Un giorno a Fukushima

 

[Il racconto del recente viaggio in Giappone del nostro socio Massimo Burbi]

Prologo

Fukushima non è una città, è una prefettura del Giappone dove vivono quasi 2 milioni di persone che si trova nella regione di Tōhoku. Fukushima City è il suo capoluogo, ma il motivo per cui tutto il mondo conosce questo nome è legato a vicende che si sono svolte a circa 60 km da lì, all’estremo est della prefettura, dove il Giappone confina con l’Oceano Pacifico.

Proprio dall’oceano, l’11 Marzo 2011, arriva Il peggior terremoto mai verificatosi in Giappone e il quarto più potente registrato in tutto il pianeta da 120 anni a questa parte.

Magnitudo 9 può sembrare solo un numero fino a quando non si ha qualcosa con cui confrontarlo.  Abbiamo  ancora negli occhi il sisma dell’Aquila del 2009, 309 morti e 65000 sfollati. Quel terremoto ha avuto una magnitudo (Richter) 5.9. La scala logaritmica fa sembrare i due numeri non così distanti, ma 3 punti di magnitudo di differenza vogliono dire che il sisma che due anni dopo colpisce il Giappone libera un’energia circa 30000 volte superiore [1].

Come se non bastasse, il terremoto scatena uno tsunami con onde alte più di 10 metri che si abbattono sulla costa ad oltre 700 km/h, penetrando nell’entroterra per chilometri: 16000 morti, 2500 dispersi (che ad anni di distanza sono purtroppo sinonimi, anche se ancora c’è chi non ha smesso di cercare), 120000 edifici completamente distrutti, intere città cancellate e 340000 sfollati.

Sulla costa c’è anche la centrale nucleare di Fukushima Daiichi (che vuol dire numero 1). La centrale regge al terremoto ed è già in shutdown quando arriva l’onda di tsunami. Le linee elettriche sono interrotte e il raffreddamento dei reattori è affidato ai generatori diesel di emergenza.

Uno studio del 2008 (ignorato dalla società Tepco, che gestisce l’impianto) aveva avvertito della possibilità in quell’area di onde di tsunami alte oltre 10 metri, ma nel marzo 2011 a proteggere la struttura dal maremoto, c’è una barriera alta poco più della metà. L’onda che raggiunge la costa circa un’ora dopo il terremoto è alta più di 14 metri, supera facilmente le barriere e sommerge completamente i locali dei generatori diesel, colpevolmente collocati al piano interrato, lasciando la centrale senza corrente elettrica, e quindi anche senza raffreddamento. Si creano così le condizioni che portano, in vari momenti dei giorni successivi, alle esplosioni (chimiche, non nucleari) nei reattori 1-3, e nell’edificio del reattore 4, con rilascio di materiale radioattivo in atmosfera e in mare.

Il giorno dopo oltre 150000 persone nel raggio di 20 km dalla centrale nucleare vengono evacuate [2].

Arrivo a Namie Town

Sono le 11 di mattina quando arriviamo a Namie. Sono passati più di otto anni e mezzo dal terremoto, ma qui sembra che molte cose siano ancora ferme a quei giorni.

Namie Town è stata una delle città maggiormente interessate dal rilascio di materiale radioattivo dalla centrale di Fukushima Daiichi, che si trova a circa 8 km a sud-est in linea d’aria. Per sei anni è stata una città fantasma, solo nella primavera del 2017 è stato permesso alla popolazione di tornare a vivere qui, ma in pochi l’hanno fatto. “Qui vivevano circa 20000 persone, solo il 5% è tornato” mi dice Fumie, originaria di Fukushima City, che mi accompagna in questa giornata.

La zona di evacuazione è andata progressivamente riducendosi nel corso degli anni, attualmente copre il 2.7% del territorio della prefettura e sono circa 30000 le persone che continuano a vivere con lo status di “sfollati” fuori dai suoi confini [2].

Scendiamo dalla macchina nei pressi della stazione ferroviaria. Da qui partono solo treni verso nord, ma ci sono lavori in corso per ripristinare il collegamento con Tomioka Town, circa 20 km più a sud. Fuori dalla stazione ha recentemente aperto un nuovo cafè, da circa due mesi funziona di nuovo il servizio taxi, e non lontano da dove ci troviamo è da poco tornato ad operare il dentista.

Tutti segni di una ricostruzione, non solo materiale, che va avanti a piccoli passi tra molte difficoltà ed incertezze sul futuro.

Camminando per le vie della città la radioattività è estremamente bassa, raramente si superano gli 0.15 µSv/h, livelli inferiori a quelli che si trovano in molte parti d’Italia. A Roma ci si aggira sugli 0.30 µSv/h, e in certe zone del centro di Orvieto si rilevano valori superiori a 0.70 µSv/h.

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Una delle strade principali di Namie Town, dove molti edifici sono stati demoliti.

Ma per quanto la radioattività possa essere bassa la paura si fa ancora sentire, e in ogni caso non è affatto scontato che chi ha impiegato anni a rifarsi una vita altrove ora torni da dove è venuto, andando incontro ad un’altra faticosa transizione.

A Fukushima non ci sono state vittime per le radiazioni [3], uno studio ha rilevato che nei primi quattro mesi dopo l’incidente, quelli in cui l’esposizione è stata massima, il 99.4% dei soggetti monitorati ha ricevuto una dose equivalente aggiuntiva per esposizione esterna inferiore a 3 mSv [4]. La dose media annua complessiva di un cittadino italiano è dell’ordine di 4.5 mSv [5].

Nonostante questo, circa 2000 persone sono morte a causa di un’evacuazione disorganizzata, in cui c’è chi è stato strappato in fretta e furia dagli ospedali, finendo per non ricevere le cure mediche di cui aveva bisogno, e  dello stress da ricollocamento che ha provocato depressione, alcolismo e suicidi [6].

Paura, ansia e scarsa informazione sulle radiazioni da queste parti hanno fatto più vittime dello tsunami [7].

E c’è anche chi pensa che l’evacuazione sia durata troppo a lungo. E’ il caso di Shunichi Yamashita (Nagasaki University), per due anni a capo del progetto che ha studiato gli effetti dell’incidente sulla salute degli abitanti di Fukushima, convinto che le persone avrebbero potuto tornare nelle loro case dopo un mese [8].

Nel centro di Namie molti edifici danneggiati dal terremoto sono stati demoliti, altri, malgrado l’aspetto apparentemente sano, lo saranno presto. A contrassegnarli c’è un piccolo adesivo rosso sulle finestre.

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Questo adesivo identifica gli edifici che stanno per essere demoliti.

Continuando a camminare raggiungiamo la scuola del paese che affaccia direttamente sulla strada, da una delle vetrate vediamo una scarpiera con decine di scarpe ordinatamente riposte nei vari scomparti.

“Qui è normale cambiarsi le scarpe quando si entra a scuola” mi spiega Fumie, “Il terremoto c’è stato poco prima delle 3 del pomeriggio, i bambini sono scappati lasciandole lì”.

