Un nuovo coperchio per Chernobyl

[27 novembre 2016, 30 anni e 7 mesi dopo il terribile incidente, ecco il Nuovo Confinamento Sicuro]

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Abbastanza alto da poter ospitare la cattedrale di Notre Dame de Paris, ora copre e sigilla ulteriormente le rovine di Chernobyl, già sepolte nel famoso “sarcofago”. Il nuovo “coperchio” elimina i punti deboli di quello vecchio ed aumenta significativamente il livello di sicurezza delle aree adiacenti. Cambia inoltre radicalmente l’aspetto complessivo di uno dei siti più famosi al Mondo, ed è progettato per rimanere lì almeno 100 anni.

Un intero paesaggio ne è modificato per sempre. Era il paesaggio che ha fatto da sfondo a storie di dolore, angoscia, rabbia, abbandono, amarezza, ma che ha anche alimentato nel tempo paure esagerate o addirittura infondate, sentimenti contrastanti di rifiuto e curiosità, e purtroppo molte sterili polemiche. Potrà ora finalmente lasciare spazio ad altro nell’immaginario collettivo?

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In 30 anni, dalle condizioni di lavoro estreme dell’emergenza iniziale si è passati ad una routine piuttosto insolita: non tutti gli abitanti della piccola cittadina omonima se ne sono andati; le altre unità della centrale nucleare hanno finito di essere disattivate solo ad inizio del nuovo millennio; tra enormi difficoltà e grandi speranze, migliaia di uomini e donne, con le più svariate specializzazioni, “liquidatori”, manovali, operai, tecnici, militari e scienziati hanno condiviso i medesimi spazi di lavoro, e continueranno a farlo.

Senza dimenticare chi ha perso la vita a causa dell’incidente catastrofico e chi ha pagato un prezzo intollerabile, forse è giunto davvero per tutti il momento di mettere le vecchie foto nel cassetto e guardare fiduciosi quelle nuove.

Tutto a posto così? No, il grosso del lavoro inizia adesso!

Il nuovo confinamento sicuro (New Safe Confinement – NSC) dell’unità 4 della centrale nucleare di Chernobyl è il frutto di un progetto senza precedenti nella storia della tecnica, denominato Shelter Implementation Plan (SIP).

Mai prima d’ora una struttura enorme era stata costruita in un sito fortemente contaminato.

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Superare i rischi e le difficoltà inerenti il progetto ha richiesto anni di preparazione e di studio preliminare. I lavori al sito sono iniziati nel 2010 e dovrebbero essere completati al più tardi entro il 2017.

Per ridurre al minimo il rischio esposizione alle radiazioni dei lavoratori, è stato assemblato a qualche decina di metri di distanza dalla posizione definitiva, raggiunta scorrendo su appositi binari e spinto da enormi martinetti. La manovra di posizionamento ha richiesto alcuni giorni. Ora che è sopra l’edificio del reattore distrutto dall’esplosione del 29 aprile 1986, il nuovo “coperchio” impedisce la dispersione di materiale contaminato da radionuclidi ed allo stesso tempo protegge la struttura sottostante da danni esterni, dovuti per esempio a condizioni atmosferiche estreme.

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Alta 108 metri, lunga 162 metri, con un’apertura di 257 metri la struttura ad arco pesa grossomodo 36.000 tonnellate ed è costituita da un reticolo di elementi tubolari in acciaio, sostenuto da travi longitudinali in cemento armato.

Fornirà un ambiente di lavoro sicuro, attrezzato con gru pesanti per il futuro smantellamento del vecchio sarcofago e la gestione dei rifiuti.

Sarà abbastanza forte da resistere ad un tornado ed il suo sofisticato sistema di ventilazione elimina il rischio di corrosione.

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Progettazione e costruzione sono state assegnate nel 2007 al consorzio Novarka, guidato dalle imprese francesi Bouygues e Vinci.

Nel sito hanno lavorato e lavorano subappaltatori locali e altri provenienti da tutto il Mondo: gli elementi strutturali sono stati progettati e costruiti in Italia, le gru vengono dagli Stati Uniti, il rivestimento dalla Turchia, e le operazioni di sollevamento e di scorrimento sono state curate da una società olandese.

La costruzione è finanziata tramite il Chernobyl Shelter Fund, gestito dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (European Bank for Reconstruction and Development – EBRD). I contratti assegnati sono in accordo con le politiche e le norme sugli appalti della BERS e le relative attività devono essere svolte in conformità alla sua policy ambientale e sociale.

Щире спасибі всім АЕС персоналу, техніків і робітників, що беруть участь в будівництві нового безпечного конфайнмента Чорнобильської АЕС.

Fonte:
BERS per i dati tecnici e commerciali; Wikipedia, Novarka e lo staff della centrale nucleare di Chernobyl per le foto.

Per ulteriori approfondimenti consigliamo il seguente video che riassume 8 anni di lavoro:


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Making America great again

Bellefonte NPP, started in 1974, abandoned in 1988, will it be completed?
Bellefonte NPP, started in 1974, abandoned in 1988, will it be completed?

In our honest opinion there is a man who is already doing it! His name is Franklin L. Haney and he is 75 years old.

This Chattanooga, Tennessee-based mogul picked up a nuclear power station in Hollywood, Alabama at an auction last week. Yes, you read well, a nuclear power station, for just 111 million dollars! That’s the famous never completed Bellefonte.

As reported by CGR (Global Construction Review) online magazine, Haney said “the rejuvenated plant would ‘transform communities’ hit by coal-plant closures in Alabama and Tennessee.” And “completing the plant will employ up to 4.000 people; while operating it would create 2.000 ‘permanent, high paying jobs’.”

But he will need to bring all his deal-making talents to bear on this new asset: construction of the 2,6 GW power station was halted in far 1988 and it is likely to request several billion dollars to get it completed, because unit 1 is deemed approximately 55% complete, and unit 2 approximately 35% complete, having for years been ransacked for spare parts.

In addition, to hold him to his promises regarding the site, the seller, state utility Tennessee Valley Authority (TVA), stipulated that the buyer must invest at least 25 million dollars on the property within 5 years of closing the deal.

Well, imagine our shock, if this won’t happen!

We mean, we aren’t sufficiently oriented to wishful thinking about nuclear power to forget that business is business. And Mr Haney could always change his mind, provided he hasn’t already now (in a drawer somewhere) a different idea from that he has shown so far.

