La radioattività di Fukushima nell’oceano? Facciamo il punto

[La notizia ha suscitato allarmismo ma si tratta per ora di una tra le ipotesi, e probabilmente la più sensata]

Si è diffusa nelle ultime ore sui media generalisti la notizia che il governo giapponese starebbe per sversare nell’oceano l’acqua contaminata della centrale di Fukushima Daiichi. Com’era prevedibile la notizia ha generato allarmismo e una certa dose d’isteria sui media nostrani quindi cerchiamo di fare sinteticamente e schematicamente il punto.

Di cosa stiamo parlando?

Stiamo parlando delle acque reflue raccolte entro il perimetro della centrale di Daiichi e che vengono filtrate dei radionuclidi più tossici per l’ambiente e quindi stoccate in enormi serbatoi. In esse, dopo la depurazione, rimane una concentrazione variabile di Trizio (H3, elemento non facilmente filtrabile) pari a 0.5-4 MBq/L (milioni di Becquerel per litro), per un totale di circa 0.76 PBq [1] (Peta Becquerel, 1015 Bequerel).
Il Trizio ha un’emivita di 12 anni, il che vuol dire che ogni 12 anni la sua attività si dimezza.

E’ una notizia nuova?

In realtà la notizia non è nuova [2]. Rilasci controllati sono avvenuti prima d’oggi a Fukushima e quella di rilasciare, gradualmente, tutta l’acqua contenuta nei serbatoi nell’oceano è una delle ipotesi di lavoro (assieme all’evaporazione, il sequestro geologico, la solidificazione e il rilascio sotto forma di idrogeno), almeno dal 2014. Di fatto, quella del rilascio controllato in mare sarebbe la soluzione più praticabile secondo molti esperti e contemplata anche dalla IAEA, la quale da tempo ha suggerito di valutare la sostenibilità ambientale e socio-economica di tutte le opzioni, nonché ovviamente i potenziali impatti sulla salute delle popolazioni [3].

Perché se ne parla ora?

Se ne parla ora perché, il governo giapponese ha recentemente informato il corpo diplomatico presente nel Paese – cosa che avviene ad intervalli regolari – delle prospettive per il decommisionamento definitivo dell’area di Daiichi, e da parte del governo della Corea del Sud sarebbero state sollevate preoccupazioni per l’ipotesi del rilascio controllato in mare.

Quale sarebbe l’impatto del rilascio controllato?

La gradualità del rilascio e l’effetto diluitivo dell’acqua nell’Oceano faranno si che l’impatto risulterà essere molto limitato. Si consideri che la radioattività già naturalmente presente nell’Oceano Pacifico ammonta a più di 8 milioni di PBq. Le sorgenti principali sono il Potassio-40 (7,4 milioni di PBq), il Rubidio-87 (700mila PBq), l’Uranio (22mila PBq), il Carbonio-14 (3mila PBq) e il Trizio (370 PBq) [4]. Nell’ipotesi di massima diluizione, la frazione di Trizio nell’Oceano Pacifico aumenterebbe pertanto di meno dell’1%. Chiaramente il rilascio, se adottato come soluzione, dovrà essere sufficientemente graduale e prevedere una pre-diluizione, in maniera tale da mantenere la concentrazione di Trizio sotto i livelli imposti dalle normative anche in prossimità del luogo di rilascio [5].

Ci sono dei precedenti?

Oltre ad un fondo naturale, gran parte del Trizio che già si trova negli oceani è ciò che resta di quanto rilasciato dagli esperimenti nucleari dello scorso secolo. Tuttavia anche le centrali nucleari in operatività e gli impianti di riprocessamento del combustibile sono autorizzati a rilasciare una certa quantità di acqua in cui è presente Trizio. Per le centrali Giapponesi questo è avvenuto già nel corso degli ultimi 20 anni, con un limite imposto alla concentrazione di 60000 Bq/L. L’impianto di riprocessamento francese di LaHague rilascia in un anno circa 12 PBq (oltre dieci volte il totale di quanto dovrebbe essere rilasciato da Fukushima), mentre la concentrazione misurata nell’oceano circostante è di circa 7 Bq/L [6]. Gli esperti dunque si aspettano che il rilascio controllato dalla centrale di Fukushima comporti in mare aperto livelli di radioattività simili, quindi in sostanza indistinguibili dal fondo naturale.

Dunque c’è da preoccuparsi?

