Chiusa la consultazione pubblica sulla Strategia Energetica: primi bilanci

La raccolta di adesioni all’appello per la Conferenza Energetica non si ferma!

Bilancio

 

Il giorno 30 novembre 2012 si è ufficialmente chiusa la consultazione pubblica promossa dal Ministero dello Sviluppo Economico per raccogliere commenti e osservazioni in merito alla bozza di Strategia Energetica Nazionale presentata dal Governo. A tale consultazione hanno partecipato decine di soggetti interessati o coinvolti in diversa misura nelle questioni energetiche: aziende del settore, enti pubblici, fondazioni, sindacati, associazioni ambientaliste e di categoria.
In attesa di un riscontro da parte del Ministero nel merito delle osservazioni giunte da una così ampia platea di soggetti, possiamo formulare un primo bilancio sull’iniziativa promossa sul sito http://conferenzaenergia.wordpress.com.
Attraverso il canale attivato dal Comitato Nucleare e Ragione, quasi 400 persone hanno potuto inviare al Ministero la richiesta di convocazione di una Conferenza Nazionale sull’Energia. All’appello hanno ufficialmente aderito due associazioni scientifiche: la Società Italiana di Fisica, rappresentativa dell’intera comunità di fisici italiani, e l’assocazione Galileo 2001 per la libertà e la dignità della scienza, che annovera tra i suoi soci scienziati del calibro dei professori Renato Angelo Ricci, Umberto Veronesi e Giorgio Salvini, già Ministro della Ricerca e dell’Istruzione negli anni ’90.
Tra le 400 persone che hanno firmato l’appello si segnalano decine di docenti unversitari, ricercatori, postDoc, ingegneri, fisici professionisti nel campo medico e delle radiazioni, imprenditori attivi nel settore energetico, liberi professionisti, giornalisti impegnati nella divulgazione scientifica. Numerosi sono gli studenti, gli impiegati, gli insegnanti, gli artigiani, gli operai, i pensionati. Si tratta, molto più semplicemente, di una variegata combinazione di esperti del settore e di normali cittadini, uno spaccato geograficamente ben distribuito di società civile italiana, a cui sta a cuore il futuro del Paese.
La proposta della Conferenza Energetica – l’abbiamo detto molte volte ma non ci stancheremo di ripeterlo – non entra nel merito dei provvedimenti previsti nella bozza presentata dal Governo e nemmeno avanza soluzioni alternative, ma chiede con forza di rivalutare radicalmente la procedura di definizione del Piano Energetico: si tratta perciò di una proposta metodologica. I promotori chiedono una maggior trasparenza nei confronti dell’opinione pubblica ed un più ampio coinvolgimento nel processo decisionale (e non semplicemente a titolo consultivo) degli esperti del settore (scienziati, tecnici ed economisti) e dei rappresentanti delle istituzioni e delle amministrazioni locali.

La consultazione pubblica è terminata, ma non termina la raccolta di adesioni alla pagina http://conferenzaenergia.wordpress.com/appello.
I promotori si prenderanno presto carico di intervenire presso le istituzioni, facendosi portavoce di quanti hanno voluto e vorranno sostenere l’iniziativa, affinchè il progetto della Conferenza Nazionale sull’Energia diventi realtà.

Il Governo Italiano avvia la “consultazione pubblica” sulla nuova Strategia Energetica Nazionale.

Il Comitato Nucleare e Ragione aderisce alla consultazione e lancia un appello sottoscrivibile da tutti i cittadini, per chiedere al Governo la convocazione di una Conferenza Nazionale sull’Energia.

Il giorno 16 ottobre il Consiglio dei Ministri ha approvato le linee guida per la nuova Strategia Energetica Nazionale, presentate dal Ministro dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e dei Trasporti Corrado Passera.
Tali linee guida sono inserite in un corposo documento nel quale vengono delineate misure decisamente ambiziose in materia energetica, finalizzate al pieno raggiungimento e al superamento degli obiettivi imposti dalle direttive europee per il 2020: efficienza energetica, riduzione dei gas serra, sviluppo sostenibile delle energie rinnovabili sono le parole chiave, assieme ad un rafforzamento generale del sistema di aprovvigionamento energetico, che il governo mira a rendere meno dipendente dall’estero mediante una diversificazione dei fornitori ed un incremento della produzione nazionale degli idrocarburi.
Per la prima volta, dal 1988, un governo elabora una Strategia Energetica organica e strutturata: si tratta sicuramente di un risultato ragguardevole.

Prima di entrare nel merito dei provvedimenti annunciati, vorremmo qui commentare il metodo scelto dal governo per la loro diffusione, approvazione ed esecuzione. Da una parte è sicuramente molto positivo il ricorso, annunciato con enfasi, alla “consultazione pubblica” sia con gli addetti del settore, che possono inviare commenti e suggerimenti attraverso un questionario on-line, sia con le parti interessate – istituzioni (in particolare le Commissioni Parlamentari competenti), associazioni di categoria e parti sociali – mediante consultazioni formali che, a detto del governo, verranno avviate nel corso delle prossime settimane.
Tale percorso, seppur innovativo in molti suoi aspetti nel panorama politico italiano, rischia tuttavia di non essere sufficiente per evitare che esso naufraghi nell’usuale copione, tipico del nostro Paese: una serie di decisioni formulate dal governo e da pochi addetti (le grandi compagnie operanti nel settore energetico), calate dall’alto  senza un “reale” e trasparente coinvolgimento dei cittadini e delle amministrazioni nel processo decisionale, con il consueto risultato finale di una mancata attuazione dei provvedimenti stessi, a causa delle opposizioni degli enti locali e dei cittadini coinvolti.
Crediamo che un reale dibattito, in merito agli obiettivi e al loro raggiungimento, soprattutto per quanto riguarda la fase concretamente attuativa della nuova strategia, possa avvenire solamente mediante una Conferenza per l’Energia. A tale conferenza dovrebbero partecipare, congiuntamente, tutti i soggetti coinvolti, al fine di trovare una convergenza che rappresenti per davvero l’interesse generale del Paese, e non solamente di settori particolari (o di realtà territoriali particolari), come accadrebbe qualora si perseguisse la strada delle consultazioni formali bilaterali.
Per questo motivo chiediamo a tutti i cittadini di partecipare alla consultazione pubblica avviata dal Governo, inviando la richiesta di convocazione di una Conferenza Nazionale per l’Energia mediante il modulo predisposto al seguente sito web:
www.conferenzaenergia.wordpress.com

Un anno fa nasceva Nucleare e Ragione.