But let’s still dream for a while, with Haney’s words. “Today marks the first step of an exciting new journey for the people of Alabama and Tennessee,” he said in a statement. “The Bellefonte Nuclear Station will help transform communities across the region. This project will bring new life to the region by creating thousands of jobs while providing assured access to reliable, affordable, zero-emission energy.”

How not to agree?

Surprisingly this words match with some (not all) statements heard during the last presidential election campaign, about which we are standing with high hopes!

Hey, don’t take this as a galvanized reaction to the the news of November 9th, 2016. U.S. President-elected Donald J. Trump has still to demonstrate to be really ready and willing for a new cursus of energy policies, and only History will tell us if this shall be also in favor of a new nuclear renaissance for America.

And by the way, it’s hard to miss the fact that Mr Haney, a long time Democratic donor, funded the campaign for President Obama’s reelection 4 years ago. Not to say he has also been several times under reflectors due to the fact he has built his business around developing government-supported real estate projects – being even indicated as a “Government Landlord”.

And so on and on, you can find by yourselves a lot of interesting further information or silly yak-yak on the web. This is not the point.

We were simply wondering if Haney’s iniziative in coincidence of Trump’s election could be a symptom of a new sight on America’s energy future. In other words, if such a kind of investment is a claim of “innovative financing”; if it will possibly suggest some good ideas to the President-elected; and ultimately if it can really change the approach to nuclear power in the U.S. and, as a reflection, all over the World – maybe a tangible way to make America great again.

Well, our guess and hope is: yes, yes and yes!

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11/25/2016 Update: Maria Korsnick, CEO of the Nuclear Energy Institute, has recently discussed about the future of the American nuclear industry under Trump administration. You can watch the video of the interview at this link.

 

Strategie Energetiche e Titolo V della Costituzione

Conferenza Nazionale sull'Energia

La riforma costituzionale che sarà soggetta il prossimo 4 dicembre a consultazione referendaria prevede, tra le tante cose, anche una sostanziale modifica del Titolo V della Costituzione, ovvero del riparto delle competenze tra Stato e Regioni.
La Legge n.3 del 18 ottobre 2001 introdusse nella carta costituzionale una classificazione delle materie legislative, definendo tre categorie: le materie di competenza esclusiva dello Stato; le materie a legislazione concorrente tra Stato e Regione; tutte le materie non espressamente nominate nelle due categorie precedenti, la cui potestà legislativa spettava alle Regioni.
E’ da rilevare come il concetto di legislazione concorrente sia stato da più parti criticato per la sua ambiguità applicativa, che ha causato negli anni una certa disomogeneità normativa tra le diverse realtà regionali, nonché un aumento consistente di contenziosi tra Stato e Regioni presso la Corte Costituzionale.
La riforma del 2016 prevede l’eliminazione deIla legislazione concorrente e una redistribuzione esplicita e…

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La centrale di Krško e la cultura della Sicurezza Nucleare

La città di Trieste ha ospitato alcune settimane fa un’importante serie di eventi istituzionali e informativi dedicati al tema della sicurezza nucleare.
Oltre al convegno nazionale dell’Associazione Italiana di Radioprotezione, svoltosi dal 19 al 21 ottobre, il capoluogo giuliano è stato il teatro di un incontro bilaterale tra le Autorità di sicurezza nucleare italiana e slovena (ISPRA e SNSA), che ha visto la partecipazione anche di rappresentanti della Regione Friuli Venezia Giulia, dell’ARPA e della Protezione Civile regionali. A margine di questi appuntamenti di rilievo istituzionale, non sono mancate le iniziative rivolte alla cittadinanza, con convegni, conferenze e una tavola rotonda sullo stato dell’arte della prevenzione e gestione delle emergenze radiologiche e sulle problematiche relative alla comunicazione sulla sicurezza nucleare.

Figura 1: Stefano Laporta (Direttore ISPRA), Sara Vito (Assessore regionale Ambiente ed Energia) e Luca Marchesi (Direttore generale ARPA FVG) al convegno
Figura 1: Stefano Laporta (Direttore ISPRA), Sara Vito (Assessore regionale Ambiente ed Energia) e Luca Marchesi (Direttore generale ARPA FVG) al convegno “La gestione dell’emergenza radiologica a Trieste e in Friuli Venezia Giulia”, nella sede della Regione – Trieste 18/10/2016. Foto ARPA FVG

Nonostante la rilevanza e l’attualità delle tematiche trattate e l’autorevolezza dei rappresentanti istituzionali intervenuti, spiace notare come gli appuntamenti in programma abbiano faticato a ritagliarsi uno spazio sui media nazionali e locali. A destare in noi un certo stupore è stato in particolare il quasi totale silenzio del principale organo di stampa del capoluogo giuliano, “Il Piccolo” (Gruppo Editoriale l’Espresso), che nei giorni precedenti alla manifestazione e per tutta la settimana di svolgimento ha omesso di segnalare gli eventi sopracitati e di fornirne un successivo resoconto. Tutto questo a dispetto dell’interesse spesso manifestato dalla cittadinanza sul tema e dell’attenzione che periodicamente viene dedicata dal medesimo giornale – il più delle volte con toni sproporzionati e allarmistici – alle vicende legate alla vicina centrale nucleare slovena di Krško ed ai rischi radiologici a cui la popolazione dell’intero Friuli Venezia Giulia sarebbe esposta, in caso di un ipotetico quanto improbabile incidente catastrofico (INES 7). Tale scelta editoriale appare ancor più stonata se si considera che pochi giorni addietro la stessa testata giornalistica aveva ospitato sulle sue colonne un ampio resoconto dell’audizione di alcuni ricercatori, presso la Commissione Ambiente del Senato, in merito alla rivalutazione della pericolosità sismica dell’area nella quale sorge l’impianto sloveno.
É evidente che le problematiche relative al rischio sismico e quelle sulla sicurezza radiologica dell’impianto di Krško e dell’area circostante (Trieste inclusa) sono fortemente correlate; parlare quindi estesamente e ripetutamente delle prime ed evitare completamente di fare menzione delle iniziative che discutono delle seconde, non costituisce a nostro avviso un esempio di buon servizio di informazione: la realtà dei fatti viene in questo modo dipinta in modo quantomeno parziale.

Figura 2: Edizione cartacea de “Il Piccolo” del 5 maggio 2016: la notizia dell'estensione ventennale dell'operatività della centrale viene dipinta come un “incubo” che si perpetua, “fra avarie, allarmi e paure”.
Figura 2: Edizione cartacea de “Il Piccolo” del 5 maggio 2016: la notizia dell’estensione ventennale dell’operatività della centrale viene dipinta come un “incubo” che si perpetua, “fra avarie, allarmi e paure”.

