Sacrificati sull’altare del carbone

[Energiewende mostra ancora una volta il suo volto oscuro: la chiesa di San Lamberto in Immerath ultima offerta al dio denaro]

 Nell’Anno del Signore 2018 il carbone (o più precisamente la lignite) continua a mietere “vittime” [1] anche nel cuore dell’Europa. Il piccolo villaggio di Immerath, frazione di Erkelenz nella regione tedesca del Nord Reno-Westfalia, è stato l’ultimo in ordine di tempo ad essere raso al suolo da Garzweiler II. Garzweiler II non è un mostro mutante dei fumetti animati nipponici, bensì una non meno pericolosa miniera di lignite a cielo aperto, diretta espansione di Garzweiler I.

garzweilerII
La miniera di Garzweiler II (fonte RWE)

Una storia che si ripete in questa terra tormentata, la cui ricchezza del sottosuolo – che non a caso la rese oggetto di contesa nelle sanguinose guerre del secolo scorso – rappresenta la sua stessa condanna: degrado ambientale e del patrimonio storico-culturale e abbandono.

Le miniere, alcune aperte all’inizio del Novecento e chiuse negli anni Ottanta, avanzano da Sud verso Nord man mano che nuove ingenti risorse vengono scoperte. Nel loro cammino inghiottono case, chiese, storie di persone. E nel XXI secolo, sulla spinta della Energiewende – la riforma del comparto energetico tedesco che dovrebbe renderlo più verde e sostenibile – invece di rallentare trovano nuovo impulso.

L’abbandono progressivo della produzione elettronucleare ed il sempre più massiccio – quanto costoso e intermittente – ricorso alle fonti energetiche rinnovabili rendono la lignite un’abbondante, affidabile ed economica risorsa per riequilibrare il sistema elettrico tedesco.

ss
Il tabernacolo vuoto della chiesa di San Lamberto dopo la sconsacrazione avvenuta il 13 ottobre 2013 (fonte Gerzweiler.com, ©Arne Müseler –  arne-mueseler.com)

Neppure le vibrate proteste delle popolazioni, delle autorità ecclesiastiche [2] e delle associazioni ambientaliste arrestano lo scempio. I villaggi vengono evacuati ed interdetti all’accesso. Migliaia di persone hanno abbandonato le loro case, vivi e morti, nessuno escluso. Poi seguono le demolizioni.

È di tre giorni fa quella del “Duomo” di Immerath, in realtà semplice chiesa parrocchiale, seppur con una storia che data addietro al XII secolo [3], ma così chiamata dagli abitanti per le sue smisurate proporzioni rispetto all’effettivo numero dei parrocchiani, che negli ultimi tempi si erano ridotti a poche decine (l’ultima celebrazione liturgica e la sconsacrazione ebbero luogo il 13 ottobre 2013). Le comunità ricevono in cambio del loro esilio un compenso in denaro e nuove infrastrutture sul cui valore estetico lasciamo il giudizio al lettore.

demolition
La demolizione della chiesa di San Lamberto, 8 gennaio 2018 (©Arne Müseler –  arne-mueseler.com)
Immerath_(neu)_Kapelle_St._Lambertus,_Ansicht
La chiesa di Immerath nuova (foto: Käthe und Bernd Limburg)

Al suo completamento, la miniera di Garzweiler II occuperà circa 70 chilometri quadrati e con le sue riserve di lignite, stimate in 1,3 miliardi di tonnellate (40% delle risorse della Renania), fornirà combustibile fino al 2045, quando verrà risepolta.

La lignite rifornisce le numerose centrali termoelettriche dell’area, gettando un’ulteriore ombra oscura sulla vita – o quanto meno sui polmoni – degli abitanti della zona.

Epprath Tollhaus, Morken-Harff, Königs-Hoven, Reisdorf, Belmen, Elfegen, Garzweiler, Stolzen-berg, Prieste-rath, Pesh, Otzenrath/Spenrath, Holz, Immerath i villaggi già inghiottiti dalla miniera. I prossimi a cadere Lützerath, Holzweiler, Keyen-berg, Berverath, Westrich, Kuckum – almeno che le cose non cambino; dunque il mostro si arresterà alle porte di Immerath Neu, la nuova Immerath.