Il 17 Aprile 2011 nasceva ad opera dei suoi soci promotori il Comitato Nucleare e Ragione. La decisione di trasformare quello che fino a quel momento era stato un semplice “think-tank” sui social network in una vera e propria associazione che potesse aprirsi al contributo di altri individui ed associazioni, maturò in quel mese, intenso e stimolante, in cui un gruppo di laureati in Fisica dell’Università di Trieste, dottorandi e ricercatori in diverse istituzioni scientifiche italiane ed europee, affrontò la sete di informazione scientifica cui i media generalisti esponevano l’opinione pubblica in seguito all’incidente nucleare di Fukushima.

La crisi nucleare rischiava, per la seconda volta nella storia italiana (la prima fu dopo il disastro di Chernobyl), di ipotecare pesantemente il futuro energetico dell’Italia, forzando l’opinione pubblica su scelte che non poteva appieno comprendere e che una classe politica poco coraggiosa e poco lungimirante non aveva né la voglia né la forza di difendere.

Le finalità postesi dal Comitato, benché mirate a ricondurre entro limiti scientificamente ragionevoli la paura del nucleare, guardavano da subito oltre all’appuntamento referendario, essendo forte la consapevolezza da parte dei suoi soci che, qualunque fosse stato il verdetto del popolo, l’Italia avesse il disperato bisogno di una discussione energetica ampia, sia culturale che politica, per preparare una volta per tutte quel futuro che fino ad ora si era semplicemente atteso.

Il primo ciclo di conferenze pubbliche organizzato dal Comitato, incentrato sulla fisica delle radiazioni e sull’energia nucleare, protrattosi ben oltre la data del referendum, confermava questa impressione, anche con lo stimolo del pubblico che chiedeva un ampiamento della discussione sul panorama energetico.

La decisione di abbandonare (di nuovo) lo sfruttamento dell’energia nucleare, rendeva, se possibile, ancora più evidenti le lacune del paese in campo energetico, e ancor più pressanti delle risposte chiare e strategiche da parte della politica (come evidenziato già a suo tempo in questo post: <a href="http://nucleareeragione.posterous.com/il-referendum-non-chiude-il-dibattito-sul-nuc).

http://nucleareeragione.posterous.com/il-referendum-non-chiude-il-dibattito-s&#8230;>

 

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Sulla base di questi presupposti, e colta la volontà dell’opinione pubblica di comprendere e di essere partecipe delle decisioni in campo energetico, lo scorso autunno il Comitato Nucleare e Ragione ha avviato la stesura di un documento intitolato “Una Costituzione Energetica per l’Italia”. Il documento delinea la situazione energetica italiana attuale ponendola a confronto con quella europea, ed inquadrando i possibili sviluppi futuri negli scenari redatti dalla Commissione Europea e nel contesto degli impegni assunti dall’Italia nel campo dell’abbattimento delle emissioni di carbonio. Dal documento, di taglio divulgativo, si leva un appello alle istituzioni per la convocazione di una Conferenza Nazionale sull’Energia, dalla quale, con competenza e trasparenza, possa scaturire una Costituzione Energetica, strumento indispensabile per garantire il futuro economico e sociale dell’Italia.

Il documento, già sottoposto al vaglio dei principali gruppi politici nazionali, sarà reso pubblico entro il mese di maggio.

 

Fukushima, un anno dopo. Il Giappone tra la paura del nucleare e la mancanza di alternative.

Lo tsunami che ha messo al tappeto il sistema di raffreddamento di riserva della centrale nucleare di Fukushima Daiichi l’11 marzo del 2011, non si è ancora, in un certo senso, ritirato dal sistema energetico giapponese.


Solo due delle 54 centrali nucleari giapponesi sono ancora in funzione, ed entro la fine del prossimo mese, chiuderanno anche quelle, spegnendo la fonte che ha fornito un terzo dell’energia elettrica per la terza economia mondiale, fino al terremoto di Tohoku. Uno ad uno, i funzionari governativi locali hanno usato tutte le leggi a loro disposizione per fermare la produzione di energia nucleare, rifiutando di autorizzare il riavvio di qualsiasi reattore dopo il suo fermo manutenzione ordinaria. Finché il governo nazionale non sarà in grado di convincere i funzionari delle prefetture riguardo alla sicurezza dell’energia atomica in un paese a forte rischio sismico, il Giappone dovrà affrontare una grave carenza di elettricità che si manifesterà quando l’estate calda e umida farà schizzare verso l’alto i consumi.

 

Privo di fonti interne di combustibili fossili, il Giappone si affida sempre più pesantemente a costose importazioni di petrolio e di gas naturale liquefatto per sostituire la generazione di energia nucleare. Ma ciò espone il paese ad un altro rischio: quasi il 70 per cento delle importazioni giapponesi di petrolio l’anno scorso è transitato attraverso lo Stretto di Hormuz. Se il conflitto dell’Iran con l’Occidente sul suo programma nucleare dovesse inasprirsi fino ad interrompere le spedizioni di petrolio del Medio Oriente, sarebbe un altro duro colpo al mercato energetico giapponese già in difficoltà.


Per ora la speranza è che le ampie misure di risparmio energetico, che hanno permesso al Giappone di superare un notevole deficit elettrico la scorsa estate, gli permettano di superare le criticità future. Ma la domanda più importante è come la nazione, oltre ad affrontare il decennale sforzo di bonifica delle aree limitrofe della centrale di Daiichi, saprà ricostruire la fiducia necessaria nelle istituzioni private e pubbliche, al fine di tracciare un nuovo corso energetico per il suo futuro.