Gli unici a doversi preoccupare potrebbero essere eventualmente i pescatori della zona di Fukushima, che, qualora il rilascio fosse fatto ad un rateo troppo elevato, si troverebbero a fronteggiare livelli di concentrazione del trizio localmente superiori ai limiti imposti per la commercializzazione del pescato, con conseguente danno socio-economico [7]. Per il resto della popolazione mondiale si possono tuttavia escludere impatti sull’ambiente e la salute. Ribadiamo comunque il fatto che il rilascio in mare è per ora solo una delle ipotesi allo studio, e che ci sono i mezzi e le conoscenze per farlo in tutta sicurezza e senza danni anche per le popolazioni locali, già così duramente colpite dalle conseguenze dello tsunami.

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Note:

[1] https://blog.safecast.org/2018/06/part-1-radioactive-water-at-fukushima-daiichi-what-should-be-done/

Secondo l’inventario pubblicato nel 2015 dalla TEPCO ( https://www.meti.go.jp/earthquake/nuclear/pdf/140424/140424_02_008.pdf) il quantitativo complessivo di Trizio all’interno della centrale di Fukushima Daiichi ammontava a 3.4 PBq, di cui circa 0.8 PBq accumulati nelle cisterne.

[2] https://www.theguardian.com/environment/2016/apr/13/is-it-safe-to-dump-fukushima-waste-into-the-sea

[3] Nel rapporto pubblicato dalla IAEA il 13 maggio 2015, basato su una missione condotta nel febbraio dello stesso anno a Tokyo e Fukushima da un gruppo di 15 esperti, si afferma la necessità di <<trovare una soluzione sostenibile al problema della gestione dell’acqua contaminata presso la centrale nucleare di Fukushima Daiichi della TEPCO. Ciò richiederebbe di considerare tutte le opzioni, compresa la possibile ripresa degli scarichi controllati verso il mare.>> Nello stesso rapporto, la IAEA consiglia a TEPCO di <<effettuare una valutazione del potenziale impatto radiologico sulla popolazione e sull’ambiente derivante dal rilascio di acqua contenente trizio e qualsiasi altro radionuclide residuo nel mare, al fine di valutare la rilevanza radiologica e di avere una buona base scientifica per prendere decisioni. È chiaro che il processo decisionale finale richiederà il coinvolgimento di tutte le parti interessate, tra cui TEPCO, NRA, governo nazionale, governo della prefettura di Fukushima, comunità locali e altri.>>

[4] Un nostro precedente articolo https://nucleareeragione.org/2013/09/18/drowning-by-numbers/, e la relativa fonte: https://sites.google.com/isu.edu/health-physics-radinf/radioactivity-in-nature

[5] Secondo quanto riportato in https://blog.safecast.org/2018/06/part-1-radioactive-water-at-fukushima-daiichi-what-should-be-done/, l’acqua potrebbe essere diluita in maniera tale da diminuire la concentrazione dai 0,5-4 MBq/L a circa 60000 Bq/L, prima di essere riversata in mare. Il rilascio avverrebbe in maniera controllata, in un arco di tempo complessivo di circa 5 anni o più.

[6] Globalmente, i livelli di fondo del Trizio nelle acque sono compresi tra 1 and 4 Bq/L, che includono tra 0.1 e 0.6 Bq/L di origine naturale e più del doppio originate dai test nucleari del passato. Negli oceani, la concentrazione di Trizio alla superficie varia tra 0.1 e 0.2 Bq/L. Per confronto, il Trizio naturalmente presente nell’acqua piovana in Giappone tra il 1980 e il 1995 ammontava a 0.5- 1.5 Bq/L. Negli Stati Uniti il limite di legge per l’acqua potabile è pari a 740 Bq/L, mentre in Europa è pari a 100 Bq/L.

[7] Precisiamo che ad un rateo di rilascio elevato l’unico rischio sarebbe quello di superare gli attuali limiti di legge ai quali è legata l’autorizzazione alla pesca nelle acque al largo di Fukushima. I limiti inerenti la contaminazione radioattiva delle acque in Giappone sono stati resi estremamente restrittivi ed un eventuale superamento non implica necessariamente un aumento sensibile del rischio per l’ambiente e gli esseri umani. In ogni caso, al primo superamento dei limiti di legge il rilascio potrebbe essere interrotto permettendo una dispersione sufficiente dei radionuclidi e la conseguente scomparsa della contaminazione.


