Gli effetti di Chernobyl in Italia

In occasione del 35o anniversario dell’incidente di Chernobyl, pubblichiamo questo contributo del nostro socio Massimo Burbi.

Quest’anno sarei dovuto andare a Chernobyl per fare misure di radioattività nella zona rossa, uno dei tanti piani mandati all’aria dalla pandemia, ma se lo spettrometro non può andare a Chernobyl si può sempre portare un po’ di Chernobyl dallo spettrometro, quindi mi sono procurato 300 grammi di suolo di una delle aree alpine del Piemonte maggiormente interessate dal fallout del 1986.

Campione di suolo raccolto in una zona alpina del Piemonte

Il campione è molto debole, per ottenere uno spettro gamma passabile c’è voluta una misura di 30 giorni all’interno di una camera scudata. La firma di Chernobyl sta nei due picchi di Cesio 137, il resto è radioattività naturale che sarebbe stata lì comunque. Non deve stupirci che ci siano zone d’Italia in cui questa firma si possa ancora leggere: misurabile non vuol dire necessariamente pericoloso, ma quanta radioattività è arrivata in Italia per effetto dell’incidente di Chernobyl?

La prova del Geiger: L’ambiente della stanza dove è stata fatta la misura dà 1807 conteggi in 30 minuti (60 Conteggi al minuto o CPM), aggiungendo il campione di suolo si passa a 2303 conteggi (76 CPM). In questa prima prova il contributo del campione è di 16 CPM, pari a circa ¼ dell’ambiente, questo include la radiazione beta e gamma.

Capita di imbattersi in articoli scritti con i piedi (mi scuso con chi usa i piedi per fare cose utili) che parlano di “dosi massicce” che hanno “bombardato” la popolazione [1], alludendo a inconfessabili verità che i soliti cattivi senza volto, nei loro cavernosi castelli con un bicchiere di brandy tra le dita ossute, ci tengono nascoste.
In realtà la dose media individuale accumulata dalla popolazione italiana nell’arco di oltre tre decenni è stata di circa 1 mSv (1 millisievert = 1/1000 di sievert), con valori intorno a 1.6 mSv al Nord, di cui circa la metà nel corso del primo anno [2][3].

Particolare della camera scudata all’interno della quale è stata fatta la misura dello spettro gamma.
Spettro gamma risultato di 30 giorni di misura, i due picchi di Cesio (un picco gamma e un picco di raggi X) hanno l’etichetta in rosso. In termini di radiazione gamma il contributo del campione è stato circa 1/40 dell’ambiente, un dato influenzato anche dal posizionamento del campione all’interno della camera.

Un mSv è un quarto della dose che l’italiano medio riceve ogni anno da fonti naturali ed esami medici [4], quindi si perde sullo sfondo, non per niente l’UNSCEAR ha concluso che al di fuori di Ucraina, Russia e Bielorussia la dose accumulata dalla popolazione per via di Chernobyl ha avuto una “scarsa rilevanza radiologica” [5] eppure, anche in Italia, c’è chi ha parlato di migliaia di morti basandosi sulla dose collettiva, vediamo di capire cos’è.

Il grosso delle conoscenze sugli effetti delle radiazioni ionizzanti sulla salute viene da studi sui sopravvissuti alle bombe di Hiroshima e Nagasaki, in cui si è visto che la probabilità di decesso aumenta del 5% circa per ogni sievert (Sv) di dose ricevuta [6]: se una persona riceve una dose di 1 Sv c’è una probabilità su venti che gli sia fatale, se 20 persone ricevono 1 Sv ciascuna, si stima che una di loro non se la caverà.

Un Sv è molto più di quanto una persona accumuli in media nel corso della sua vita, pertanto estendere queste conclusioni a dosi centinaia di volte più basse (modello lineare senza soglia) è un’estrapolazione molto dibattuta [7].
Il metodo della dose collettiva parte da qui e introduce il concetto del Sv-persona (Sievert-persona).

Venti persone che ricevono ciascuna 1 Sv fanno una dose collettiva di 20 Sv-persona. Usare questo parametro per fini epidemiologici vuol dire assumere che questa dose collettiva causerà una vittima indipendentemente dal fatto che sia spalmata su 20 persone, esposte ad 1 Sv a testa, o su 10000 che ricevono ciascuna 2 mSv (millisievert), che è più o meno la dose che una persona che vive a Roma accumula in più, rispetto a me, ogni anno.