“Il quadro generale è la frantumazione della fiducia dei cittadini, non solo nel programma nucleare, ma anche nel governo stesso”, dice Sheila Smith, senior fellow per gli studi giapponesi presso il Council on Foreign Relations di Washington DC. “L’opinione pubblica giapponese è profondamente sconvolta sia per l’entità del disastro sia per la gestione passata e presente di queste centrali elettriche da parte del governo, oltre a più pressanti interrogativi circa la sicurezza pubblica.”

Il dopo tsunami.


Prima del terremoto, il comparto energetico nucleare del Giappone era paragonabile per dimensioni solo a quello degli Stati Uniti e della Francia. Vi si trovava la più grande centrale atomica del mondo, Kashiwazaki-Kariwa, nella prefettura di Niigata, sulla costa occidentale, e anche se quella centrale era stata gravemente danneggiata e parzialmente disattivata da un terremoto di magnitudo 6,8 nel 2007, l’elevato rischio sismico della nazione non aveva offuscato la sua ambizione per l’espansione dell’energia nucleare. Per alimentare il suo sviluppo futuro con meno emissioni di gas a effetto serra, il Giappone si era impegnato a far aumentare la quota di energia nucleare nel suo fornitura di energia elettrica, dal 30 per cento al 40 per cento entro il 2017, e del 50 per cento entro il 2030. (per confronto, la fonte nucleare fornisce solo il 20 per cento di energia elettrica negli Stati Uniti.)


Questi piani sono stati compromessi alle 14:46 dell’11 marzo 2011 da un terremoto di magnitudo 9,0 con epicentro 130 chilometri ad est di Sendai, nell’Oceano Pacifico. La scossa, la più potente mai registrata in Giappone, ha determinato lo spegnimento automatico di 11 centrali nucleari in quattro siti lungo la costa nord-est. Tale misura di protezione procedeva come previsto, e generatori diesel garantivano l’energia necessaria a mantenere attivi i sistemi di raffreddamento che controllano la temperatura del combustibile nucleare degli impianti anche dopo lo spegnimento.

 
Circa 40 minuti dopo il terremoto, ha colpito lo tsunami, inondando la centrale di Daiichi e determinando la paralisi dei generatori diesel. L’altezza dell’onda è stata stimata in 14 metri, di 8 metri superiore alle protezioni del sito nucleare. Tra la distruzione già diffusa e la perdita di decine di migliaia di vite, Fukushima Daiichi è diventato l’ epicentr o di un secondo disastro, mitigato dall’impegno del personale della centrale.

 

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Uno studio recente, i cui risultati preliminari sono stati resi pubblici in inglese dalla IAEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) e ripresi dalla stampa giapponese, afferma che il 58% della popolazione della prefettura di Fukushima sarebbe stata esposta ad una dose di radiazione inferiore ad 1 mSv nei primi 4 mesi successivi all’incidente (ricordiamo che 1 mSv/anno è il limite di dose efficace assorbita cui può essere esposta la popolazione). Lo studio prende in considerazione un campione di 10468 persone che risiedevano abitualmente nell’area evacuata (esclusi i lavoratori della centrale). Il 94,6% del campione ha assorbito nello stesso periodo una dose inferiore ai 5 mSv (l’equivalente di una tac al colon), mentre solo 2 soggetti sono stati esposti ad una dose eccedente i 20 mSv (si tratta di due donne rimaste per più di tre mesi all’interno dell’area evacuata).

Lo studio conclude che in base a precedenti studi epidemiologici, non si osservano effetti sulla salute con dosi assorbite inferiori ai 100 mSv anno, di conseguenza questi dati preliminari confermano che la tempestività dell’intervento di evacuazione dovrebbe aver scongiurato danni alla salute dei residenti.

Allo studio sono stati sottoposti anche gli abitanti delle zone esterne all’area evacuata, per un totale di 431720 persone (il 21% degli abitanti della prefettura). I dati completi saranno resi noti a breve.

 


 

Ad oggi, più di 70.000 persone rimangono evacuate dall’area interdetta (raggio di 20 km), per consentire l’opera di decontaminazione. Il primo ministro Yoshihiko Noda ha annunciato che saranno necessari almeno 13 miliardi di dollari per le bonifiche delle aree limitrofe alla centrale. Lo scorso 26 gennaio il Ministero dell’Ambiente nipponico ha predisposto una “road map” per l’opera di bonifica, che include la ricategorizzazione delle aree evacuate secondo tre livelli:

 

 

  • aree nella quale le misure di evacuazione possono essere revocate, (esposizione inferiore ai 20 mSv/anno)
  • aree ad accesso limitato (esposizione tra 20 mSv/anno and 50 mSv/anno)
  • area ristretta (esposizione superiore a 50 mSv/anno)

 

Ma la crisi di fiducia nei confronti dell’energia nucleare si è diffusa ben al di là di Fukushima. L’ex premier, Naoto Kan, aveva annunciato per il Giappone un futuro libero dal nucleare, prima di dimettersi lo scorso agosto a causa di una caduta precipitosa in popolarità del suo governo. Noda, al contrario, ha promesso di aumentare la sicurezza degli impianti nucleari della nazione, perseguendo al contempo lo sviluppo di fonti alternative.


19 centrali nucleari erano ancora in funzione quando Noda ha assunto l’incarico nel mese di settembre, e 17 hanno chiuso da allora. Solo due unità, Kashiwazaki-Kariwa e un altro reattore a nord sul Mar del Giappone, a Tomari sull’isola di Hokkaido, rimangono in servizio. Ma dopo la loro chiusura per manutenzione ordinaria in programma questa primavera, i funzionari giapponesi si aspettano che saranno tenute fuori servizio, dal momento che le autorità locali rifiuteranno di autorizzarne il riavvio.

