di Marco De Pietra
17/06/2026, Lurisia (CN)
Oggi l’ANPEQ, la Associazione degli Esperti di Radioprotezione di cui faccio parte, ha organizzato un sopralluogo presso la cosiddetta grotta di Marie Curie in Lurisia (CN).
Accompagnati dal collega EDR dr. Luca Gentile, responsabile del S.S.D. Salute-Ambiente-Radioprotezione della ASL CN1, che ringrazio sin da subito per la competenza e la passione con cui ci ha illustrato le peculiarità geologiche di questa grotta, abbiamo potuto visitare un posto normalmente non accessibile al pubblico.
La storia delle acque di Lurisia
Nei primi anni del XX secolo a Lurisia, località nel comune di Roccaforte Mondovì, dei minatori al lavoro per staccare le lòse (lastre di pietra piane e sottili) utilizzate per l’edilizia si accorgono che le loro ferite vengono in breve tempo rimarginate grazie all’acqua locale che sgorga da quelle rocce ai piedi del monte Pigna.
Il racconto delle proprietà “magiche” delle acque passa di bocca in bocca ed iniziano gli studi di alcuni medici e ricercatori.
Si scopre così che l’elemento portentoso è l’autunite, un minerale radioattivo secondario appartenente al gruppo delle miche di uranio, chimicamente classificato come fosfato idrato di uranile e calcio.
Tale minerale deve il suo nome alla città di Autun, in Francia, dove è stato descritto per la prima volta nel 1852.
Arriva Marie Curie
Il Governo Italiano, incuriosito da questi studi, chiama ad indagare la più stimata scienziata dell’epoca, premio Nobel per la fisica e la chimica, Marie Curie, la quale arriva a Lurisia nell’agosto del 1918 come ricordato dalla scritta (vedi Figura 1) che sormonta l’ingresso monumentale alla grotta (vedi Figura 2), in realtà una galleria scavata a mano a seguito delle ricerche sulle proprietà delle acque che da qui sgorgavano.
Si costruiscono le terme
Negli anni ’40 furono costruite le terme, ancora oggi in attività, nonché alcuni alberghi per ospitare i pazienti tra cui il Grand Hotel Radium, così chiamato in onore dell’elemento Radio, qui presente.
Le terme utilizzano infatti due fonti termali diverse: la “Garbarino” (vedi Figura 3), che è un farmaco vero e proprio (e, come tale, va utilizzato sotto il controllo diretto del medico) e la “Santa Barbara”, un’acqua minimamente mineralizzata particolarmente leggera con ottime proprietà diuretiche e depurative (vedi Figura 4). Entrambe le sorgenti sono accessibili dall’interno della grotta.
Entriamo nella grotta
Ma veniamo agli aspetti più interessanti per un fisico o un ingegnere: appena siamo entrati all’interno della grotta, ovviamente muniti di casco di sicurezza, vista la limitata altezza dello scavo, è bastato spegnere le luci ed illuminare con una lampada di Wood (che emette raggi UV) la volta dello scavo per scoprire una magia che ha lasciato tutti senza fiato (vedi Figura 5).
L’uranio assorbe le radiazioni ultraviolette (UV) ed emette una fluorescenza visibile di un colore verde brillante, principalmente quando illuminato da UV di lunghezza d’onda comprese tra 254 nm e 365 nm (vedi Figura 6).
La miniera d’uranio della Val Fredda
Su un muro prospiciente la strada principale del comune di Peveragno (CN) c’è un piccolo murales, ignorato dalla maggior parte delle persone di passaggio (e anche del posto), che ricorda un’epoca non molto lontana in cui a Peveragno esisteva una miniera di uranio.
Nel 1946, una squadra di tecnici dalla Montecatini Edison (poi Montedison), armati di un contatore Geiger, attraversa il torrente Bedale sul ponte all’inizio del paese; essi risalgono il corso del torrente ed arrivano nell’ombrosa e dimenticata Val Fredda laddove il Bedale aveva origine.
Venne aperto un cantiere di prospezione mineraria e, dal 1950 in poi, iniziò l’estrazione di uranio che c’era ma, come si scoprì in seguito, in quantità tale da non giustificare lo sforzo economico ed organizzativo messo in piedi per gli scavi.
La miniera della Val Fredda fu il filone di estrazione più esteso del cuneese: 3 discenderie, di cui 1 interna, e una profondità di scavo che arrivava fino a 485 m slm.
La manodopera per scavare le prime gallerie venne trovata nelle persone del posto; il lavoro in miniera garantiva il posto fisso, un salario relativamente alto ed un orario che permetteva anche di coltivare la campagna. Era insomma diventato un modo di riscatto per gli abitanti, da sempre costretti ad emigrare per avere condizioni migliori. La miniera arrivò a contare fino a 48 dipendenti.
Gli scavi venivano fatti “a secco”, con perforatrici ad aria compressa, che riempivano le gallerie di polveri; un cartello (vedi Figura 7) ricorda coloro che persero la loro salute a causa delle modalità di scavo (a cottimo e a secco).
Nel 1962 le attività di prospezione mineraria cessarono senza mai che la miniera ottenesse una autorizzazione di coltivazione.
L’Esperto di Radioprotezione
Forse, vi sarete chiesti chi è l’Esperto di Radioprotezione (normalmente abbreviato come EDR).
È un laureato in ingegneria oppure fisica oppure chimica che, dopo avere conseguito un Master universitario di primo o secondo livello relativo alla Radioprotezione e dopo un opportuno tirocinio di alcuni mesi presso impianti o strutture che utilizzano apparecchi generatori di radiazioni ionizzanti oppure detengono materiale radioattivo, ha sostenuto con esito positivo un esame presso il Ministero del Lavoro in Roma.
L’EDR si occupa della gestione tecnico amministrativa inerente l’utilizzo di apparecchi RX e/o di materiali radioattivi, gestisce cioè tutti gli aspetti relativi alle verifiche ed ai controlli di radioprotezione.
Nota finale
Oggi sappiamo che l’esposizione prolungata e incontrollata alla radioattività è dannosa, motivo per cui il principio ALARA (As Low As Reasonably Achievable) viene applicato rigorosamente in ogni settore.
Tuttavia, rimane aperto un dibattito scientifico sulla possibilità che dosi minime di radiazioni possano avere effetti benefici sugli organismi, un fenomeno noto come ormesi. Per maggiori informazioni: https://nucleareeragione.org/2023/03/13/ormesi-una-nuova-era/. Nelle cure termali, questo principio si traduce nell’uso terapeutico del gas radon, derivante dal decadimento naturale dell’uranio, che viene somministrato sotto stretto controllo medico.
Al contrario, nell’acqua minerale imbottigliata per uso alimentare, i livelli di radioattività vengono ridotti tramite processi industriali di degassamento e filtrazione. Questo garantisce che la radioattività delle acque rimanga ampiamente inferiore ai limiti di sicurezza imposti dagli organismi internazionali; di conseguenza, i suoi effetti benefici sulla salute sono legati esclusivamente alle proprietà chimico-fisiche dell’acqua stessa (come il basso residuo fisso e il bilancio dei minerali disciolti) e non a effetti radiologici.
Per maggiori informazioni: https://nucleareeragione.org/2020/05/25/acque-termali-e-radiazioni/