Da parte nostra non possiamo che ripetere quanto andiamo dicendo da anni: il nostro Paese ha un enorme bisogno di promuovere una solida cultura della sicurezza. Esiste infatti un evidente divario tra il rischio reale associato alle diverse attività umane, e il corrispondente rischio percepito dalla popolazione. Quest’ultimo viene spesso sovrastimato quando le conoscenze sull’argomento sono deboli (se non nulle), e quando i media – come nel caso dell’energia nucleare – tendono discrezionalmente ad evidenziare specifici aspetti problematici, tralasciando quelle informazioni tecniche che sarebbero utili per inquadrare in maniera più equilibrata la questione, o semplicemente parlano di un argomento solo in occasione di incidenti o per sollevare preoccupazioni.
Di conseguenza, la promozione della cultura della sicurezza può avvenire solo grazie all’accrescimento delle conoscenze scientifiche e tecnologiche dei cittadini, a partire dal sistema scolastico, nonché alla promozione di una informazione giornalistica che sia il più possibile oggettiva, completa e tecnicamente adeguata.
Comprendiamo quanto ciò faccia a pugni con la necessità degli organi di stampa di solleticare la paura della gente e di cavalcare l’onda del sensazionalismo, ma c’è un limite di ragionevolezza che non dovrebbe essere travalicato, ed una responsabilità a cui nessun giornalista dovrebbe sottrarsi.
Non è certo un caso se poi, in occasione di eventi drammatici come le scosse di terremoto che hanno colpito nuovamente il Centro Italia in questi giorni, le teorie più strampalate trovino terreno fertile in ampi strati della popolazione, assieme ad un clima di strisciante sfiducia e di sospetto nei confronti delle istituzioni scientifiche e degli enti preposti al monitoraggio e alla gestione delle emergenze.

Detto questo, è anche vero che siamo ben consapevoli di non avere in tasca tutte le soluzioni, né eventualmente i mezzi per poterle applicare: nel nostro piccolo ci sentiamo piuttosto una goccia nel mare. Questo però non ci scoraggia, ed in ogni frangente portiamo avanti l’impegno che ci siamo presi con chi ci segue: una corretta divulgazione scientifica per stimolare una riflessione indipendente da ideologismi e pregiudizi.

Tornando dunque al tema che dà il titolo a questo nostro articolo, forniamo volentieri qui di seguito una breve ricostruzione di uno degli eventi a cui abbiamo assistito nel corso della settimana triestina dedicata alla sicurezza nucleare: la conferenza intitolata “Radioprotezione in Italia e in Friuli Venezia Giulia: la centrale nucleare di Krško”,  promossa dal Centro Culturale Veritas e svoltasi il 17 ottobre, con la partecipazione del direttore generale dell’ISPRA Stefano Laporta, del direttore dell’ARPA FVG Luca Marchesi e con l’intervento dei tecnici del Centro Regionale per la Radioprotezione dell’ARPA FVG, Concettina Giovani e Massimo Garavaglia.

Figura 3
Figura 3

La conferenza è iniziata con un articolato resoconto sulle attività di monitoraggio della radioattività ambientale, che in Italia vengono condotte sotto il controllo dei Ministeri dell’Ambiente e della Salute, attraverso reti di rilevamento regionali e nazionali [1].

Ad oggi risultano attive sul territorio italiano: la rete di sorveglianza RESORAD, organizzata attraverso le ventuno agenzie regionali e provinciali per la protezione dell’ambiente e altri istituti e laboratori locali, con lo scopo di monitorare la radioattività nell’ambiente e negli alimenti; la rete REMRAD, gestita direttamente dall’ISPRA con compito di pronto allarme, costituita da 7 stazioni automatiche in grado di segnalare, attraverso l’analisi del particolato atmosferico, le possibili contaminazioni conseguenti ad un ipotetico incidente in una installazione nucleare straniera [2]; la rete GAMMA, anch’essa gestita dall’ISPRA, composta da 61 centraline che misurano in maniera automatica la dose gamma in aria, fornendo dati in tempo reale a un sistema centralizzato e integrato alla piattaforma europea di allarme EURDEP.
Di notevole interesse è stata la presentazione delle attività specifiche della rete di monitoraggio regionale, che prevede l’analisi periodica di matrici ambientali (campioni di terreno, muschi, funghi, particolato atmosferico, fall-out) e alimentari (carni, latte e suoi derivati, frutta, verdura, selvaggina, pesci, uova, ecc.), al fine di rilevare e valutare tempestivamente la possibile esposizione degli esseri umani a valori anomali di radioattività per inalazione o ingestione [3]. Nel caso del Friuli Venezia Giulia, tale attività è condotta dal Centro Regionale per la Radioprotezione dell’ARPA FVG, con stazioni di raccolta e controllo del particolato atmosferico e laboratori di analisi dislocati tra Udine e Gorizia.

Figura 4: Vista aerea della centrale nucleare di Krško. La società che gestisce l’impianto, la Nuklearna elektrarna Krško, è una joint venture al 50% tra le società statali slovena Gen-Energija e croata Hrvatska elektroprivreda (HEP), controllate rispettivamente dal Ministero sloveno delle Infrastrutture e dal Ministero croato dell’Economia. La centrale è localizzata ad una distanza in linea d’aria di 77 km da Lubiana e di 41 km da Zagabria.
Figura 4: Vista aerea della centrale nucleare di Krško. La società che gestisce l’impianto, la Nuklearna elektrarna Krško, è una joint venture al 50% tra le società statali slovena Gen-Energija e croata Hrvatska elektroprivreda (HEP), controllate rispettivamente dal Ministero sloveno delle Infrastrutture e dal Ministero croato dell’Economia. La centrale è localizzata ad una distanza in linea d’aria di 77 km da Lubiana e di 41 km da Zagabria.

La seconda parte del convegno è stata dedicata ad una illustrazione dello stato dell’arte relativo ai rischi radiologici associati alla centrale nucleare di Krško. Si tratta come noto di un impianto situato ad una distanza dalla città di Trieste di circa 130 km in linea d’aria, e che noi del Comitato Nucleare e Ragione conosciamo bene avendo allestito, nel corso degli ultimi due anni, ben quattro visite tecniche, con ampio successo in termini di partecipazione e di interesse.
In merito a questo aspetto i tecnici dell’ARPA hanno ampiamente confermato un quadro rassicurante, in cui il rischio radiologico per la popolazione risulta decisamente basso, soprattutto se confrontato con quello – spesso sottovalutato – derivante dall’impiego di radionuclidi in ambito medico o industriale [4].