Senza centrali nucleari in servizio, il Giappone si appresta ad affrontare l’estate, quando la domanda di energia elettrica di picco probabilmente supererà l’offerta del 15 per cento, a detta degli osservatori. La scorsa estate, il Giappone fece fronte al deficit di energia elettrica con uno sforzo concertato nazionale per ridurre la domanda. E’ dilagata una campagna, promossa nel 2005, per tagliare l’aria condizionata negli uffici. Le aziende inoltre hanno rimodulato l’orario di lavoro e preso altre misure, quali la disattivazione degli ascensori e ridotto l’uso di stampanti e fotocopiatrici.
Misure non sostenibili nel lungo periodo.

Quindi il governo nazionale del Giappone e le aziende elettriche private stanno lavorando per aumentare la protezione delle centrali nucleari nel tentativo di riconquistare la fiducia dei cittadini e in tal modo spianare la strada alla riapertura degli impianti. Le azioni avviate in Giappone sono simili a quelle intraprese da altri paesi, con una nuova attenzione a sistemi in grado di resistere ad una prolungata interruzione della potenza di tutte le unità in un sito.


“Questo è stato probabilmente il più grande cambiamento nell’approccio al settore, pensare a eventi che possono influenzare più di una unità”, dice Neil Wilmshurst, vice presidente del settore nucleare degli Stati Uniti presso l’Electric Power Research Institute (EPRI).


Ma in Giappone, alcune delle nuove misure di sicurezza sono state straordinarie. Alla centrale di Hamaoka, sulla costa del Pacifico, circa 200 chilometri a sud-ovest di Tokyo, la Chuba Electric Company sta costruendo un muro di protezione alto 18 metri per il costo di 1,3 miliardi di dollari. Al suo completamento, entro la fine di quest’anno, dovrebbe non solo superare l’altezza dell’onda che ha colpito Fukushima, ma sarebbe 10 metri superiore alle onde più alte attesi ad Hamaoka in caso di tre grandi terremoti simultanee. La pericolosità Hamaoka ha suscitato particolare interesse pubblico a causa della sua posizione sulla linea di faglia del temuto “terremoto di Tokai”, il “Big One” del Giappone.


Impatto economico.


All’ansia per la sicurezza delle centrali nucleari si contrappone l’incentivo economico nel riaprirli. Il gettito fiscale degli impianti sostiene i governi locali ed il funzionamento e manutenzione forniscono posti di lavoro.


La carenza di energia elettrica aumenta anche la minaccia di un’ulteriore delocalizzazione della produzione in Cina, aumentando l’esodo avviato già prima del terremoto.  Senza contare l’ulteriore onere costituito dalla dipendenza da massicce importazioni di petrolio e gas naturale per produrre energia al posto dell’energia nucleare. In seguito all’aumento delle tensioni in Medio Oriente, il Giappone ha lavorato per diversificare le sue fonti di petrolio. Ha drammaticamente aumentato le importazioni dal Vietnam e dall’Indonesia, due paesi che forniscono greggio particolarmente adatto alla produzione di elettricità. Il ministro degli Esteri, Koichiro Gemba, il mese scorso ha cercato di rassicurare l’opinione pubblica sul fatto che la nazione potrebbe resistere ad una chiusura dello stretto di Hormuz.

 Il costo dell’aumento delle importazioni si riverbera su tutta l’economia. Il Giappone paga circa  18 dollari per milione di BTU di gas naturale importato, più di quattro volte il prezzo pagato dai consumatori negli Stati Uniti. I costi stimati per l’acquisto di ulteriori 20 milioni di tonnellate di GNL a causa dello spegnimento delle centrali nucleari ammontano a 44 miliardi di dollari.


Nel contempo c’è stata molta pressione dell’opinione pubblica sull’impegno del governo ad espandere l’uso di energie rinnovabili in Giappone. Anche se il paese non dispone di ampio spazio a disposizione per l’installazione di impianti eolici e solari, ci sono stati interventi per gli impianti residenziali sui tetti e la ricerca tecnologica.

Ma la strada delle rinnovabili è lunga e costosa, dunque non può coprire il deficit immediato dell’energia nucleare. Per il Giappone l’unica opzione a breve termine è quella di comprimere la domanda e aumentare le importazioni lavorando nel contempo per rassicurare l’opinione pubblica circa la sicurezza della sua flotta nucleare. I giapponesi si sono dimostrati come al solito determinati nella difficoltà, ma solo il tempo in definitiva potrà chiarire il futuro dell’industria elettrica Giapponese.

 

fonti citate:

 

http://news.nationalgeographic.com/news/energy/2012/03/120309-japan-fukushima…

http://www.yomiuri.co.jp/dy/

http://www.iaea.org/newscenter/focus/fukushima/statusreports/fukushima23_02_1…

 

Ciclo di conferenze: ringraziamenti finali e contributi dei relatori

E’ terminato giovedì 23 giugno il primo Ciclo di Conferenze organizzato e promosso dal Comitato Nucleare e Ragione. L’incontro finale, dal titolo “Centrali nucleari: dalla A (atomo) alla U (uranio)” ha riscosso una buona partecipazione di pubblico: nonostante il sole e le temperature estive invitassero infatti la gente a trascorrere l’ultimo scorcio di pomeriggio in spiaggia, circa quaranta persone hanno riempito il salone dell’Antico Caffè S.Marco di Trieste. Si tratta di un risultato insperato e di un evidente segnale che l’interesse della cittadinanza verso questo argomento, a dieci giorni dal referendum popolare nel quale gli italiani si sono espressi contro il possibile ritorno dell’Italia al ricorso dell’energia nucleare per la produzione di corrente elettrica, è ancora decisamente vivo.
Relatore della conferenza è stato il dottor Paolo Errani, membro dell’American Nuclear Society ed ingegnere nucleare presso la Mangiarotti SpA, azienda italiana tra i leader mondiali nella produzione di componenti per reattori nucleari.

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Pubblichiamo qui le trasparenze e i contributi di tutti i relatori che sono intervenuti al Ciclo di Conferenze, ringraziandoli sentitamente per aver messo a disposizione gratuitamente la loro professionalità ed il loro tempo. Ringraziamo inoltre il Caffè San Marco di Trieste per la gentile ospitalità.

