Visita alla Centrale Nucleare di Krsko: sold out!

Ebbene sì, siamo al completo anche per la terza visita alla Centrale Nucleare di Krsko (Slovenia) in programma per l’8 ottobre, dopo le precedenti edizioni di gennaio e giugno.
La lista di attesa per una quarta visita, prevista per il prossimo inverno, si allunga di ora in ora segno che l’interesse per questo tipo di iniziative è elevatissimo e ci sono tante persone appassionate, curiose, che desiderano conoscere questa realtà informandosi “alla fonte”.
Si continua così, e vi anticipiamo che stiamo mettendo in cantiere anche altre destinazioni, per accontentare proprio tutti. Rimanete sintonizzati!

Visita del 2 giugno 2015
Visita del 30 gennaio 2015

 

 

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Due parole sulla questione iraniana

[parte quinta ed ultima]

Un tentativo di conclusione – Quis custodiet ipsos custodes?

Alla notizia della firma degli accordi di Vienna gli iraniani si sono riversati in strada per festeggiare. Ci piacerebbe pensare che esistano sostenitori della tecnologia nucleare per usi civili più “sfegatati” di chi scrive qui; ma bisogna riconoscere che è più probabile siano stati mossi dalla speranza di vivere l’inizio di una rinascita economica liberati dal giogo dell’embargo. Senza essere prosaici, si deve ugualmente riconoscere che con ogni probabilità i nuovi accordi sul nucleare iraniano non sono la panacea per tutti i problemi di quel Paese, e che sussistono vincoli assai più pesanti alla libertà economica dei suoi abitanti – per tacere delle altre.
In aggiunta l’Iran si appresta a rientrare in gioco nel mercato globale in un momento di particolare riassetto.
Il quadro della situazione è complesso; proviamo ad individuare alcuni tratti salienti.
I volumi del commercio internazionale sono in contrazione da tempo.
Il mercato azionario sta subendo le conseguenze inintenzionali di quello che Mario Seminerio definisce in modo pungente su phastidio.net lo “spregiudicato esperimento cinese”: una bolla alimentata negli ultimi anni dall’indebitamento dei privati cittadini spronati dal governo centrale si è ora palesata incompatibile con l’evidente rallentamento di un Paese “afflitto da sovraccapacità produttiva”.
Il prezzo del petrolio sotto i 50 dollari al barile non sembra più raggelare gli spiriti dei “trivellatori folli” che si sono lanciati nella corsa allo shale-oil, e che, come racconta Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, “hanno scoperto di poter tagliare i costi e aumentare la produttività in una maniera impensata prima”.
È notizia recente che la Russia si sta riavvicinando all’Arabia Saudita. Sul tavolo dei negoziati ci sono molti gigawatt di capacità elettronucleare e molte tonnellate di armamenti convenzionali e petrodollari. (Due mesi fa il presidente Vladimir Putin ed il principe Mohammed bin Salman si sono incontrati al St Petersburg International Economic Forum; nella stanza si aggirava un “elefante persiano”.)
Infine Israele. Cosa farà lo Stato di Israele? Per ora sono pervenute alcune rimostranze ufficiali, alle quali con ogni probabilità si aggiungeranno forti pressioni all’interno del Congresso degli Stati Uniti d’America. Difficile stabilire quali altre iniziative potrebbero essere prese; difficile altresì escludere che verranno valutate azioni indipendenti, preventive e capillari, che potrebbero avere anche esiti disastrosi [10].
Dunque la partita dei negoziati non è del tutto chiusa.
In particolare, Capitol Hill ad oggi non ha ancora approvato quanto firmato dal presidente degli Stati Uniti d’America. E sono stati sollevati dubbi di costituzionalità sul fatto che la firma del presidente abbia preceduto una accurata disamina dei documenti da parte del Congresso.
In attesa del voto del Congresso, fissato per settembre, il capo della Casa Bianca è già partito all’attacco affermando che “sprecare questa opportunità sarebbe un errore storico” e che “un rifiuto del Congresso lascerebbe una sola opzione alternativa: un’altra guerra in Medio Oriente”.