Rheinisches_Braunkohlerevier_DE
I giacimenti minerari della Renania (fonte Wikipedia)

Sui fallimenti della Energiewende e sull’insensatezza dell’abbandono della fonte nucleare nel contesto della riduzione delle emissioni di anidride carbonica abbiamo scritto molto su queste pagine con dati e numeri [4].

I fatti che però qui documentiamo, più di ogni dato e numero rivelano un’insensata ingiustizia, una miope cupidigia senza neppure più il velo ipocrita dei buoni propositi.

Pensiamo solo a come questi villaggi avrebbero potuto svilupparsi in termini di turismo eco-sostenibile valorizzando il poco o molto, bello o brutto (de gustibus…), patrimonio artistico e architettonico che possedevano. Se solo la Germania non stesse abbandonando il nucleare… per il carbone!

paesino
Veduta di Keyenberg, uno dei villaggi di prossima distruzione (fonte Facebook)

Quantomeno la damnatio memoriae non colpirà questi villaggi e le loro comunità. Essi continueranno a vivere grazie ad uno splendido progetto di Arne Müseler, fotografo di Salisburgo, una vera e propria comunità virtuale dove anche le campane di San Lamberto continueranno a risuonare, monito ad un’umanità che sembra proprio non voler imparare dai propri errori.

Note:

[1]          Carbone e lignite rappresentano le fonti energetiche a più elevato tasso di mortalità: 0.24 morti/TWh a causa di incidenti e 57.1 morti/TWh per conseguenza dell’inquinamento prodotto. Considerando che la produzione totale dalle suddette fonti ammontava nel 2016 a circa 44000 TWh, se ne ottiene una stima di circa 2.5 milioni di morti all’anno (fonti: Markandya, A., & Wilkinson, P. (2007). Electricity generation and health. The Lancet370(9591), 979-990; Vaclav Smil (2017). Energy Transitions: Global and National Perspectives. & BP Statistical Review of World Energy)

[2]          Il Vescovo di Aachen, Heinrich Mussinghoff, ben prima dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco sui temi ambientali, tuonò contro il progetto definendolo ecologicamente e socialmente incompatibile.

(http://www.spiegel.de/panorama/gesellschaft/braunkohle-warum-der-immerather-dom-abgerissen-wird-a-916853.html)

[3]          Probabilmente la prima chiesa era un complesso romanico a navata unica del XII secolo. (Die wahrscheinlich erste Kirche war eine einschiffige romanische Anlage aus dem 12. Jahrhundert.)

Fonte Wikipedia in tedesco: https://de.wikipedia.org/wiki/St._Lambertus_(Immerath)

Una massiccia ristrutturazione è attestata da documentazioni del XIV secolo. In seguito, nella seconda metà dell’Ottocento, fu integralmente ricostruita in stile neo romanico.

http://www.erkelenz.de/pdf/Tourismus/Stadtportrait/Bau-_und_Kunstwerke/17_-_St__Lambertus_Immerath.pdf

[4]          I nostri articoli sulla Energiewende:

07/11/2016         La lignite del vicino è sempre più verde

20/12/2016         La vittoria di Pirro delle rinnovabili tedesche

23/02/2017         Energiewende dove vai?

Aggiungiamo che è notizia di ieri che durante le prolungate negoziazioni per la formazione di un governo in Germania dopo le elezioni dello scorso settembre si è giunti ad avere almeno un punto sul quale tutti sono d’accordo: l’obiettivo di abbattimento delle emissioni climalteranti per il 2020 è eliminato.

https://www.reuters.com/article/us-germany-politics/german-coalition-negotiators-agree-to-scrap-2020-climate-target-sources-idUSKBN1EX0OU

 

Annunci

Il sonno della ragione genera mostri*

È notizia di ieri che la corte di giustizia di Hiroshima (prefettura di Hiroshima, isola di Honshū, Giappone) ha intimato all’esercente della centrale nucleare di Ikata (prefettura di Ehime, isola di Shikoku, Giappone) l’immediata interruzione del servizio (permanent shutdown) dell’unità 3 (le unità 1 e 2 sono già fuori servizio) a causa del rischio potenziale derivante da un’eventuale eruzione del vulcano Monte Aso (prefettura di Kumamoto, isola di Kyūshū, Giappone)[1].

La decisione della corte emerge a seguito della consultazione di evidenze di una eruzione di alcune decine di migliaia di anni fa i cui effetti raggiunsero la zona occupata ora dalla centrale elettronucleare.