Complimenti inoltre a tutti i membri del Comitato, per la grande dedizione e l’impegno profusi, senza i quali non sarebbe stato possibile realizzare questo ambizioso progetto, che ha rappresentato senza ombra di dubbio una piacevole novità nel panorama culturale della città di Trieste. Ricordiamo che il Comitato Nucleare e Ragione, costituito da un gruppo di studenti di Fisica dell’Università di Trieste e da dottorandi e giovani ricercatori afferenti numerosi centri di ricerca italiani ed europei,  ha operato in totale autonomia, autofinanziandosi per le spese di allestimento e di promozione delle conferenze: non sono stati richiesti finanziamenti pubblici o sostegni logistici di alcun tipo all’amministrazione cittadina o alle istituzioni accademiche.

Un ringraziamento finale va al pubblico, che ha aderito numeroso all’iniziativa, rendendola così un grande successo: sono più di 200 le persone che hanno partecipato complessivamente ai quattro incontri! Grazie, grazie, grazie!

Speriamo che questo ciclo di conferenze sia solo il primo di una lunga serie. E nostra intenzione replicare in autunno e vi chiediamo fin da ora di scriverci dei suggerimenti per possibili argomenti di vostro interesse, da trattare negli incontri futuri. Nel frattempo, continuate a seguirci sulle pagine di questo blog, dove non faremo mancare anche durante l’estate articoli di approfondimento sulle tematiche energetiche.

Martedì 26 aprile 2011

<<Radioattività, Miti e Fatti di un Fenomeno Naturale>>
Prof. Claudio Tuniz, Direttore della Scuola sulla Sicurezza Nucleare IAEA/ICTP, Trieste
 

Venerdì 20 maggio 2011

Dalle radiografie alla radioterapia: un viaggio nel mondo delle radiazioni in medicina

<<Effetti biologici delle Radiazioni>>
dott.ssa Mara Severgnini, Esperto in Fisica Medica e Esperto Qualificato, A.O.U. Ospedali Riuniti di Trieste SanMarco20Maggio_Severgnini.pdf

<<Le Radiazioni in Medicina>>
dott.ssa Rossella Vidimari, Fisico Dirigente di I livello, A.O.U. Ospedali Riuniti di Trieste
la fisica in medicina 2011_vidimari

<<Radiazioni e Medicina. Radioterapia>>
dott. Vittorino Milan, Medico Radioterapista, A.O.U. Ospedali Riuniti di Trieste
Radiazioni e medicina_milan


Martedì 7 giugno 2011
<<La Presenza del Radon in Ambienti Abitativi>>
dott. Massimo Vascotto, Docente presso l’Istituto Tecnico Nautico “Duca di Genova”, Trieste
PRIMA PARTE:
Rn_La_presenza_del_radon_in_ambiente_abitativo_TS_110607_PARTE_1.pdf
SECONDA PARTE:Rn_La_presenza_del_radon_in_ambiente_abitativo_TS_110607_PARTE_2.pdf


Giovedì 23 giugno 2011
<<Centrali nucleari: dalla A (atomo) alla U (uranio)>>
dott. Paolo Errani, Ingegnere Nucleare, Mangiarotti S.p.A., Udine
centrali_nucleari_-_dalla_A_di_atomo_alla_U_di_uranio_-_2011-06-22.pdf

Si chiude in bellezza il ciclo primaverile di conferenze

E’ terminato giovedì scorso, 23 giugno, il primo ciclo di conferenze organizzato e promosso dal Comitato Nucleare e Ragione. L’incontro finale, dal titolo “Centrali nucleari: dalla A (atomo) alla U (uranio)” ha riscosso una grande partecipazione di pubblico: nonostante il sole e le temperature estive invitassero la gente a trascorrere l’ultimo scorcio di pomeriggio in spiaggia, piu’ di quaranta persone hanno riempito il salone dell’Antico Caffe’ S.Marco di Trieste. Si tratta di un risultato insperato e di un evidente segnale che l’interesse della cittadinanza verso questo argomento, a dieci giorni dal referendum popolare nel quale gli italiani si sono espressi contro il possibile ritorno dell’Italia al ricorso dell’energia nucleare per la produzione di corrente elettrica, è ancora decisamente vivo.
Relatore della conferenza è stato il dottor Paolo Errani, membro dell’American Nuclear Society ed ingegnere nucleare presso la Mangiarotti SpA, azienda italiana tra i leader mondiali nella produzione di componenti per reattori nucleari. Si è trattato di un affascinante viaggio alla scoperta dei principi di funzionamento delle centrali nucleari, partendo dalla descrizione dell’uranio.

Il Referendum non chiude il dibattito sul nucleare in Italia.

L’esito del recente referendum abrogativo, inerente alcune norme legislative che aprivano la strada ad un prossimo ritorno dell’Italia all’opzione energetica nucleare abbandonata nel 1987, ha registrato la netta presa di posizione dei cittadini italiani votanti, i quali si sono in grande maggioranza espressi contro tale opzione.
Quanto l’espressione di questo voto sia stata frutto di una non corretta informazione nel merito della questione nucleare, di una evidente retromarcia della stessa classe politica e di governo che dell’opzione nucleare si era fatta promotrice (basti pensare che l’emendamento al decreto “Omnibus” del 26/05/2011 di fatto abortiva il programma nucleare non ancora iniziato rendendo di fatto il quesito sul nucleare quantomeno superato se non superfluo), o di una diffusa onda emotiva determinata dall’incidente di Fukushima, è stato ampiamente dibattuto anche su queste pagine e non ritorneremo sulla questione.

Ciò che a nostro avviso è importante affermare sono i motivi per cui l’esito del referendum non può e non deve chiudere il dibattito sul nucleare nel nostro Paese, e di conseguenza far venir meno la sfida intrapresa dal Comitato Nucleare e Ragione, la cui ampia, e se vogliamo ambiziosa, portata, guardava fin da subito oltre la “siepe” della consultazione referendaria.