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Tuttavia, anche i più accaniti sostenitori dell’Iran Deal a Washington D.C. riconoscono che “nessuno può biasimare Israele per essere profondamente scettico”, e preferiscono concentrare l’attenzione su alcuni punti fondamentali che passeremo in rassegna qui di seguito.
Gli esperti di armamenti al servizio della Casa Bianca sostengono giustamente che l’elemento forte dell’Iran Deal è il nuovo regime di ispezioni. Gli ispettori infatti terranno sotto controllo le miniere di uranio e le fabbriche dove è trattato, ogni singola centrifuga nel Paese, così come le macchine che potrebbero essere utilizzate per fabbricare una centrifuga, nondimeno le importazioni di tecnologie che potrebbero servire per costruire una di queste macchine. In questo modo “la probabilità di essere scoperti è vicina al cento per cento”. Ed una volta “tanati”, la punizione sarebbe rapida e certa.
Inoltre – ricordano i pro-deal che stanno facendo quadrato a Capitol Hill – se una delle parti coinvolte dovesse convincersi che l’Iran sta barando, potrebbe rivolgersi subito al comitato congiunto che è responsabile dell’esecuzione degli accordi. E se non fosse soddisfatta delle decisioni di tale commissione, potrebbe recarsi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove gli Stati Uniti potendo porre il proprio veto a qualsiasi risoluzione sarebbero in grado di forzare l’ONU a riproporre nuove sanzioni.
Questo vale anche se l’Iran dovesse cercare di bloccare gli ispettori in qualche modo. Bloccare gli ispettori significherebbe infatti far saltare l’accordo: sarebbe una dimostrazione di tradimento, anche senza che il Mondo colga l’Iran in flagrante.
In ogni caso, con gli accordi in vigore il Governo iraniano ha ceduto così tanto del suo programma nucleare che occorrerebbe un anno intero per completare un eventuale imbroglio – ossia per avere materiale sufficiente per una bomba, anche con tutte le cascate di centrifughe a pieno regime. Questo significa che il Mondo dovrebbe avere tempo sufficiente per “venire, vedere e vincere”.
In conclusione, l’Iran Deal avrà effetti positivi se e solo la AIEA sarà messa in grado di eseguire tutte le ispezioni e verifiche necessarie con la massima libertà e severità. I P5+1 vigileranno e custodiranno l’operato dell’agenzia; ma questi “custodi” sono gli stessi che negli ultimi 40 anni hanno favorito e sostenuto in vario modo ed a fasi alterne i programmi nucleari civili dell’Iran e dei Paesi limitrofi (in alcuni casi anche quelli non civili – e.g. in Pakistan).
Alla domanda provocatoria “chi controllerà i controllori?” forse non si potrà mai rispondere. Forse in questo caso semplicemente si controlleranno tra di loro; di sicuro al momento the jury is still out, ed è consigliabile attendere i primi sviluppi, che non dovrebbero tardare oltre l’autunno prossimo.
Nel frattempo, appena dieci giorni dopo la firma a Vienna, l’AEOI ha annunciato che a partire dal 2018 la Cina costruirà, sulla costa sud-orientale del Golfo di Oman, due delle prossime quattro centrali nucleari che sono già nei piani dell’Iran. Ed i Russi della TVEL (sussidiaria della società statale Rosatom) hanno già consegnato il combustibile nucleare fresco prodotto a Novosibirsk per il rifornimento programmato a Bushehr-1 in questi giorni.
In definitiva, ci rimane solo da augurarci che si sia aperto un passaggio verso nuovi orizzonti meno cupi, orizzonti che per ora si possono solo intravedere.

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Note:

[10]Per farsi un’idea. In circa sei anni dal 2001 al 2007 la Siria costruì un reattore nucleare raffreddato a gas e moderato a grafite, a Dair Alzour, un sito remoto sul fiume Eufrate vicino a Al Kibar. L’impianto aveva una configurazione sospetta: un reattore da 25 MWth con accanto scambiatori di calore e piscina per il combustibile esausto, ma nessun generatore a turbina. Prima che fosse caricato il combustibile, il reattore fu danneggiato in modo irreparabile da un attacco aereo israeliano nel settembre 2007. I siriani demolirono in quattro e quattr’otto quel che rimaneva. Un lavoro “pulito” – non c’è che dire.

Per consultare le fonti ed approfondire:

Oltre alle fonti già linkate nel testo, a chi non ne avesse avuto abbastanza consigliamo una serie di ulteriori approfondimenti qui di seguito elencati in ordine sparso.

Il testo completo dell’Iran Deal: “Joint Comprehensive Plan of Action. Vienna, 14 July 2015”.