Ricordare il futuro

[Ipotesi per un parco tecnologico connesso al Deposito Nazionale di rifiuti radioattivi]
18 05 2018 Presentazione Ravenna_Sokol-04

In occasione del Workshop “Il Bosco Coltivato ad Arte”, svoltosi lo scorso 18 maggio a Ravenna durante la manifestazione “Fare i Conti con l’Ambiente”, abbiamo assistito alla presentazione di una interessante proposta per il deposito di rifiuti nucleari, e relativo Parco Tecnologico. 
I nostri lettori sanno quanto ci sta a cuore il tema, che seguiamo da diversi anni nell’attesa che la CNAPI (Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee), pronta dal 2015, venga finalmente resa pubblica e l’iter di individuazione del sito prosegua.
Ringraziamo l’architetto Ariella Sokol e pubblichiamo qui di seguito le slides della sua presentazione.

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Per maggiori informazioni sul Deposito Nazionale, riportiamo qui i nostri articoli sull’argomento:
https://nucleareeragione.org/2015/01/09/buoni-propositi-per-lanno-nuovo/
https://nucleareeragione.org/2015/06/15/futuro-sicuro-work-in-progress/
https://nucleareeragione.org/2015/05/20/rifiuti-utili/
https://nucleareeragione.org/2016/11/10/la-centrale-di-krsko-e-la-cultura-della-sicurezza-nucleare/
Qui la Nota Informativa sulla CNAPI, pubblicata dal Ministero dello Sviluppo economico lo scorso 23 marzo, nel quale si affermava che (la sottolineatura è nostra) <<La CNAPI è predisposta dalla Sogin; dopo la validazione da parte di Ispra, su nulla osta dei Ministeri, la Sogin avvia la consultazione pubblica. Sono in corso al riguardo ultimi adempimenti, che potranno essere completati nei prossimi giorni. Si ricorda che la pubblicazione della CNAPI non è un atto discrezionale del Governo ma termine di un lungo processo tecnico.>>
Per quanto tempo ancora dovremo attendere questi “ultimi adempimenti”?

Radioattività e verità percepita

Cosa sta succedendo a Fukushima? Ne abbiamo lette e sentite di tutti i colori negli ultimi giorni!

Facciamo chiarezza:

  • Sì, TEPCO ha davvero rilevato livelli di radioattività molto alti all’interno dell’edificio del reattore n. 2 della centrale nucleare Fukushima Daiichi.

  • No, questo non significa che i livelli di radioattività nella centrale nucleare Fukushima Daiichi stanno aumentando.

Il 30 gennaio 2017 è stato inserito per la prima volta attraverso un’apertura esistente nel contenimento del reattore dell’unità 2 un attrezzo telescopico con una fotocamera, utilizzata anche come dispositivo per la misurazione della radioattività. L’apparecchiatura ha raggiunto un’area denominata “il piedistallo” (vicino al Control Rod Drive, parte inferiore del sistema delle barre di controllo ⎼ vedi Fig. 1), per effettuare misure e scattare foto proprio sotto il recipiente a pressione del reattore (Reactor Pressure Vessel ⎼ RPV) danneggiato. Le foto mostrano l’area con strutture a grigliato ricoperte di materiale fuso che si ritiene possa essere composto anche da detriti del combustibile nucleare fuoriusciti a seguito del fallimento del recipiente (vedi link nelle note).

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Fig. 1 Immagine della zona investigata, per gentile concessione della TEPCO. La manovra è partita dall’apertura X-6 del contenimento del reattore (Primary Containment

Vessel ⎼ PCV)

 

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Fig. 2 Rappresentazione della manovra effettuata con il braccio telescopico (in giallo), per gentile concessione della TEPCO

I livelli di radioattività rilevati sono stati riportati in sievert all’ora (“fino a 530 Sv/h” [1]) suscitando preoccupazione (ed allarmismo), ma anche forti perplessità, in quanto l’unità di misura sievert viene tipicamente utilizzata in misure di dose equivalente (o dose efficace), laddove si studiano la quantità di radiazioni ionizzanti assorbite e gli effetti sanitari delle medesime [2].

Gioco facile, quindi, per i mezzi di comunicazione e gli utenti dei social network affermare e rilanciare in tutto il Mondo che 530 sievert all’ora sarebbero fatali per una persona esposta solo per pochi secondi!

Sta di fatto che nessuna persona è stata esposta né ha assorbito alcunché, che la zona indagata è al momento inaccessibile se non con strumentazione manovrata da remoto, e soprattutto che le barriere interposte tra la sorgente radioattiva e l’ambiente esterno sono attualmente più che sufficienti per considerare la situazione sotto controllo, ovvero a bassissimo rischio di contaminazione o (peggio) di impatti per la salute dei lavoratori che operano per mantenere in sicurezza l’intera zona della centrale incidentata.