I motivi sono sostanzialmente due, uno di ordine tattico ed uno di ordine strategico.
Il primo discende dal fatto che la gestione del nucleare continuerà a riguardare l’Italia seppur non vi verranno costruite nuove centrali. Infatti resta aperta la questione della gestione delle scorie nucleari esistenti (provenienti dal ciclo di produzione elettronucleare delle centrali oggi in disuso, ma non solo), e la cui sorte è incerta venuto a mancare il contesto normativo (ovvero la ripresa della produzione di energia nucleare) che avrebbe portato all’individuazione dei “depositi geologici” per lo stoccaggio. Inoltre la densità di centrali nucleari a ridosso dei confini nazionali (Francia, Svizzera e Slovenia) rimane immutata, con conseguente interessamento dell’Italia al tema della sicurezza delle centrali a noi vicine, che resta di grande impatto sull’opinione pubblica.
Il secondo motivo, ben più articolato, riguarda direttamente la prospettiva a medio-lungo termine della produzione di energia in Italia, che a nostro avviso non può prescindere da un serio impegno sul nucleare.
Già nel 2006, nel “Libro Verde sull’Energia”, la Commissione Europea ha riconosciuto l’importanza dell’energia nucleare, che costituisce un terzo del totale dell’energia elettrica prodotta nella UE, in quanto essa rappresenta la maggior fonte di energia senza emissioni di carbonio in Europa. Successivamente, nel 2007, la stessa Commissione Europea ha definito un Piano Strategico per l’Energia (SET-Plan)  che consenta alla UE di transire verso un’economia a bassa emissione di CO2, attraverso un mix energetico che promuove, oltre a massicci investimenti per lo sviluppo delle energie rinnovabili, investimenti altrettanto massicci (circa 10 mld di euro in 10 anni) per lo sviluppo della fissione nucleare. Nel Marzo 2011 infine la Commissione Europea ha prodotto le linee guida (Road Map) per il raggiungimento di un’economia a bassa emissione di carbonio(2), fissando l’obiettivo dell’abbattimento delle emissioni di CO2 provenienti dal settore energetico al 93% entro il 2050. D’altro canto, gli accordi di Kyoto già sottoscritti impegnano l’Italia ad una riduzione delle emissioni al livello del 93,5% rispetto al dato del 1990 (pari a 485,7 MtCO2eq*).
L’energia nucleare dunque è per l’Europa parte integrante della strategia energetica dei prossimi decenni, e nulla lascia presagire significativi ripensamenti su questo tema. Anche perché gli ambiziosi ed impegnativi obiettivi fissati  dal Protocollo di Kyoto e dal SET-Plan(1) non potrebbero mai essere raggiunti senza l’apporto energetico nucleare.
Proprio sugli impegni di Kyoto l’Italia è in forte ritardo. Secondo uno studio attendibile , considerando uno sviluppo realistico delle fonti rinnovabili (che le porterebbe a coprire il 23% del fabbisogno nazionale) ed un aumento del 2% della quota di elettronucleare di importazione, l’Italia potrebbe nel 2020, considerate le proiezioni di aumento del fabbisogno energetico, mantenere il livello di emissioni del 2006, “sforando” gli obiettivi di Kyoto di circa 88 MtCO2eq. Alle condizioni attuali ciò costringerebbe l’Italia ad acquistare crediti di emissione, con un inevitabile aggravio dei costi di produzione e la ulteriore penalizzazione per le imprese ed i consumatori italiani. Lo stesso studio conclude che in una prospettiva a più lungo termine gli obiettivi di Kyoto potrebbero essere raggiunti dall’Italia solo con l’implementazione di un consistente parco di impianti nucleari combinato a tecniche di cattura e sequestro della CO2.

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Bisogna ricordare che le condizioni attuali, tendenzialmente favorevoli e che consentono di eludere impegni non troppo restrittivi,
potrebbero sensibilmente modificarsi in futuro, specie qualora la politica comune europea acquisirà maggiore sostanza ed autorevolezza. Sotto la spinta delle opinioni pubbliche e dei governi dei paesi più virtuosi (come Francia e Germania, che anche grazie all’impiego del nucleare e al grande sviluppo delle rinnovabili sono più vicini al mix energetico imposto dagli obiettivi sopra descritti), l’Unione Europea potrebbe prevedere sanzioni per i Paesi inadempienti, come è successo nel passato per altri settori dell’economia. Di conseguenza l’Italia potrebbe essere costretta, in un futuro non troppo lontano a ritornare sulle proprie decisioni, avendo acquisito un ulteriore ritardo, per imposizione delle istituzioni comunitarie, di fatto sconfessando l’esito referendario.
Resterebbe inoltre irrisolto, nelle proiezioni del mix energetico del 2020, il problema della scarsa differenziazione degli approvvigionamenti energetici, rimanendo il gas naturale la prima fonte energetica (38%), anch’esso molto soggetto alle tensioni geopolitiche, almeno in assenza di un adeguato numero di impianti rigassificatori, sempre nel novero delle opere pubbliche invise agli italiani. Risulta dunque evidente l’impossibilità, almeno nel lungo periodo, di considerare l’abbandono della tecnologia nucleare come definitivo, quando la stessa tecnologia nucleare è ritenuta necessaria per mantenere il carico base in Europa e conseguire gli obiettivi di riduzione dei gas-serra.

 

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E’ nel contempo imprescindibile per l’Italia il dotarsi al più presto di un serio Piano Energetico Nazionale (l’ultimo risale al 1988), che attui le misure immediatamente necessarie per la diversificazione delle fonti energetiche, con ampio sviluppo delle rinnovabili e l’aumento della quota di energia nucleare importata, attraverso l’adeguamento delle linee elettriche transfrontaliere, e che concorra allo sviluppo degli impianti nucleari di IV generazione, rimanendo così nell’ambito della politica energetica europea ed evitando ulteriori avventure solitarie quanto autolesionistiche.

(1) http://ec.europa.eu/energy/technology/set_plan/set_plan_en.htm

(2) http://ec.europa.eu/energy/strategies/2011/roadmap_2050_en.htm

(3) Energia in Italia: problemi e prospettive (1990-2020) – Società Italiana di Fisica, Aprile 2008

*MtCO2eq sta per Milioni di tonnellate equivalenti di CO2, misura corrente della quantità di emissioni.