La città è stata evacuata il giorno dopo. A distanza di otto anni e mezzo nessuno è ancora venuto a riprenderle.

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Interno della scuola di Namie ripreso dalla strada.

Camminando per il centro continuiamo a passare accanto ad edifici apparentemente intatti visti da lontano, ma guardando attraverso i vetri rotti si notano i segni di un terremoto devastante seguito da anni di abbandono.

Finora abbiamo incrociato solo macchine, nessuno a piedi. Poche centinaia di metri e lo scenario, di colpo, cambia: gazebo, tavolini, è in atto una specie di piccolo festival. Mi dicono che la cosa si ripete ogni secondo sabato del mese per sollevare lo spirito di chi è tornato. Il livello dell’intrattenimento non sembra memorabile, ma la gente pare apprezzare. La dose rilevata non arriva a 0.10 µSv/h.

L’area è circondata da piccoli negozi temporanei, che presto saranno spostati in un’altra zona della città. Entriamo nel primo che ci capita, non facciamo in tempo a guardarci intorno che ci offrono tè e biscotti. I prodotti in vendita sono tutti locali, come ci tiene a sottolineare il titolare del negozio. Succede la stessa cosa in tutti gli altri in cui entriamo.

Chi è tornato vuole fortemente ricominciare a coltivare e vendere i prodotti della terra, ma lontano da qui non è facile collocare prodotti di Fukushima sul mercato. Da queste parti la gente si fida pochissimo del governo, che certo non ha brillato nella gestione dell’emergenza, quindi scuole, supermercati e comunità locali si sono dotati di strumenti per testare carne, pesce, verdure, e tutto quello che si mette in tavola, in modo indipendente. Il cibo di Fukushima è probabilmente il più controllato del mondo e chi vive qui sa di non correre rischi legati alla radioattività mangiandolo. C’è addirittura chi dice di non comprare cibo proveniente da altre prefetture perché non viene testato con la stessa attenzione.

Ma anche se gli alimenti rispettano il limite di 100 Bq/Kg di Cesio 137 (peraltro molto più severo di quello in vigore in Europa e negli USA [9]), nel resto del Giappone (e non solo) molti preferiscono comprare prodotti di altra provenienza, anche se non c’è nessun pericolo reale.

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Intrattenimento nel centro di Namie Town.

Lo stigma legato al nome “Fukushima” è uno dei principali ostacoli alla ripresa di quest’area martoriata.

“Succede anche con le persone” mi dice Fumie. “La gente di qui che si è trasferita altrove viene spesso discriminata per paura della contaminazione”. Essere sottoposti a radiazioni non vuol dire diventare radioattivi. La radioattività non è contagiosa, ma la paura, specie se abbinata alla scarsa informazione, lo è [10].

Lasciamo Namie Town, e ci spostiamo qualche chilometro a nord-ovest.

Uno degli interventi per decontaminare l’area è stato rimuovere 5-10 cm di suolo superficiale debolmente radioattivo e metterlo in sacchi di plastica. Nessuno si è poi però preso la responsabilità di decidere cosa farne, quindi per il momento restano dove sono. Lungo la strada ne vediamo a centinaia. Viene da chiedersi che fine facciano ogni volta che c’è un tifone.

Prendiamo una strada di campagna. Subito dopo l’incidente alla centrale nucleare il governo aveva ordinato di abbattere tutti i capi di bestiame della zona, ma da queste parti c’è un allevatore che non ha rispettato l’ordine. Arriviamo al suo ranch all’ora di pranzo, ci sta aspettando. Ci spiega che le sue vacche da carne non possono essere vendute, quindi moriranno di vecchiaia. “Sono grasse e contente”, aggiunge.

Mentre ci racconta la sua storia non ci vuole molto prima che il suo risentimento verso il governo e la Tepco venga a galla, uno stato d’animo che lo ha reso critico anche nei confronti dell’energia nucleare. La discussione sull’argomento finisce però prima di cominciare, abbiamo ancora molte tappe davanti a noi e dobbiamo proseguire.

Uscendo dalla fattoria il dosimetro e lo spettrometro danno per la prima volta segni di vita. Ai margini della strada rilevo una dose di 0.70-0.80 µSv/h, valori lungi dall’essere allarmanti, ma che possono darmi la prima misura significativa della giornata.

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Sacchi di plastica pieni di suolo debolmente radioattivo ai lati di una strada di campagna nell’area di Namie.

 

Decido di fermarmi per registrare uno spettro gamma e avere la conferma che si tratti del Cesio rilasciato dalla centrale.  La spettroscopia gamma si basa sul fatto che, dopo un decadimento alfa o beta, il nucleo si trova spesso in uno stato eccitato e deve emettere un raggio gamma per raggiungere il suo stato fondamentale.

Ogni radionuclide emette sempre raggi gamma della stessa energia, che diventano la sua firma.  Analizzare uno spettro gamma permette quindi non solo di capire quanta radioattività c’è, ma anche qual è la causa.

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Lo spettro conferma la presenza di Cesio 137 e Cesio 134, i radionuclidi maggiormente diffusi in atmosfera a seguito dell’incidente, insieme allo Iodio 131, il più aggressivo dei tre nel breve periodo, ma ormai scomparso dai radar, avendo un tempo di dimezzamento di appena 8 giorni e diventando quindi pressoché innocuo nel giro di poco più di un mese.

Il Cesio 134 si è invece dimezzato quattro volte dal 2011 ad oggi, ed è quindi ridotto a circa il 6% della sua presenza originaria, mentre il Cesio 137, con il suo tempo di dimezzamento di 30 anni, è decaduto solo in minima parte.

Ukedo e dentro la No-Go Zone

Ci dirigiamo verso l’oceano, a Ukedo, dove una volta vivevano circa 2000 persone. Lo tsunami qui ha spazzato via ogni cosa, uccidendo un abitante su dieci. Gli edifici rimasti in piedi sono stati abbattuti perché troppo danneggiati. Guardandosi intorno è difficile immaginare che qui ci fosse una piccola città.

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L’area dove si trovava Ukedo.

L’unica cosa rimasta in piedi è la scuola elementare, dove l’orologio è ancora fermo all’ora in cui l’onda ha colpito la costa. Quel giorno nella scuola c’erano circa 80 bambini, che si sono salvati solo perché gli insegnanti, dopo l’allarme tsunami, hanno deciso di portarli sulle vicine colline, da dove hanno visto il luogo in cui vivevano essere cancellato, insieme alle vite di molti dei loro genitori.

Siamo a circa 6 km in linea d’aria dalla centrale nucleare e guardando verso sud la vediamo chiaramente in distanza. La dose è la più bassa rilevata fin qui, non si arriva a 0.05 µSv/h.

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L’orologio della scuola di Ukedo.
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La centrale di Fukushima Daiichi vista da Ukedo.

