Quanto “dura” un reattore di potenza?

Si sente spesso dire che i reattori nucleari, in Europa e negli USA, siano”vecchi”. Il sottinteso è che il loro livello di sicurezza e affidabilità non sia più soddisfacente. In realtà la gestione dei reattori (almeno nei paesi OCSE) è assimilabile per certi versi a quella degli aeroplani civili. Mediante un processo continuo di monitoraggio e manutenzione preventiva, queste macchine sono sempre tenute ad un elevato livello di sicurezza e qualità di funzionamento.

Proponiamo su questo tema un contributo originariamente pubblicato sul blog http://nucleare.tech, con alcune considerazioni tratte dalla documentazione della Nuclear Regulatory Commission (NRC) americana.

 

ESTENSIONE DELLA VITA DEI REATTORI

Le centrali nucleari statunitensi stanno dimostrando che l’età è davvero solo un numero. Nonostante l’età media dei reattori americani si avvicini ai 40 anni, gli esperti affermano che non ci sono limiti tecnici per cui queste unità producano energia pulita e affidabile per altri 40 anni o più.

Nel seguito riportiamo alcune note tratte dalla documentazione pubblicamente disponibile dal sito della NRC, inerente il processo di re-licensing degli impianti nucleare statunitensi, Grazie alle ricerche condotte nell’ultimo decennio dal Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DOE) e dall’Istituto di ricerca sull’energia elettrica (EPRI), le utility americane hanno ora la possibilità di richiedere, con sicurezza, una seconda licenza operativa di 20 anni con il Nuclear Regulatory Commission (NRC).

PROLUNGARE LA VITA DEI REATTORI

Ottantotto dei 96 reattori statunitense (il 91%) hanno ricevuto l’approvazione della loro prima estensione di 20 anni. La maggior parte di questi scadrà negli anni intorno al 2030. A causa della quantità di tempo necessaria per prepararsi alle revisioni normative, le utility stanno ora determinando se devono richiedere l’autorizzazione per altri 20 anni di servizio.

In preparazione per questo territorio inesplorato, il DOE ha istituito nel 2010 in modo proattivo il programma di sostenibilità del reattore ad acqua leggera (LWRS) per studiare i provvedimenti per garantire il funzionamento a lungo termine dei reattori della nazione.

DOE, EPRI, NRC e altre parti interessate hanno identificato un elenco di materiali e parti chiave utilizzati negli impianti. Questo andavano dal nucleo del reattore (e gran parte dell’attrezzatura al suo interno) al cablaggio e al cemento attorno all’impianto. Hanno quindi misurato le prestazioni di ciascun materiale per determinare come funzionano nel tempo.

La maggior parte di questi materiali ha soddisfatto gli standard prestazionali desiderati previsti per un funzionamento a lungo termine. I materiali che hanno mostrato segni di normale invecchiamento e degrado sono stati identificati in modo che si possano monitorare e mantenerli in modo proattivo nel tempo. Sei reattori stanno già utilizzando questa ricerca per richiedere una seconda proroga di 20 anni.Le unità 3 e 4 della Florida Power and Light sono diventate i primi reattori autorizzati dall’NRC a funzionare per un massimo di 80 anni.

L’NRC sta inoltre esaminando le domande di Dominion Energy ed Exelon Corporation. Diverse altre utility, tra cui Duke Energy, hanno annunciato l’intenzione di candidarsi. Anche Xcel Energy sta considerando un’estensione. Ad oggi, 20 reattori, che rappresentano più di un quinto della flotta nazionale, hanno in programma o intendono operare fino a 80 anni.

US NRC

L’Atomic Energy Act autorizza la Commissione di regolamentazione nucleare a rilasciare licenze per i reattori di potenza commerciali per funzionare fino a 40 anni. Queste licenze possono essere rinnovate per altri 20 anni alla volta. Il periodo successivo al termine della licenza iniziale è noto come periodo di operazione estesa. Considerazioni economiche e antitrust, non limitazioni della tecnologia nucleare, hanno determinato il termine originale di 40 anni per le licenze dei reattori. Tuttavia, a causa di questo periodo di tempo selezionato, alcuni sistemi, strutture e componenti potrebbero essere stati progettati sulla base di una durata prevista di 40 anni.

La decisione di chiedere il rinnovo della licenza spetta interamente ai proprietari di centrali nucleari. Questa scelta si basa in genere sulla situazione economica dell’impianto e sulla capacità di soddisfare i requisiti NRC. Ogni reattore di potenza è concesso in licenza in base a una serie specifica di requisiti, a seconda principalmente del suo design. Questo insieme di requisiti è chiamato “licenza base” dell’impianto. Il processo di revisione del rinnovo della licenza garantisce costantemente che si manterrà un livello accettabile di sicurezza per il periodo di funzionamento esteso.

La NRC e l’industria si stanno attualmente concentrando sui “successivi rinnovi delle licenze”, che autorizzerebbero gli impianti a operare oltre i 60 anni della licenza iniziale e del primo rinnovo. I successivi rinnovi delle licenze durerebbero anche 20 anni. La NRC ha sviluppato una guida per il personale e i licenziatari specificamente per il successivo periodo di rinnovo. La prima successiva domanda di rinnovo della licenza, per i reattori Turchia Point Unit 3 e 4, è stata presentata al NRC nel gennaio 2018.

Nel 1982, la NRC ha istituito un programma completo per la ricerca sull’invecchiamento delle centrali nucleari. Questi risultati della ricerca hanno concluso che la maggior parte dei problemi di invecchiamento delle centrali nucleari sono gestibili e non pongono problemi tecnici che li impedirebbero di operare per ulteriori anni oltre il periodo di licenza di 40 anni originale.

Nel 1991, la NRC ha pubblicato i requisiti di sicurezza per il rinnovo della licenza ed ha applicato la nuova norma su diversi impianti pilota, per acquisire esperienza e stabilire linee guida per l’implementazione. L’ambito della regola includeva tutto il degrado legato all’età, per il rinnovo della licenza. Tuttavia, durante il programma pilota, la NRC ha riscontrato che molti effetti dell’invecchiamento sono trattati adeguatamente durante il periodo iniziale di licenza di 40 anni.

Parallelamente all’invecchiamento della gestione, l’NRC ha perseguito una normativa separata, per focalizzare la portata delle sue revisioni ambientali. Ai sensi della National Environmental Policy Act, la NRC deve riesaminare l’impatto ambientale del rinnovo della licenza. Il processo di rinnovo della licenza procede su due binari: uno per la revisione dei problemi di sicurezza (parte 54) e un altro per i problemi ambientali (parte 51). Il richiedente deve affrontare gli aspetti tecnici dell’invecchiamento delle piante e descrivere come saranno gestiti tali effetti. Deve inoltre valutare i potenziali impatti ambientali dell’impianto in funzione per altri 20 anni. L’NRC esamina l’applicazione e verifica la sua valutazione mediante ispezioni.

La NRC rinnoverà una licenza solo se determinerà che un impianto attualmente operativo continuerà a mantenere il livello di sicurezza richiesto.

SAFETY REVIEW

Durante la vita di un impianto, la sicurezza è garantita attraverso la manutenzione dell’impianto sulla base della licenza di funzionamento. Quest’ultima è un insieme specifico di requisiti e obblighi, in continua evoluzione. Nel corso del tempo, man mano che la tecnologia avanza e l’esperienza operativa fornisce nuove informazioni, la licenza di un impianto può cambiare, ad esempio quando la NRC emette nuovi requisiti e l’impianto apporta modifiche.

I requisiti di rinnovo della licenza per i reattori di potenza si basano su due principi chiave:

  1. Con la possibile eccezione degli effetti dell’invecchiamento su determinati sistemi, strutture e componenti e alcune altre questioni relative alla sicurezza, solo durante il periodo di funzionamento esteso, l’attuale processo normativo è adeguato per garantire che le licenze di tutti gli impianti operativi forniscano e mantengano un livello accettabile di sicurezza;
  2. È necessario mantenere la licenza di ciascun impianto durante il periodo di rinnovo, proprio come durante il periodo di licenza originale.

I richiedenti identificano tutti i sistemi, le strutture e i componenti degli impianti il ​​cui guasto potrebbe compromettere la sicurezza. Questi sistemi, strutture e componenti di impianti devono essere conformi alle normative NRC in materia di protezione antincendio, qualificazione ambientale, shock termico pressurizzato, transitori previsti senza scram e blackout della stazione.

Alcune strutture e componenti passivi, nell’ambito della valutazione del rinnovo, non richiedono ulteriori azioni. Per questi, il richiedente deve dimostrare che i programmi esistenti forniscono un’adeguata gestione dell’invecchiamento durante il periodo di funzionamento esteso. Tuttavia, se sono necessarie ulteriori attività di gestione dell’invecchiamento per una struttura o un componente, i richiedenti hanno la flessibilità necessaria per determinare le azioni appropriate. Queste attività potrebbero includere, ad esempio, l’aggiunta di nuovi programmi di monitoraggio o l’aumento delle ispezioni.

I richiedenti il rinnovo della licenza devono inoltre identificare e aggiornare analisi dell’invecchiamento “a tempo limitato”. Durante la fase di progettazione di un impianto, alcune ipotesi sulla durata del funzionamento dell’impianto vengono incorporate nei calcoli di progettazione. In base a una licenza rinnovata, è necessario dimostrare che tali calcoli rimangono validi per il periodo di funzionamento esteso, oppure i sistemi, le strutture e i componenti interessati devono essere inclusi in un programma di gestione dell’invecchiamento adeguato.

La NRC ha sviluppato una guida per l’implementazione della regola di rinnovo della licenza con il contributo delle parti interessate. I principali documenti di orientamento sono il rapporto sulle lezioni apprese sull’invecchiamento generico (GUR) (NUREG-1801) e il piano di revisione standard per il rinnovo della licenza (NUREG-1800). Il rapporto GALL spiega come determinare se i programmi esistenti debbano essere ampliati per il rinnovo della licenza. Il rapporto GALL e il piano di revisione standard aiutano lo staff NRC a identificare i programmi che meritano particolare attenzione durante la revisione da parte del personale di una domanda di rinnovo della licenza.

La NRC ha anche pubblicato la Guida alle normative 1.188, che fornisce il formato e il contenuto degli aspetti di sicurezza di una domanda di rinnovo della licenza. L’NRC continuerà a includere modifiche alla guida e al piano di revisione standard man mano che i problemi di rinnovo generico vengono risolti. L’agenzia ha inoltre incorporato altre modifiche derivanti dalle lezioni apprese durante la revisione delle domande di rinnovo.

Nel 2017, la NRC ha pubblicato nuovi orientamenti sulle successive domande di rinnovo della licenza. Questi sono simili agli originali GALL e SRP per il rinnovo della licenza, ma si concentrano sui requisiti di gestione dell’invecchiamento per il periodo da 60 a 80 anni.