Colpisce particolarmente il seguente estratto dalla giustificazione della sentenza del giudice Tomoyuki Tanoue: “l’approvazione da parte dell’Autorità di Regolamentazione Nucleare della sicurezza del reattore era <<irrazionale>> (sic!) e la vita dei querelanti potrebbe essere messa in pericolo dalle radiazioni in caso di incidente rilevante”.

Umilmente chiediamo: dato che secondo la ratio del giudice gli effetti di una eruzione di massima potenza del vulcano (i.e. flussi piroclastici e ceneri – a proposito: sono radioattivi!) sarebbero in grado di far fallire completamente le barriere della difesa in profondità della centrale nucleare di Ikata, in quale modo potrebbero resistere tutte le altre strutture a salvaguardia della vita umana nel medesimo raggio di azione? Inoltre, data l’importanza del pericolo, perché non viene richiesta anche l’immediata rimozione di ogni sorgente radioattiva dalla centrale e non solo l’interruzione della produzione elettronucleare?

L’isola di Kyūshū ha una superficie di 36.753 km2, il vulcano Monte Aso dista 130 km SO dalla centrale nucleare di Ikata. Il rischio ipotetico inerente una potenziale eruzione di pari potenza a quella verificatasi decine di migliaia di anni fa dunque copre una superficie di 53.066 km2, superiore a quella della popolatissima isola in cui si trova il vulcano.

01

Fonti:

https://www.belfasttelegraph.co.uk/news/world-news/japan-court-order-shutdown-of-nuclear-reactor-because-of-proximity-to-volcano-36405299.html

http://www.fukushima-is-still-news.com/2017/12/high-court-orders-shutdown-of-ikata-no.3-part-2.html

[1] L’ unità 3 della centrale nucleare di Ikata, rientrata in operatività commerciale a settembre 2016, era già temporaneamente non operativa per ispezioni in corso previste fino alla fine di febbraio 2018. Pertanto occorre precisare che non è stato intimato l’immediato arresto del reattore, bensì il suo non riavvio.

*El sueño de la razón produce monstruos, Francisco José de Goya y Lucientes 

Evacuating a nuclear disaster areas is (usually) a waste of time and money, says study

In the aftermath of the Fukushima accident (rated 7 on the INES scale) Japanese authorities issued an evacuation order involving tens of thousands of people. Subsequently the Government’s nervousness delayed the return of many.

In the meanwhile the World Health Organisation found that the Fukushima evacuation increased mortality among elderly people who were put in temporary housing.

In addition the local government launched an extensive health survey to reach evacuees at risk of health problems and to monitor their health status. And later investigations on psychological distress assessed the association with perceived risks of radiation exposure and disaster-related stressors in people who were evacuated from their homes because of the disaster. 

In particular, the Fukushima Health Management Survey’s Mental Health and Lifestyle Survey shows associated psychological problems in some vulnerable groups of the affected population, such as increases in anxiety and post-traumatic stress disorders.

Official figures show that there have been hundreds of deaths from maintaining the evacuation, in contrast to little risk from radioactive contamination if early return had been allowed. In fact, it’s worth highlighting that according to the United Nations Scientific Committee on the Effects of Atomic Radiation no discernible increased incidence of radiation-related health effects are expected among exposed members of the public or their descendants.

With the progress of analysis it is increasingly clear that the most important health effect from the Fukushima accident is on mental and social well-being. This is due to the combined impacts of an earthquake, a tsunami and a nuclear accident, but also to the fear and stigma related to the perceived risk of exposure to ionizing radiation [1]. 

In the light of these facts, we believe that it is urgent to have greater understanding of the costs and benefits of prolonged evacuation of areas affected by natural or industrial disasters. For this reason, we gladly republish here the article by Prof Philip Thomas, published on November 20 on theconveration.com [2].

 

Evacuating a nuclear disaster areas is (usually) a waste of time and money, says study

Philip Thomas, University of Bristol

More than 110,000 people were moved from their homes following the Fukushima nuclear disaster in Japan in March 2011. Another 50,000 left of their own will, and 85,000 had still not returned four-and-a-half years later.

While this might seem like an obvious way of keeping people safe, my colleagues and I have just completed research that shows this kind of mass evacuation is unnecessary, and can even do more harm than good. We calculated that the Fukushima evacuation extended the population’s average life expectancy by less than three months.