Pur trattandosi di un impianto in attività da più di 30 anni, la centrale di Krško rispetta ampiamente le normative e gli standard internazionali, ed è stata sottoposta negli anni a continui interventi di manutenzione e aggiornamento, finalizzati ad un miglioramento generale delle prestazioni e dei parametri di sicurezza, anche per quanto riguarda il rischio sismico. Tra le numerose azioni recentemente messe in atto vi è – a titolo di esempio – l’installazione di un nuovo sistema di filtri (Passive Containment Filtering Ventilation System), che in caso di incidente al nocciolo del reattore è capace di trattenere fino al 99% dei radionuclidi eventualmente fuoriusciti. Si tratta di un dispositivo passivo, ovvero che non richiede l’intervento di un operatore ed è in grado di funzionare senza alcun tipo di alimentazione. La centrale di Krško è stata la prima, in Europa, a dotarsi di questo sistema, che fa parte dell’insieme di interventi predisposti nell’ambito del Safety Upgrade Program avviato nel 2012.  É importante sottolineare come l’iter per l’estensione ventennale dell’operatività della centrale (dal 2023 al 2043) è stato autorizzato proprio in virtù di questo piano di miglioramento, che sarà in ogni caso sottoposto a verifica decennale e che vedrà anche l’ISPRA tra i soggetti direttamente informati, in virtù di un accordo bilaterale siglato con la SNSA nel 2010, e che prevede un canale privilegiato di comunicazione tra le istituzioni italiane e slovene.
Merita segnalare a questo proposito come, nell’ambito della cooperazione tra Stati in tema di sicurezza nucleare, nel marzo di quest’anno sia stata condotta un’esercitazione internazionale di emergenza, che ha assunto a riferimento uno scenario di incidente nucleare simulato proprio nella centrale di Krško! L’Italia ha partecipato all’esercitazione con una task force guidata dall’ISPRA.
Nel corso della conferenza non è mancato un approfondimento sulla discussa questione del rischio sismico della centrale. È stato sottolineata in questo contesto l’importanza della revisione di sicurezza straordinaria indetta nel 2011 (i cosiddetti stress test): sebbene gli studi probabilistici sulla pericolosità sismica dell’area, condotti nel 1994 e nel 2004, abbiano fornito delle stime dei valori massimi di accelerazione attesi (PGA, Peak Ground Acceleration) superiori a quelli considerati in fase di progettazione dell’impianto [5], il rapporto ufficiale pubblicato dalla SNSA ha evidenziato come gli spettri di risposta della struttura, calcolati considerando i nuovi valori di PGA, siano risultati in tutto simili a quelli calcolati con i valori originari di progetto. Nello stesso rapporto è stato specificato inoltre che ipotetici danni al nocciolo sarebbero possibili solo al verificarsi di un sisma con accelerazioni al suolo pari a 0.8-0.9 g  – evento caratterizzato da un periodo di ritorno superiore ai 50.000 anni, e che solo delle sollecitazioni significativamente superiori a 1.0 g – quindi con tempi di ritorno ancora maggiori – sarebbero in grado di provocare danni alle strutture ed ai sistemi di contenimento e di mitigazione tali da causare rilasci incontrollati di materiale radioattivo nell’ambiente  con conseguente rischio sanitario [6].

Figura 5: Andamento del parametro probabilistico di frequenza di danneggiamento del nocciolo (Core Damage Frequency) per la centrale nucleare di Krško: si noti come tale valore sia quasi dimezzato a seguito degli interventi di ammodernamento dell'impianto messi in atto negli anni successivi all'incidente del 2011 presso la centrale giapponese di Fukushima [6]. Immagine per gentile concessione di Nuklearna Elektrarna Krško.
Figura 5: Andamento del parametro probabilistico di frequenza di danneggiamento del nocciolo (Core Damage Frequency) per la centrale nucleare di Krško: si noti come tale valore sia quasi dimezzato a seguito degli interventi di ammodernamento dell’impianto messi in atto negli anni successivi all’incidente del 2011 presso la centrale giapponese di Fukushima [6]. Immagine per gentile concessione di Nuklearna Elektrarna Krško.
Il convegno si è concluso con l’intervento del direttore generale dell’ISPRA. Nell’illustrare le attività istituzionali e le finalità del Dipartimento Nucleare, Rischio tecnologico e Industriale dell’ente [7], Stefano Laporta ha ribadito l’importanza di “squarciare il velo dell’ipocrisia” che avvolge in Italia il dibattito pubblico sul nucleare. Non diciamo nulla di nuovo ricordando che l’Italia, nonostante la rinuncia alla produzione sul territorio nazionale di energia elettrica attraverso i processi di fissione, non è mai uscita, né mai uscirà dal nucleare – per quanto questa espressione possa avere un senso. I motivi sono numerosi:  1) il nostro Paese è membro a tutti gli effetti dei principali organismi internazionali che si occupano di sicurezza nucleare e di promozione dell’uso pacifico delle tecnologie nucleari; 2) il nostro Paese ha  stipulato – come già ricordato per il caso specifico della Slovenia – accordi bilaterali di collaborazione e scambio reciproco di informazioni con tutti i Paesi confinanti che ospitano reattori nucleari, dai quali siamo tra l’altro importatori netti di elettricità; 3) anche nel nostro Paese l’impiego di radioisotopi, e più in generale di sorgenti di radiazioni ionizzanti, trovano applicazione in una vastissima gamma di attività in campo medico, industriale e scientifico; 4) diverse imprese italiane sono coinvolte nella costruzione di componenti per reattori in Paesi stranieri, nonché nella realizzazione di progetti internazionali per lo sviluppo della fusione nucleare; 5) il nostro Paese è impegnato nel piano di decommissioning delle vecchie centrali e nel progetto per il Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi, la cui realizzazione rappresenta una grande opportunità in termini di investimenti e di ricaduta economica sul territorio, nonché un impegno di responsabilità, dal quale come Nazione non possiamo in alcun modo sottrarci.

Proprio su quest’ultimo aspetto il direttore dell’ISPRA non ha mancato di sottolineare l’amarezza per le mille difficoltà che si stanno riscontrando nell’iter di approvazione del progetto [8], alimentate dal pregiudizio che una porzione maggioritaria della popolazione nutre nei confronti della tecnologia nucleare, e dalla conseguente incapacità della classe politica di portare a compimento decisioni necessarie e lungimiranti, benché impopolari.

