Gentile Signora Maraini,
Le scriviamo perché il Suo articolo pubblicato sul Corriere della Sera lo scorso 25 maggio si apre con una domanda che da oltre quindici anni è al centro dell’attività divulgativa del Comitato Nucleare e Ragione: “cosa ne farete delle scorie che restano radioattive per migliaia di anni?”
Siamo un’associazione di tecnici, scienziati, ricercatori e cittadini appassionati, che si occupano di divulgazione scientifica sull’energia e le tecnologie nucleari. Lei conclude scrivendo che vorrebbe se ne parlasse di più: è esattamente ciò che desideriamo anche noi, e vorremmo farlo con Lei.
Cominciamo col dirLe che la Sua preoccupazione è legittima, ed è quella di moltissime persone. Non la consideriamo un’obiezione da smontare, ma una domanda seria che merita una risposta seria. Anzi: è proprio perché questa percezione che “nessuno ne parli” è così diffusa, che esistono realtà come la nostra. Proviamo pertanto a fornirle qualche chiave di lettura, senza eccessivi tecnicismi.
La prima cosa che sorprende, analizzando i numeri, è quanto siano ridotte le quantità di materiale radioattivo in gioco. L’intero programma nucleare italiano ha prodotto circa quattrocento metri cubi di combustibile esausto: lo spazio di pochi appartamenti. Anche volendo considerare l’intero ammontare dei rifiuti radioattivi prodotti in Italia dal Secondo Dopoguerra ad oggi, e che includono quelli derivanti dalle attività ospedaliere, industriali e del mondo della ricerca, si arriva ad un totale di circa sessantamila metri cubi. Con la realizzazione del Deposito Nazionale sarà possibile stoccarli in piena sicurezza in un unico sito di poco superiore ai 100 ettari di estensione. Si tratta di volumi e superfici che, se parametrati sul singolo cittadino italiano e paragonati alle altre tipologie di rifiuto prodotte annualmente, diventano sorprendentemente irrisori.
A titolo di esempio, spostiamoci in Francia, un Paese che, come è noto, ricava quasi il 70% della propria elettricità con il nucleare: un cittadino d’Oltralpe, al netto del riprocessamento, produce in un anno circa cinque grammi di rifiuti ad alta attività, gli unici che richiedono uno stoccaggio a lungo termine. Se consideriamo il totale dei rifiuti radioattivi, la produzione pro-capite sale a circa 2 kg all’anno. Per avere un termine di paragone, nello stesso arco di tempo ogni cittadino francese è responsabile della produzione (e del relativo stoccaggio) di circa 100 kg di rifiuti tossici, oltre 350 kg di rifiuti domestici e quasi 14 tonnellate di rifiuti industriali.
E qui arriviamo alla Sua immagine delle “botti“, da cui un terremoto potrebbe far uscire qualcosa. La realtà è per fortuna molto differente. I contenitori e i siti che ospitano i rifiuti radioattivi sono progettati per resistere all’impatto di un aereo, a incendi o esplosioni. Nessun altro scarto prodotto dalla nostra civiltà è custodito con altrettanta cura, né è regolamentato e controllato da organismi internazionali tanto rigidi.
Passiamo dai depositi di superficie a quelli sotterranei. La Finlandia ha aperto la strada con Onkalo, realizzando il primo deposito geologico profondo al mondo, scavato nella roccia a oltre quattrocento metri di profondità, in una formazione geologica rimasta stabile per centinaia di milioni di anni e destinata a restarlo per altrettanti. La comunità scientifica ha più volte confermato come questa soluzione tecnologica rappresenti un modo appropriato e sicuro per confinare e isolare dall’ambiente, permanentemente, i rifiuti radioattivi ad alta attività.
E se affidarsi a tempi così lunghi le pare comunque una scommessa azzardata, le vorremmo raccontare la storia di Oklo, una località del Gabon nella quale due miliardi di anni fa la natura accese da sola un reattore nucleare. Funzionò per centinaia di migliaia di anni, e i suoi prodotti di fissione sono rimasti lì, fermi, custoditi dalla roccia, senza che nessuno li sorvegliasse. Ce ne siamo accorti solo di recente, proprio perché in superficie di quei rifiuti non vi era traccia. La natura aveva già fatto l’esperimento, e la sua “discarica” ha resistito per tutto questo tempo.
Le vorremmo lasciare un secondo commento, più breve, sulla Spagna. Lei la cita come l’esempio ideale di un Paese che si avvia all’indipendenza energetica grazie alle rinnovabili, e ha ragione: Madrid ha investito molto, e bene, sul sole e sul vento. C’è però un tassello fondamentale che nel racconto viene quasi sempre omesso: nel suo mix elettrico la Spagna vanta anche un solido 20% di nucleare. Ed è proprio questa componente costante a tenere insieme il sistema, garantendo stabilità ai prezzi e un basso tasso di emissioni di gas serra. La transizione energetica spagnola, insomma, come quella di altri Paesi (per esempio la Svezia e la Finlandia) non si basa su una contrapposizione tra rinnovabili e nucleare, bensì sulla loro complementarietà. Ed è una distinzione che ribalta completamente la narrazione comune.