Lasciamo la costa ci dirigiamo in macchina verso la Strada Statale n.6, che attraversa la No-Go Zone, dove si può transitare in auto, ma non è consentito scendere e nemmeno aprire il finestrino.

I valori di radioattività salgono, pur restando bassi: registro un isolato 0.50 µSv/h, che si ridimensiona subito in uno 0.30 µSv/h.

Ci fermiamo ad un distributore di benzina. Siamo ancora nella No-Go Zone, ma all’interno dell’area di servizio si può scendere dalla macchina per rifornire senza che nessuno abbia niente da ridire. Decido di approfittarne per registrare un altro spettro gamma. La nostra sosta dura un po’ di più di quella tipica per riempire il serbatoio, accumulo dati per poco più di 15 minuti.

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Distributore di benzine lungo la Strada Statale 6, nella No-Go Zone.
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Enter a cDose equivalente all’interno dell’area di servizio nella No-Go Zone (zona di Futaba).

“Com’è qui la radioattività?” mi chiede Fumie. Le rispondo che siamo poco sopra gli 0.30 µSv/h, e che ho rilevato valori più alti a Piazza San Pietro. La firma è sempre quella del Cesio 137 e Cesio 134.

Ripartiamo verso sud lungo la Statale 6, siamo nell’area della città di Futaba. Arrivati a circa 2 km dalla centrale di Fukushima Daiichi ci fermiamo lungo una stradina laterale. La centrale è davanti a noi, ma non ci è consentito avvicinarci più di così. Non abbiamo molto tempo per guardarci intorno, dopo un paio di minuti un poliziotto ci fa capire, in modo cortese ma fermo, che la nostra sosta è durata abbastanza. La dose non raggiunge gli 0.30 µSv/h.

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La centrale di Fukushima Daiichi vista da circa 2 km di distanza

Proseguendo ancora verso sud, circa 1 km dopo, incontriamo l’unico vero hot spot della giornata. Per qualche secondo spettrometro e dosimetro rilevano 3-4 µSv/h, un minuto dopo i valori si sono già più che dimezzati, e andando avanti continuano a scendere.

Vorrei registrare uno spettro il più chiaro possibile, e per farlo ho bisogno di più tempo dove la radioattività è più intensa (i livelli non sono comunque pericolosi).

Chiedo di tornare indietro. Nella No-Go-Zone non si può scendere dalla macchina, ma nessuno vieta di fare avanti e indietro. Non sono sicuro che l’autista capisca il motivo della richiesta, ma accetta senza fare obiezioni, torniamo verso la centrale.

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L’itinerario percorso nei pressi della centrale di Fukushima Daiichi. Il dosimetro fissa un punto sulla mappa GPS ogni 30 secondi.

Accumulo dati per poco meno di 20 minuti, durante i quali la dose media misurata è 1.29 µSv/h. Lo spettro è il più chiaro della giornata, anche se il risultato come previsto non cambia: Cesio 137 e Cesio 134.

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Spettro gamma acquisito nella No-Go Zone, lungo la Strada Statale 6, nel tratto più vicino alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi.

Tomioka Town, città divisa

Ripartiamo alla volta di Tomioka Town, da cui ci separano poco più di 10 km. La città è tagliata in due da una strada che attualmente è il confine della No Go Zone e offre un’immagine surreale: su un lato si può vivere, sull’altro non si può mettere piede. A sinistra case ben tenute, a destra, a pochi metri di distanza, erba alta e il totale abbandono.

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La strada che delimita la No-Go Zone all’interno della città di Tomioka

“Non capisco perché abbiano lasciato qui anche le macchine” mi dice Fumie indicando le auto parcheggiate davanti alle case abbandonate. “Adesso hanno i vetri rotti e le gomme a terra, ma fino ad un anno fa erano perfette”.

Proseguiamo a piedi.  A due passi dal limite che non si può oltrepassare gli strumenti rilevano 0.35 µSv/h. Un display posto a poca distanza ci dice che all’interno della zona interdetta la dose equivalente è 0.48 µSv/h, valori tutt’altro che alti, che nel resto della città si riducono di oltre quattro volte, eppure anche qui c’è chi non è tornato per paura delle radiazioni.

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Dose equivalente rilevata ai limiti della recinzione che delimita la No-Go Zone a Tomioka Town
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La dose all’interno della zona interdetta è indicata a bordo strada.
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Oltre il guardrail le case sono in stato di totale abbandono.

Si sta facendo buio e ci dirigiamo verso la stazione di Tomioka. “Qui è stato tutto ricostruito” mi spiega Fumie “lo tsunami non ha lasciato nessun edificio in piedi”. Anche qui, come a Namie, sono in corso i lavori per rimettere in comunicazione le stazioni ferroviarie delle due città.

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Alzando gli occhi ci colpisce un cartello “Tomioka non morirà mai!”. Non sappiamo chi l’abbia attaccato. Guardandolo nessuno dei due sente che ci sia qualcosa da aggiungere. La dose non arriva a 0.10 µSv/h.

Il sole è già tramontato e si è alzato un forte vento quando raggiungiamo di nuovo la costa per l’ultima tappa della nostra visita. A poco più di 1 km di distanza vediamo l’altra centrale nucleare di Fukushima, la numero 2 (Daini).

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La centrale nucleare di Fukushima Daini vista dalla costa nei pressi di Tomioka.

Abbiamo saltato il pranzo e ci vorranno più di tre ore per raggiungere Tokyo. A Tomioka ha da poco riaperto un supermercato e decidiamo che fermarci a mangiare lì è la cosa migliore.

Il supermercato non è esattamente affollato, ma funziona, i banconi sono pieni e la gente ha un posto dove trovare quello di cui ha bisogno senza doversi spostare. Anche da qui passa la ricostruzione, faticosa e per niente scontata, del tessuto sociale ed economico di una comunità.

A tavola tiro fuori il PC portatile dallo zaino e scarico la mappa GPS con i tutti i punti rilevati, è un modo per ripercorrere la nostra giornata mentre mettiamo qualcosa sotto i denti.

Dose totale accumulata in poco più di sette ore all’interno della prefettura di Fukushima, incluse le fermate nella No-Go Zone, 1.60 µSv. “Vuol dire che abbiamo preso una dose media di 0.22 µSv/h, meno di quanto si prende passeggiando in molte vie del centro di Roma” dico tra un nigiri e l’altro.

Terminato il nostro pasto è tempo di prendere la via del ritorno.

250 km dopo siamo sotto le luci della Yasukuni Dori, nel quartiere di Shinjuku a Tokyo, durante il viaggio abbiamo parlato di molte cose, ma salutandomi Fumie ha un’ultima richiesta da farmi: “Condividi quello che hai visto con la tua famiglia e con i tuoi amici, aiuterai la gente di Fukushima”.

L’informazione è il miglior antidoto contro la paura.