L’errore di fondo è l’assenza di un vero piano di comunicazione scientifica sul tema: di nucleare si discute da anni, ma troppo spesso a singhiozzo e solo nelle situazioni contingenti ed emergenziali, alimentando nel pubblico un atteggiamento di ostilità e diffidenza. “Passata la tempesta”, la questione ritorna nel dimenticatoio, ed ogni sforzo di comunicazione attraverso i media risulta così vanificato, costringendo ogni volta a ricominciare da capo.
L’auspicio di Laporta – che alle nostre orecchie assume il tono di un appello accorato – è quello di un vero e proprio cambio di rotta: di nucleare si deve tornare a parlare con continuità e coraggio, senza paure né ipocrisie. Solo promuovendo in tutti gli ambienti la diffusione del sapere scientifico e la cultura della sicurezza nucleare, l’Italia potrà rompere le catene dettate dal pregiudizio e tornare a scommettere sul suo futuro. É una scommessa rischiosa, ma anche un rischio che è doveroso affrontare.

E noi anche per questo non smetteremo di dare il nostro piccolo ma appassionato contributo.

[14/11/2016, aggiornamento: sono da oggi disponibili, sul sito dell’ARPA FVG, tutti i contributi del convegno “La gestione dell’emergenza radiologica a Trieste ed in Friuli Venezia Giulia”, che si è tenuto il 18 ottobre 2016 presso la Sala di Rappresentanza della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.]

NOTE:
[1]       La normativa di riferimento è il D.Lgs.230/95, che recepisce la direttiva EURATOM 96/29 e i regolamenti dell’Unione Europea in materia di radioprotezione.

[2]       Le stazioni automatiche della rete REMRAD sono situate in aree dell’Aeronautica Militare, selezionate in base alla loro importanza per il controllo di possibili vie di accesso nel territorio italiano di contaminazione radioattiva conseguente ad un ipotetico incidente catastrofico presso un impianto nucleare straniero. Una delle sette installazioni è ubicata in Friuli Venezia Giulia, nella località di Sgonico (TS).

[3] Per “fall-out” si intende la ricaduta sul terreno più o meno protratta nel tempo del materiale radioattivo polverizzato e disperso in aria a seguito di un’esplosione nucleare (come nel caso dei test nucleari) o chimica (come accaduto nell’incidente alla centrale di Chernobyl). Per maggiori dettagli: https://nucleareeragione.org/risposte-veloci/

[4]       A titolo d’esempio, riportiamo quanto accaduto alcune settimane fa presso la Norrland University Hospital in Umea (Svezia): durante le normali attività di esercizio di un ciclotrone, per la preparazione di radioisotopi a uso medico, la porta del bunker è stata lasciata aperta, esponendo alcuni addetti ad una dose ingiustificata di radiazioni. L’incidente è stato classificato al livello 2 della scala INES.

[5]       All’epoca della progettazione della centrale, e con le informazioni geologiche allora disponibili, la soglia di “spegnimento sicuro” fu individuata in uno scuotimento del suolo pari a 0.3 g. La mappa di pericolosità dell’epoca riportava infatti per l’area di Krško un valore di PGA di circa 0.2 g (valore con probabilità di superamento del 10% in 50 anni), quindi inferiore ai limiti di sicurezza della centrale. Tale valore è stato elevato nel 2004 a 0.56 g, dopo che una prima revisione della stima della pericolosità, fatta dieci anni prima, aveva fissato il valore di 0.42 g. Ricordiamo che l’accelerazione del suolo in caso di terremoto si misura in unità di gravità (g). Per esempio 0.3 g significa un’accelerazione del suolo pari a circa 3.27 m/s², ovvero il 30% dell’accelerazione di gravità.

[6]       Dal punto di vista della sicurezza radiologica, è fondamentale che un impianto nucleare sia concepito in modo da resistere ad un eventuale sisma; tale condizione necessaria non è tuttavia sufficiente. I punti di forza e di debolezza del progetto e del funzionamento di una centrale nucleare debbono essere “scandagliati” attraverso una analisi del tipo Probabilistic Risk Assessment (PRA), sia in fase iniziale sia con ripetute revisioni durante il periodo di operatività. Questo tipo di analisi, riconosciuta formalmente dagli organi di controllo nazionali ed internazionali, suddivide i rischi legati all’operatività di una centrale nucleare in 3 livelli. Il livello 1 della PRA stima la frequenza degli incidenti che causano danni al nocciolo del reattore nucleare. A questo livello, dal punto di vista probabilistico, il parametro più significativo è rappresentato dalla frequenza di danneggiamento del nocciolo (Core Damage Frequency). Nel caso della centrale nucleare di Krško (Figura 5) questo valore è significativamente calato nel corso degli anni, nonostante la rivalutazione di pericolosità sismica, proprio in virtù delle azioni messe in atto dalla centrale in un’ottica di “difesa in profondità” [defense in depth]. Il livello 2 della PRA stima la frequenza degli incidenti gravi dove non si ha solo danneggiamento del nocciolo ma anche rilascio di radionuclidi (più o meno controllato) dalla centrale nucleare. Infine, il livello 3 della PRA stima le conseguenze in termini di danni al pubblico e danni all’ambiente dei rilasci ipotetici di cui al livello precedente. Per ognuno di questi livelli di rischio vengono considerate delle precise catene di eventi (ciascuno con la propria probabilità di accadimento) in grado di produrre danni di entità e tipo diversi, ossia con danneggiamento più o meno esteso e/o grave del reattore, con rilascio controllato o incontrollato nell’ambiente esterno di radionuclidi, con ipotetico danno più o meno probabile e/o esteso per la salute degli esseri umani in particolare e/o della biosfera in generale. Tale suddivisione dell’analisi del rischio rispecchia la struttura della salvaguardia della sicurezza di una centrale nucleare, vale a dire il concetto di difesa in profondità a barriere di protezione successive, che potremmo semplificare con l’immagine di una matrioška. Per tutti questi motivi è dunque importante non confondere il rischio di un ipotetico danno grave al nocciolo, ovvero di una fusione parziale o totale del medesimo, con quello, ben più grave, di un rilascio di grandi quantità di radionuclidi nell’ambiente, né con quello gravissimo di una esposizione della biosfera a livelli di radioattività pericolosi per la salute. Per ulteriori dettagli consigliamo la lettura di una agile spiegazione della PRA fornita dalla Nuclear Regolatory Commission degli Stati Uniti, qui: http://www.nrc.gov/about-nrc/regulatory/risk-informed/pra.html

[7]       La normativa vigente attribuisce al Dipartimento Nucleare, Rischio tecnologico e Industriale dell’ISPRA le funzioni e i compiti di ente regolatore nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione. Tali compiti verranno in futuro trasferiti all’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (ISIN), autorità recentemente istituita attraverso il D.Lgs n. 45/2014 in recepimento della direttiva 011/70/EURATOM.