ISPEZIONI

Il programma di ispezione della NRC per il rinnovo della licenza verifica le informazioni nella domanda e la valutazione della NRC. Le ispezioni campionano i risultati utilizzati dal licenziatario per identificare tali strutture e componenti nell’ambito del rinnovo della licenza, dei programmi di gestione obsoleti e delle modifiche all’analisi del progetto.

Il personale della NRC esegue un’ispezione aggiuntiva dopo il rinnovo della licenza, in genere prima dell’inizio del periodo di funzionamento esteso. Questa ispezione verifica che siano implementate le condizioni di licenza, gli impegni di rinnovo della licenza e i programmi di gestione dell’invecchiamento. I risultati delle ispezioni sono documentati in un rapporto pubblicamente disponibile.

RECENSIONI AMBIENTALI

Le norme di protezione ambientale sono state riviste nel 1996 per facilitare la revisione ambientale per il rinnovo della licenza. Alcuni problemi vengono valutati genericamente per tutti gli impianti, anziché separatamente nell’applicazione di rinnovo di ciascun impianto. La valutazione generica, NUREG-1437, “Dichiarazione generica di impatto ambientale per il rinnovo della licenza di centrali nucleari”, valuta la portata e l’impatto degli effetti ambientali associati al rinnovo della licenza in qualsiasi sito di centrali nucleari, come le specie in pericolo, gli impatti dei sistemi di raffreddamento dell’acqua su pesce e molluschi e qualità delle acque sotterranee. Per ogni domanda di rinnovo della licenza è necessario un supplemento specifico dell’impianto per la dichiarazione di impatto ambientale generico.

L’NRC esegue le revisioni specifiche dell’impianto in conformità con la National Environmental Policy Act e i requisiti di 10 CFR Parte 51. L’NRC si incontra con il pubblico vicino all’impianto poco dopo aver ricevuto la domanda per identificare le questioni ambientali specifiche dell’impianto per il azione di rinnovo della licenza. Il risultato è una raccomandazione della NRC sul fatto che gli impatti ambientali siano così grandi da squalificare il rinnovo della licenza.

La NRC presenta tale raccomandazione in un progetto di supplemento specifico per impianto al GEIS che viene pubblicato per un commento pubblico e discusso, se necessario, in una riunione pubblica separata. Dopo aver esaminato i commenti sul progetto, NRC prepara e pubblica un supplemento finale specifico per impianto al GEIS.

COINVOLGIMENTO PUBBLICO

La partecipazione pubblica è una parte importante del processo di rinnovo della licenza. Poco dopo che la NRC ha ricevuto una domanda di rinnovo, si tiene una riunione pubblica vicino allo stabilimento. Questo incontro fornisce alle parti interessate locali informazioni sul processo di rinnovo della licenza e opportunità di coinvolgimento del pubblico. Questo incontro viene anche utilizzato per sollecitare contributi sull’ambito della revisione ambientale della NRC. Durante il riesame della domanda di rinnovo, l’NRC tiene riunioni pubbliche aggiuntive. Le valutazioni, i risultati e le raccomandazioni della NRC sono pubblicati e pubblicati sul sito web della NRC una volta completati.

Tutti gli incontri pubblici sono pubblicati nella pagina Incontri pubblici e coinvolgimento di NRC. Le riunioni chiave sono annunciate nei comunicati stampa e nel registro federale. Inoltre, chiunque possa essere influenzato negativamente dal rinnovo della licenza può richiedere un’audizione giudiziale dinanzi a un comitato per la sicurezza e le licenze della NRC. Infine, i membri del pubblico possono presentare una petizione alla Commissione affinché consideri questioni diverse dall’invecchiamento durante il processo di rinnovo della licenza.

PROGRAMMA DI LICENSING

Un licenziatario di una centrale nucleare può chiedere al NRC di rinnovare la sua licenza già 20 anni prima della scadenza della sua attuale licenza. Non vi è alcun limite al ritardo con cui un licenziatario può richiedere il rinnovo della licenza. Tuttavia, se il licenziatario presenta una domanda di rinnovo almeno cinque anni prima della scadenza della sua attuale licenza e l’agenzia sta ancora rivedendo la domanda alla data di scadenza, l’impianto può continuare a funzionare fino a quando la NRC non completa la sua revisione. Se una domanda sufficiente non viene presentata almeno cinque anni prima della scadenza della licenza attuale, l’impianto potrebbe dover smettere di funzionare se la licenza scade prima che venga presa una decisione di rinnovo.

Il personale della NRC ha condotto revisioni anticipate su un programma di 22 mesi dalla ricezione di una domanda a una decisione sul rinnovo della licenza (più a lungo in caso di audizione giudiziale). Dopo aver studiato le lezioni apprese e aver identificato i modi per rendere le revisioni più efficienti, lo staff mira a completare le revisioni rimanenti del rinnovo della licenza (e le revisioni per i successivi rinnovi della licenza) entro 18 mesi.

Le pianificazioni per il rinnovo della licenza dipendono da una serie di fattori, tra cui le risorse di personale disponibili e il numero di applicazioni attuali e previste. Inoltre, la qualità della domanda, la complessità della revisione, la tempestività del richiedente nel rispondere alle richieste di ulteriori informazioni e il coordinamento dei tempi per gli audit e le ispezioni in loco possono influire sulla tempistica della revisione.

UPRATE

L’uprate è l’incremento di potenza elettrica di un reattore nucleare, oltre il valore nominale di progetto.

Le utility USA utilizzano gli aggiornamenti di potenza dagli anni ’70 come un modo per aumentare la produzione di energia delle loro centrali nucleari. Per aumentare la potenza in uscita di un reattore, si utilizza in genere combustibile più altamente arricchito e / o più combustibile fresco. Ciò consente al reattore di produrre più energia termica e quindi più vapore.

A tale scopo, componenti come tubi, valvole, pompe, scambiatori di calore, trasformatori elettrici e generatori, devono essere in grado di soddisfare le condizioni che sussistono ad un livello di potenza superiore. Ad esempio, un livello di potenza più elevato di solito comporta un flusso maggiore di vapore e acqua attraverso i sistemi utilizzati per convertire l’energia termica in energia elettrica. Questi sistemi devono essere in grado di soddisfare i flussi più elevati.

Dal 1996 ad oggi, circa 6,7 GW di capacità di generazione nucleare – l’equivalente di circa sei nuovi grandi reattori moderni – sono stati aggiunti alla flotta di impianti, a seguito di aumenti di potenza. Ottenere l’approvazione della Nuclear Regulatory Commission (NRC) degli Stati Uniti per un aumento di potenza è un processo lungo, ma può essere utile perché consente ai proprietari di aumentare il livello di potenza massima a cui una centrale nucleare esistente può funzionare.

Negli ultimi 23 anni, il NRC ha approvato ben 135 aggiornamenti (diverse unità sono state aggiornate più di una volta), con incrementi che vanno dallo 0,4% al 20% in più rispetto ai limiti di licenza originali.

A questo link troverete una tabella completa degli uprates effettuati e di quelli in programma.

https://www.nei.org/resources/statistics/us-nuclear-plant-actual-and-expected-upratesl

A Day in Fukushima

By Massimo Burbi

This article was originally published in Italian here

Prologue

Fukushima is not a city, it’s a Japanese prefecture in the Tōhoku region where nearly two million people live. Fukushima city is its administrative capital, but the name is synonymous with disaster because of what happened about 60 km away from it, where Japan borders with the Pacific Ocean to the east.

On March 11, 2011, a magnitude 9.0 earthquake occurred off the Japanese coast, It was the most powerful ever recorded in Japan and the fourth most powerful in the world since 1900.

Magnitude 9.0 might just sound like a number until you have something to compare it to. Italy still remembers the devastation brought by the 2009 earthquake in L’Aquila: 309 deaths, 65000 evacuees. That was a magnitude 5.9 (Richter) quake. Logarithmic scale might give the impression the two events were not so different after all, but a difference in magnitude of 3.0 is equivalent to a factor of roughly 30000 in the energy released [1].

And to make matters worse, the earthquake triggered a massive tsunami, with waves in excess of 10 meters that traveled at 700 km/h for up to 10 km inland resulting in 16000 deaths, 6000 injured, 2500 people missing (searches still continue for them, albeit with little hope to cling to), 120000 buildings completely collapsed, entire towns obliterated and 340000 evacuees.

The Fukushima Daiichi (meaning number one) Nuclear Power Plant was built on that coast, it withstood the earthquake and automatically shut down. It was the electricity supply that  failed because of the quake, leaving  the coolant system entirely dependent on the emergency diesel generators.  

A 2008 study (ignored by Tepco, the company running the power plant) warned that a massive tsunami with waves in excess of 10 meters high could occur in that area. In March 2011 the plant’s seawall was just little more than half that height. When a 14 meters high tsunami wave hit the coast it easily overwhelmed the seawall and completely flooded the emergency diesel generators room (culpably located in the basement). This resulted in a total loss of power in the plant, causing the coolant system to become inoperative which started the chain of events leading in the next days to the (chemical, not nuclear) explosions in reactors 1-3 and in the reactor 4’s building, which in turn triggered the release of radioactive material in the atmosphere and into the sea.

The next day more than 150000 people living within 20 km from the nuclear power plant were evacuated [2].

 

Arrival in Namie Town

It’s 11 o’clock in the morning when we arrive in Namie. It’s been more than eight and half years since the earthquake, but in many ways time seems to have stopped here.

Namie town was among the places most affected by the release of radioactive material from the Fukushima Daiichi Nuclear Power Plant, which is just 8 km away as the crow flies. For six years Namie has been a ghost town, only in the spring of 2017 people were allowed to come back, but only few of them did. “20000 people used to live here, only about 5% returned” explains Fumie, from Fukushima City, who acts as a guide and translator for the day.

The evacuation zone was progressively reduced overtime, right now it extends for 2.7% of the area of the Prefecture and about 30000 people still live as evacuees outside its border [2].

We step down the car near the railway station. Trains only go north from here, but works are in progress to restore the railway to Tomioka Town, some 20 km to the south. A cafe has just opened by the station, a taxi service has recently been resumed, and not far away from where we stand the dentist is back. Tentative signs of reconstruction, both material and human, in a scenario full of uncertainties.

Walking the streets of the town radioactivity is extremely low, rarely exceeding 0.15 µSv/h, less than in many areas of Italy. You can measure 0.30 µSv/h in Rome, and here and there in Orvieto city center readings in the region of 0.70 µSv/h are not uncommon.

What used to be one of Namie Town’s busiest streets, where several buildings have been demolished.

But in spite of radioactivity being low fear is still very much an issue here, and it should not be taken for granted that people who spent years settling elsewhere would be willing to go through another difficult transition to return to their native towns.

No radiation-induced deaths have been recorded in Fukushima so far [3], a study estimated the external dose in the first four months after the accident (when the exposure was at its highest) for nearly half a million residents and reported it was below 3 mSv for 99.4% of them [4]. The Italian per capita average dose is about 4.5 mSv per year [5].

However, about 2000 residents still died in a disorganized evacuation, where people were rushed out of hospitals suffering interruption of medical care and evacuation and relocation stress caused depression, alcoholism and suicides [6].