Riguardo a quest’ultimo punto, secondo la Safecast [3], associazione che monitora il sito in modo indipendente dalla TEPCO, le misure nei pressi della centrale (ed altrove in Giappone – vedi Pointcast realtime detector system) mostrano livelli di radioattività in costante diminuzione.

Inoltre, se non erano ancora stati misurati livelli di radioattività così alti a Fukushima Daiichi è per il semplice motivo che la strumentazione adatta non era mai stata posta alla giusta distanza da una sorgente radioattiva a così alta attività, principalmente a causa delle difficoltà ad accedere con tale strumentazione alle zone più pericolose. È difatti del tutto pacifico che in prossimità di un reattore nucleare incidentato, il cui contenimento probabilmente ha fallito, ci si debba aspettare livelli di radioattività estremamente alti. Non è affatto pacifico che si paragonino tali livelli a quelli associati alle normali condizioni di vita degli esseri umani, o al fondo di radioattività naturale, o alla medicina nucleare, e nemmeno alle condizioni di operatività dei lavoratori esposti.

Sono comprensibili un certo livello di confusione e di difficoltà ad interpretare fatti e dati da parte dei media, unito ad una (forse) inevitabile foga per la ricerca dello scoop, dei click, ecc. Viceversa lascia allibiti la faciloneria con cui si pubblicano scempiaggini come quella dell’Uranio che, fuoriuscito dal nocciolo del reattore, “scioglie” (sic!) qualsiasi cosa incontri sulla sua strada, come scrive il Corriere della Sera [4]. Per non parlare della ridicolaggine del citare fonti che vogliono rimanere anonime e quindi inverificabili, del fare allusioni ed ipotesi immotivate, ecc. ⎼ come un qualsiasi sito internet di fake news.

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Fig.3 Immagine dal report IRID-TEPCO dove sono indicati i punti nei quali sono stati “misurati” gli alti valori di radioattività. Non si tratta di misure dirette tramite rivelatore di radiazione, ma di stime calcolate analizzando lo sfarfallio (flicker) delle immagini registrate con la fotocamera.
Si noti l’indicazione di un errore associato alle stime pari al 30%. Si noti inoltre che il valore più alto (i famosi 530 Sv/h) è stato rilevato dentro al contenimento del reattore (PCV), ma a qualche metro di distanza dal recipiente in pressione (RPV) e dal sistema delle barre di controllo (CRD), dove invece sono state catturate le immagini che sembrano individuare la presenza di combustibile nucleare fuso. 

Investigazioni simili sono in programma anche per le unità 1 e 3 della centrale nucleare. Pertanto aspettiamoci ulteriori sviluppi, vale a dire report con valori di radioattività anche più alti, ma soprattutto tante altre perle di giornalismo.

Sotto il consorzio denominato IRID, la TEPCO sta sviluppando con alcuni partner la tecnologia necessaria per approfondire gli studi delle aree considerate più critiche all’interno degli edifici dei reattori danneggiati. Robot ed altri dispositivi aiuteranno le indagini ovunque i livelli di radioattività sono troppo elevati per consentire agli esseri umani di operare in sicurezza o semplicemente nelle zone altrimenti inaccessibili.

L’operazione appena completata aveva proprio lo scopo di aiutare a mappare il percorso per Scorpion, un robot cingolato progettato per “strisciare” sul deck (ponte) di grigliato all’interno del “piedistallo”, e da lì raccogliere ulteriori immagini e fare misurazioni. Tuttavia, si è scoperto che una sezione del ponte risulta fusa e quindi molto probabilmente impraticabile per il robot. Inoltre, gli alti livelli di radiazione impongono limiti al tempo di durata delle eventuali operazioni: i livelli sono tali per cui dopo 2 ore potrebbero insorgere malfunzionamenti (più che altro legati al danneggiamento della parte elettronica della macchina [5]).

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Fig. 4 Il robot SCORPION. Foto per gentile concessione della IRID

I tecnici avevano pazientato un anno, affinché fosse decontaminata in modo adeguato l’area dove gli operatori hanno manovrato da remoto, e venissero affrontate altre priorità. Ora si è scoperto che occorrerà probabilmente molto più tempo per inquadrare definitivamente il problema dei detriti del combustibile nucleare (più o meno esausto e/o fuso).

Sapevamo già che sarebbero occorsi decenni per provvedere ad un adeguato smantellamento di Fukushima Daiichi, oggi sappiamo che TEPCO ha, se possibile, ancora più problemi.

Rimaniamo tuttavia fiduciosi, e riteniamo che i progressi fatti negli anni sono comunque notevoli e tali per cui sarebbe ora che giungessero messaggi più tranquillizzanti dai media, soprattutto per quella popolazione giapponese che ancora soffre essendo stata costretta a lasciare le proprie case e le proprie vite.