[8]       Ne avevamo parlato qui e qui, quando la procedura di approvazione del progetto sembrava finalmente aver imboccato il binario giusto. Per farla breve: il 4 giugno 2014 l’ISPRA ha pubblicato la Guida Tecnica contenente i criteri per individuare le aree idonee ad ospitare il Deposito Nazionale; a gennaio 2015 la SOGIN ha consegnato ad  ISPRA la proposta di Carta delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI); l’ISPRA, nei mesi successivi ha verificato la corretta applicazione dei Criteri da parte di SOGIN; dopo alcune passaggi e richieste di approfondimenti tecnici, la Carta è stata validata e già prima dell’estate 2015 consegnata ai Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente, per ottenere il nulla osta alla pubblicazione. L’iter si è a questo punto arenato: la SOGIN avrebbe dovuto rapidamente pubblicare  su internet e sui giornali la CNAPI e il progetto preliminare del Deposito, avviando quindi la fase di consultazione pubblica di 4 mesi, che si sarebbe conclusa con un Seminario Nazionale e la pubblicazione, 5 mesi dopo, della Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI). Nulla di tutto ciò è avvenuto. La CNAPI giace sigillata nei cassetti dei ministeri, dove è probabile che vi rimanga almeno fino all’autunno 2017.

La lignite del vicino è sempre più verde

[prima tappa del nostro viaggio nei meandri della transizione energetica tedesca, alla scoperta di cosa si nasconde dietro gli annunci roboanti e lo strombazzamento mediatico che ci raccontano solo la crescita vertiginosa delle fonti di energia rinnovabile]

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Fig. 1      Lo sai che? Jänschwalde, centrale termoelettrica a lignite, esercita dall’utility svedese Vattenfall, si trova in Germania, Brandeburgo, al confine con la Polonia – in primo piano una piccola parte dell’immensa distesa del bacino di approvvigionamento del combustibile.

La Energiewende, la svolta della Germania verso l’utilizzo massiccio di fonti energetiche rinnovabili sembrerebbe una storia di successo. Il Paese si è dedicato “anima e corpo” ad una transizione epocale, e tutti (o quasi) lo additano ad esempio mentre si dirige a grandi passi verso magnifiche sorti energetiche.

A seguito dell’incidente di Fukushima, i passi fatti sono divenuti quelli di un gigante: le fonti rinnovabili sono in piena espansione; tutto d’un colpo sono state pre-pensionate 6 unità di centrali nucleari [1]. Eppure, vale ancora il vecchio proverbio, a proposito di “passi”. Vediamo perché.

Nei 5 anni trascorsi dal panico iniziale post-Fukushima un’altra centrale nucleare ha chiuso i battenti in Germania, anticipando i programmi federali e prendendo in contropiede l’intero sistema elettrico [2]. Il motivo è molto semplice. Se da una parte è vero che ormai l’energia elettrica da fonti rinnovabili rappresenta un terzo di quella consumata in Germania, dall’altra è anche vero che questo successo ha un rovescio della medaglia: il mercato elettrico tedesco è a pezzi.

E questo rovescio non solo sta avendo ripercussioni immediate e verificabili, ma ne avrà senz’altro di altre, al momento difficilmente stimabili, sia all’interno del Paese che su quelli limitrofi.

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Fig. 2      Lo sai che? Grafenrheinfeld, centrale termoelettrica nucleare, esercita dall’utility E.ON, si trova in Germania, Baviera – da giugno 2015 si è staccata dalla rete, 6 mesi prima della data pianificata con il Governo federale, per evitare di pagare la tassa sul combustibile (80 milioni di euro) necessario per completare l’ultimo periodo di funzionamento.

Mentre l’elettricità da fonte eolica e fotovoltaica è immessa nella rete tedesca a prezzi fissi ed in via prioritaria, quella proveniente dalle centrali alimentate da combustibili fossili (ed indirettamente anche quella dalle centrali nucleari) è sottoposta alla “dura” legge del mercato. E sul mercato tedesco le maglie si sono fatte assai strette negli ultimi 5 anni, tanto che oggi come oggi passa solo l’elettricità che vale circa 20 €/MWh – una bella differenza dai 60 €/MWh del 2011.

(Per i meno avvezzi a questo tipo di cifre forse vale la pena ricordare che stiamo parlando del prezzo relativo agli incassi dei produttori, e nello specifico di quelli nel campo non-FER [3]. Il costo per i consumatori tedeschi è ben altra cosa – e non trascureremo di parlarne, prossimamente.)

È dunque posta sotto minaccia l’esistenza stessa degli operatori di impianti convenzionali?

Secondo una ricerca commissionata dal Handelsblatt (quotidiano tedesco di economia e finanza) al Trend Research institute (istituto di ricerca di marketing), le centrali elettriche convenzionali e nucleari sono scese sotto la soglia critica di sottoproduzione, ed il loro utilizzo è destinato a diminuire ulteriormente nel giro di 5 anni. Quest’anno le centrali a gas, a carbone o lignite, e quelle nucleari che sono rimaste allacciate alla rete produrranno grossomodo 435 terawattora di elettricità, mentre sono state progettate e costruite per produrne almeno 521 all’anno (-17%) [4]. Entro il 2020, il divario negativo tra la capacità di generazione e la produzione effettiva è molto probabile che aumenti sino a raggiungere il 23%, un valore economicamente insostenibile.

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Fig. 3      Lo sai che? La Germania, nonostante la transizione energetica in atto, è ancora piena di centrali termoelettriche a carbone (hard coal) e lignite (brown coal), come si può vedere da una delle mappe interattive di carbonbrief.org. Fonte: screenshot dal post “Mapped: How Germany generates its electricity” del 20 settembre 2016, sul quale abbiamo riportato legenda e dati principali.