To do this, we had to estimate how such a nuclear meltdown could affect the average remaining life expectancy of a population from the date of the event. The radiation would cause some people to get cancer and so die younger than they otherwise would have (other health effects are very unlikely because the radiation exposure is so limited). This brings down the average life expectancy of the whole group.

But the average radiation cancer victim will still live into their 60s or 70s. The loss of life expectancy from a radiation cancer will always be less than from an immediately fatal accident such as a train or car crash. These victims have their lives cut short by an average of 40 years, double the 20 years that the average sufferer of cancer caused by radiation exposure. So if you could choose your way of dying from the two, radiation exposure and cancer would on average leave you with a much longer lifespan.

How do you know if evacuation is worthwhile?

To work out how much a specific nuclear accident will affect life expectancy, we can use something called the CLEARE (Change of life expectancy from averting a radiation exposure) Programme. This tells us how much a specific dose of radiation will shorten your remaining lifespan by on average.

Yet knowing how a nuclear meltdown will affect average life expectancy isn’t enough to work out whether it is worth evacuating people. You also need to measure it against the costs of the evacuation. To do this, we have developed a method known as the judgement or J-value. This can effectively tell us how much quality of life people are willing to sacrifice to increase their remaining life expectancy, and at what point they are no longer willing to pay.

You can work out the J-value for a specific country using a measure of the average amount of money people in that country have (GDP per head) and a measure of how averse to risk they are, based on data about their work-life balance. When you put this data through the J-value model, you can effectively find the maximum amount people will on average be willing to pay for longer life expectancy.

After applying the J-value to the Fukushima scenario, we found that the amount of life expectancy preserved by moving people away was too low to justify it. If no one had been evacuated, the local population’s average life expectancy would have fallen by less than three months. The J-value data tells us that three months isn’t enough of a gain for people to be willing to sacrifice the quality of life lost through paying their share of the cost of an evacuation, which can run into billions of dollars (although the bill would actually be settled by the power company or government).

Japanese evacuation centre. Dai Kurokawa/EPA

The three month average loss suggests the number of people who will actually die from radiation-induced cancer is very small. Compare it to the average of 20 years lost when you look at all radiation cancer sufferers. In another comparison, the average inhabitant of London loses 4.5 months of life expectancy because of the city’s air pollution. Yet no one has suggested evacuating that city.

We also used the J-value to examine the decisions made after the world’s worst nuclear accident, which occurred 25 years before Fukushima at the Chernobyl nuclear power plant in Ukraine. In that case, 116,000 people were moved out in 1986, never to return, and a further 220,000 followed in 1990.

By calculating the J-value using data on people in Ukraine and Belarus in the late 1980s and early 1990s, we can work out the minimum amount of life expectancy people would have been willing to evacuate for. In this instance, people should only have been moved if their lifetime radiation exposure would have reduced their life expectancy by nine months or more.

This appbilllied to just 31,000 people. If we took a more cautious approach and said that if one in 20 of a town’s inhabitants lost this much life expectancy, then the whole settlement should be moved, it would still only mean the evacuation of 72,500 people. The 220,000 people in the second relocation lost at most three months’ life expectancy and so none of them should have been moved. In total, only between 10% and 20% of the number relocated needed to move away.

To support our research, colleagues at the University of Manchester analysed hundreds of possible large nuclear reactor accidents across the world. They found relocation was not a sensible policy in any of the expected case scenarios they examined.

More harm than good

Some might argue that people have the right to be evacuated if their life expectancy is threatened at all. But overspending on extremely expensive evacuation can actually harm the people it is supposed to help. For example, the World Heath Organisation has documented the psychological damage done to the Chernobyl evacuees, including their conviction that they are doomed to die young.

From their perspective, this belief is entirely logical. Nuclear refugees can’t be expected to understand exactly how radiation works, but they know when huge amounts of money are being spent. These payments can come to be seen as compensation, suggesting the radiation must have left them in an awful state of health. Their governments have never lavished such amounts of money on them before, so they believe their situation must be dire.they

The ConversationBut the reality is that, in most cases, the risk from radiation exposure if they stay in their homes is minimal. It is important that the precedents of Chernobyl and Fukushima do not establish mass relocation as the prime policy choice in the future, because this will benefit nobody.

Philip Thomas, Professor of Risk Management, University of Bristol

This article was originally published on The Conversation. Read the original article.