Note:
[1] Questo il valore che abbiamo letto un po’ dappertutto, sul The Japan Times, Mainichi, Forbes, Corriere della Sera, ecc. Non abbiamo trovato altro riscontro ufficiale se non nel report della TEPCO (in giapponese) linkato qui sotto tra le altre fonti. In tale documento si legge che i valori sono frutto di una stima calcolata utilizzando il rumore della fotocamera causato dall’interazione delle radiazioni con l’apparecchio. Questo tipo di calcolo può facilmente dare risultati solo parzialmente affidabili, ossia poco significativi, con errori associati molto grandi, soprattutto se non viene fatta una campionatura estesa. In altre parole, il valore di 530 Sv/h potrebbe essere una semplice anomalia. Il sospetto è accresciuto dalla posizione del rilevamento, a grande distanza (qualche metro) da quello che nelle foto
sembra essere combustibile nucleare fuoriuscito dal nocciolo a seguito del fallimento del recipiente del reattore ⎼ ribadiamo, sembra essere, perché al momento non esiste alcuna conferma definitiva che si tratti di combustibile nucleare.

[2] Un’utile spiegazione delle differenti unità di misura usate con le radiazioni ionizzanti viene fornita dalla United States Nuclear Regulatory Commission qui:

https://www.nrc.gov/about-nrc/radiation/health-effects/measuring-radiation.html

[3] Safecast è un’associazione di volontariato internazionale, dedita al monitoraggio della situazione post-incidentale a Fukushima Daiichi, allo studio della conseguente contaminazione radioattiva dell’ambiente, ed alla divulgazione di una corretta informazione scientifica sui problemi ambientali e di salute pubblica ad essa collegati.

[4] Buona (?) lettura:

http://www.corriere.it/esteri/17_febbraio_05/fukushima-foro-che-dimostra-fusione-nocciolo-d-uranio-0e5492e6-ebe6-11e6-91eb-31433eb4de41.shtml

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Screenshot del 06/02/2017 ore 14:11

[5] I diodi, ma anche altri componenti elettronici, possono resistere, ossia continuare a funzionare, solo fino a certe fluenze (i.e. numero di particelle incidenti sull’unità di superficie di un corpo irraggiato) e a seconda del tipo di particelle e delle relative energie associate.

Fonti ed ulteriori approfondimenti:
Alcuni report della TEPCO

http://www.tepco.co.jp/en/nu/fukushima-np/handouts/2017/images/handouts_170202_01-e.pdf

http://www.tepco.co.jp/en/press/corp-com/release/2017/1371751_10469.html

http://www.tepco.co.jp/nu/fukushima-np/handouts/2017/images1/handouts_170206_05-j.pdf

Alcune foto della TEPCO

http://photo.tepco.co.jp/en/index-e.html

http://photo.tepco.co.jp/en/date/2017/201702-e/170202-01e.html

http://photo.tepco.co.jp/en/date/2017/201701-e/170130-01e.html

Ringraziamenti:
Questo post è frutto di alcune nostre considerazioni a margine di tre articoli che hanno cercato di portare un po’ di corretta informazione nel delirio mediatico internazionale. Il primo è l’articolo pubblicato da
Safecast il 4 febbraio 2017 e da noi ripubblicato integralmente qui:

https://nucleareeragione.org/2017/02/08/no-radiation-levels-at-fukushima-daiichi-are-not-rising/

Il secondo è l’articolo “No, Fukushima Daiichi Did Not See A Radiation Spike” di SimplyInfo.org e Fukuleaks.org, pubblicato il 4 febbraio 2017.

Il terzo è l’articolo “Fukushima Unit 2 New Radiation Readings From TEPCO” di SimplyInfo.org e Fukuleaks.org, pubblicato il 6 febbraio 2017.

Attenzione al caminetto!

Sta suscitando molto scalpore la notizia, riportata anche dalla stampa italiana (per esempio qui, qui e qui), del “livello record” di radiazioni rilevate all’interno di uno dei reattori della centrale di Fukushima, danneggiati dal sisma del 2011.
Ci riserviamo di verificare la correttezza dei dati pubblicati (530 sievert/ora all’interno del contenimento del reattore numero 2, dove si trova il sistema delle barre di controllo sotto il nocciolo), limitandoci per ora ad osservare come il tono sensazionalistico utilizzato dagli organi di stampa contribuisca a distorcere o aumentare la percezione di pericolosità associata alle delicate operazioni in atto per mettere in sicurezza il sito nucleare giapponese.