A tutto questo va aggiunto che gli sforzi della Germania per ottenere energia “più pulita” dipendono in larga misura dal supporto dei suoi vicini, e che sempre di più ne dipenderanno, al crescere dei gigawatt degli impianti FER. Quando la produzione immessa nella rete elettrica da fonte solare o eolica è alta, l’offerta può superare la domanda, costringendo i gestori tedeschi a scaricare il surplus di potenza elettrica nelle reti dei vicini. Quando la medesima produzione è tagliata dalle condizioni atmosferiche o dal semplice alternarsi del giorno e della notte, e non bastano a compensare le centrali termoelettriche tedesche, allora si “aprono le porte” all’elettricità dei vicini. In questo modo, tra back-up e dumping [5] i gestori svizzeri, francesi, olandesi, danesi, svedesi, polacchi, cechi ed austriaci compensano le intermittenze delle mega installazioni FER tedesche esercendo i propri impianti convenzionali e nucleari a livelli non economici.

Uno scenario preoccupante. Davanti al quale tuttavia qualcuno potrebbe anche giustamente obiettare con una semplice domanda: ma non è una buona notizia che i “magnati” dei combustibili fossili se la passino male?

Il problema è che pur attraversando un momento difficile, i fornitori di energia da fonti fossili in Germania occupano ancora un ruolo non solo strategico ma anche preponderante.

Per esempio, come enfatizza lo stesso Bundesministerium für Wirtschaft und Energie (BMWi – Ministero Federale per l’Economia e l’Energia), il carbone continua a svolgere un ruolo fondamentale nel mix energetico tedesco. In particolare, circa il 24% della generazione di energia elettrica viene dalla lignite autoctona, un altro 18% dal carbone fossile. Con il 5% fornito dal gas e qualche altro punto percentuale dal petrolio (passeranno mai di moda i motori diesel?) si arriva quasi a coprire la metà della produzione. L’altra metà è low carbon.

Peccato per le centrali nucleari già “chiuse”: con il loro semplice contributo, il paniere elettrico tedesco sarebbe già ora molto più conforme agli obiettivi iniziali della Energiewende [6].

Ci sono inoltre alcuni aspetti particolarmente interessanti nelle dinamiche che caratterizzano oggi ed andranno a delineare nei prossimi anni i confini della parte di torta “high carbon”. Con i “prezzi del carbonio” [carbon price] UE ETS bassi e con i prezzi del carbone fossile altrettanto bassi, carbone e lignite sono più vantaggiosi del gas per la produzione di energia elettrica. E così la Germania è incentivata a dare fondo alle proprie ingenti riserve di lignite, nonostante le emissioni di CO₂ più elevate legate all’utilizzo di tale fonte. Con buona pace del “Piano di Azione per il Clima” con il quale i tedeschi si erano impegnati a porre fine all’uso del carbone ben prima del 2050 –  come ci ricorda prontamente la World Nuclear Association, che segue passo passo le vicende della Energiewende, quasi tenendole il fiato sul collo. E non crediamo sia un caso che questo obiettivo sia stato abbandonato ufficialmente lo scorso settembre, senza fornire nuovi piani per eliminare dal carico di base (baseload) della produzione elettrica la componente lignite [7].

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Fig. 4      Centrali termoelettriche a lignite ancora operative in Germania, suddivise per età, “taglia” ed operatore. Totale: 61 unità in funzione, 20,8 GW di capacità netta di generazione. Fonte: Arthur D. Little, 2015

Riteniamo inoltre che King Coal, tolto qualche acciacco, non se la passi poi così male in Germania.

Un recente studio della Arthur D. Little [8] sembra in sintonia con il nostro sentiment. Nelle loro conclusioni Matthias von Bechtolsheim e Michael Kruse fanno alcune osservazioni importanti, riassumibili così: prima delle prossime elezioni (2017) non ci saranno azioni politiche anti-lignite e/o anti-carbone, e le difficoltà di attuazione del “Piano di Azione per il Clima” (legate anche ad alcune azioni legali, potenziali o già in corso) si potrebbero risolvere in un facile compromesso che permetta al Governo di raggiungere l’obiettivo principale in vista delle elezioni, vale a dire limitare nel breve periodo l’onere dei costi della Energiewende sulle imprese e sui consumatori.

E la lignite è molto economica, più del gas, come abbiamo già detto [9]; sembrerebbe quindi in grado di resistere ancora un po’ alla sfida con le super-incentivate FER; inoltre non può essere ulteriormente “tartassata”, se non attraverso un inasprimento del carbon emission scheme da stabilirsi a livello europeo.

Gli autori dello studio sul futuro della lignite fanno notare anche un altro aspetto politico della situazione energetica tedesca, che è a dir poco interessante. L’eliminazione dell’utilizzo del carbone e della lignite è una delle ragioni d’esistere del partito dei Verdi in Germania (dopo la lotta senza quartiere all’energia nucleare, ovvio!), e tale partito potrebbe avere un ruolo determinante nello schieramento del prossimo Governo federale; ciononostante una “coal-exit” o una “lignite-exit” sono un’impresa ardua non solo per motivi puramente tecnico-scientifici, o economici, ma anche amministrativi, legali e costituzionali: in poche parole non esiste alcuna “legge sulla lignite” come invece esiste una chiara “normativa nucleare”, in base alla quale si possono “semplicemente” spegnere da un momento all’altro tutte le centrali nucleari tedesche.

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Fig. 5      Lo sai che? La lignite è radioattiva. Ovviamente questa è un’immagine photoshoppata, e non esiste alcuna “lignite trasmutante”; tuttavia non va dimenticato che la concentrazione dei radionuclidi di origine naturale rende questo materiale più radioattivo di molti altri di uso comune [10].

(continua…)

Note:

[1]       Nel marzo 2011 erano operative in Germania 17 unità dislocate in 12 centrali. Le centrali di Brunsbüttel e Krümmel, comprese nel novero, erano però disattivate dal 2007 e non sono state più riattivate (fa eccezione un breve periodo di funzionamento nel 2009 per Krümmel).

A seguito dell’incidente di Fukushima il Governo federale tedesco dichiarò una moratoria di 3 mesi nei quali eseguire test e controlli stringenti su tutte e 17 le unità utilizzabili.

A fine lavori la Reaktor-Sicherheitskommission (RSK, Reactor Safety Commission – Commissione per la Sicurezza Nucleare) riferì che tutte le unità operative delle centrali nucleari tedesche erano sicure e “in salute”. Una garanzia evidentemente inutile, dato che il 30 maggio 2011, sotto la crescente pressione degli Stati federali caratterizzati da un’opinione pubblica di orientamento anti-nucleare, il Governo ripescò il piano di phase-out della precedente amministrazione e decise di “chiudere” tutte le centrali nucleari entro il 2022, di cui 8 unità da subito (6 più Brunsbüttel e Krümmel). Bundestag e Bundesrat approvarono praticamente “senza fiatare”.

