Sciopero per il clima del 25 marzo: nelle piazze italiane c’è anche l’energia nucleare!

Numerosi attivisti pro-nucleare, riuniti sotto l’insegna del think tank “Italia per il Nucleare” hanno partecipato alle manifestazioni promosse dai gruppi di Fridays for Future nelle città di Bologna, Milano, Torino e Trieste.
Proponiamo una galleria fotografica e le riflessioni di un nostro socio.

di Davide Sguazzardo

Il 25 marzo 2022 sono tornati nelle piazze di tutto il mondo i ragazzi di Friday For Future, a ricordarci dell’emergenza climatica. Sembra impossibile, ma come nel recente film Don’t Look Up, sembra che serva questo movimento giovanile per guardare l’esplosione esponenziale della concentrazione di CO2, in quella che è una generale assuefazione del Global Warming.

Spesso sentiamo parlare di riduzione dei consumi e di mix 100% rinnovabili come soluzioni definitive. Vediamo perché queste da sole non sono sufficienti.

Non basta ridurre i consumi.
Ad oggi l’81% dell’energia a livello mondiale viene generata tramite i combustibili fossili. Una riduzione massiccia del fabbisogno risulta essere un obiettivo estremamente irrealistico poichè, anche ammettendo che sia possibile un’inversione di tendenza per i Paesi industrializzati e più energivori, questa strada non è percorribile per i Paesi in via di sviluppo, dove la maggiore richiesta di energia è una diretta conseguenza dell’aumento del reddito pro capite e del miglioramento delle condizioni di vita. Non possiamo chiedere a due terzi del mondo di interrompere le lotte contro la fame e la povertà, senza fornire fonti di energia diverse da quelle fossili, utilizzate dall’Occidente per svilupparsi nel corso degli ultimi due secoli.
Inoltre, anche azzerando completamente i consumi, il riscaldamento globale non si fermerebbe perché i gas climalteranti sono già presenti in atmosfera in percentuali mai viste. Per fermare il Global Warming è necessario non solo raggiungere la neutralità delle emissioni, ma anche dotarsi di sistemi di Carbon Capture & Storage, i quali tuttavia richiedono tecnologie altamente energivore: diventa pertanto cruciale disporre di fonti energetiche ad alta capacità e a basse emissioni di CO2.

Non bastano le rinnovabili.
Un mix energetico deve bilanciare le fonti considerando il loro capacity factor, ovvero la capacità di produrre energia nel tempo. Serve programmare per i prossimi 15/25 anni il passaggio da un carico base del fabbisogno elettrico fornito da centrali a gas, ad una potenza di carico base di 30 GW fornita da 20/25 reattori a fissione di III generazione avanzata (EPR francesi o APR Coreani) distribuiti sulle aree degli ex impianti nucleari, dove ci sono già siti autorizzati.
Un primo passo è spingere con maggior decisione l’acceleratore sull’iter di costruzione del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi, spiegandone l’utilità e i vantaggi, affinchè gli enti locali non si oppongano ad ospitarlo nel proprio comune ed anzi colgano l’opportunità di sviluppo per il proprio territorio.
Un secondo passo è riaprire il dibattito sull’opzione nucleare per la produzione di energia anche nel nostro Paese, fornendo tutte le informazioni utili ad abbattere paure e pregiudizi, a partire da quelli più radicati:
– l’incidente di Chernobyl rappresenta un caso unico e irripetibile nella storia, che nonostante tutto ha provocato danni infinitamente inferiori – in termini di impatto ambientale e sanitario – a quelli dovuti ai gas serra e all’inquinamento atmosferico.
– il disastro di Fukushima è stata la dimostrazione della sicurezza anche delle centrali più vetuste, in condizioni estreme come quelle rappresentate dal quarto terremoto più intenso mai registrato nella storia e del maremoto da 12 metri d’onda. Delle quasi ventimila vittime, nessuna è riconducibile all’esposizione alla radiazioni.
– i rifiuti nucleari, il cui volume limitato risulta tale da renderli gestibili anche con strutture poco più grandi di un capannone industriale perfino per i Paesi che col nucleare coprono la quota maggioritaria del proprio fabbisogno elettrico.
– l’enorme potenza generata dalle centrali nucleari, stabilmente e senza emissione di CO2, in proporzione al suolo occupato (il fotovoltaico necessita di una superficie di 40km2 per per generare la stessa elettricità di un singolo reattore da 1.6 GW, ipotizzando però l’esistenza delle batterie necessarie per gestirne l’accumulo su larga scala, batterie che oggi non esistono), rispetto all’investimento ( 5 mld di € a reattore da 1.6 GW, se fosse costruito senza interessi), e rispetto alle risorse impiegate (materiali da costruzione e combustibile).
Il terzo passo, una volta raggiunto un consenso maggioritario degli italiani nei confronti dell’energia nucleare, è quello avviare la costruzione di reattori con una calendarizzazione dei cantieri tale da avere, a partire dal 2035 ed entro il 2050, circa 20/25 reattori allacciati alla rete, per coprire un carico base sufficiente a gestire anche l’aumento del fabbisogno elettrico previsto con la progressiva elettrizzazione dei consumi.
In una democrazia rappresentativa, quando l’interesse generale è lontano dal consenso, è necessario spiegare e far informazione, anche e soprattutto davanti a questioni complesse! Se non lo si fa, falliamo come società, e finiamo per adattarci a seguire i sondaggi e a non affrontare i problemi che richiedono di ragionare sul medio e lungo periodo, oltre al tempo delle singole legislature.
Come divulgatori dobbiamo saper comunicare, perché solo attraverso la conoscenza e la consapevolezza, un Paese è in grado di investire senza paura nella tecnologia, e garantirsi in questo modo uno sviluppo sostenibile, prospero e rispettoso dell’ambiente e delle generazioni future.

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