E’ di fatto del tutto prevedibile che all’interno del reattore stesso, là dove il combustibile si è depositato (essendo avvenuta la fusione del nocciolo per mancato raffreddamento), le radiazioni siano molto elevate. Questo è vero anche in una centrale nucleare normalmente in funzione e non danneggiata, dove è evidente che se una persona si introducesse all’interno del nocciolo del reattore, verrebbe esposta a dosi letali, ma nessuno si sognerebbe di comunicare questo dato come se ciò fosse un’eventualità in qualche modo plausibile.
Tradurre una misura di radioattività in un valore di dose assorbita da una persona, è di fatto in questo contesto un puro esercizio accademico, e come tale andrebbe specificato [1].

Queste precisazioni non vogliono essere una minimizzazione della delicatezza tecnica delle operazioni di bonifica dell’area della centrale di Fukushima Daiichi, ma è importante che i lettori siano consapevoli che tali operazioni sono condotte con mezzi meccanici e pertanto garantendo l’incolumità fisica dei tecnici coinvolti [2].

Nell’immagine qui sotto, un caminetto acceso, riportato per analogia. L’esposizione diretta e prolungata alla fiamma (nocciolo del reattore) potrebbe causare danni irreparabili, ma “fortunatamente”, mantenendosi alla giusta distanza e/o interponendo le appropriate barriere protettive (difesa in profondità), nessuno si brucerà, e si potrà godere del caldo tepore che il caminetto genera in sicurezza.

caminetto

[1] Per capire la differenza, consultare qui: https://www.nrc.gov/about-nrc/radiation/health-effects/measuring-radiation.html.Molto utile anche il nostro approfondimento sulla radioattività: https://nucleareeragione.org/risposte-veloci/

[2] In queste ore ne stiamo leggendo davvero di tutti i colori. Sinceramente, vorremmo sorvolare sugli strafalcioni tecnici, le inesattezze e i maliziosi bisticci sintattici, ma torneremo a parlarne.
Ad ogni modo, i pezzi “peggiori” sono già stati segnalati e documentati sul JPQuake Wall of Shame:
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Un nuovo coperchio per Chernobyl

[27 novembre 2016, 30 anni e 7 mesi dopo il terribile incidente, ecco il Nuovo Confinamento Sicuro]

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Abbastanza alto da poter ospitare la cattedrale di Notre Dame de Paris, ora copre e sigilla ulteriormente le rovine di Chernobyl, già sepolte nel famoso “sarcofago”. Il nuovo “coperchio” elimina i punti deboli di quello vecchio ed aumenta significativamente il livello di sicurezza delle aree adiacenti. Cambia inoltre radicalmente l’aspetto complessivo di uno dei siti più famosi al Mondo, ed è progettato per rimanere lì almeno 100 anni.

Un intero paesaggio ne è modificato per sempre. Era il paesaggio che ha fatto da sfondo a storie di dolore, angoscia, rabbia, abbandono, amarezza, ma che ha anche alimentato nel tempo paure esagerate o addirittura infondate, sentimenti contrastanti di rifiuto e curiosità, e purtroppo molte sterili polemiche. Potrà ora finalmente lasciare spazio ad altro nell’immaginario collettivo?

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In 30 anni, dalle condizioni di lavoro estreme dell’emergenza iniziale si è passati ad una routine piuttosto insolita: non tutti gli abitanti della piccola cittadina omonima se ne sono andati; le altre unità della centrale nucleare hanno finito di essere disattivate solo ad inizio del nuovo millennio; tra enormi difficoltà e grandi speranze, migliaia di uomini e donne, con le più svariate specializzazioni, “liquidatori”, manovali, operai, tecnici, militari e scienziati hanno condiviso i medesimi spazi di lavoro, e continueranno a farlo.

Senza dimenticare chi ha perso la vita a causa dell’incidente catastrofico e chi ha pagato un prezzo intollerabile, forse è giunto davvero per tutti il momento di mettere le vecchie foto nel cassetto e guardare fiduciosi quelle nuove.

Tutto a posto così? No, il grosso del lavoro inizia adesso!

Il nuovo confinamento sicuro (New Safe Confinement – NSC) dell’unità 4 della centrale nucleare di Chernobyl è il frutto di un progetto senza precedenti nella storia della tecnica, denominato Shelter Implementation Plan (SIP).

Mai prima d’ora una struttura enorme era stata costruita in un sito fortemente contaminato.

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Superare i rischi e le difficoltà inerenti il progetto ha richiesto anni di preparazione e di studio preliminare. I lavori al sito sono iniziati nel 2010 e dovrebbero essere completati al più tardi entro il 2017.