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La dose accumulata in poco più di sette ore è stata 1.60 µSv. Il dosimetro riporta l’ora italiana, per l’orario giapponese bisogna aggiungere 8 ore.
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Andamento della dose media oraria nelle ore di permanenza all’interno della prefettura di Fukushima. Il valore più elevato corrisponde all’ora passata quasi interamente all’interno della No-Go Zone, ed è di poco superiore a 0.50 µSv/h.

Epilogo

Cinque giorni dopo riparto da Tokyo per tornare in Europa. In poco più di 11 ore di volo il mio dosimetro registra una dose accumulata di 44.49 µSv, con picchi di oltre 10 µSv/h e valori medi alla quota di crociera tra 4 e 5 µSv/h.

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Probabilmente si tratta di una sottostima [11], lo strumento è fatto per i gamma terrestri e i raggi cosmici che si trovano a 10-12 km di quota sono fuori dal suo range, ma anche prendendo per buono il valore che leggo, scendendo dall’aereo, non posso non chiedermi quante delle persone che hanno condiviso con me quel volo sarebbero state troppo spaventate dalla radioattività per seguire me e Fumie per un giorno a Fukushima, dove avrebbero preso una dose quasi trenta volte inferiore.

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EnterAndamento della dose media oraria misurata nelle ore di volo da Tokyo Haneda a Monaco di Baviera. L’aumento dei valori a partire dall’ottava ora corrisponde a un incremento della quota di crociera da 11500 a 12200 metri.

 

 

Note

I dati rilevati si riferiscono alla dose equivalente personale per esposizione esterna che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha rappresentato di gran lunga il contributo dominante alla dose complessiva ricevuta dalla popolazione delle aree maggiormente colpite.

https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/44877/9789241503662_eng.pdf;jsessionid=B459B0A64292271AF1134F9AF763CCDA?sequence=1             (pagine 41 e 51)

Le unità di misura citate sono µSv (microsievert) e mSv (millisievert) e misurano la dose equivalente, ovvero l’effetto biologico dell’assorbimento di radiazioni ionizzanti. 1 millisievert corrisponde a 1000 microsievert.

Le misure hanno un margine di errore dell’ordine del 10-20%.

Strumenti utilizzati:

  • Spettrometro: Mirion PDS 100G
  • Dosimetro: Tracerco PED+
  • Contatore Geiger: SE International Radiation Alert Ranger

Il dosimetro può essere usato sia in modalità “dose personale” sia in modalità survey meter. Per l’accumulo della dose personale è stato indossato sul torace per la quasi totalità del tempo.

Fonti e link per approfondire

[1] https://www.scientificamerican.com/article/details-of-japan-earthquake/

http://www.protezionecivile.gov.it/attivita-rischi/rischio-sismico/emergenze/abruzzo-2009

http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-4836d49a-370b-4179-ac82-4160dce61984.html

[2] http://www.pref.fukushima.lg.jp/site/portal-english/en03-08.html?fbclid=IwAR3dFVamEFNd93lVUo_EaDmfztSBlAqiKsUL5WvgNbxaHfjOOvZ-CVJZ4Fc

[3] https://www.who.int/ionizing_radiation/a_e/fukushima/faqs-fukushima/en/

Nel 2018 è stata registrata la prima, e finora unica, morte che potrebbe essere collegata alle radiazioni.

https://www.bbc.com/news/world-asia-45423575

[4] https://www.niph.go.jp/journal/data/67-1/201867010003.pdf

[5] http://www.fisicaweb.org/doc/radioattivita/geiger%20muller/taratura.pdf?fbclid=IwAR2GMarmxt093hTPJWUvygCtjiTePRl6OEadUXyhTMUC1LEFsxYWawO713c

[6] https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0936655516000054

https://www.ft.com/content/000f864e-22ba-11e8-add1-0e8958b189ea

[7] https://www.japantimes.co.jp/news/2014/02/20/national/post-quake-illnesses-kill-more-in-fukushima-than-2011-disaster#.Xe-D3Rt7m02

[8] https://www.newscientist.com/article/2125805-a-nuclear-ghost-town-in-japan-welcomes-back-residents-this-week/

[9] https://www.pref.fukushima.lg.jp/site/portal-it/it01-03.html

[10] https://www.japantimes.co.jp/news/2013/05/09/national/fukushima-activist-fights-fear-and-discrimination-based-on-radiation/#.XezovBt7lNA

[11]http://www.unscear.org/docs/reports/annexb.pdf

La radioattività di Fukushima nell’oceano? Facciamo il punto

[La notizia ha suscitato allarmismo ma si tratta per ora di una tra le ipotesi, e probabilmente la più sensata]

Si è diffusa nelle ultime ore sui media generalisti la notizia che il governo giapponese starebbe per sversare nell’oceano l’acqua contaminata della centrale di Fukushima Daiichi. Com’era prevedibile la notizia ha generato allarmismo e una certa dose d’isteria sui media nostrani quindi cerchiamo di fare sinteticamente e schematicamente il punto.

Di cosa stiamo parlando?

Stiamo parlando delle acque reflue raccolte entro il perimetro della centrale di Daiichi e che vengono filtrate dei radionuclidi più tossici per l’ambiente e quindi stoccate in enormi serbatoi. In esse, dopo la depurazione, rimane una concentrazione variabile di Trizio (H3, elemento non facilmente filtrabile) pari a 0.5-4 MBq/L (milioni di Becquerel per litro), per un totale di circa 0.76 PBq [1] (Peta Becquerel, 1015 Bequerel).
Il Trizio ha un’emivita di 12 anni, il che vuol dire che ogni 12 anni la sua attività si dimezza.

E’ una notizia nuova?

In realtà la notizia non è nuova [2]. Rilasci controllati sono avvenuti prima d’oggi a Fukushima e quella di rilasciare, gradualmente, tutta l’acqua contenuta nei serbatoi nell’oceano è una delle ipotesi di lavoro (assieme all’evaporazione, il sequestro geologico, la solidificazione e il rilascio sotto forma di idrogeno), almeno dal 2014. Di fatto, quella del rilascio controllato in mare sarebbe la soluzione più praticabile secondo molti esperti e contemplata anche dalla IAEA, la quale da tempo ha suggerito di valutare la sostenibilità ambientale e socio-economica di tutte le opzioni, nonché ovviamente i potenziali impatti sulla salute delle popolazioni [3].

Perché se ne parla ora?

Se ne parla ora perché, il governo giapponese ha recentemente informato il corpo diplomatico presente nel Paese – cosa che avviene ad intervalli regolari – delle prospettive per il decommisionamento definitivo dell’area di Daiichi, e da parte del governo della Corea del Sud sarebbero state sollevate preoccupazioni per l’ipotesi del rilascio controllato in mare.

Quale sarebbe l’impatto del rilascio controllato?