 


Notes
[1] For further and updated details:
http://www.who.int/ionizing_radiation/pub_meet/fukushima_risk_assessment_2013/en/
http://www-pub.iaea.org/MTCD/Publications/PDF/Pub1710-ReportByTheDG-Web.pdf
http://www.jaif.or.jp/en/unscear-white-paper-reiterates-findings-that-fukushima-risks-are-low/

http://www.unscear.org/unscear/en/publications/Fukushima_WP2017.html
[2] The article is republished under Creative Commons licence.
Here the article URL:
https://theconversation.com/evacuating-a-nuclear-disaster-areas-is-usually-a-waste-of-time-and-money-says-study-87697
Disclosure statement:
P
hilip Thomas is Professor of Risk Management at the University of Bristol and is director of Michaelmas Consulting Ltd. The work reported on was carried out as part of the NREFS project, Management of Nuclear Risk Issues: Environmental, Financial and Safety, led by Philip Thomas while he was at City, University of London and carried out in collaboration with Manchester, Warwick and Open Universities and with the support of the Atomic Energy Commission of India as part of the UK-India Civil Nuclear Power Collaboration. The author acknowledges the support of the Engineering and Physical Sciences Research Council (EPSRC) under grant reference number EP/K007580/1. The views expressed in the paper are those of the author and not necessarily those of the NREFS project.

 

 

Scientific Cooperation Across the Cold War Divide

Segnaliamo la seguente iniziativa: Il Convegno Internazionale Scientific Cooperation Across the Cold War Divide: East-West Relations in the Field of Atomic Energy.
Il convegno è organizzato dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Trieste e dal Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Napoli Federico II, in collaborazione con CERIC-Central European Research Infrastructure Consortium e si terrà a Trieste nei giorni 23-24 novembre 2017.

Locandina Convegno Trieste

Capture2
https://nucleareeragionedotorg.files.wordpress.com/2017/11/loc-convegno-trieste.pdf

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire

scimmie
Nella giornata di ieri il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, e quello dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, Gian Luca Galletti, hanno presentato gli esiti della consultazione pubblica sulla nuova Strategia Energetica Nazionale.

Si tratta di 805 contributi, inviati da 251 soggetti suddivisi tra rappresentanti di categoria, aziende, società di consulenza, singoli cittadini, associazioni, enti pubblici, università e organismi indipendenti.
Tra questi c’eravamo anche noi, con un documento di 22 pagine che raccoglieva numerosi rilievi e suggerimenti, sia nel metodo adottato dal Governo sia nel merito delle iniziative proposte.

Torneremo in seguito a commentare la sintesi dei contributi presentata dai ministri: un documento di 41 pagine dove molte delle nostre osservazioni, puntuali e precise, sono state completamente ignorate. Non molleremo l’osso molto facilmente.

Quello che ci preme ora commentare, è la seguente tabella di marcia:

timetable_SEN

Pare che il Governo abbia decisamente fretta, e voglia chiudere i conti senza pensarci troppo su. Tutto ciò stride terribilmente con la disponibilità, espressa a parole, di un processo di elaborazione della SEN condiviso e aperto a modifiche, integrazione, miglioramenti, grazie al contributo degli addetti del settore e della società civile. A giudicare dal numero di lavori pervenuti, la risposta dei cittadini è stata positiva: spiace che il frutto di un lavoro febbrile e gratuito, durato oltre quattro mesi, venga ora liquidato in poche settimane.

O vogliamo forse credere che bastino una manciata di giorni, peraltro a cavallo delle festività di Ognissanti e delle celebrazioni del 4 Novembre, per permettere ai funzionari del Ministero di trovare la quadra in mezzo ad un malloppo così massiccio e disomogeneo di contributi, e di correggere il documento nelle numerose parti in cui quasi unanimemente sono giunte segnalazioni di poca chiarezza e di incompletezza?

Nelle 41 pagine di sintesi molte indicazioni – come era logico aspettarsi – sono divergenti tra loro, se non in aperto contrasto. Citando il nostro stesso documento, oggi in maniera ancor più evidente ci <<appaiono poco chiari i criteri e le modalità con cui i Ministeri competenti metteranno in atto il processo di analisi e sintesi delle osservazioni pervenute durante la consultazione pubblica, nonché il loro eventuale recepimento attraverso correzioni, modifiche ed integrazioni al documento finale.>>
In questa tabella di marcia non trova alcuno spazio, come temevamo, un <<confronto dialettico tra le parti>> rendendo pertanto assolutamente fumoso <<il processo di convergenza dei diversi contributi >>.