Nucleare chi? – Conferenza sul nucleare a Udine – 8 giugno 2011

Mercoledì 8 giugno 2011 si è svolta nella sala conferenze della libreria Feltrinelli di Udine la conferenza dal titolo “Nucleare chi?” organizzata dall’associazione udinese Sentiti e tenuta da Francesco Pascoli, membro del Comitato Nucleare e Ragione.

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I temi affrontati hanno spaziato dalla radioattività come fenomeno fisico, scoprendo qual’è la causa dei decadimenti radioattivi, i diversi tipi di radioattività e come si misurano, alla radioattività come fenomeno naturale, presente quotidianamente nelle nostre vite tramite radiazione cosmica, radon, cibi ecc.

Si è passati dunque ad analizzare alcuni aspetti medici delle radiazioni: come esse interagiscano con il nostro corpo causando danni somatici o genetici, deterministici o stocastici, dando poi un’occhiata a quali sono le principali cause di riduzione dell’aspettativa di vita, trovando ai primi posti fumo e obesità, mentre le radiazioni si collocavano in coda all’elenco.

Com’era doveroso fare, è stato illustrato lo schema di funzionamento di una centrale nucleare: come produce corrente, come si alimenta una reazione di fissione e come la si rallenta. Lo sguardo si è rivolto quindi alle centrali di IV generazioni, quelle del futuro – tutt’altro che lontano – ponendo particolare attenzione ai reattori veloci autofertilizzanti raffreddati a sodio.

Parlare di nucleare impone di affrontare gli annosi argomenti della sicurezza e delle scorie e così è stato fatto, discutendo di “safety” e di “security”, dei diversi tipi di scorie prodotte dalle centrali, del loro smaltimento e facendo un confronto con le fonti energetiche a carbone fossile e idrocarburi o agli scarti industriali tossici. 

Immancabile è stata una digressione sugli avvenimenti di Fukushima, le cause scatenanti e gli effetti.
Si è parlato infine di emergia, un modo intelligente di valutare gli aspetti economici ed ambientali delle fonti energetiche.

La conferenza si è chiusa con alcune riflessioni sulle tre fonti energetiche protagoniste dei dibattiti attuali: solare, nucleare ed eolico, analizzando inoltre con occhio critico la scelta energetica tedesca.

La risposta del pubblico è stata molto positiva con commenti e ringraziamenti, soprattutto per aver fatto luce sui molteplici aspetti della questione nucleare, mostrando come essa non possa essere risolta con qualche battuta propagandistica sugli schermi della televisione ma vada affrontata con cognizione di causa e molto tempo a disposizione.

UNA GUIDA INTERPRETATIVA AL NUOVO QUESITO REFERENDARIO SUL NUCLEARE

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La Corte di Cassazioneha recentemente confermato che il 12 e 13 giugno 2011 i cittadini italianisaranno chiamati a pronunciarsi sul quesito relativo all’energia nucleare.  Il testo che troveremo nella scheda sarà però diverso da quello originariamente proposto dai promotori del referendum e per il quale erano state raccolte le firme.

Nelle scorse settimane, infatti, il parlamento italiano ha approvato un’emendamento nel cosiddetto decreto Omnibus, che di fatto cancellava tutti gli articoli ed i commi del decreto legislativo n.31/2010, oggetto del quesito referendario, ovvero quelli relativi alla pianificazione e realizzazione di nuove centrali nucleari. Questa mossa politica, se da una parte può essere considerata un discutibile tentativo di evitare meramente il ricorso alle urne in un periodo oggettivamente sfavorevole all’opzione nucleare, dall’altra avrebbe probabilmente ricevuto un’approvazione quasi unanime per la sua prudenza qualora fosse stata proposta in un contesto completamente diverso, ovvero non come tentativo di  evitare il referendum ma come semplice reazione di cautela di fronte agli eventi di Fukushima.

La sospensione del programma nucleare, motivata «al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche mediante il supporto dell’Agenzia per la sicurezza nucleare»(articolo 5, comma 1), contiene infatti un testo aggiuntivo. In esso, il governo si impegna a proporre, entro 12 mesi, una volta sentiti i pareri della conferenza stato-regioni e delle commissioni parlamentari di competenza, una nuova Strategia Energetica Nazionale, con le seguenti finalità:   

«garantire la sicurezza nella produzione di energia, la diversificazione delle fonti energetiche e delle aree geografiche di approvvigionamento, il miglioramento della competitività del sistema energetico nazionale e lo sviluppo delle infrastrutture nella prospettiva del mercato interno europeo, l’incremento degli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore energetico e la partecipazione ad accordi internazionali di cooperazione tecnologica, la sostenibilità ambientale nella produzione e negli usi dell’energia, anche ai fini della riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, la valorizzazione e lo sviluppo di filiere industriali nazionali» (articolo 5, comma 8)

Tutto questo, certo, senza menzionare o escludere l’eventuale nuovo ricorso al nucleare, subordinato alle nuove evidenze scientifiche nel frattempo emerse, all’eventuale sviluppo tecnologico e tenendo conto delle valutazioni effettuate a livello di Unione europea e a livello internazionale.

Questi commi sono quelli che dovremo abrogare tra 10 giorni. Visto che il piano operativo del governo, per l’installazione delle centrali nucleari è stato di fatto sospeso, quali sono quindi le possibili conseguenze ulteriori di questo voto? Cerchiamo di dare una risposta.

SE VINCE IL NO O SE NON VIENE RAGGIUNTO IL QUORUM

Tra 12 mesi, una volta acquisite ulteriori evidenze scientifiche, si comincerà a pianificare il futuro energetico del nostro paese, accogliendo sia i contributi ed i rilievi delle amministrazioni locali, sia le valutazioni tecniche e scientifiche effettuate a livello nazionale, europeo ed internazionale. Si darà in altre parole il via ad un piano di sviluppo, dove le diverse fonti (compreso il nucleare) saranno prese in considerazione, valutate e discusse, al fine di trovare una soluzione realistica, convincente e condivisa tra le diverse realtà del nostro paese.