Fear, anxiety and lack of information on radiation killed more people than the tsunami in the prefecture [7].

Some are of the opinion that evacuation lasted for too long anyway. Shunichi Yamashita (Nagasaki University) who spent two years at the head of Fukushima prefecture’s survey to understand the health effects of the accident on population, claims people could have returned after a month [8].

In Namie the earthquake caused such severe damage that many buildings still standing had to be demolished. Several others will be soon. You can tell them by a small red sticker on the windows.

This red sticker identifies buildings about to be demolished.

We keep on walking until we reach the local school, all but abandoned now. Poignantly from one of the windows we see a shoe rack, with dozens of shoes neatly put in it.

“They belong to the school’s kids” Fumie tells me “they took them off in the morning as they always did, and when the earthquake struck, in the early afternoon, they ran away and left them behind”.

The town was evacuated the very next day. Eight and a half years later and they are still there.

The inside of Namie’s school as seen by the nearby street.

In the streets of the city center we walk by a number of buildings looking reasonably good from a distance, but a closer inspection through the broken windows reveals the desolation and the destruction brought by a monster earthquake followed by years of neglect.

So far we didn’t encounter any pedestrian, only cars. A few hundred meters down the road the picture suddenly changes: gazebos, tables, there’s a small festival going on. Apparently this happens every second Saturday of the month to cheer up those who came back. The entertainment doesn’t look exactly memorable, but people seem to enjoy it. The dose rate is less than 0.10 µSv/h.

The area is surrounded by small temporary stores, about to be moved elsewhere in the town. As soon as we enter one of them we are offered tea and biscuits. All products for sale are local and people don’t miss a chance to tell you that. It’s the same in every store we go.

You can tell that those who came back strongly wants to rebuild their communities. Farmers want to farm and sell their products, but it’s easier said than done. People here have very little trust in the government, which didn’t do a particularly good job in dealing with the emergency and the aftermath. Taking it upon themselves schools, markets and local communities independently started to test for radioactivity in meat, fish, vegetables and all sort of food you can put on the table. Probably nowhere else in the world is food as closely monitored as here, and local people know they are not running radiation-related risks by eating it. Some resident goes as far as saying he wouldn’t buy food from anywhere else, not being as tested as the one from Fukushima.

But even if food meets the standard limit of 100 Bq/kg of Cesium (which is more strict than standards in both the EU and the USA [9]), elsewhere in Japan, as well as in foreign countries, many people are too afraid of contamination to eat food from this region, despite there being no real danger.

Entertainment in Namie Town.

The stigma from the name “Fukushima” is among the biggest obstacles to this battered region’s recovery.

“It happens with people too” Fumie tells me. “Local people who went to live outside the Prefecture are often discriminated against for fear of contamination”. Being exposed to radioactivity doesn’t make you radioactive. Radioactivity is not contagious, but fear, particularly when combined with lack of information, is.

We leave Namie Town heading north west.

In the process of decontaminating the area, 5-10 cm of weakly radioactive superficial soil have been removed and put into plastic bags. But what to do with them is yet to be decided, since nobody takes the responsibility. So for the time being they stay where they are. We see hundreds of them along the road. You wonder what happens to them in the typhoon season.

We take a country road. Immediately after the accident at the Nuclear Power Plant the government ordered to kill cattle in the evacuation zone, but here there’s a man who disregarded the order. We arrive at his ranch at lunch time, he’s waiting for us. He tells us his cows can no longer be sold, therefore they’ll die of old age. “They are fat and happy” he adds.

As he tells us his story it doesn’t take long for his anger against the government and Tepco to become apparent, a state of mind that made him very critical of nuclear power. The debate on the matter ends before it even starts, time is ticking away and we still have many stops ahead of us, we must go.

Leaving the farm the dosimeter and the spectrometer come alive for the first time. At the roadside I measure a dose rate of 0.70-0.80 µSv/h, far from worrying, but enough to take the first significant measurement of the day.

Plastic bags full of weakly radioactive soil at roadside in Namie’s area.

I therefore decide to stop in order to record a gamma spectrum to check that what I am detecting is Cesium released from the Power Plant. Gamma spectroscopy is based on the fact that when a radionuclide undergoes alpha or beta decay, its nucleus is left in an excited state, and can only reach its ground state by emitting a gamma ray.

Every different radionuclide emits gamma-rays of a specific energy which become its signature. Analysing a gamma spectrum allows you not just to tell how much radioactivity there is, but what causes it as well.

The gamma spectrum confirms the presence of Cesium 137 and Cesium 134, the two main radionuclides released in the atmosphere after the accident, together with Iodine 131, the most aggressive of the three in the short term, but long gone by now, its half-life time being just 8 days, and therefore becoming harmless in a month or so.

Cesium 134 halved four times since 2011, and it’s reduced to roughly 6% of its original activity, while Cesium 137, having a 30 years half-life, will take much longer to decay away.

 

Ukedo and the No-Go Zone

We head towards the ocean and to a place called Ukedo, where formerly about 2000 people lived. The tsunami wiped it all out, killing one in ten people. The few remaining buildings were so damaged, they were torn down soon after. Looking around it’s hard to believe there used to be a small town here.

A desolate landscape. This is where Ukedo used to be.

Nothing remained, the only exception being the elementary school. Its clock hasn’t run since the day of the earthquake, it’s still stuck at the time the tsunami hit the coast. About 80 kids were in the school that day, among so much destruction they were all saved by their teachers who took them to the nearby hills after the tsunami warning was issued. From there they watched the town where they lived being erased from existence, together with the lives of many of their parents.

From here we are about 6 km away from the nuclear power plant and, looking south, we can clearly see it. The dose rate is the lowest so far, below 0.05 µSv/h.

Ukedo school’s clock.
Fukushima Daiichi Nuclear Power Plant as seen from Ukedo.

We leave the coast and take the National Route n.6, which goes through the No-Go Zone, where you can drive but you are not allowed to stop or even open the window, let alone stepping down.

The dose rate goes up, but keeps pretty low: for a second or two I read 0.50 µSv/h, but it quickly goes down to 0.30 µSv/h and stays there.

We stop at a gas station. We are still well into the No-Go Zone but inside the service area you can get out of the car without anybody complaining about it. I take the chance to record another gamma spectrum. Our stop is longer than it typically takes to fill the tank, I accumulate data for little more than 15 minutes.

Gas station on the National Route n.6, inside the No-Go Zone.
Dose rate in the service area of a gas station inside the No-Go Zone (Futaba’s area).

“How’s the radioactivity here?” Fumie asks me. I tell her we’re slightly above 0.30 µSv/h, lower than what you get in Saint Peter’s Square in Vatican City. The signature is still the same: Cesium 137 and Cesium 134.

We go back in the car and we move south on the National Route n.6 in the Futaba area. At our closest approach to the Fukushima Daiichi nuclear power plant we are about 2 km away from it. We stop on a side street. The power plant is right in front of us but we can’t get any closer than that and we don’t have much time to look around, after a couple of minutes a policeman tells us, kindly but firmly, that we need to move on. The dose rate is below 0.30 µSv/h.

A view of Fukushima Daiichi Nuclear Power Plant from a 2 km distance.

Continuing South, we run into the only real hot spot of the day. I read 3-4 µSv/h, but it’s short-lived, a minute later the dose rate is already reduced by more than a half and it keeps on going down. In order to record a clear spectrum I need more time where radiation is higher (the level is not dangerous) so I ask to turn around and go back north.

You cannot stop the car inside the No-Go Zone, but nothing prevents you from going back and forth. I am not sure the driver understands why we are doing this but he doesn’t complain, we go back towards the power plant.

Our itinerary in the No-Go Zone near the Fukushima Daiichi Nuclear Power Plant. The dosimeter records a datapoint on the GPS map every 30 seconds.

I accumulate data for little less than 20 minutes. Unsurprisingly it’s the smoothest spectrum of the day, but as expected the result doesn’t change: Cesium 137 and Cesium 134. Average dose rate 1.29 µSv/h.

Gamma spectrum recorded in the No-Go Zone, on the National Route n.6, at the closest approach to Fukushima Daiichi Nuclear Power Plant.

 

Tomioka Town, divided city.

With a good spectrum finally under the belt we turn around again and we head to Tomioka Town, about 10 km to the south. The city is cut in two by a road which currently is the boundary of the No-Go Zone and this makes for a pretty surreal view: people can live on one side of the road but can’t even set a food on the opposite side. You look to your left and you see a reasonable normality, but if you look to your right there’s nothing but tall grass and total neglect.

The road dividing the habitable zone from the No-Go zone in Tomioka Town.

“I don’t understand why they left the cars behind” Fumie tells me pointing at the cars permanently parked in front of the abandoned houses. “Now they all have broken windows and flat tyres, but a year ago they still looked perfect”.

We go ahead on foot from here. Right in front of the no trespassing fence the dose rate measured by the instruments is in the region of 0.35 µSv/h. A sign not far from there tells us inside the No-Go Zone it’s 0.48 µSv/h, slightly higher but far from dangerous, and elsewhere in the town it’s much lower than that. Still, fear of radiation is among the main reasons why many people didn’t come back.

Dose rate measured near the limit of the No-Go Zone in Tomioka Town.
The dose rate measured inside the No-Go Zone is displayed by the street.
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Beyond the guardrail there’s nothing but tall grass and total neglect.

It’s getting darker as we enter Tomioka’s railway station. “Everything’s being rebuilt from scratch here” explains Fumie, “the tsunami washed out everything away”. Just like in Namie, works are in progress to restore the railway connecting the two towns.

Looking up we see a sign reading “Tomioka will never die!”. We don’t know who put it there. We stare at it for a moment without saying a word. Then I look at my dosimeter, the dose rate is less than 0.10 µSv/h.

The sun has already set and a strong wind is blowing when we reach the coast for the last stop of the day. The other nuclear power plant of Fukushima, the number 2 (Daini), is a km away from where we stand.

The Fukushima Daini Nuclear Power Plant as seen from the coast near Tomioka Town.

We skipped lunch, and Tokyo is more than three hours away. A supermarket just reopened at Tomioka and we decide that having dinner there is the best thing to do.

The supermarket is not exactly crowded, but it works, the shelves are full of products and people have a place in town where they can find what they need. Rebuilding is not just about bricks, it’s about a social and economic fabric that was torn apart.

At the dinner table I take my laptop out and download the GPS map with all the datapoints recorded. We look at it as we finally eat, it’s a way to go through our journey again.

Total accumulated dose during more than seven hours spent in the Fukushima Prefecture, including a couple of stops inside the No-Go Zone: 1.60 µSv. “It means the average dose rate was 0.22 µSv/h, less than what you get walking the streets of Rome’s city center” I say while me and Fumie enjoy a very good sushi.

And now it’s time to go back. 250 km later we are under the Yasukuni Dori’s lights in Tokyo (Shinjuku). In the long journey from Tomioka to Tokyo we talked about many things, but when we finally say goodbye Fumie has one last request: “share what you saw with your friends and family. Your action will support Fukushima people”.