Una tabella di marcia di questo tipo, lo diciamo senza remore, ha il sapore della beffa.

La nostra proposta, nel merito, era chiarissima: la convocazione di un <<tavolo tecnico allargato (e.g. la Conferenza Nazionale sull’Energia ) nel quale discutere e condividere le proposte migliorative ed integrative, garantendo in questo modo un processo di sintesi il più possibile trasparente e condiviso>>. Rimaniamo convinti che questa sia la strada da perseguire.
Quella intrapresa dal Governo, purtroppo, punta altrove, fingendo di dimenticare le tristi sorti della SEN 2013 (mai applicata…si replicherà?) e dei precedenti 22 anni in cui l’Italia, privata di un Piano Energetico Nazionale, ha navigato a vista e in balia dei venti.

Articolo originale pubblicato in www.conferenzaenergia.wordpress.com

Conferenze e convegni 2017: nuovo materiale online

Fin dalla sua nascita, avvenuta nell’aprile 2011, il Comitato Nucleare e Ragione è da sempre stato impegnato in attività di divulgazione scientifica non solo attraverso le pagine di questo blog ma anche promuovendo e organizzando conferenze pubbliche e convegni, spesso in collaborazione con enti pubblici ed istituzioni.
Sono da oggi disponibili e liberamente scaricabili, nell’area download, i contributi del Comitato agli eventi promossi in questi primi nove mesi del 2017, ovvero:

1) manifestazione “Mi illumino di Meno – La scienza del risparmio energetico“, organizzata da INAF-Osservatorio astronomico e Associazione Science Industries (24/02/2017). Qui le slides della presentazione.

Totaro_24022017-01

2) Workshop  Il Bosco coltivato ad Arte – III edizione – Le Sfide della Decarbonizzazione, organizzato da Labelab e Ekoclub International nell’ambito della manifestazione Ravenna 2017 – Fare i Conti con l’Ambiente (19/05/2017)
Qui, qui e qui i contributi dei vari relatori.



3) Conferenza introduttiva alla visita alla centrale di Krško, organizzata in collaborazione con il Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia (20/09/2017)
.
Qui e qui le due presentazioni.

DSCN7438

Krško: consiglieri regionali visitano centrale

IMG_7472.JPG

Riportiamo il testo del comunicato stampa del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia.

Trieste, 21 set – AB – La centrale per la produzione di energia di Krsko (Slovenia) è stata oggetto di una visita da parte di alcuni consiglieri regionali del FVG, che hanno avuto modo di verificare il funzionamento dell’impianto, delle sale controllo, dei sistemi di sicurezza e, al termine, hanno avuto un confronto con i responsabili della struttura.

L’iniziativa è stata promossa, di concerto con il Consiglio regionale, dal Comitato Nucleare e Ragione, associazione senza scopo di lucro nata a Trieste nel 2011 nell’immediatezza dell’incidente all’impianto nucleare di Fukushima-Daiichi, con l’intento di fornire una corretta informazione tecnico-scientifica sulla natura dell’incidente e sulle sue conseguenze ambientali e sanitarie.

E per fornire ai partecipanti un’informazione tecnica in chiave divulgativa, di introduzione alla centrale di Krsko e sulle diverse problematiche legate al nucleare, mercoledì pomeriggio la sala Tessitori del Consiglio regionale ha ospitato un seminario, tenuto dal fisico nucleare Pierluigi Totaro e dal fisico professionista, con master di secondo livello in ingegneria nucleare, Paolo Errani.

Totaro ed Errani sono tra i fondatori dell’associazione, che raccoglie studiosi, ricercatori, docenti, tecnici, appassionati e, oltre a proseguire nell’azione di monitoraggio e informazione sull’evoluzione dell’incidente alla centrale giapponese, è impegnata nella divulgazione nel più ampio settore dell’energia e delle politiche energetiche, attraverso pubblicazioni, approfondimenti tecnici, conferenze e visite tecniche a impianti di produzione.

Il Comitato Nucleare e Ragione è iscritto al registro per la Trasparenza dell’Unione Europea.

 

IMG_7475

IMG_7476

IMG_7481

DSCN7438.JPG
Un’immagine della conferenza introduttiva, svoltasi il giorno precedente alla visita, presso la Sala Tessitori del Consiglio Regionale del FVG.