Per ridurre al minimo il rischio esposizione alle radiazioni dei lavoratori, è stato assemblato a qualche decina di metri di distanza dalla posizione definitiva, raggiunta scorrendo su appositi binari e spinto da enormi martinetti. La manovra di posizionamento ha richiesto alcuni giorni. Ora che è sopra l’edificio del reattore distrutto dall’esplosione del 29 aprile 1986, il nuovo “coperchio” impedisce la dispersione di materiale contaminato da radionuclidi ed allo stesso tempo protegge la struttura sottostante da danni esterni, dovuti per esempio a condizioni atmosferiche estreme.

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Alta 108 metri, lunga 162 metri, con un’apertura di 257 metri la struttura ad arco pesa grossomodo 36.000 tonnellate ed è costituita da un reticolo di elementi tubolari in acciaio, sostenuto da travi longitudinali in cemento armato.

Fornirà un ambiente di lavoro sicuro, attrezzato con gru pesanti per il futuro smantellamento del vecchio sarcofago e la gestione dei rifiuti.

Sarà abbastanza forte da resistere ad un tornado ed il suo sofisticato sistema di ventilazione elimina il rischio di corrosione.

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Progettazione e costruzione sono state assegnate nel 2007 al consorzio Novarka, guidato dalle imprese francesi Bouygues e Vinci.

Nel sito hanno lavorato e lavorano subappaltatori locali e altri provenienti da tutto il Mondo: gli elementi strutturali sono stati progettati e costruiti in Italia, le gru vengono dagli Stati Uniti, il rivestimento dalla Turchia, e le operazioni di sollevamento e di scorrimento sono state curate da una società olandese.

La costruzione è finanziata tramite il Chernobyl Shelter Fund, gestito dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (European Bank for Reconstruction and Development – EBRD). I contratti assegnati sono in accordo con le politiche e le norme sugli appalti della BERS e le relative attività devono essere svolte in conformità alla sua policy ambientale e sociale.

Щире спасибі всім АЕС персоналу, техніків і робітників, що беруть участь в будівництві нового безпечного конфайнмента Чорнобильської АЕС.

Fonte:
BERS per i dati tecnici e commerciali; Wikipedia, Novarka e lo staff della centrale nucleare di Chernobyl per le foto.

Per ulteriori approfondimenti consigliamo il seguente video che riassume 8 anni di lavoro:


Le scorie dell’energia

Segnaliamo che mercoledì 20 gennaio, alle ore 17:00, avrà luogo a Trieste una conferenza dal titolo:
 “Le scorie dell’energia. Come chiudere il ciclo di una fonte?
Luogo: aula magna del Dipartimento di Scienze Giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e della Traduzione, in via Filzi 14 a Trieste.
Relatore: dott. Pierluigi Totaro (Comitato Nucleare e Ragione).
Scorie_energia

L’evento fa parte di un ciclo di conferenze intitolato “Energia, società e ambiente. Tra passato, presente e futuro“, promosso dai Dipartimenti di Studi Umanistici e di Fisica dell’Università di Trieste, da Sissa Medialab, Elettra-Sincrotrone, Ceric-Eric, Comitato Nucleare e Ragione, Nuclear Italy Research Group.

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Lo stato di salute della popolazione residente nei comuni sedi di impianti nucleari

Riportiamo integralmente il seguente comunicato dell’Istituto Superiore di Sanità

Lo stato di salute della popolazione residente nei comuni sedi di impianti nucleari è generalmente sovrapponibile a quello della popolazione generale delle Regioni di appartenenza.