La gradualità del rilascio e l’effetto diluitivo dell’acqua nell’Oceano faranno si che l’impatto risulterà essere molto limitato. Si consideri che la radioattività già naturalmente presente nell’Oceano Pacifico ammonta a più di 8 milioni di PBq. Le sorgenti principali sono il Potassio-40 (7,4 milioni di PBq), il Rubidio-87 (700mila PBq), l’Uranio (22mila PBq), il Carbonio-14 (3mila PBq) e il Trizio (370 PBq) [4]. Nell’ipotesi di massima diluizione, la frazione di Trizio nell’Oceano Pacifico aumenterebbe pertanto di meno dell’1%. Chiaramente il rilascio, se adottato come soluzione, dovrà essere sufficientemente graduale e prevedere una pre-diluizione, in maniera tale da mantenere la concentrazione di Trizio sotto i livelli imposti dalle normative anche in prossimità del luogo di rilascio [5].

Ci sono dei precedenti?

Oltre ad un fondo naturale, gran parte del Trizio che già si trova negli oceani è ciò che resta di quanto rilasciato dagli esperimenti nucleari dello scorso secolo. Tuttavia anche le centrali nucleari in operatività e gli impianti di riprocessamento del combustibile sono autorizzati a rilasciare una certa quantità di acqua in cui è presente Trizio. Per le centrali Giapponesi questo è avvenuto già nel corso degli ultimi 20 anni, con un limite imposto alla concentrazione di 60000 Bq/L. L’impianto di riprocessamento francese di LaHague rilascia in un anno circa 12 PBq (oltre dieci volte il totale di quanto dovrebbe essere rilasciato da Fukushima), mentre la concentrazione misurata nell’oceano circostante è di circa 7 Bq/L [6]. Gli esperti dunque si aspettano che il rilascio controllato dalla centrale di Fukushima comporti in mare aperto livelli di radioattività simili, quindi in sostanza indistinguibili dal fondo naturale.

Dunque c’è da preoccuparsi?

Gli unici a doversi preoccupare potrebbero essere eventualmente i pescatori della zona di Fukushima, che, qualora il rilascio fosse fatto ad un rateo troppo elevato, si troverebbero a fronteggiare livelli di concentrazione del trizio localmente superiori ai limiti imposti per la commercializzazione del pescato, con conseguente danno socio-economico [7]. Per il resto della popolazione mondiale si possono tuttavia escludere impatti sull’ambiente e la salute. Ribadiamo comunque il fatto che il rilascio in mare è per ora solo una delle ipotesi allo studio, e che ci sono i mezzi e le conoscenze per farlo in tutta sicurezza e senza danni anche per le popolazioni locali, già così duramente colpite dalle conseguenze dello tsunami.

radioactivity_oceans

Note:

[1] https://blog.safecast.org/2018/06/part-1-radioactive-water-at-fukushima-daiichi-what-should-be-done/

Secondo l’inventario pubblicato nel 2015 dalla TEPCO ( https://www.meti.go.jp/earthquake/nuclear/pdf/140424/140424_02_008.pdf) il quantitativo complessivo di Trizio all’interno della centrale di Fukushima Daiichi ammontava a 3.4 PBq, di cui circa 0.8 PBq accumulati nelle cisterne.

[2] https://www.theguardian.com/environment/2016/apr/13/is-it-safe-to-dump-fukushima-waste-into-the-sea

[3] Nel rapporto pubblicato dalla IAEA il 13 maggio 2015, basato su una missione condotta nel febbraio dello stesso anno a Tokyo e Fukushima da un gruppo di 15 esperti, si afferma la necessità di <<trovare una soluzione sostenibile al problema della gestione dell’acqua contaminata presso la centrale nucleare di Fukushima Daiichi della TEPCO. Ciò richiederebbe di considerare tutte le opzioni, compresa la possibile ripresa degli scarichi controllati verso il mare.>> Nello stesso rapporto, la IAEA consiglia a TEPCO di <<effettuare una valutazione del potenziale impatto radiologico sulla popolazione e sull’ambiente derivante dal rilascio di acqua contenente trizio e qualsiasi altro radionuclide residuo nel mare, al fine di valutare la rilevanza radiologica e di avere una buona base scientifica per prendere decisioni. È chiaro che il processo decisionale finale richiederà il coinvolgimento di tutte le parti interessate, tra cui TEPCO, NRA, governo nazionale, governo della prefettura di Fukushima, comunità locali e altri.>>

[4] Un nostro precedente articolo https://nucleareeragione.org/2013/09/18/drowning-by-numbers/, e la relativa fonte: https://sites.google.com/isu.edu/health-physics-radinf/radioactivity-in-nature

[5] Secondo quanto riportato in https://blog.safecast.org/2018/06/part-1-radioactive-water-at-fukushima-daiichi-what-should-be-done/, l’acqua potrebbe essere diluita in maniera tale da diminuire la concentrazione dai 0,5-4 MBq/L a circa 60000 Bq/L, prima di essere riversata in mare. Il rilascio avverrebbe in maniera controllata, in un arco di tempo complessivo di circa 5 anni o più.

[6] Globalmente, i livelli di fondo del Trizio nelle acque sono compresi tra 1 and 4 Bq/L, che includono tra 0.1 e 0.6 Bq/L di origine naturale e più del doppio originate dai test nucleari del passato. Negli oceani, la concentrazione di Trizio alla superficie varia tra 0.1 e 0.2 Bq/L. Per confronto, il Trizio naturalmente presente nell’acqua piovana in Giappone tra il 1980 e il 1995 ammontava a 0.5- 1.5 Bq/L. Negli Stati Uniti il limite di legge per l’acqua potabile è pari a 740 Bq/L, mentre in Europa è pari a 100 Bq/L.

[7] Precisiamo che ad un rateo di rilascio elevato l’unico rischio sarebbe quello di superare gli attuali limiti di legge ai quali è legata l’autorizzazione alla pesca nelle acque al largo di Fukushima. I limiti inerenti la contaminazione radioattiva delle acque in Giappone sono stati resi estremamente restrittivi ed un eventuale superamento non implica necessariamente un aumento sensibile del rischio per l’ambiente e gli esseri umani. In ogni caso, al primo superamento dei limiti di legge il rilascio potrebbe essere interrotto permettendo una dispersione sufficiente dei radionuclidi e la conseguente scomparsa della contaminazione.


Ricordare il futuro

[Ipotesi per un parco tecnologico connesso al Deposito Nazionale di rifiuti radioattivi]
18 05 2018 Presentazione Ravenna_Sokol-04

In occasione del Workshop “Il Bosco Coltivato ad Arte”, svoltosi lo scorso 18 maggio a Ravenna durante la manifestazione “Fare i Conti con l’Ambiente”, abbiamo assistito alla presentazione di una interessante proposta per il deposito di rifiuti nucleari, e relativo Parco Tecnologico. 
I nostri lettori sanno quanto ci sta a cuore il tema, che seguiamo da diversi anni nell’attesa che la CNAPI (Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee), pronta dal 2015, venga finalmente resa pubblica e l’iter di individuazione del sito prosegua.
Ringraziamo l’architetto Ariella Sokol e pubblichiamo qui di seguito le slides della sua presentazione.