SE VINCE IL SI

 

I commi 1 e 8 vengono aboliti. Viene meno la partecipazione italiana al dibattito scientifico europeo sulla sicurezza energetica che avrà luogo in concomitanza con l’avvio del previsto programma di revisione delle centrali europee (campagna di stress test). Sparisce qualsiasi riferimento all’adozione, entro 12 mesi, di una nuova organica Strategia energetica nazionale (di cui l’Italia è attualmente sprovvista e di cui ha un enorme bisogno).  Viene in sostanza meno l’opportunità di avviare un vero dibattito sul futuro energetico del nostro paese, che allo stato delle cose appare congelato. Non vi e’ certezza, nell’attuale quadro politico, di quando tale dibattito potrà venire ripreso, ed in quali condizioni.

Quale torta ti piace di più?

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Una delle comuni argomentazioni di chi si oppone alla possibilità che l’Italia riconsideri l’opzione nucleare, riguarda la questione della “dipendenza energetica”: installare nuovi impianti di produzione elettrica mediante fissione nucleare, si dichiara, non ridurrebbe la dipendenza del nostro paese dagli stati esteri, in quanto vi sarebbe la necessità di importare l’uranio, di cui il nostro territorio è sostanzialmente privo.

Questa affermazione, pur essendo oggettivamente corretta, risulta essere però incompleta e soprattutto non centra il cuore del problema. Innanzitutto bisogna sottolineare come il combustibile incida nelle centrali nucleari solo per il 5% del costo complessivo finale dell’energia elettrica, mentre tale quota sale al 40% e al 70% per una centrale a carbone o a gas naturale (o petrolio). Ciò significa che eventuali oscillazioni sfavorevoli del prezzo della materia prima si ripercuotono in maniera molto ridotta nel caso nucleare, rendendo perciò più stabile il mercato energetico.

Il punto fondamentale, però, riguarda la non corretta comprensione del concetto di dipendenza energetica: non potendo l’Italia fare a meno di importare combustibili fossili per produrre elettricità, per il riscaldamento o per il proprio sistema di trasporti, può però mitigare la propria vulnerabilità diversificando le fonti da cui attingere. Gli investimenti azionari o i piani di accumulo che le banche generalmente propongono ai propri clienti hanno come punto di forza proprio il concetto di diversificazione: nessun pacchetto prevederà mai titoli provenienti da un unica azienda o da un unico settore industriale, proprio per prevenire lo spiacevole inconveniente che il fallimento di una società o la crisi di un determinato comparto facciano perdere completamente il capitale investito. Per esempio, dividere il capitale in 10 parti riduce notevolmente i rischi, in quanto il fallimento di una società determinerebbe la perdita soltanto del 10%.

Con le fonti energetiche bisogna ragionare esattamente allo stesso modo: un mix di approvigionamento fortemente sbilanciato rende il paese molto debole, soggetto alle speculazioni del mercato, delle lobbies, o alle instabilità geopolitiche ed economiche, su scala planetaria o relativamente ai singoli stati fornitori. Si pensi a quanto sta accadendo in questi mesi in Libia (da cui importiamo notevoli quantità di petrolio) e nei paesi del Nord Africa in generale. Si pensi alle condizioni ancora non perfettamente stabili, dal punto di vista economico e democratico, nell’area ex-sovietica, da cui proviene il maggior quantitativo di gas metano. Vi è poi il Medio-Oriente, costante teatro di guerre e tensioni.

L’auspicio di tutti è che in un futuro non troppo lontano ogni paese sia in grado di sostenere il proprio fabbisogno esclusivamente con le energie rinnovabili. Questo traguardo è però ancora piuttosto lontano, dal punto di vista tecnologico ed economico. Alla luce di quanto detto precedentemente, nel cammino di avvicinamento a questo risultato ogni paese non può esimersi dal predisporre una strategia che contempli una combinazione di fonti energetiche il più possibile variegata e multiforme. Vediamo quali sono le condizioni di alcuni tra i principali paesi europei, inclusa l’Italia, relativamente alla produzione di energia elettrica in termini delle varie fonti energetiche: i dati risalgono al 2005 ma non sono molto dissimili da quelli attuali.

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Risulta facile notare come le situazioni meno convincenti, dal punto di vista della diversificazione, siano quelle della Francia, in cui quasi l’80% dell’energia proviene dal nucleare, e l’Italia, in cui il 50% dell’elettricità è prodotto con il gas naturale. Germania, Spagna e Regno Unito presentano invece un mix ragionevolmente equilibrato, che le mette al riparo da conseguenze drammatiche nel caso una delle fonti dovesse essere per qualche motivo sostituita in tempi brevi. Cosa accadrebbe invece all’Italia se da un giorno all’altro gli stati dell’Europa dell’Est (come tra l’altro già minacciato qualche inverno fa) decidessero di chiudere repentinamente i rubinetti dei gasdotti che giungono fino al nostro paese? 
Nell’ottica di una eventuale crisi internazionale, un ulteriore aspetto da considerare riguarda le modalità con cui i singoli stati sono in grado di dotarsi di una riserva energetica strategica, per fronteggiare eventuali drastiche riduzioni delle importazioni di materie prime: pochi metri cubi di uranio in questo caso possono garantire un’autonomia che richiederebbe invece volumi di stoccaggio incommensurabilmente maggiori nel caso di gas e petrolio. L’Italia attualmente, in caso di interruzione delle importazioni, sarebbe infatti in grado di soddisfare le richieste energetiche interne solamente per poche settimane. 

Alla luce di tutto questo, ecco dimostrato come il nucleare, seppur non rappresentando la soluzione definitiva e completa ai problemi energetici italiani, potrebbe costituire una delle soluzioni più ragionevoli per contribuire a rendere meno pesante la dipendenza dall’estero.

Per maggiori informazioni:
SIF (Società Italiana di Fisica), Energia in Italia: problemi e prospettive (1990-2020)
http://www.sif.it/SIF/resources/public/files/LibroBianco.pdf