Information is the best antidote to irrational panic and fear.

The accumulated dose in little more than seven hours is 1.60 µSv. The dosimeter shows Italian time, for the Japanese time add 8 hours.
Hourly average dose rate chart of my seven hours stay inside the Fukushima Prefecture. The highest value corresponds to the hour almost entirely spent inside the No-Go Zone and slightly exceeds 0.50 µSv/h.

 

Epilogue

Five days later I take off from Tokyo to go back to Europe. In little more than 11 hours of flight my dosimeter records an accumulated dose of 44.49 µSv, with a peak dose rate of 10 µSv/h and an average dose rate at cruise altitude between 4 and 5 µSv/h.

This is likely an underestimation [11], the dosimeter is designed for terrestrial gamma rays and the cosmic rays you find at 10-12 km altitude are mostly out of its range, but even believing the numbers I read in the display, as I step down the plane, I cannot help wondering how many of the people who shared that flight with me would have been too afraid of radiation to follow me and Fumie for a day in Fukushima, where they would have been exposed to a dose nearly 30 times lower.

Hourly average dose rate chart of the 11 hour flight from Tokyo Haneda to Munich. The increase in cruise altitude from 11500 to 12200 meters, after roughly 7 hours, results in a higher dose rate.

 

Notes

The instruments measure and record the dose and dose rate for external exposure which, according to the World Health Organization (WHO), was “by far the dominant pathway contributing to effective dose” in the most affected regions of Fukushima prefecture.

https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/44877/9789241503662_eng.pdf;jsessionid=B459B0A64292271AF1134F9AF763CCDA?sequence=1 (pages 41 and 51)

Units mentioned are µSv (microsievert) e mSv (millisievert) which measure the equivalent and effective dose, the biological effect of ionizing radiation. 1 millisievert corresponds to 1000 microsieverts.

The margin of error is in the region of 10-20%.

Instruments:

  • Spetcrometer: Mirion PDS 100G
  • Dosimeter: Tracerco PED+
  • Geiger Counter: SE International Radiation Alert Ranger

The dosimeter can be used in “personal dose” mode and in “survey meter” handheld mode. While accumulating the personal dose it’s been worn on the upper body for most of the time.

References and Suggestions for Further Readings

[1] https://www.scientificamerican.com/article/details-of-japan-earthquake/

http://www.protezionecivile.gov.it/attivita-rischi/rischio-sismico/emergenze/abruzzo-2009

http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-4836d49a-370b-4179-ac82-4160dce61984.html

[2] http://www.pref.fukushima.lg.jp/site/portal-english/en03-08.html?fbclid=IwAR3dFVamEFNd93lVUo_EaDmfztSBlAqiKsUL5WvgNbxaHfjOOvZ-CVJZ4Fc

[3] https://www.who.int/ionizing_radiation/a_e/fukushima/faqs-fukushima/en/

The first, and so far only, deaths that could be radiation-related was recorded in 2018.

https://www.bbc.com/news/world-asia-45423575

[4] https://www.niph.go.jp/journal/data/67-1/201867010003.pdf

[5] http://www.fisicaweb.org/doc/radioattivita/geiger%20muller/taratura.pdf?fbclid=IwAR2GMarmxt093hTPJWUvygCtjiTePRl6OEadUXyhTMUC1LEFsxYWawO713c

[6] https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0936655516000054

https://www.ft.com/content/000f864e-22ba-11e8-add1-0e8958b189ea

[7] https://www.japantimes.co.jp/news/2014/02/20/national/post-quake-illnesses-kill-more-in-fukushima-than-2011-disaster#.Xe-D3Rt7m02

[8] https://www.newscientist.com/article/2125805-a-nuclear-ghost-town-in-japan-welcomes-back-residents-this-week/

[9] https://www.pref.fukushima.lg.jp/site/portal-it/it01-03.html

[10] https://www.japantimes.co.jp/news/2013/05/09/national/fukushima-activist-fights-fear-and-discrimination-based-on-radiation/#.XezovBt7lNA

[11] http://www.unscear.org/docs/reports/annexb.pdf

Un giorno a Fukushima

 

[Il racconto del recente viaggio in Giappone del nostro socio Massimo Burbi]

Prologo

Fukushima non è una città, è una prefettura del Giappone dove vivono quasi 2 milioni di persone che si trova nella regione di Tōhoku. Fukushima City è il suo capoluogo, ma il motivo per cui tutto il mondo conosce questo nome è legato a vicende che si sono svolte a circa 60 km da lì, all’estremo est della prefettura, dove il Giappone confina con l’Oceano Pacifico.

Proprio dall’oceano, l’11 Marzo 2011, arriva Il peggior terremoto mai verificatosi in Giappone e il quarto più potente registrato in tutto il pianeta da 120 anni a questa parte.

Magnitudo 9 può sembrare solo un numero fino a quando non si ha qualcosa con cui confrontarlo.  Abbiamo  ancora negli occhi il sisma dell’Aquila del 2009, 309 morti e 65000 sfollati. Quel terremoto ha avuto una magnitudo (Richter) 5.9. La scala logaritmica fa sembrare i due numeri non così distanti, ma 3 punti di magnitudo di differenza vogliono dire che il sisma che due anni dopo colpisce il Giappone libera un’energia circa 30000 volte superiore [1].

Come se non bastasse, il terremoto scatena uno tsunami con onde alte più di 10 metri che si abbattono sulla costa ad oltre 700 km/h, penetrando nell’entroterra per chilometri: 16000 morti, 2500 dispersi (che ad anni di distanza sono purtroppo sinonimi, anche se ancora c’è chi non ha smesso di cercare), 120000 edifici completamente distrutti, intere città cancellate e 340000 sfollati.

Sulla costa c’è anche la centrale nucleare di Fukushima Daiichi (che vuol dire numero 1). La centrale regge al terremoto ed è già in shutdown quando arriva l’onda di tsunami. Le linee elettriche sono interrotte e il raffreddamento dei reattori è affidato ai generatori diesel di emergenza.

Uno studio del 2008 (ignorato dalla società Tepco, che gestisce l’impianto) aveva avvertito della possibilità in quell’area di onde di tsunami alte oltre 10 metri, ma nel marzo 2011 a proteggere la struttura dal maremoto, c’è una barriera alta poco più della metà. L’onda che raggiunge la costa circa un’ora dopo il terremoto è alta più di 14 metri, supera facilmente le barriere e sommerge completamente i locali dei generatori diesel, colpevolmente collocati al piano interrato, lasciando la centrale senza corrente elettrica, e quindi anche senza raffreddamento. Si creano così le condizioni che portano, in vari momenti dei giorni successivi, alle esplosioni (chimiche, non nucleari) nei reattori 1-3, e nell’edificio del reattore 4, con rilascio di materiale radioattivo in atmosfera e in mare.

Il giorno dopo oltre 150000 persone nel raggio di 20 km dalla centrale nucleare vengono evacuate [2].

Arrivo a Namie Town

Sono le 11 di mattina quando arriviamo a Namie. Sono passati più di otto anni e mezzo dal terremoto, ma qui sembra che molte cose siano ancora ferme a quei giorni.

Namie Town è stata una delle città maggiormente interessate dal rilascio di materiale radioattivo dalla centrale di Fukushima Daiichi, che si trova a circa 8 km a sud-est in linea d’aria. Per sei anni è stata una città fantasma, solo nella primavera del 2017 è stato permesso alla popolazione di tornare a vivere qui, ma in pochi l’hanno fatto. “Qui vivevano circa 20000 persone, solo il 5% è tornato” mi dice Fumie, originaria di Fukushima City, che mi accompagna in questa giornata.

La zona di evacuazione è andata progressivamente riducendosi nel corso degli anni, attualmente copre il 2.7% del territorio della prefettura e sono circa 30000 le persone che continuano a vivere con lo status di “sfollati” fuori dai suoi confini [2].

Scendiamo dalla macchina nei pressi della stazione ferroviaria. Da qui partono solo treni verso nord, ma ci sono lavori in corso per ripristinare il collegamento con Tomioka Town, circa 20 km più a sud. Fuori dalla stazione ha recentemente aperto un nuovo cafè, da circa due mesi funziona di nuovo il servizio taxi, e non lontano da dove ci troviamo è da poco tornato ad operare il dentista.

Tutti segni di una ricostruzione, non solo materiale, che va avanti a piccoli passi tra molte difficoltà ed incertezze sul futuro.

Camminando per le vie della città la radioattività è estremamente bassa, raramente si superano gli 0.15 µSv/h, livelli inferiori a quelli che si trovano in molte parti d’Italia. A Roma ci si aggira sugli 0.30 µSv/h, e in certe zone del centro di Orvieto si rilevano valori superiori a 0.70 µSv/h.

1
Una delle strade principali di Namie Town, dove molti edifici sono stati demoliti.

Ma per quanto la radioattività possa essere bassa la paura si fa ancora sentire, e in ogni caso non è affatto scontato che chi ha impiegato anni a rifarsi una vita altrove ora torni da dove è venuto, andando incontro ad un’altra faticosa transizione.

A Fukushima non ci sono state vittime per le radiazioni [3], uno studio ha rilevato che nei primi quattro mesi dopo l’incidente, quelli in cui l’esposizione è stata massima, il 99.4% dei soggetti monitorati ha ricevuto una dose equivalente aggiuntiva per esposizione esterna inferiore a 3 mSv [4]. La dose media annua complessiva di un cittadino italiano è dell’ordine di 4.5 mSv [5].

Nonostante questo, circa 2000 persone sono morte a causa di un’evacuazione disorganizzata, in cui c’è chi è stato strappato in fretta e furia dagli ospedali, finendo per non ricevere le cure mediche di cui aveva bisogno, e  dello stress da ricollocamento che ha provocato depressione, alcolismo e suicidi [6].

Paura, ansia e scarsa informazione sulle radiazioni da queste parti hanno fatto più vittime dello tsunami [7].

E c’è anche chi pensa che l’evacuazione sia durata troppo a lungo. E’ il caso di Shunichi Yamashita (Nagasaki University), per due anni a capo del progetto che ha studiato gli effetti dell’incidente sulla salute degli abitanti di Fukushima, convinto che le persone avrebbero potuto tornare nelle loro case dopo un mese [8].

Nel centro di Namie molti edifici danneggiati dal terremoto sono stati demoliti, altri, malgrado l’aspetto apparentemente sano, lo saranno presto. A contrassegnarli c’è un piccolo adesivo rosso sulle finestre.

2
Questo adesivo identifica gli edifici che stanno per essere demoliti.

Continuando a camminare raggiungiamo la scuola del paese che affaccia direttamente sulla strada, da una delle vetrate vediamo una scarpiera con decine di scarpe ordinatamente riposte nei vari scomparti.

“Qui è normale cambiarsi le scarpe quando si entra a scuola” mi spiega Fumie, “Il terremoto c’è stato poco prima delle 3 del pomeriggio, i bambini sono scappati lasciandole lì”.

La città è stata evacuata il giorno dopo. A distanza di otto anni e mezzo nessuno è ancora venuto a riprenderle.