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Per maggiori informazioni sul Deposito Nazionale, riportiamo qui i nostri articoli sull’argomento:
https://nucleareeragione.org/2015/01/09/buoni-propositi-per-lanno-nuovo/
https://nucleareeragione.org/2015/06/15/futuro-sicuro-work-in-progress/
https://nucleareeragione.org/2015/05/20/rifiuti-utili/
https://nucleareeragione.org/2016/11/10/la-centrale-di-krsko-e-la-cultura-della-sicurezza-nucleare/
Qui la Nota Informativa sulla CNAPI, pubblicata dal Ministero dello Sviluppo economico lo scorso 23 marzo, nel quale si affermava che (la sottolineatura è nostra) <<La CNAPI è predisposta dalla Sogin; dopo la validazione da parte di Ispra, su nulla osta dei Ministeri, la Sogin avvia la consultazione pubblica. Sono in corso al riguardo ultimi adempimenti, che potranno essere completati nei prossimi giorni. Si ricorda che la pubblicazione della CNAPI non è un atto discrezionale del Governo ma termine di un lungo processo tecnico.>>
Per quanto tempo ancora dovremo attendere questi “ultimi adempimenti”?

Radioattività e verità percepita

Cosa sta succedendo a Fukushima? Ne abbiamo lette e sentite di tutti i colori negli ultimi giorni!

Facciamo chiarezza:

  • Sì, TEPCO ha davvero rilevato livelli di radioattività molto alti all’interno dell’edificio del reattore n. 2 della centrale nucleare Fukushima Daiichi.

  • No, questo non significa che i livelli di radioattività nella centrale nucleare Fukushima Daiichi stanno aumentando.

Il 30 gennaio 2017 è stato inserito per la prima volta attraverso un’apertura esistente nel contenimento del reattore dell’unità 2 un attrezzo telescopico con una fotocamera, utilizzata anche come dispositivo per la misurazione della radioattività. L’apparecchiatura ha raggiunto un’area denominata “il piedistallo” (vicino al Control Rod Drive, parte inferiore del sistema delle barre di controllo ⎼ vedi Fig. 1), per effettuare misure e scattare foto proprio sotto il recipiente a pressione del reattore (Reactor Pressure Vessel ⎼ RPV) danneggiato. Le foto mostrano l’area con strutture a grigliato ricoperte di materiale fuso che si ritiene possa essere composto anche da detriti del combustibile nucleare fuoriusciti a seguito del fallimento del recipiente (vedi link nelle note).

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Fig. 1 Immagine della zona investigata, per gentile concessione della TEPCO. La manovra è partita dall’apertura X-6 del contenimento del reattore (Primary Containment

Vessel ⎼ PCV)

 

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Fig. 2 Rappresentazione della manovra effettuata con il braccio telescopico (in giallo), per gentile concessione della TEPCO

I livelli di radioattività rilevati sono stati riportati in sievert all’ora (“fino a 530 Sv/h” [1]) suscitando preoccupazione (ed allarmismo), ma anche forti perplessità, in quanto l’unità di misura sievert viene tipicamente utilizzata in misure di dose equivalente (o dose efficace), laddove si studiano la quantità di radiazioni ionizzanti assorbite e gli effetti sanitari delle medesime [2].

Gioco facile, quindi, per i mezzi di comunicazione e gli utenti dei social network affermare e rilanciare in tutto il Mondo che 530 sievert all’ora sarebbero fatali per una persona esposta solo per pochi secondi!

Sta di fatto che nessuna persona è stata esposta né ha assorbito alcunché, che la zona indagata è al momento inaccessibile se non con strumentazione manovrata da remoto, e soprattutto che le barriere interposte tra la sorgente radioattiva e l’ambiente esterno sono attualmente più che sufficienti per considerare la situazione sotto controllo, ovvero a bassissimo rischio di contaminazione o (peggio) di impatti per la salute dei lavoratori che operano per mantenere in sicurezza l’intera zona della centrale incidentata.

Riguardo a quest’ultimo punto, secondo la Safecast [3], associazione che monitora il sito in modo indipendente dalla TEPCO, le misure nei pressi della centrale (ed altrove in Giappone – vedi Pointcast realtime detector system) mostrano livelli di radioattività in costante diminuzione.

Inoltre, se non erano ancora stati misurati livelli di radioattività così alti a Fukushima Daiichi è per il semplice motivo che la strumentazione adatta non era mai stata posta alla giusta distanza da una sorgente radioattiva a così alta attività, principalmente a causa delle difficoltà ad accedere con tale strumentazione alle zone più pericolose. È difatti del tutto pacifico che in prossimità di un reattore nucleare incidentato, il cui contenimento probabilmente ha fallito, ci si debba aspettare livelli di radioattività estremamente alti. Non è affatto pacifico che si paragonino tali livelli a quelli associati alle normali condizioni di vita degli esseri umani, o al fondo di radioattività naturale, o alla medicina nucleare, e nemmeno alle condizioni di operatività dei lavoratori esposti.

Sono comprensibili un certo livello di confusione e di difficoltà ad interpretare fatti e dati da parte dei media, unito ad una (forse) inevitabile foga per la ricerca dello scoop, dei click, ecc. Viceversa lascia allibiti la faciloneria con cui si pubblicano scempiaggini come quella dell’Uranio che, fuoriuscito dal nocciolo del reattore, “scioglie” (sic!) qualsiasi cosa incontri sulla sua strada, come scrive il Corriere della Sera [4]. Per non parlare della ridicolaggine del citare fonti che vogliono rimanere anonime e quindi inverificabili, del fare allusioni ed ipotesi immotivate, ecc. ⎼ come un qualsiasi sito internet di fake news.

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Fig.3 Immagine dal report IRID-TEPCO dove sono indicati i punti nei quali sono stati “misurati” gli alti valori di radioattività. Non si tratta di misure dirette tramite rivelatore di radiazione, ma di stime calcolate analizzando lo sfarfallio (flicker) delle immagini registrate con la fotocamera.
Si noti l’indicazione di un errore associato alle stime pari al 30%. Si noti inoltre che il valore più alto (i famosi 530 Sv/h) è stato rilevato dentro al contenimento del reattore (PCV), ma a qualche metro di distanza dal recipiente in pressione (RPV) e dal sistema delle barre di controllo (CRD), dove invece sono state catturate le immagini che sembrano individuare la presenza di combustibile nucleare fuso. 

Investigazioni simili sono in programma anche per le unità 1 e 3 della centrale nucleare. Pertanto aspettiamoci ulteriori sviluppi, vale a dire report con valori di radioattività anche più alti, ma soprattutto tante altre perle di giornalismo.

Sotto il consorzio denominato IRID, la TEPCO sta sviluppando con alcuni partner la tecnologia necessaria per approfondire gli studi delle aree considerate più critiche all’interno degli edifici dei reattori danneggiati. Robot ed altri dispositivi aiuteranno le indagini ovunque i livelli di radioattività sono troppo elevati per consentire agli esseri umani di operare in sicurezza o semplicemente nelle zone altrimenti inaccessibili.

