici delle radiazioni.

E l’Europa?

Chi si aspetta cambiamenti imminenti nelle normative europee probabilmente rimarrà deluso.
L’attuale sistema regolatorio europeo deriva direttamente dalle raccomandazioni della Commissione Internazionale per la Protezione Radiologica (ICRP) e difficilmente assisterà, nel breve periodo, a modifiche sostanziali dei limiti di dose.
Tuttavia il dibattito è aperto anche qui. La stessa ICRP sta conducendo una revisione delle proprie raccomandazioni fondamentali e tra i temi in discussione figurano proprio gli effetti delle basse dosi e dei bassi ratei di dose. Nessuno propone di abbandonare i principi cardine della radioprotezione: giustificazione, ottimizzazione e limitazione delle dosi; ma la domanda è se il modo in cui questi principi vengono applicati oggi rifletta davvero le conoscenze scientifiche del XXI secolo.

Una questione di scienza, ma anche di percezione

Forse l’ultimo punto importante su cui soffermarsi a riflettere è la fiducia della popolazione. Per decenni il pubblico ha ricevuto un messaggio semplice: qualsiasi quantità di radiazione rappresenta un rischio. Questo messaggio ha contribuito a costruire una percezione del nucleare profondamente diversa da quella associata ad altri rischi tecnologici o ambientali.
Rimettere in discussione il modello LNT non significa negare l’esistenza dei rischi radiologici, bensì chiedersi se l’attuale livello di allarme associato alle basse dosi sia proporzionato alle evidenze disponibili.
È una domanda scomoda, ma è proprio dalle domande scomode che spesso nascono le revisioni più importanti della scienza e delle politiche pubbliche.

Riferimenti

[1] Reevaluation of Radiation Protection Standards for Workers and the Public Based on Current Scientific Evidence, Idaho National Laboratory, INL/RPT-25-85463, Revision 0, July 2025  https://inl.gov/content/uploads/2023/07/INLRPT-25-85463_Reevaluation-of-Radiation-Protection-Standards-R0-Final.pdf

[2] Executive order “Ordering the reform of the Nuclear Regulatory Commission”, May 2025 (https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/05/ordering-the-reform-of-the-nuclear-regulatory-commission/ )

[3] Harbron, R. (2012). Cancer risks from low dose exposure to ionising radiation – Is the linear no-threshold model still relevant?. Radiography, 18, 28-33. https://doi.org/10.1016/j.radi.2011.07.003

[4] Shore, R., Beck, H., Boice, J., Caffrey, E., Davis, S., Grogan, H., Mettler, F., Preston, R., Till, J., Wakeford, R., Walsh, L., & Dauer, L. (2018). Implications of recent epidemiologic studies for the linear nonthreshold model and radiation protection. Journal of Radiological Protection, 38, 1217 – 1233. https://doi.org/10.1088/1361-6498/aad348 

[5] Hendry, J., Simon, S., Wójcik, A., Sohrabi, M., Burkart, W., Cardis, E., Laurier, D., Tirmarche, M., & Hayata, I. (2009). Human exposure to high natural background radiation: what can it teach us about radiation risks?. Journal of radiological protection : official journal of the Society for Radiological Protection, 29, A29 – A42. https://doi.org/10.1088/0952-4746/29/2a/s03

[6]https://nucleareeragione.org/2023/03/13/ormesi-una-nuova-era/

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