3
Interno della scuola di Namie ripreso dalla strada.

Camminando per il centro continuiamo a passare accanto ad edifici apparentemente intatti visti da lontano, ma guardando attraverso i vetri rotti si notano i segni di un terremoto devastante seguito da anni di abbandono.

Finora abbiamo incrociato solo macchine, nessuno a piedi. Poche centinaia di metri e lo scenario, di colpo, cambia: gazebo, tavolini, è in atto una specie di piccolo festival. Mi dicono che la cosa si ripete ogni secondo sabato del mese per sollevare lo spirito di chi è tornato. Il livello dell’intrattenimento non sembra memorabile, ma la gente pare apprezzare. La dose rilevata non arriva a 0.10 µSv/h.

L’area è circondata da piccoli negozi temporanei, che presto saranno spostati in un’altra zona della città. Entriamo nel primo che ci capita, non facciamo in tempo a guardarci intorno che ci offrono tè e biscotti. I prodotti in vendita sono tutti locali, come ci tiene a sottolineare il titolare del negozio. Succede la stessa cosa in tutti gli altri in cui entriamo.

Chi è tornato vuole fortemente ricominciare a coltivare e vendere i prodotti della terra, ma lontano da qui non è facile collocare prodotti di Fukushima sul mercato. Da queste parti la gente si fida pochissimo del governo, che certo non ha brillato nella gestione dell’emergenza, quindi scuole, supermercati e comunità locali si sono dotati di strumenti per testare carne, pesce, verdure, e tutto quello che si mette in tavola, in modo indipendente. Il cibo di Fukushima è probabilmente il più controllato del mondo e chi vive qui sa di non correre rischi legati alla radioattività mangiandolo. C’è addirittura chi dice di non comprare cibo proveniente da altre prefetture perché non viene testato con la stessa attenzione.

Ma anche se gli alimenti rispettano il limite di 100 Bq/Kg di Cesio 137 (peraltro molto più severo di quello in vigore in Europa e negli USA [9]), nel resto del Giappone (e non solo) molti preferiscono comprare prodotti di altra provenienza, anche se non c’è nessun pericolo reale.

4
Intrattenimento nel centro di Namie Town.

Lo stigma legato al nome “Fukushima” è uno dei principali ostacoli alla ripresa di quest’area martoriata.

“Succede anche con le persone” mi dice Fumie. “La gente di qui che si è trasferita altrove viene spesso discriminata per paura della contaminazione”. Essere sottoposti a radiazioni non vuol dire diventare radioattivi. La radioattività non è contagiosa, ma la paura, specie se abbinata alla scarsa informazione, lo è [10].

Lasciamo Namie Town, e ci spostiamo qualche chilometro a nord-ovest.

Uno degli interventi per decontaminare l’area è stato rimuovere 5-10 cm di suolo superficiale debolmente radioattivo e metterlo in sacchi di plastica. Nessuno si è poi però preso la responsabilità di decidere cosa farne, quindi per il momento restano dove sono. Lungo la strada ne vediamo a centinaia. Viene da chiedersi che fine facciano ogni volta che c’è un tifone.

Prendiamo una strada di campagna. Subito dopo l’incidente alla centrale nucleare il governo aveva ordinato di abbattere tutti i capi di bestiame della zona, ma da queste parti c’è un allevatore che non ha rispettato l’ordine. Arriviamo al suo ranch all’ora di pranzo, ci sta aspettando. Ci spiega che le sue vacche da carne non possono essere vendute, quindi moriranno di vecchiaia. “Sono grasse e contente”, aggiunge.

Mentre ci racconta la sua storia non ci vuole molto prima che il suo risentimento verso il governo e la Tepco venga a galla, uno stato d’animo che lo ha reso critico anche nei confronti dell’energia nucleare. La discussione sull’argomento finisce però prima di cominciare, abbiamo ancora molte tappe davanti a noi e dobbiamo proseguire.

Uscendo dalla fattoria il dosimetro e lo spettrometro danno per la prima volta segni di vita. Ai margini della strada rilevo una dose di 0.70-0.80 µSv/h, valori lungi dall’essere allarmanti, ma che possono darmi la prima misura significativa della giornata.

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Sacchi di plastica pieni di suolo debolmente radioattivo ai lati di una strada di campagna nell’area di Namie.

 

Decido di fermarmi per registrare uno spettro gamma e avere la conferma che si tratti del Cesio rilasciato dalla centrale.  La spettroscopia gamma si basa sul fatto che, dopo un decadimento alfa o beta, il nucleo si trova spesso in uno stato eccitato e deve emettere un raggio gamma per raggiungere il suo stato fondamentale.

Ogni radionuclide emette sempre raggi gamma della stessa energia, che diventano la sua firma.  Analizzare uno spettro gamma permette quindi non solo di capire quanta radioattività c’è, ma anche qual è la causa.

6

Lo spettro conferma la presenza di Cesio 137 e Cesio 134, i radionuclidi maggiormente diffusi in atmosfera a seguito dell’incidente, insieme allo Iodio 131, il più aggressivo dei tre nel breve periodo, ma ormai scomparso dai radar, avendo un tempo di dimezzamento di appena 8 giorni e diventando quindi pressoché innocuo nel giro di poco più di un mese.

Il Cesio 134 si è invece dimezzato quattro volte dal 2011 ad oggi, ed è quindi ridotto a circa il 6% della sua presenza originaria, mentre il Cesio 137, con il suo tempo di dimezzamento di 30 anni, è decaduto solo in minima parte.

Ukedo e dentro la No-Go Zone

Ci dirigiamo verso l’oceano, a Ukedo, dove una volta vivevano circa 2000 persone. Lo tsunami qui ha spazzato via ogni cosa, uccidendo un abitante su dieci. Gli edifici rimasti in piedi sono stati abbattuti perché troppo danneggiati. Guardandosi intorno è difficile immaginare che qui ci fosse una piccola città.

7
L’area dove si trovava Ukedo.

L’unica cosa rimasta in piedi è la scuola elementare, dove l’orologio è ancora fermo all’ora in cui l’onda ha colpito la costa. Quel giorno nella scuola c’erano circa 80 bambini, che si sono salvati solo perché gli insegnanti, dopo l’allarme tsunami, hanno deciso di portarli sulle vicine colline, da dove hanno visto il luogo in cui vivevano essere cancellato, insieme alle vite di molti dei loro genitori.

Siamo a circa 6 km in linea d’aria dalla centrale nucleare e guardando verso sud la vediamo chiaramente in distanza. La dose è la più bassa rilevata fin qui, non si arriva a 0.05 µSv/h.

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L’orologio della scuola di Ukedo.

9
La centrale di Fukushima Daiichi vista da Ukedo.

Lasciamo la costa ci dirigiamo in macchina verso la Strada Statale n.6, che attraversa la No-Go Zone, dove si può transitare in auto, ma non è consentito scendere e nemmeno aprire il finestrino.

I valori di radioattività salgono, pur restando bassi: registro un isolato 0.50 µSv/h, che si ridimensiona subito in uno 0.30 µSv/h.

Ci fermiamo ad un distributore di benzina. Siamo ancora nella No-Go Zone, ma all’interno dell’area di servizio si può scendere dalla macchina per rifornire senza che nessuno abbia niente da ridire. Decido di approfittarne per registrare un altro spettro gamma. La nostra sosta dura un po’ di più di quella tipica per riempire il serbatoio, accumulo dati per poco più di 15 minuti.

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Distributore di benzine lungo la Strada Statale 6, nella No-Go Zone.

11
Enter a cDose equivalente all’interno dell’area di servizio nella No-Go Zone (zona di Futaba).

“Com’è qui la radioattività?” mi chiede Fumie. Le rispondo che siamo poco sopra gli 0.30 µSv/h, e che ho rilevato valori più alti a Piazza San Pietro. La firma è sempre quella del Cesio 137 e Cesio 134.

Ripartiamo verso sud lungo la Statale 6, siamo nell’area della città di Futaba. Arrivati a circa 2 km dalla centrale di Fukushima Daiichi ci fermiamo lungo una stradina laterale. La centrale è davanti a noi, ma non ci è consentito avvicinarci più di così. Non abbiamo molto tempo per guardarci intorno, dopo un paio di minuti un poliziotto ci fa capire, in modo cortese ma fermo, che la nostra sosta è durata abbastanza. La dose non raggiunge gli 0.30 µSv/h.

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La centrale di Fukushima Daiichi vista da circa 2 km di distanza

Proseguendo ancora verso sud, circa 1 km dopo, incontriamo l’unico vero hot spot della giornata. Per qualche secondo spettrometro e dosimetro rilevano 3-4 µSv/h, un minuto dopo i valori si sono già più che dimezzati, e andando avanti continuano a scendere.

Vorrei registrare uno spettro il più chiaro possibile, e per farlo ho bisogno di più tempo dove la radioattività è più intensa (i livelli non sono comunque pericolosi).

Chiedo di tornare indietro. Nella No-Go-Zone non si può scendere dalla macchina, ma nessuno vieta di fare avanti e indietro. Non sono sicuro che l’autista capisca il motivo della richiesta, ma accetta senza fare obiezioni, torniamo verso la centrale.

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L’itinerario percorso nei pressi della centrale di Fukushima Daiichi. Il dosimetro fissa un punto sulla mappa GPS ogni 30 secondi.

Accumulo dati per poco meno di 20 minuti, durante i quali la dose media misurata è 1.29 µSv/h. Lo spettro è il più chiaro della giornata, anche se il risultato come previsto non cambia: Cesio 137 e Cesio 134.

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Spettro gamma acquisito nella No-Go Zone, lungo la Strada Statale 6, nel tratto più vicino alla centrale nucleare di Fukushima Daiichi.

Tomioka Town, città divisa

Ripartiamo alla volta di Tomioka Town, da cui ci separano poco più di 10 km. La città è tagliata in due da una strada che attualmente è il confine della No Go Zone e offre un’immagine surreale: su un lato si può vivere, sull’altro non si può mettere piede. A sinistra case ben tenute, a destra, a pochi metri di distanza, erba alta e il totale abbandono.

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La strada che delimita la No-Go Zone all’interno della città di Tomioka

“Non capisco perché abbiano lasciato qui anche le macchine” mi dice Fumie indicando le auto parcheggiate davanti alle case abbandonate. “Adesso hanno i vetri rotti e le gomme a terra, ma fino ad un anno fa erano perfette”.

Proseguiamo a piedi.  A due passi dal limite che non si può oltrepassare gli strumenti rilevano 0.35 µSv/h. Un display posto a poca distanza ci dice che all’interno della zona interdetta la dose equivalente è 0.48 µSv/h, valori tutt’altro che alti, che nel resto della città si riducono di oltre quattro volte, eppure anche qui c’è chi non è tornato per paura delle radiazioni.

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Dose equivalente rilevata ai limiti della recinzione che delimita la No-Go Zone a Tomioka Town

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La dose all’interno della zona interdetta è indicata a bordo strada.

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Oltre il guardrail le case sono in stato di totale abbandono.