Una guida semplificata fornita da The New York Times: William J. Broad, Sergio Peçanha. “The Iran Nuclear Deal – A Simple Guide”.

Lo storico accordo spiegato nei dettagli sul sito della Casa Bianca: “Iran Deal Facts”.

La parola agli esperti: Michael R. Gordon. “Verification Process in Iran Deal Is Questioned by Some Experts”. The New York Times. July 22, 2015.

Alcuni suggerimenti della Federation of American Scientist: “Six Achievable Steps for Implementing an Effective Verification Regime for a Nuclear Agreement with Iran” – Nuclear Verification Capabilities Independent Task Force of the Federation of American Scientists. Second Report. August 6, 2015.

Qualche dubbio a caldo: Armin Rosen. “The Iran agreement didn’t deal with these 2 huge issues”. Business Insider UK. July 14, 2015.

Il mistero (?) di Parchin: Jonathan Marcus. “’Blast’ deepens mystery of Iran’s Parchin military complex”. BBC News. October 9, 2014.

Il piatto forte di Cheryl Rofer, sul menù à la carte del Nuclear Diner: “Why I Support The Iran Deal”.

Un articolo leggermente controcorrente: Niall Ferguson. “The Iran Deal and the ‘Problem of Conjecture’”. The Wall Street Journal. July 24, 2015.

Aperture internazionali e dissidi interni. Capitol Hill v. White House: Julian Hattem. “White House on defense after Security Council vote on Iran”. The Hill. July 20, 2015.

Il profilo completo del Paese dal punto di vista nucleare, sul sito della WNA: “Nuclear Power in Iran”.

L’occhio della CNN sull’Arabia Saudita: Maha Hosain Aziz. “How Saudi Arabia can avoid an energy crisis”. Global Public Square Blogs. CNN. August 7, 2015.

Futuro nucleare in Egitto, secondo la American Academy of Art & Sciences: Mohamed I. Shaker. “Nuclear power in the Arab world & the regionalization of the nuclear fuel cycle: an Egyptian perspective”.

Due parole sulla questione iraniana

[parte quarta]

Sicurezza energetica mediorientale

L’Iran non è l’unico Paese del Medio Oriente ad aver imboccato la via nucleare. Gli Emirati Arabi Uniti (UAE) sono in piena fase di costruzione già da qualche tempo con una buona tabella di marcia, e negli ultimi anni l’Arabia Saudita, la Turchia e l’Egitto hanno compiuto notevoli passi in avanti per arrivare ad alimentare il proprio sviluppo economico utilizzando tra le altre fonti energetiche anche quella nucleare.
Questi sviluppi sono indubbiamente fonte di preoccupazione per molti e svariati motivi – principalmente perché, come abbiamo visto, si tende ad immaginarli come una sorta di messa in scena dietro le cui quinte avvengono le grandi manovre in vista dell’unico vero obiettivo finale: la corsa agli armamenti nucleari. Tuttavia, è importante ricordare che esiste una base legittima per questi Stati, sulla quale coltivare il “desiderio di energia nucleare”.
A tutti gli effetti, l’energia nucleare sembra esercitare un fascino irresistibile in Medio Oriente, una regione che si trova di fronte a sfide di sicurezza energetica sempre più performanti. La scarsità d’acqua e l’aumento della domanda di energia elettrica mettono a dura prova le reti di approvvigionamento. Nel frattempo le risorse note di combustibili fossili tendono a diminuire, ed anche nei Paesi più ricchi di idrocarburi, questi sono molto più preziosi per l’esportazione che per l’autoconsumo.