L’operazione appena completata aveva proprio lo scopo di aiutare a mappare il percorso per Scorpion, un robot cingolato progettato per “strisciare” sul deck (ponte) di grigliato all’interno del “piedistallo”, e da lì raccogliere ulteriori immagini e fare misurazioni. Tuttavia, si è scoperto che una sezione del ponte risulta fusa e quindi molto probabilmente impraticabile per il robot. Inoltre, gli alti livelli di radiazione impongono limiti al tempo di durata delle eventuali operazioni: i livelli sono tali per cui dopo 2 ore potrebbero insorgere malfunzionamenti (più che altro legati al danneggiamento della parte elettronica della macchina [5]).

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Fig. 4 Il robot SCORPION. Foto per gentile concessione della IRID

I tecnici avevano pazientato un anno, affinché fosse decontaminata in modo adeguato l’area dove gli operatori hanno manovrato da remoto, e venissero affrontate altre priorità. Ora si è scoperto che occorrerà probabilmente molto più tempo per inquadrare definitivamente il problema dei detriti del combustibile nucleare (più o meno esausto e/o fuso).

Sapevamo già che sarebbero occorsi decenni per provvedere ad un adeguato smantellamento di Fukushima Daiichi, oggi sappiamo che TEPCO ha, se possibile, ancora più problemi.

Rimaniamo tuttavia fiduciosi, e riteniamo che i progressi fatti negli anni sono comunque notevoli e tali per cui sarebbe ora che giungessero messaggi più tranquillizzanti dai media, soprattutto per quella popolazione giapponese che ancora soffre essendo stata costretta a lasciare le proprie case e le proprie vite.

Note:
[1] Questo il valore che abbiamo letto un po’ dappertutto, sul The Japan Times, Mainichi, Forbes, Corriere della Sera, ecc. Non abbiamo trovato altro riscontro ufficiale se non nel report della TEPCO (in giapponese) linkato qui sotto tra le altre fonti. In tale documento si legge che i valori sono frutto di una stima calcolata utilizzando il rumore della fotocamera causato dall’interazione delle radiazioni con l’apparecchio. Questo tipo di calcolo può facilmente dare risultati solo parzialmente affidabili, ossia poco significativi, con errori associati molto grandi, soprattutto se non viene fatta una campionatura estesa. In altre parole, il valore di 530 Sv/h potrebbe essere una semplice anomalia. Il sospetto è accresciuto dalla posizione del rilevamento, a grande distanza (qualche metro) da quello che nelle foto
sembra essere combustibile nucleare fuoriuscito dal nocciolo a seguito del fallimento del recipiente del reattore ⎼ ribadiamo, sembra essere, perché al momento non esiste alcuna conferma definitiva che si tratti di combustibile nucleare.

[2] Un’utile spiegazione delle differenti unità di misura usate con le radiazioni ionizzanti viene fornita dalla United States Nuclear Regulatory Commission qui:

https://www.nrc.gov/about-nrc/radiation/health-effects/measuring-radiation.html

[3] Safecast è un’associazione di volontariato internazionale, dedita al monitoraggio della situazione post-incidentale a Fukushima Daiichi, allo studio della conseguente contaminazione radioattiva dell’ambiente, ed alla divulgazione di una corretta informazione scientifica sui problemi ambientali e di salute pubblica ad essa collegati.

[4] Buona (?) lettura:

http://www.corriere.it/esteri/17_febbraio_05/fukushima-foro-che-dimostra-fusione-nocciolo-d-uranio-0e5492e6-ebe6-11e6-91eb-31433eb4de41.shtml

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Screenshot del 06/02/2017 ore 14:11

[5] I diodi, ma anche altri componenti elettronici, possono resistere, ossia continuare a funzionare, solo fino a certe fluenze (i.e. numero di particelle incidenti sull’unità di superficie di un corpo irraggiato) e a seconda del tipo di particelle e delle relative energie associate.

Fonti ed ulteriori approfondimenti:
Alcuni report della TEPCO

http://www.tepco.co.jp/en/nu/fukushima-np/handouts/2017/images/handouts_170202_01-e.pdf

http://www.tepco.co.jp/en/press/corp-com/release/2017/1371751_10469.html

http://www.tepco.co.jp/nu/fukushima-np/handouts/2017/images1/handouts_170206_05-j.pdf

Alcune foto della TEPCO

http://photo.tepco.co.jp/en/index-e.html

http://photo.tepco.co.jp/en/date/2017/201702-e/170202-01e.html

http://photo.tepco.co.jp/en/date/2017/201701-e/170130-01e.html

Ringraziamenti:
Questo post è frutto di alcune nostre considerazioni a margine di tre articoli che hanno cercato di portare un po’ di corretta informazione nel delirio mediatico internazionale. Il primo è l’articolo pubblicato da
Safecast il 4 febbraio 2017 e da noi ripubblicato integralmente qui:

https://nucleareeragione.org/2017/02/08/no-radiation-levels-at-fukushima-daiichi-are-not-rising/

Il secondo è l’articolo “No, Fukushima Daiichi Did Not See A Radiation Spike” di SimplyInfo.org e Fukuleaks.org, pubblicato il 4 febbraio 2017.

Il terzo è l’articolo “Fukushima Unit 2 New Radiation Readings From TEPCO” di SimplyInfo.org e Fukuleaks.org, pubblicato il 6 febbraio 2017.

Attenzione al caminetto!

Sta suscitando molto scalpore la notizia, riportata anche dalla stampa italiana (per esempio qui, qui e qui), del “livello record” di radiazioni rilevate all’interno di uno dei reattori della centrale di Fukushima, danneggiati dal sisma del 2011.
Ci riserviamo di verificare la correttezza dei dati pubblicati (530 sievert/ora all’interno del contenimento del reattore numero 2, dove si trova il sistema delle barre di controllo sotto il nocciolo), limitandoci per ora ad osservare come il tono sensazionalistico utilizzato dagli organi di stampa contribuisca a distorcere o aumentare la percezione di pericolosità associata alle delicate operazioni in atto per mettere in sicurezza il sito nucleare giapponese.

E’ di fatto del tutto prevedibile che all’interno del reattore stesso, là dove il combustibile si è depositato (essendo avvenuta la fusione del nocciolo per mancato raffreddamento), le radiazioni siano molto elevate. Questo è vero anche in una centrale nucleare normalmente in funzione e non danneggiata, dove è evidente che se una persona si introducesse all’interno del nocciolo del reattore, verrebbe esposta a dosi letali, ma nessuno si sognerebbe di comunicare questo dato come se ciò fosse un’eventualità in qualche modo plausibile.
Tradurre una misura di radioattività in un valore di dose assorbita da una persona, è di fatto in questo contesto un puro esercizio accademico, e come tale andrebbe specificato [1].