Si sta facendo buio e ci dirigiamo verso la stazione di Tomioka. “Qui è stato tutto ricostruito” mi spiega Fumie “lo tsunami non ha lasciato nessun edificio in piedi”. Anche qui, come a Namie, sono in corso i lavori per rimettere in comunicazione le stazioni ferroviarie delle due città.

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Alzando gli occhi ci colpisce un cartello “Tomioka non morirà mai!”. Non sappiamo chi l’abbia attaccato. Guardandolo nessuno dei due sente che ci sia qualcosa da aggiungere. La dose non arriva a 0.10 µSv/h.

Il sole è già tramontato e si è alzato un forte vento quando raggiungiamo di nuovo la costa per l’ultima tappa della nostra visita. A poco più di 1 km di distanza vediamo l’altra centrale nucleare di Fukushima, la numero 2 (Daini).

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La centrale nucleare di Fukushima Daini vista dalla costa nei pressi di Tomioka.

Abbiamo saltato il pranzo e ci vorranno più di tre ore per raggiungere Tokyo. A Tomioka ha da poco riaperto un supermercato e decidiamo che fermarci a mangiare lì è la cosa migliore.

Il supermercato non è esattamente affollato, ma funziona, i banconi sono pieni e la gente ha un posto dove trovare quello di cui ha bisogno senza doversi spostare. Anche da qui passa la ricostruzione, faticosa e per niente scontata, del tessuto sociale ed economico di una comunità.

A tavola tiro fuori il PC portatile dallo zaino e scarico la mappa GPS con i tutti i punti rilevati, è un modo per ripercorrere la nostra giornata mentre mettiamo qualcosa sotto i denti.

Dose totale accumulata in poco più di sette ore all’interno della prefettura di Fukushima, incluse le fermate nella No-Go Zone, 1.60 µSv. “Vuol dire che abbiamo preso una dose media di 0.22 µSv/h, meno di quanto si prende passeggiando in molte vie del centro di Roma” dico tra un nigiri e l’altro.

Terminato il nostro pasto è tempo di prendere la via del ritorno.

250 km dopo siamo sotto le luci della Yasukuni Dori, nel quartiere di Shinjuku a Tokyo, durante il viaggio abbiamo parlato di molte cose, ma salutandomi Fumie ha un’ultima richiesta da farmi: “Condividi quello che hai visto con la tua famiglia e con i tuoi amici, aiuterai la gente di Fukushima”.

L’informazione è il miglior antidoto contro la paura.

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La dose accumulata in poco più di sette ore è stata 1.60 µSv. Il dosimetro riporta l’ora italiana, per l’orario giapponese bisogna aggiungere 8 ore.

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Andamento della dose media oraria nelle ore di permanenza all’interno della prefettura di Fukushima. Il valore più elevato corrisponde all’ora passata quasi interamente all’interno della No-Go Zone, ed è di poco superiore a 0.50 µSv/h.

Epilogo

Cinque giorni dopo riparto da Tokyo per tornare in Europa. In poco più di 11 ore di volo il mio dosimetro registra una dose accumulata di 44.49 µSv, con picchi di oltre 10 µSv/h e valori medi alla quota di crociera tra 4 e 5 µSv/h.

23

Probabilmente si tratta di una sottostima [11], lo strumento è fatto per i gamma terrestri e i raggi cosmici che si trovano a 10-12 km di quota sono fuori dal suo range, ma anche prendendo per buono il valore che leggo, scendendo dall’aereo, non posso non chiedermi quante delle persone che hanno condiviso con me quel volo sarebbero state troppo spaventate dalla radioattività per seguire me e Fumie per un giorno a Fukushima, dove avrebbero preso una dose quasi trenta volte inferiore.

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EnterAndamento della dose media oraria misurata nelle ore di volo da Tokyo Haneda a Monaco di Baviera. L’aumento dei valori a partire dall’ottava ora corrisponde a un incremento della quota di crociera da 11500 a 12200 metri.

 

 

Note

I dati rilevati si riferiscono alla dose equivalente personale per esposizione esterna che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha rappresentato di gran lunga il contributo dominante alla dose complessiva ricevuta dalla popolazione delle aree maggiormente colpite.

https://apps.who.int/iris/bitstream/handle/10665/44877/9789241503662_eng.pdf;jsessionid=B459B0A64292271AF1134F9AF763CCDA?sequence=1             (pagine 41 e 51)

Le unità di misura citate sono µSv (microsievert) e mSv (millisievert) e misurano la dose equivalente, ovvero l’effetto biologico dell’assorbimento di radiazioni ionizzanti. 1 millisievert corrisponde a 1000 microsievert.

Le misure hanno un margine di errore dell’ordine del 10-20%.

Strumenti utilizzati:

  • Spettrometro: Mirion PDS 100G
  • Dosimetro: Tracerco PED+
  • Contatore Geiger: SE International Radiation Alert Ranger

Il dosimetro può essere usato sia in modalità “dose personale” sia in modalità survey meter. Per l’accumulo della dose personale è stato indossato sul torace per la quasi totalità del tempo.

Fonti e link per approfondire

[1] https://www.scientificamerican.com/article/details-of-japan-earthquake/

http://www.protezionecivile.gov.it/attivita-rischi/rischio-sismico/emergenze/abruzzo-2009

http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-4836d49a-370b-4179-ac82-4160dce61984.html

[2] http://www.pref.fukushima.lg.jp/site/portal-english/en03-08.html?fbclid=IwAR3dFVamEFNd93lVUo_EaDmfztSBlAqiKsUL5WvgNbxaHfjOOvZ-CVJZ4Fc

[3] https://www.who.int/ionizing_radiation/a_e/fukushima/faqs-fukushima/en/

Nel 2018 è stata registrata la prima, e finora unica, morte che potrebbe essere collegata alle radiazioni.

https://www.bbc.com/news/world-asia-45423575

[4] https://www.niph.go.jp/journal/data/67-1/201867010003.pdf

[5] http://www.fisicaweb.org/doc/radioattivita/geiger%20muller/taratura.pdf?fbclid=IwAR2GMarmxt093hTPJWUvygCtjiTePRl6OEadUXyhTMUC1LEFsxYWawO713c

[6] https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0936655516000054

https://www.ft.com/content/000f864e-22ba-11e8-add1-0e8958b189ea

[7] https://www.japantimes.co.jp/news/2014/02/20/national/post-quake-illnesses-kill-more-in-fukushima-than-2011-disaster#.Xe-D3Rt7m02

[8] https://www.newscientist.com/article/2125805-a-nuclear-ghost-town-in-japan-welcomes-back-residents-this-week/

[9] https://www.pref.fukushima.lg.jp/site/portal-it/it01-03.html

[10] https://www.japantimes.co.jp/news/2013/05/09/national/fukushima-activist-fights-fear-and-discrimination-based-on-radiation/#.XezovBt7lNA

[11]http://www.unscear.org/docs/reports/annexb.pdf

Sul nucleare serve un dibattito onesto e scientificamente fondato

COMUNICATO STAMPA

Inesattezze, falsità e indebite commistioni tra nucleare civile e militare non giovano a nessuno

Abbiamo letto l’articolo pubblicato l’11 agosto 2019 su Il Piccolo di Trieste, dal titolo “Il patto antinucleare di ecologisti e pacifisti”, e sorvolando sulle imprecisioni contenute nel testo, ci sentiamo in dovere di formulare le seguenti considerazioni:

1) spiace dover ancora una volta constatare come sia saldamente radicata la narrazione che vedrebbe legati a stretto filo gli armamenti atomici con lo sviluppo del nucleare civile. Crediamo che ciò, oltre a non corrispondere al vero, non renda giustizia delle decine di migliaia di persone che si impegnano quotidianamente – sia a livello istituzionale sia a livello delle professioni legate alla medicina, alla ricerca, all’industria, alla filiera energetica – per uno sviluppo pacifico delle tecnologie che sfruttano, in diverse forme, l’energia nucleare garantendo benefici per tutte le comunità.
Questo è ancor più vero se si considera, per esempio, che uno dei progetti più meritevoli di essere ricordati, per la promozione del disarmo atomico, è stato il programma “Megatons to Megawatts”, grazie al quale gli Stati Uniti hanno prodotto per vent’anni, dal 1993 al 2013, elettricità attraverso lo smantellamento di oltre 20mila testate nucleari russe [1].

2) sorprende la dichiarazione di Alfonso Navarra, secondo il quale <<il nucleare non è assolutamente la soluzione ecologica ai problemi energetici e i nuovi movimenti ecologisti guidati dai giovani non devono lasciarsi trascinare in una direzione errata>>. Si tratta di una dichiarazione che, nel merito, risulta in netto contrasto con quanto chiaramente riportato dalle istituzioni scientifiche, come per esempio l’IPCC [2] e la IEA [3], le quali riconoscono il ruolo fondamentale dell’energia nucleare per la decarbonizzazione della produzione energetica e per la lotta ai cambiamenti climatici. Si tratta, peraltro, di una posizione fatta recentemente propria anche dal Parlamento Europeo [4], in un documento presentato in questi giorni alla COP25 di Madrid.

Al di là del merito, l’invito di Navarra risulta essere criticabile anche nel metodo, proprio per l’esplicito invito rivolto ai giovani a non lasciarsi in qualche modo travisare o convincere proprio da quelle istituzioni scientifiche il cui ascolto è sempre stato, invece, uno dei capisaldi e dei valori fondativi del movimento Fridays For Future.

3) spiace infine dover prendere atto, dalle parole della rappresentante triestina di Fridays For Future, della posizione presumibilmente ufficiale, sul tema, da parte del movimento a livello nazionale. Diciamo presumibilmente poiché non abbiamo ancora avuto modo di leggere alcun documento di Fridays For Future Italia, che sancisca e soprattutto argomenti il rifiuto delle tecnologie nucleari quale strumento, assieme alle energie rinnovabili, utile a favorire l’abbandono dei combustibili fossili.

Da parte nostra, come Comitato Nucleare e Ragione ci rendiamo nuovamente disponibili, come peraltro già fatto informalmente in passato, ad offrire le nostre competenze per presentare agli attivisti di Fridays For Future le informazioni e dati relativi all’energia nucleare, quale contributo utile e costruttivo al dibattito interno al movimento. Tutto ciò nella speranza che le posizioni in merito a questa tecnologia non siano basate su stereotipi, pregiudizi o informazioni parziali, ma siano il frutto di un percorso ragionato ed obiettivo, a beneficio di tutti quelli che quotidianamente lavorano e credono in un futuro migliore per l’umanità e per il nostro pianeta.