L’Arabia Saudita incarna perfettamente questa realtà. Lì, una combinazione di crescita della popolazione e della domanda ha messo sotto pressione il mercato dell’energia. Dal 2000 al 2012, il Paese ha visto aumentare del 30% il consumo di energia pro capite. Attualmente l’Arabia Saudita è il principale produttore e consumatore di energia elettrica tra gli Stati del Golfo. La produzione è abbastanza equamente divisa tra le due fonti fossili, petrolio e gas. La capacità è di oltre 30 GWe. La domanda è in crescita dell’8% all’anno, e quella di punta dovrebbe raggiungere i 60 GWe entro il 2020. Inoltre, l’Arabia Saudita è l’unico Paese nella regione ad avere una frequenza di rete pari a 60 Hz, il che limita fortemente le potenzialità di interconnessione. E la situazione può solo “peggiorare”: il Governo s62audita già prevede la necessità di un aumento del 107% nella produzione di elettricità entro il 2032; altri stimano un aumento del 250% entro il 2028.
Anche se il Regno saudita produce circa 10 milioni di barili di petrolio al giorno, attualmente la forte domanda lo costringe a bruciare più di un quarto del suo approvvigionamento sul mercato interno, il che costituisce una perdita enorme per un Paese che ottiene il 90% dei suoi ricavi dalla vendita di petrolio – indipendentemente dal fatto che l’attuale tasso di produzione sia in molta parte imposto da strategie geopolitiche più che dall’effetto domanda-offerta, come alcuni sostengono. Infine, esiste un crescente consenso attorno alla previsione che nel prossimo decennio i sauditi andranno incontro ad una situazione del tutto nuova, caratterizzata dalla penuria di petrolio. E questo non fa che rafforzare la necessità di un diverso percorso sulla via dello sviluppo economico.
Le centrali nucleari potrebbero costellare questo nuovo percorso; dato che in molte parti del mondo e da almeno 40 anni si sono dimostrate in grado di fornire in modo costante e significativo “energia domestica” a basso costo rispetto ad altre fonti, tra cui i combustibili fossili.
Guardando cosa sta succedendo negli Emirati Arabi Uniti il quadro della situazione si fa più chiaro. Anche qui le riserve di combustibili fossili forniscono entrate sostanziali grazie alla loro esportazione; mentre la domanda di energia elettrica è in aumento – dovrebbe raddoppiare tra il 2010 e il 2020 a causa dell’implementazione di sistemi di desalinizzazione, della massiccia crescita industriale ad alta intensità energetica e dell’aumento della popolazione. Sempre più spesso, dunque, gli UAE dovranno affrontare la tensione tra la volontà economica di mantenere elevate le esportazioni di energia e la necessità di soddisfare la domanda interna. Inoltre, il Paese conta già parzialmente sulle importazioni, acquistando in media quasi 60 milioni di metri cubi di gas naturale all’anno dal Qatar. Ed il Qatar, come molti altri Paesi produttori di gas naturale, negli ultimi anni ha visto aumentare il numero degli acquirenti ed il volume dei loro acquisti. Pertanto, di fronte ad una “insufficienza di offerta” in crescita per quanto riguarda il gas naturale, gli Emirati Arabi Uniti hanno trovato nell’energia nucleare una soluzione di primordine, definendola “pratica, commercialmente valida e pulita”.
Spostando lo sguardo un po’ più a Nord-ovest troviamo la Turchia. Anche qui il percorso logico seguito per approdare all’utilizzo dell’energia nucleare si è concentrato sul tema della sicurezza energetica. Attualmente il 33% dell’energia del Paese viene importato dalla Russia e il 17% dall’Iran. E come i suoi “vicini” di cui sopra, la Turchia sta vivendo una rapida crescita economica accompagnata dalla crescente domanda di energia, triplicata tra il 1992 e il 2012 [8].
Un ragionamento del tutto simile è quello che ha portato il Regno di Giordania ad accordarsi con gli esperti di tecnologia nucleare di vari Paesi, tra cui spicca la Russia – che tra le altre cose nella vicina Armenia a suo tempo costruì una centrale nucleare a Metsamor, tuttora in funzione per metà (i.e. una unità su due) [9].
Infine, anche in Egitto lo schema si ripete: benché il Paese sia piuttosto indipendente dal punto di vista energetico, presto avrà bisogno di un supplemento. I giacimenti di gas naturale dovrebbero essere svuotati entro il 2044, le sue riserve di petrolio esaurite entro il 2025. Una centrale nucleare da 1000 MWe potrebbe da sola far risparmiare all’Egitto quasi 2 miliardi di metri cubi di gas naturale (o 2 milioni di tonnellate di petrolio) all’anno – numeri eloquenti.

(continua…)

Note:

[8]Nelle nuove dinamiche Iran-Occidente, che nasceranno dall’attuazione degli accordi sul nucleare, sarà da tenere in grande considerazione la volontà espressa dalla Turchia di portare il gas iraniano in Europa – in linea con gli sforzi da tempo messi in atto da quel Paese per diventare un polo energetico fondamentale nel corridoio Est-Ovest.

[9]La storia della produzione elettronucleare in Armenia offre materiale di studio molto interessante, che potrebbe essere utilizzato, per esempio, per analizzare gli effetti di una “decrescita imposta”.