La verità sotto gli occhi di tutti è che i Paesi nel mondo che hanno raggiunto un mix elettrico 100% rinnovabile si contano sulle dita d’una mano. E questo risultato, merita sottolinearlo, è stato possibile solo grazie a fortunate combinazioni di fattori ambientali (come l’abbondanza di idroelettrico) e sociali (bassa densità di popolazione, un tessuto industriale non energivoro). Si tratta, insomma, di modelli virtuosi ma eccezionali, che non offrono una ricetta facilmente replicabile per un Paese come il nostro. Certo, un maggior contributo delle fonti rinnovabili è sicuramente auspicabile, ma la letteratura scientifica e i principali organismi internazionali convergono su un punto: escludere a priori il nucleare, pur non rendendo impossibile il traguardo finale della decarbonizzazione e dell’abbandono dei combustibili fossili, ne rende il raggiungimento decisamente più complesso.
Gentile Signora Maraini, Lei ha aperto il Suo articolo con un richiamo alla democrazia e al dovere del cittadino di informarsi. È un valore che condividiamo fino in fondo, assieme al desiderio di costruire un futuro attento alle nuove generazioni, proprio come espresso nella recente riforma dell’articolo 9 della nostra Costituzione. Mossi da questo spirito chiediamo, con grande rispetto, la Sua ospitalità: una replica nella Sua rubrica, un incontro pubblico o una conversazione privata, nella modalità che preferirà.
Le abbiamo scritto perché crediamo che il dubbio non vada attaccato, ma accolto e accompagnato con i fatti. E una questione così importante merita risposte chiare.
Purtroppo voi, così come tutti i sostenitori del nucleare, rispondete con fatti e dati alle opinioni basate su infondatezze scientifiche dei detrattori. A costoro non interessa la verità, interessa far prendere una posizione contraria al nucleare ai cittadini per fini politici, e siccome in politica il fine giustifica i mezzi diranno ogni sorta di menzogna pur di alimentare la repulsione emotiva delle persone verso il nucleare.
L’anno prossimo ci saranno le elezioni politiche, quale occasione migliore per usare il nucleare per rubare elettori spaventati dalle radiazioni al centro destra? Bastano due parole: Chernobyl, Fukushima.
PS. Non rispondetemi cercando di convincermi che il nucleare non è pericoloso perché lo so già, io sostengo il nucleare fin dalla prova di maturità scientifica che feci nel 1979 nel tema di italiano la cui traccia di attualità fu un commento all’allora recentissimo incidente di Three Miles Island.
Lei ha ragione. Io ritengo che il mix ottimale rinnovabili-nucleare sia 0% rinnovabili 100% nucleare. Ma la politica dei nuclearisti è chiedere ai catastrofisti la gentilezza di fargli un po’ di spazio.
Ma se io fossi pro-rinnovabili, mi guarderei bene dall’ammettere che una parte di nucleare è necessaria: dovrei includere nel costo delle rinnovabili anche il costo dei necessari accumuli, e se sono necessari gli accumuli, questi sarebbero utilizzabili anche dal nucleare per spostare energia dalle ore notturne a quelle serali, e ciò farebbe diminuire il costo del nucleare
Mi trovi d’accordo
Se ci trovassimo di fronte ad una tabula rasa e mi si chiedesse di pianificare un sistema energetico decarbonizzato il più efficiente e sostenibile possibile l’unica risposta sarebbe 100% nucleare + accumuli. Si può discutere sule proporzioni: potenza installata dimensionata su potenza media e si affida agli accumuli lo shift della domanda o qualcosa in più di potenza installata e agli accumuli si affida solo il compito di aiutare nelle rampe (va trovato il punto ottimale tra redditività del reattore e costo dell’accumulo)
Ma questo sarà un dibattito che affronteranno i nostri nipoti alla fine del secolo
Adesso come adesso per decarbonizzare il più rapidamente possibile non si può di fare a meno di un mix res+ nuke
Bravi, molto ben scritto ed argomentato, grazie
Spiegate a Dacia Maraini perché la preoccupazione per le scorie è infondata?!?
Chiunqua abbia un minimo di buon senso e onestà intellettuale, capisce intuitivamente che è un falso problema inventato dai no-nuke. Costruire un deposito nazionale a 400 metri sottoterra non è una necessità tecnologica né una misura di sicurezza: è la risposta politica a una speculazione politica. Costa poco e toglie alibi ai no-nuke.
Secondo me, che sono solo un anziano ingegnere attento al problema da decenni, la risposta giusta alle mille Dacie Mariani, Adriani Celentani, e testimonial vari, sarebbe una controdomanda: “cosa la preoccupa, signora mia, delle scorie?”
Davanti alla malafede bisogna saper essere maleducati.
“Lei che ne dice, signora, meglio una centrale nucleare o 2700 torri eoliche?”
Se un giornalista ci riporta il parere di Dacia Maraini, è perché LUI, il giornalista, vuol seminare terrore servendosi di nomi noti. O lei pensa che Dacia Maraini abbia dedicato un’ora di impegno cerebrale a capirci qualcosa?
Bravissimi. È la strada giusta per confutare i luoghi comuni sul nucleare.
Sono impaziente di leggere la replica.
Purtroppo, conoscendo bene Dacia Maraini, dubito che i fatti – in questo come in tanti altri campi – le interessino. E dubito anche che lo scopo dell’articolo fosse quello di ricevere una risposta. Tanto ci sarà comunque qualcuno che le rassicurerà nelle sue convinzioni dicendole che ha ragione al 100%, che siamo sommersi da scorie letali e non sappiamo dove metterle e nel giro di qualche anno ne moriremo tutti.
Va bene tutto: nucleare, solare, vento, geotermico, idroelettrico, ecc. Basta che le bollette scendano, perché non se ne può più. È questo il vero problema oggi.