Queste precisazioni non vogliono essere una minimizzazione della delicatezza tecnica delle operazioni di bonifica dell’area della centrale di Fukushima Daiichi, ma è importante che i lettori siano consapevoli che tali operazioni sono condotte con mezzi meccanici e pertanto garantendo l’incolumità fisica dei tecnici coinvolti [2].

Nell’immagine qui sotto, un caminetto acceso, riportato per analogia. L’esposizione diretta e prolungata alla fiamma (nocciolo del reattore) potrebbe causare danni irreparabili, ma “fortunatamente”, mantenendosi alla giusta distanza e/o interponendo le appropriate barriere protettive (difesa in profondità), nessuno si brucerà, e si potrà godere del caldo tepore che il caminetto genera in sicurezza.

caminetto

[1] Per capire la differenza, consultare qui: https://www.nrc.gov/about-nrc/radiation/health-effects/measuring-radiation.html.Molto utile anche il nostro approfondimento sulla radioattività: https://nucleareeragione.org/risposte-veloci/

[2] In queste ore ne stiamo leggendo davvero di tutti i colori. Sinceramente, vorremmo sorvolare sugli strafalcioni tecnici, le inesattezze e i maliziosi bisticci sintattici, ma torneremo a parlarne.
Ad ogni modo, i pezzi “peggiori” sono già stati segnalati e documentati sul JPQuake Wall of Shame:
wall_of_shame

 

Un nuovo coperchio per Chernobyl

[27 novembre 2016, 30 anni e 7 mesi dopo il terribile incidente, ecco il Nuovo Confinamento Sicuro]

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Abbastanza alto da poter ospitare la cattedrale di Notre Dame de Paris, ora copre e sigilla ulteriormente le rovine di Chernobyl, già sepolte nel famoso “sarcofago”. Il nuovo “coperchio” elimina i punti deboli di quello vecchio ed aumenta significativamente il livello di sicurezza delle aree adiacenti. Cambia inoltre radicalmente l’aspetto complessivo di uno dei siti più famosi al Mondo, ed è progettato per rimanere lì almeno 100 anni.

Un intero paesaggio ne è modificato per sempre. Era il paesaggio che ha fatto da sfondo a storie di dolore, angoscia, rabbia, abbandono, amarezza, ma che ha anche alimentato nel tempo paure esagerate o addirittura infondate, sentimenti contrastanti di rifiuto e curiosità, e purtroppo molte sterili polemiche. Potrà ora finalmente lasciare spazio ad altro nell’immaginario collettivo?

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In 30 anni, dalle condizioni di lavoro estreme dell’emergenza iniziale si è passati ad una routine piuttosto insolita: non tutti gli abitanti della piccola cittadina omonima se ne sono andati; le altre unità della centrale nucleare hanno finito di essere disattivate solo ad inizio del nuovo millennio; tra enormi difficoltà e grandi speranze, migliaia di uomini e donne, con le più svariate specializzazioni, “liquidatori”, manovali, operai, tecnici, militari e scienziati hanno condiviso i medesimi spazi di lavoro, e continueranno a farlo.

Senza dimenticare chi ha perso la vita a causa dell’incidente catastrofico e chi ha pagato un prezzo intollerabile, forse è giunto davvero per tutti il momento di mettere le vecchie foto nel cassetto e guardare fiduciosi quelle nuove.

Tutto a posto così? No, il grosso del lavoro inizia adesso!

Il nuovo confinamento sicuro (New Safe Confinement – NSC) dell’unità 4 della centrale nucleare di Chernobyl è il frutto di un progetto senza precedenti nella storia della tecnica, denominato Shelter Implementation Plan (SIP).

Mai prima d’ora una struttura enorme era stata costruita in un sito fortemente contaminato.

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Superare i rischi e le difficoltà inerenti il progetto ha richiesto anni di preparazione e di studio preliminare. I lavori al sito sono iniziati nel 2010 e dovrebbero essere completati al più tardi entro il 2017.

Per ridurre al minimo il rischio esposizione alle radiazioni dei lavoratori, è stato assemblato a qualche decina di metri di distanza dalla posizione definitiva, raggiunta scorrendo su appositi binari e spinto da enormi martinetti. La manovra di posizionamento ha richiesto alcuni giorni. Ora che è sopra l’edificio del reattore distrutto dall’esplosione del 29 aprile 1986, il nuovo “coperchio” impedisce la dispersione di materiale contaminato da radionuclidi ed allo stesso tempo protegge la struttura sottostante da danni esterni, dovuti per esempio a condizioni atmosferiche estreme.

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Alta 108 metri, lunga 162 metri, con un’apertura di 257 metri la struttura ad arco pesa grossomodo 36.000 tonnellate ed è costituita da un reticolo di elementi tubolari in acciaio, sostenuto da travi longitudinali in cemento armato.

Fornirà un ambiente di lavoro sicuro, attrezzato con gru pesanti per il futuro smantellamento del vecchio sarcofago e la gestione dei rifiuti.

Sarà abbastanza forte da resistere ad un tornado ed il suo sofisticato sistema di ventilazione elimina il rischio di corrosione.

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Progettazione e costruzione sono state assegnate nel 2007 al consorzio Novarka, guidato dalle imprese francesi Bouygues e Vinci.

Nel sito hanno lavorato e lavorano subappaltatori locali e altri provenienti da tutto il Mondo: gli elementi strutturali sono stati progettati e costruiti in Italia, le gru vengono dagli Stati Uniti, il rivestimento dalla Turchia, e le operazioni di sollevamento e di scorrimento sono state curate da una società olandese.

La costruzione è finanziata tramite il Chernobyl Shelter Fund, gestito dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (European Bank for Reconstruction and Development – EBRD). I contratti assegnati sono in accordo con le politiche e le norme sugli appalti della BERS e le relative attività devono essere svolte in conformità alla sua policy ambientale e sociale.

Щире спасибі всім АЕС персоналу, техніків і робітників, що беруть участь в будівництві нового безпечного конфайнмента Чорнобильської АЕС.

Fonte:
BERS per i dati tecnici e commerciali; Wikipedia, Novarka e lo staff della centrale nucleare di Chernobyl per le foto.

Per ulteriori approfondimenti consigliamo il seguente video che riassume 8 anni di lavoro:


Le scorie dell’energia

Segnaliamo che mercoledì 20 gennaio, alle ore 17:00, avrà luogo a Trieste una conferenza dal titolo:
 “Le scorie dell’energia. Come chiudere il ciclo di una fonte?
Luogo: aula magna del Dipartimento di Scienze Giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e della Traduzione, in via Filzi 14 a Trieste.
Relatore: dott. Pierluigi Totaro (Comitato Nucleare e Ragione).
Scorie_energia

L’evento fa parte di un ciclo di conferenze intitolato “Energia, società e ambiente. Tra passato, presente e futuro“, promosso dai Dipartimenti di Studi Umanistici e di Fisica dell’Università di Trieste, da Sissa Medialab, Elettra-Sincrotrone, Ceric-Eric, Comitato Nucleare e Ragione, Nuclear Italy Research Group.

Energia, società, ambiente_1