Interessante notare che a stretto giro entrambe le Camere del Parlamento tedesco approvarono anche la costruzione di nuove centrali a carbone e a gas, nonostante la pretesa di mantenere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas-serra. Il tutto sotto il segno della Energiewende.

Inoltre ad oggi per nessuna delle unità in shutdown permanente esiste il benché minimo progetto federale di smantellamento; sono quindi considerate dai rispettivi esercenti come “in pausa”, in attesa che siano non solo ben definiti i termini del decommissioning ma anche quelli delle battaglie legali a contorno della (triste) vicenda.

Fonte principale: http://www.world-nuclear.org/information-library/country-profiles/countries-g-n/germany.aspx

A proposito di battaglie legali: http://planetsave.com/2016/10/12/swedish-utility-vattenfall-sues-germany-closure-brunsbuttel-krummel-nuclear-power-plants/

[2]       Grafenrheinfeld, PWR Siemens, 1275 MW(e) di capacità netta, della E.ON, in shutdown permanente da giugno 2015.

[3]       FER sta per Fonti di Energia Rinnovabile. Tra le “non-FER” viene annoverato anche il nucleare, sebbene sia arcinoto (ma non ci stancheremo mai di ricordarlo) che sia anch’essa una fonte di energia elettrica low carbon, ovvero è tra quelle che, tenuto conto dell’intero ciclo di vita di un impianto (LCA, Life Cycle Assessment), immettono in atmosfera – a parità di energia elettrica prodotta – un quantitativo di gas climalteranti inferiore per due ordini di grandezza rispetto alla lignite e al carbone. In particolare, le mediane degli studi analizzati attribuisce alle centrali nucleari un valore di emissioni di CO2 equivalente di poco superiori all’eolico e all’idroelettrico, e circa un terzo inferiore al solare fotovoltaico.
Fonti:
IPCC  WG III – Special Report on Renewable Energy Sources and Climate Change Mitigation, 2011, http://srren.ipcc-wg3.de/report/IPCC_SRREN_Full_Report.pdf

WNA Report – Comparison of Lifecycle Greenhose Gas Emissions of Various Electricity Generation Sources, 2011, http://www.world-nuclear.org/our-association/publications/online-reports/lifecycle-ghg-emissions-of-electricity-generation.aspx
[4]       Per questo nostro pezzo, ove non diversamente specificato, la fonte dei dati è “Electricity Prices in Free Fall“ di Jürgen Flauger e Franz Hubik, articolo apparso sul Handelsblatt il 23 marzo 2016.

Per avere un’idea della gravità della situazione abbiamo fatto due conti. La potenza di generazione netta delle centrali termoelettriche convenzionali e nucleari in Germania nel 2016 ammonta a circa 89 GW; per cui un obiettivo minimo di 521 TWh/anno significa mantenere un fattore di carico medio pari a circa il 67%; una previsione di 435 TWh/anno significa invece che il valore medio atteso del fattore di carico è molto più basso, ossia circa il 56%. In altre parole, se quest’ultima previsione per il 2016 dovesse essere confermata dalla produzione effettiva delle centrali, facendo un paragone con un impiegato medio che lavora circa 2000 ore all’anno, potremmo dire che sono state 5 mesi in ferie “forzate”.

[5]       Per approfondire consigliamo i grafici interattivi del Fraunhofer-Institut für Solare Energiesysteme (Fraunhofer ISE), che visualizzano nel dettaglio lo storico delle importazioni ed esportazioni di elettricità in Germania.

[6]       Il “parco nucleare” tedesco pur dimezzato continua a fornire un buon 16% dell’energia elettrica (87,07 TWh su un totale di 559,22 TWh, nel 2015), ovvero circa l’8% dell’energia primaria. Fonte: Fraunhofer ISE, 2016 e BMWi, 2015

[7]       Quantomeno non se ne parla prima del 2040, come ha dichiarato recentemente il Ministro dell’Economia, Sigmar Gabriel.

[8]       Matthias von Bechtolsheim e Michael Kruse, “The future of lignite power  – A viewpoint on the Energiewende and its impact on lignite power“, Arthur D. Little, 2015

[9]       A proposito, apprendiamo dalla divisione Platts della Standard & Poors che le esportazioni di Gazprom verso la Germania hanno registrato un +28% nel periodo 9/2015 – 9/2016.

[10]     Esistono numerosi studi che analizzano i dati, raccolti nelle cave di lignite e nelle centrali termoelettriche che usano questo combustibile naturalmente radioattivo, al fine di monitorare l’esposizione dei lavoratori e delle popolazioni residenti nelle zone limitrofe. La concentrazione dei radionuclidi, tipicamente isotopi del Radio, Torio e Potassio, varia a seconda dei casi ed è maggiore nelle ceneri sottoprodotto della combustione.

La pericolosità di questo tipo di contaminazione dell’ambiente è un argomento “da trattare con i guanti”, e che non è possibile esaurire in poche righe. Per il momento ci limitiamo a proporre una selezione di studi da consultare per chi volesse eventualmente farsi un’idea. Con una raccomandazione. Per un utile confronto, consultate queste fonti tenendo a portata di mano i valori della contaminazione radioattiva risultante dall’incidente di Fukushima:

Mara Hvistendahl, “Coal ash is more radioactive than nuclear waste”, Scientific American, Dec. 13, 2007

Hasani et al. “Naturally occurring radioactive materials (NORMs) generated from lignite-fired power plants in Kosovo”, Journal of Environmental Radioactivity 138 (2014) 156-161

N.R. Greiner, P. Wagner, “Natural radioactivity in lignites and lignite ash: Final report”, Los Alamos National Lab., NM (USA), 1987

Füsun Çam et al. “The natural radioactivity contents in feed coals from the lignite-fired power plants in Western Anatolia, Turkey”, Radiation Protection Dosimetry (2010), Vol. 142, No. 2–4, pp 300-307, doi:10.1093/rpd/ncq210

Saracevic et al. “The natural radioactivity in vicinity of the brown coal mine Tusnica – Livno, BiH”, Radioprotection, Volume 44, Number 5 (2009), http://dx.doi.org/10.1051/radiopro/20095062