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Riferimenti:

[1]https://en.wikipedia.org/wiki/Megatons_to_Megawatts_Program

[2] IPCC SPECIAL REPORT, Global Warming of 1.5 degrees, 2018

[3] IEA, Nuclear power in a clean energy system, 2018, Press Release

[4]European Parliament resolution of 28 November 2019 on the 2019 UN Climate Change Conference in Madrid, Spain (COP 25) (2019/2712(RSP)). Ma si può fare riferimento anche a:

EUROPEAN COMMISSION, COM(2018)773, A Clean Planet for all. A European strategic long-term vision for a prosperous, modern, competitive and climate neutral economy

EUROPEAN COMMISSION, COM(2011) 885, Energy Roadmap 2050

Nuclear Days 2019: some pictures about a successful two-day event

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On November 15th, a group of 26 people visited the Slovenian Nuclear Power Plant, located in Krško, about 100 km from Ljubljana. People had the opportunity to visit the non-radiologically controlled areas of the plant, such as generators and transformers, turbine hall and secondary circuit, control room and tertiary cooling circuit. It was also possible to have a first hand experience of the control room simulator, in which crews that operate power plants are trained.
In the afternoon,
people visited the World of Energy Exhibition. In addition to a model of the nuclear power plant with digital information panels, the exhibition shows several installations on the various forms of energy production, on radioactivity and nuclear fuel cycle, interactive activities to simulate the electricity Slovenian daily load curve with different energy mixes, and experiments on electricity and magnetism.

FRIDAY, NOVEMBER 15th 2019
VISIT TO KRSKO NPP AND TO THE WORLD OF ENERGY EXHIBITION

 

On November 16th the conference “Nuclear for Climate: opportunities and challenges took place at Istituto Tecnico Statale “Alessandro Volta”, in Trieste. The conference was structured in a morning and an afternoon session, with speakers from Italy, Slovenia, Austria, Croatia, Poland and France, and the special participation of Michael Shellenberger in video-conference from California. The morning session focused on current state and future perspectives of nuclear technology, while the afternoon session focused on public acceptance and policy.

Parallel to the afternoon session took place the “Nuclear Science and Technology exhibition”, with informative desks and interactive experiments about radiation physics and energy production.

A special thanks to our partners and sponsors and to all the participants, we look forward to see you again in 2020!

SATURDAY, NOVEMBER 16th 2019
CONFERENCE @ ISTITUTO TECNICO A.VOLTA, TRIESTE

SATURDAY, NOVEMBER 16th 2019
NUCLEAR SCIENCE&TECHNOLOGY EXHIBITION
@ ISTITUTO TECNICO A.VOLTA, TRIESTE

Locandina Nuclear Days poster

Sciopero globale per il clima: vietato parlare di energia nucleare.

COMUNICATO STAMPA
Cittadini allontanati dai cortei di Fridays for Future
perché a sostegno dell’energia da fissione

Il Parlamento Europeo, nella risoluzione votata il 28 novembre 2019, e che verrà presentata alla conferenza COP25 a Madrid in questi giorni, ha dichiarato che <<l’energia nucleare può giocare un ruolo per il raggiungimento degli obiettivi climatici, poichè non emette gas serra, e può inoltre assicurare un significativo contributo per la produzione di elettricità in Europa>>[1]. Si tratta di una conferma di quanto già riportato nei più recenti documenti dell’IPCC, i cui scenari per il contenimento delle temperature prevedono un aumento significativo dell’impiego di tutte le fonti a basse emissioni di CO2, inclusa l’energia nucleare [2]. Anche l’International Energy Agency si è espressa con forza in tal senso, dichiarando che <<senza l’estensione della vita degli attuali impianti e la costruzione di nuovi reattori nucleari, raggiungere gli obiettivi chiave per l’energia sostenibile, inclusi gli obiettivi internazionali per il clima, diventerà più difficile e costoso>> [3].

La scienza e le istituzioni, insomma, parlano chiaro.

Eppure anche in questa occasione ci è giunta la segnalazione di un cittadino che, decisosi a partecipare al Quarto Sciopero Globale per il Clima con un cartello riportante la scritta “Nucleare per il Clima”, è stato circondato da un gruppo di altri manifestanti ed è diventato oggetto di ripetute violenze verbali e minacce di aggressione fisica. L’episodio è avvenuto ad Alessandria. Il cartello gli è stato strappato con forza dalle mani e sono dovute intervenire le forze dell’ordine per evitare che la situazione degenerasse. Il cittadino, alla fine, è stato suo malgrado costretto a lasciare il corteo. Episodi analoghi erano già avvenuti nel dicembre 2018 a Udine – dove un gruppo di manifestanti pacifici, dopo reiterate offese, fu invitato dagli organizzatori ad abbandonare la Marcia per il Clima in quanto persone “non gradite” – e a marzo 2019 a Milano.
Riteniamo questi episodi, benché isolati, estremamente gravi. Non si tratta, infatti, soltanto di un’intollerabile violazione del principio costituzionale della libertà di pensiero e di parola durante una manifestazione pubblica, ma anche, soprattutto, il segnale di quanto sia pericolosamente radicato il condizionamento ideologico di una parte non trascurabile del movimento ambientalista impegnato nella sensibilizzazione pubblica sul fenomeno cambiamenti climatici.
E’ certamente vero che l’energia nucleare è sempre stata storicamente invisa al movimento ambientalista mondiale. Tuttavia la comunità scientifica ha chiaramente espresso l’indispensabilità della fonte nucleare – in quanto pulita e a basse emissioni – per il raggiungimento degli obiettivi climatici. Il fatto che il movimento trascuri palesemente questo dato di fatto e reagisca in maniera scomposta davanti a chi invece, unendosi alla causa, cerca di sostenere questa realtà oggettiva, lascia aperti molti interrogativi sull’invito più volte ripetuto, da parte degli organizzatori, di <<ascoltare gli scienziati>> e di mettere in atto ogni azione per agevolare l’abbandono dei combustibili fossili.

Nel solidarizzare con tutti coloro che hanno subito tali intimidazioni, auspichiamo che gli organizzatori delle future manifestazioni garantiscano a tutti la libertà di esprimere la propria opinione, e che le istituzioni e le forze dell’ordine vigilino affinché il diritto di espressione sia effettivamente garantito.

 

Riferimenti:

[1]European Parliament resolution of 28 November 2019 on the 2019 UN Climate Change Conference in Madrid, Spain (COP 25) (2019/2712(RSP)). Ma si può fare riferimento anche a:
EUROPEAN COMMISSION, COM(2018)773, A Clean Planet for all. A European strategic long-term vision for a prosperous, modern, competitive and climate neutral economy
EUROPEAN COMMISSION, COM(2011) 885, Energy Roadmap 2050
[2]IPCC SPECIAL REPORT, Global Warming of 1.5 degrees, 2018
[3] IEA, Nuclear power in a clean energy system, 2018, Press Release

 

Per maggiori informazioni:

Violetta Toto, responsabile di Stand Up for Nuclear Milano, violetta.toto@mail.polimi.it; Lorenzo Helfer, responsabile di Stand Up for Nuclear Trento;
Pierluigi Totaro, Presidente del Comitato Nucleare e Ragione, nucleareeragione@gmail.com; 3347587585

 

 

Manifestazione globale in favore dell’energia e delle tecnologie nucleari il 20 ottobre 2019

Per promuovere e preservare la capacità di produrre abbondante energia pulita e il benessere della società

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“Stand Up for Nuclear” è una giornata di mobilitazione nelle piazze di tutto il mondo (in Italia: Milano, Trento e Trieste) per sottolineare l’importanza dell’energia nucleare come fonte energetica affidabile e pulita, in grado di coprire la crescente domanda globale d’energia e allo stesso tempo proteggere la nostra salute e l’ambiente, abbattendo le emissioni di gas serra e l’inquinamento atmosferico.

L’iniziativa nasce dalla Nuclear Pride Coalition: un’alleanza internazionale di organizzazioni no-profit ed indipendenti che ha l’obiettivo di preservare ed espandere l’uso dell’energia nucleare. Gli organizzatori di ogni città sono autonomi e fanno riferimento alla Coalizione per supporto, coordinamento e condivisione di informazioni.

Nei Paesi industrializzati dell’occidente l’energia nucleare spesso non viene considerata come una delle opzioni future per l’approvvigionamento energetico e al contrario la tendenza è quella di chiudere anzitempo gli impianti a fissione attivi e non costruirne di nuovi.
L’Italia paga tuttora i costi del prematuro abbandono del nucleare, sia in termini di ritorno d’investimento non goduto, che in termini di perdita di competenze occupazionali e competitività e non ultimo in termini di mancata riduzione di emissioni.
Eppure, tramite l’uso esclusivo di altre forme di energia pulita quali le rinnovabili non sarà possibile ottenere l’obiettivo di ridurre le emissioni così come previsto nei patti per il clima.
La Coalizione si propone invece di portare all’attenzione del pubblico i benefici della tecnologia nucleare, partendo da un’opera di divulgazione e demitizzazione di alcuni luoghi comuni.

Gli organizzatori italiani – in particolare – si propongono l’obiettivo di portare agli stand esperti e appassionati nell’ambito nucleare che possano mettersi al servizio della comunità per dipanare dubbi e presentare pro e contro in un dialogo aperto a tu per tu con la cittadinanza. I cittadini potranno trovare informazioni non solo sulla produzione energetica dal nucleare – approfondendo temi caldi come le conseguenze degli incidenti e il trattamento delle scorie – ma anche su altre applicazioni tecnologiche come medicina nucleare e fusione nucleare.

Per maggiori informazioni:
– Twitter: @Nuclear_Pride
– Facebook: Nuclear Pride Coalition, Comitato Nucleare e Ragione
– Instagram: Stand_up_for_nuclear
– Online: standupfornuclear.orgnucleareeragione.org

Coordinatori locali:
Stand Up for Nuclear Milano: Violetta Toto, violetta.toto@mail.polimi.it
Stand Up for Nuclear Trento: Lorenzo Helfer, standupfornucleartn@gmail.com;
Stand Up for Nuclear Trieste: Enrico Brandmayr, Comitato Nucleare e Ragione, nucleareeragione@gmail.com

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E’ online il programma dei Nuclear Days 2019. Aperte le iscrizioni!

Pubblichiamo oggi il programma dettagliato della seconda edizione dei Nuclear Days, evento che quest’anno si svolgerà il 15 e 16 novembre,  con il titolo “Nuclear For Climate: opportunities and challenges“.

L’iniziativa gode del patrocinio del Comune di Trieste e di proESOF ed è organizzata dal Comitato Nucleare e Ragione, in collaborazione con l’Associazione Italiana Nucleare, le società nucleari slovena, austriaca e croata, il Milan Čopič Nuclear Training Centre di Lubiana (ICJT) e NEK.

L’evento è gratuito! Per le informazioni dettagliate e per la registrazione vi invitiamo a consultare la pagina https://nucleareeragione.org/nuclear-days-2019/.

La registrazione è obbligatoria. Segnaliamo che nel form è possibile registrarsi anche a una singola giornata o sessione di conferenza.

L’evento è in lingua inglese, ma durante la visita alla centrale di Krsko e durante la mostra sulel tecnologie nucleare, sarà disponibile un servizio di traduzione in italiano.

Locandina Nuclear Days posterLocandina Nuclear Days Program

Sei ancora indeciso se partecipare o no ai Nuclear Days?  Continua a leggere.