Come dire che se per una persona è letale perdere 5 litri di sangue, allora deve esserci almeno una vittima ogni 5 litri-persona di sangue perso, anche se questi 5 litri sono spalmati, ad esempio, su 10 individui che ne perdono mezzo litro a testa. Se così fosse la categoria dei donatori di sangue si sarebbe estinta da tempo.

Allo stesso modo non ci si aspetta che 10 persone che cadono da un’altezza di 10 metri producano lo stesso numero di vittime di 1000 persone che scendono uno scalino di 10 cm, anche se il salto collettivo è in entrambi i casi di 100 metri-persona.

L’abbandono della dose collettiva per la stima degli effetti dell’esposizione a basse dosi [8] ha spinto qualcuno a parlare di cospirazione per nascondere i dati [9], in realtà, come chiarito dall’ICRP (International Commission on Radiological Protection), la ragione è che la dose collettiva non è uno strumento per valutare rischi epidemiologici, e usarla per stimare le morti è semplicemente sbagliato [10].


Mappa del Piemonte con l’attività superficiale di Cesio 137 (fonte ARPA Piemonte) con evidenziato il punto di prelievo del campione.

Tornando al campione di suolo, la legenda riporta un’attività di Cesio 137 di 25000 Bq/mq [11], vuol dire 25000 decadimenti radioattivi al secondo su ogni metro quadrato di terra, che detta così fa paura. Se però consideriamo che l’attività superficiale è calcolata su 5 cm di spessore [12], si tratta di circa 350 decadimenti per ogni Kg di terreno (350 Bq/Kg). Per dare un termine di paragone, nel cesto della frutta alcuni di noi troveranno un oggetto che di Bq/Kg ne dà circa 130 [13], è comunemente noto come banana (*).

Oggi, anche in aree come il Piemonte, la contaminazione dovuta a Chernobyl contribuisce a meno dell’1% della dose assorbita dalla popolazione per esposizione a radioattività naturale. [14].

[1] Un esempio https://www.meteogiuliacci.it/meteo/articoli/cronaca/la-nube-radioattiva-di-cernobyl-30-anni-fa-colpita-anche-litalia
[2] https://www.iss.it/documents/20126/45616/Pag511_517Vol33N41997.pdf/076e1b05-52c6-b0d4-8872-be3278497813?t=1581098998564
[3] https://www.unscear.org/unscear/en/chernobyl.html?fbclid=IwAR2iZ_UTNswGF5Nds8qL9R2BVVZk84de8q6we2G_2h-22LeHtwtk9q9NvMw
[4] http://www.fisicaweb.org/doc/radioattivita/geiger%20muller/taratura.pdf?fbclid=IwAR10-6g-1uW8-Xw0qfDfiN4PPAuNRMLjWiVIuZOiZvJQyUbpFtaFdBKkm7k
[5] https://www.unscear.org/unscear/en/chernobyl.html?fbclid=IwAR2iZ_UTNswGF5Nds8qL9R2BVVZk84de8q6we2G_2h-22LeHtwtk9q9NvMw
[6] https://www.icrp.org/docs/P103_Italian.pdf (pagina 48)
[7] https://www.redjournal.org/article/S0360-3016(05)01135-1/fulltext?fbclid=IwAR04jhS_pSCvuVwQbFociZJa6-wySV2Gk7LnrXG7vi2x8ZY208yu8Kmj6t4
[8] https://www.unscear.org/docs/publications/2008/UNSCEAR_2008_Annex-D-CORR.pdf?fbclid=IwAR2zOF6K-BkySrRxBpu6mwrDmk2zl1uuXXpssYtJ9zJPyywtsuQkGQIo-ho (sezione D-Risk projection)
[9] https://www.lastampa.it/opinioni/editoriali/2006/04/26/news/cernobyl-tragedia-nascosta-dall-onu-1.37158258
[10] https://www.icrp.org/docs/ICRP_Publication_103-Annals_of_the_ICRP_37(2-4)-Free_extract.pdf (pagina 13)
[11][14] http://www.arpa.piemonte.it/news/le-tracce-di-chernobyl-in-piemonte
[12] http://www.arpa.piemonte.it/approfondimenti/temi-ambientali/radioattivita/reti-monitoraggio/il-monitoraggio-radiologico-in-piemonte-post-chernobyl/at_download/file
[13] https://www.who.int/ionizing_radiation/pub_meet/chapter1.pdf?ua=1

(*) Nel caso della banana si tratta di Potassio 40 e non di Cesio 137. Un confronto rigoroso deve tenere conto del diverso tipo di radiazione e dei diversi tempi e modi di permanenza nell’organismo.

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