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ISS 23 ottobre 2015

Sono queste le conclusioni, in linea con quelle ottenute in altri paesi europei, del primo rapporto italiano “Stato di salute della popolazione residente nei Comuni già sedi di impianti nucleari: Analisi della mortalità, stima dei casi attesi e rassegna degli altri studi epidemiologici”, commissionato dal Ministero della Salute all’Istituto Superiore di Sanità. Il rapporto è stato presentato a Roma, nel corso di una riunione della Conferenza Stato-Città.
La mortalità per molte delle patologie prese in esame è risultata inferiore rispetto alla popolazione regionale con cui è stata confrontata e gli eccessi di mortalità osservati non possono essere direttamente attribuibili all’esposizione della popolazione a dosi di radiazioni ionizzanti causate da rilasci di radioattività dagli impianti, in quanto (sulla base delle stime riportate in questo rapporto) le dosi che possono causare effetti osservabili in termini di incremento di mortalità avrebbero potuto essere prodotte solo da un continuo e rilevante funzionamento anomalo degli impianti.
Va sottolineato, infatti, che le patologie tumorali analizzate sono tutte multifattoriali, cioè vi sono diversi fattori (oltre all’esposizione a radiazioni ionizzanti) che possono aumentare il rischio di contrarre tali tumori.
Lo studio, avviato nel 2010, nell’ambito di un tavolo di coordinamento sulle attività di indagine epidemiologica nelle aree sede di servitù nucleari, ha valutato lo stato di salute della popolazione residente in nove comuni italiani già sedi di impianti nucleari e le eventuali azioni da intraprendere.
E’ stata analizzata la mortalità per 62 gruppi di patologie ma particolare attenzione è stata data a 24 patologie tumorali connesse (in modo non univoco) all’esposizione a radiazioni ionizzanti secondo quanto indicato dalla IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro), dall’UNSCEAR (Comitato Scientifico delle Nazioni Unite sugli Effetti delle Radiazioni Atomiche), dall’ICRP (Commissione Internazionale sulla Protezione Radiologica), e dal BEIR (Comitato sugli Effetti Biologici delle Radiazioni Ionizzanti).
Nell’intero periodo 1980-2008 la mortalità complessiva per l’insieme delle 24 patologie tumorali per le quali l’esposizione alle radiazioni ionizzanti sono uno dei fattori di rischio è risultata comunque non diversa da quella di riferimento nell’insieme dei Comuni analizzati. Per i singoli Comuni, la mortalità complessiva per l’insieme delle 24 patologie tumorali risulta lievemente in eccesso a Latina (+3%), ma in difetto per altri 3 Comuni e per l’insieme dei Comuni escluso Latina (-9%).
Le analisi complessive sull’insieme dei Comuni per ognuna delle suddette 24 patologie tumorali ha mostrato, per l’intero periodo 1980-2008, un eccesso di mortalità per il tumore alla tiroide e un difetto di mortalità per tumori al colon-retto, al polmone, alla mammella e all’esofago.
Va sottolineato che gli eccessi di mortalità osservati in qualche caso nelle popolazioni dei Comuni in esame non possono essere direttamente attribuibili, in base a questa sola analisi, alla presenza di impianti nucleari, in assenza di dati o indicatori di esposizione degli individui delle popolazioni in esame ai rilasci radioattivi dagli impianti stessi.
Non è stato possibile fare un’analisi dell’incidenza delle patologie prese in esame in quanto i registri tumori coprono sono una parte del territorio italiano. Questo ha limitato la capacità di analizzare la situazione di patologie tumorali a bassa letalità.

Lo studio ha stimato inoltre l’impatto sanitario in termini di mortalità attesa prendendo in considerazione tre diverse ipotesi di livello di esposizione della popolazione alle radiazioni ionizzanti: 1) una relativa a rilasci continui di radioattività tipici per funzionamento normale di impianti nucleari, 2) una relativa a rilasci continui uguali ai massimi registrati nei dati ufficiali europei per il funzionamento normale di impianti nucleari, 3) una relativa a rilasci continui e molto consistenti causati da un continuo funzionamento anomalo (cioè continue situazioni incidentali di lieve o moderata intensità, molto diverse comunque da incidenti gravi, per i quali le dosi alla popolazione circostante sarebbero molto superiori, come nei casi di Chernobyl e Fukushima).
Le stime, effettuate sulla base di dati ufficiali europei, mostrano che assumendo che durante tutto il periodo di funzionamento degli impianti nucleari in esame i rilasci di radioattività siano stati uguali al livello massimo registrato in condizioni normali, il numero di decessi (per patologie tumorali correlabili con l’esposizione a radiazioni ionizzanti) attesi nelle popolazioni prese in esame sarebbe inferiore a 1 nell’insieme di tutti i Comuni e per tutto il periodo di osservazione (dal 1980 al 2008).
Solo in caso di rilasci consistenti di radioattività (100 volte i livelli massimi registrati in dati ufficiali) per tutto il periodo di funzionamento degli impianti si avrebbe nei circa 30 anni di osservazione un numero di casi attesi (per patologie tumorali per le quali l’esposizione a radiazioni ionizzanti ha un ruolo eziologico) superiore a 1, e tale numero rappresenterebbe circa l’1% del totale di decessi osservati per tali patologie.
Lo studio raccomanda comunque di predisporre, nel caso di impianti futuri, un’adeguata sorveglianza sia dei livelli di esposizione a radiazioni ionizzanti sia di tipo sanitario relativamente alle patologie potenzialmente correlate con l’esposizione a radiazioni ionizzanti.

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