Vi è ampio consenso nella comunità scientifica sul fatto che una profonda decarbonizzazione del settore energetico sia un passo necessario da compiere nei prossimi decenni al fine di contrastare il cambiamento climatico, e che tale obiettivo sia imprescindibile dall’utilizzo di tutte le fonti di energia non fossili, inclusa la fonte nucleare. Ciò nonostante, l’energia nucleare gode scarso fascino presso l’opinione pubblica e il mondo politico. Le ragioni dell’avversità al nucleare sono spesso basate su conoscenze errate o preconcetti ideologici.

Questo evento si prefigge di raggiungere il pubblico con relatori di alto livello e attività interattive sull’energia nucleare e le sue prospettive future.

Unisciti a noi per due giornate intense alla scoperta delle tecnologie nucleari presenti e future, spiegate in termini chiari e comprensibili ad un pubblico generico. Visita la centrale nucleare che fornisce energia pulita a Slovenia, Croazia e anche all’Italia. Vieni a vedere da vicino il simulatore della sala controllo, dove si allenano gli operatori delle centrali, e visita il World of Energy Museum a pochi passi dalla centrale.

Scopri perché l’energia nucleare è vitale nel contrasto del cambiamento climatico e come le tecnologie più all’avanguardia la rendano sempre più sicura ed economica.

Scopri i principi base della radioattività ed altri aspetti scientifici del nucleare attraverso una mostra internazionale e discuti il tuo interesse per il nucleare – o magari la tua futura carriera, con altri giovani del settore e scienziati provenienti da diversi Paesi. Ti aspettiamo a Trieste, ai Nuclear Days!

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Una petizione per includere l’energia nucleare nella tassonomia europea sulla finanza sostenibile

Segnaliamo ai nostri lettori la possibilità di partecipare ad una petizione, indirizzata all’European Commission Technical Expert Group (TEG), affinchè venga presa in considerazione l’inclusione dell’energia nucleare nella tassonomia europea sulla finanza sostenibile.

A sostegno della petizione vi è un documento, intitolato Sustainable Nuclear Assessment Report, compilato da un gruppo di esperti e analisti nei settori di studio sui cambiamenti climatici, sulle problematiche energetiche e ambientali e sull’energia nucleare.

Ricordiamo che nel rapporto tecnico pubblicato dal TEG lo scorso giugno, e successivamente sottoposto a consultazione pubblica, si proponeva di escludere l’energia nucleare dalla prima versione della tassonomia.

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La radioattività di Fukushima nell’oceano? Facciamo il punto

[La notizia ha suscitato allarmismo ma si tratta per ora di una tra le ipotesi, e probabilmente la più sensata]

Si è diffusa nelle ultime ore sui media generalisti la notizia che il governo giapponese starebbe per sversare nell’oceano l’acqua contaminata della centrale di Fukushima Daiichi. Com’era prevedibile la notizia ha generato allarmismo e una certa dose d’isteria sui media nostrani quindi cerchiamo di fare sinteticamente e schematicamente il punto.

Di cosa stiamo parlando?

Stiamo parlando delle acque reflue raccolte entro il perimetro della centrale di Daiichi e che vengono filtrate dei radionuclidi più tossici per l’ambiente e quindi stoccate in enormi serbatoi. In esse, dopo la depurazione, rimane una concentrazione variabile di Trizio (H3, elemento non facilmente filtrabile) pari a 0.5-4 MBq/L (milioni di Becquerel per litro), per un totale di circa 0.76 PBq [1] (Peta Becquerel, 1015 Bequerel).
Il Trizio ha un’emivita di 12 anni, il che vuol dire che ogni 12 anni la sua attività si dimezza.

E’ una notizia nuova?

In realtà la notizia non è nuova [2]. Rilasci controllati sono avvenuti prima d’oggi a Fukushima e quella di rilasciare, gradualmente, tutta l’acqua contenuta nei serbatoi nell’oceano è una delle ipotesi di lavoro (assieme all’evaporazione, il sequestro geologico, la solidificazione e il rilascio sotto forma di idrogeno), almeno dal 2014. Di fatto, quella del rilascio controllato in mare sarebbe la soluzione più praticabile secondo molti esperti e contemplata anche dalla IAEA, la quale da tempo ha suggerito di valutare la sostenibilità ambientale e socio-economica di tutte le opzioni, nonché ovviamente i potenziali impatti sulla salute delle popolazioni [3].

Perché se ne parla ora?

Se ne parla ora perché, il governo giapponese ha recentemente informato il corpo diplomatico presente nel Paese – cosa che avviene ad intervalli regolari – delle prospettive per il decommisionamento definitivo dell’area di Daiichi, e da parte del governo della Corea del Sud sarebbero state sollevate preoccupazioni per l’ipotesi del rilascio controllato in mare.

Quale sarebbe l’impatto del rilascio controllato?

La gradualità del rilascio e l’effetto diluitivo dell’acqua nell’Oceano faranno si che l’impatto risulterà essere molto limitato. Si consideri che la radioattività già naturalmente presente nell’Oceano Pacifico ammonta a più di 8 milioni di PBq. Le sorgenti principali sono il Potassio-40 (7,4 milioni di PBq), il Rubidio-87 (700mila PBq), l’Uranio (22mila PBq), il Carbonio-14 (3mila PBq) e il Trizio (370 PBq) [4]. Nell’ipotesi di massima diluizione, la frazione di Trizio nell’Oceano Pacifico aumenterebbe pertanto di meno dell’1%. Chiaramente il rilascio, se adottato come soluzione, dovrà essere sufficientemente graduale e prevedere una pre-diluizione, in maniera tale da mantenere la concentrazione di Trizio sotto i livelli imposti dalle normative anche in prossimità del luogo di rilascio [5].

Ci sono dei precedenti?

Oltre ad un fondo naturale, gran parte del Trizio che già si trova negli oceani è ciò che resta di quanto rilasciato dagli esperimenti nucleari dello scorso secolo. Tuttavia anche le centrali nucleari in operatività e gli impianti di riprocessamento del combustibile sono autorizzati a rilasciare una certa quantità di acqua in cui è presente Trizio. Per le centrali Giapponesi questo è avvenuto già nel corso degli ultimi 20 anni, con un limite imposto alla concentrazione di 60000 Bq/L. L’impianto di riprocessamento francese di LaHague rilascia in un anno circa 12 PBq (oltre dieci volte il totale di quanto dovrebbe essere rilasciato da Fukushima), mentre la concentrazione misurata nell’oceano circostante è di circa 7 Bq/L [6]. Gli esperti dunque si aspettano che il rilascio controllato dalla centrale di Fukushima comporti in mare aperto livelli di radioattività simili, quindi in sostanza indistinguibili dal fondo naturale.

Dunque c’è da preoccuparsi?

Gli unici a doversi preoccupare potrebbero essere eventualmente i pescatori della zona di Fukushima, che, qualora il rilascio fosse fatto ad un rateo troppo elevato, si troverebbero a fronteggiare livelli di concentrazione del trizio localmente superiori ai limiti imposti per la commercializzazione del pescato, con conseguente danno socio-economico [7]. Per il resto della popolazione mondiale si possono tuttavia escludere impatti sull’ambiente e la salute. Ribadiamo comunque il fatto che il rilascio in mare è per ora solo una delle ipotesi allo studio, e che ci sono i mezzi e le conoscenze per farlo in tutta sicurezza e senza danni anche per le popolazioni locali, già così duramente colpite dalle conseguenze dello tsunami.

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Note:

[1] https://blog.safecast.org/2018/06/part-1-radioactive-water-at-fukushima-daiichi-what-should-be-done/

Secondo l’inventario pubblicato nel 2015 dalla TEPCO ( https://www.meti.go.jp/earthquake/nuclear/pdf/140424/140424_02_008.pdf) il quantitativo complessivo di Trizio all’interno della centrale di Fukushima Daiichi ammontava a 3.4 PBq, di cui circa 0.8 PBq accumulati nelle cisterne.

[2] https://www.theguardian.com/environment/2016/apr/13/is-it-safe-to-dump-fukushima-waste-into-the-sea

[3] Nel rapporto pubblicato dalla IAEA il 13 maggio 2015, basato su una missione condotta nel febbraio dello stesso anno a Tokyo e Fukushima da un gruppo di 15 esperti, si afferma la necessità di <<trovare una soluzione sostenibile al problema della gestione dell’acqua contaminata presso la centrale nucleare di Fukushima Daiichi della TEPCO. Ciò richiederebbe di considerare tutte le opzioni, compresa la possibile ripresa degli scarichi controllati verso il mare.>> Nello stesso rapporto, la IAEA consiglia a TEPCO di <<effettuare una valutazione del potenziale impatto radiologico sulla popolazione e sull’ambiente derivante dal rilascio di acqua contenente trizio e qualsiasi altro radionuclide residuo nel mare, al fine di valutare la rilevanza radiologica e di avere una buona base scientifica per prendere decisioni. È chiaro che il processo decisionale finale richiederà il coinvolgimento di tutte le parti interessate, tra cui TEPCO, NRA, governo nazionale, governo della prefettura di Fukushima, comunità locali e altri.>>

[4] Un nostro precedente articolo https://nucleareeragione.org/2013/09/18/drowning-by-numbers/, e la relativa fonte: https://sites.google.com/isu.edu/health-physics-radinf/radioactivity-in-nature

[5] Secondo quanto riportato in https://blog.safecast.org/2018/06/part-1-radioactive-water-at-fukushima-daiichi-what-should-be-done/, l’acqua potrebbe essere diluita in maniera tale da diminuire la concentrazione dai 0,5-4 MBq/L a circa 60000 Bq/L, prima di essere riversata in mare. Il rilascio avverrebbe in maniera controllata, in un arco di tempo complessivo di circa 5 anni o più.

[6] Globalmente, i livelli di fondo del Trizio nelle acque sono compresi tra 1 and 4 Bq/L, che includono tra 0.1 e 0.6 Bq/L di origine naturale e più del doppio originate dai test nucleari del passato. Negli oceani, la concentrazione di Trizio alla superficie varia tra 0.1 e 0.2 Bq/L. Per confronto, il Trizio naturalmente presente nell’acqua piovana in Giappone tra il 1980 e il 1995 ammontava a 0.5- 1.5 Bq/L. Negli Stati Uniti il limite di legge per l’acqua potabile è pari a 740 Bq/L, mentre in Europa è pari a 100 Bq/L.

[7] Precisiamo che ad un rateo di rilascio elevato l’unico rischio sarebbe quello di superare gli attuali limiti di legge ai quali è legata l’autorizzazione alla pesca nelle acque al largo di Fukushima. I limiti inerenti la contaminazione radioattiva delle acque in Giappone sono stati resi estremamente restrittivi ed un eventuale superamento non implica necessariamente un aumento sensibile del rischio per l’ambiente e gli esseri umani. In ogni caso, al primo superamento dei limiti di legge il rilascio potrebbe essere interrotto permettendo una dispersione sufficiente dei radionuclidi e la conseguente scomparsa della contaminazione.