Due parole sulla questione iraniana

[parte terza]

Il nido della minaccia

Visti i ripetuti fallimenti del vecchio programma nucleare civile ed i contratti in vigore nell’unica centrale completata e funzionante qualcuno potrebbe ragionevolmente chiedersi dove si annidi la minaccia nucleare iraniana.
Il mistero è presto svelato. Ci arriviamo in tre passi.

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“Primo passo”: come avrà giustamente notato il lettore più attento, nel capitolo precedente abbiamo trascurato del tutto la storia delle centrifughe, la cui drastica riduzione è un punto cardine dell’accordo firmato a Vienna. Rimediamo ora.
Sin dall’inizio della sua avventura nucleare l’Iran ha sempre progettato di sviluppare la propria capacità di arricchimento dell’uranio, e l’ha sempre fatto pensando in grande. Dalla fine degli anni ’70 questi programmi sono stati ripetutamente e pesantemente censurati dalle Nazioni Unite – anche perché, come abbiamo visto, non vi è evidenza alcuna di un qualche scopo commerciale.
Nel 1974, l’Iran si impegnò a prestare 1,18 miliardi di dollari alla Commissione francese per l’Energia Atomica allo scopo di finanziare la costruzione dell’Eurodif, un impianto multinazionale di arricchimento a Tricastin, assicurandosi il 10% del patrimonio dell’impresa, ovvero il diritto al 10% della produzione. La parte del prestito già versata fu rimborsata con gli interessi nel 1991, senza che l’impianto avesse mai consegnato un solo grammo di uranio arricchito all’Iran. Infatti il nuovo governo post-rivoluzionario nel 1979 aveva annullato i suoi accordi con l’Eurodif e cessato ogni pagamento.
In realtà, nel 1991 l’Iran avrebbe preferito non essere rimborsato; sembrava infatti essersi risvegliato con nuove ambizioni nucleari, e chiedeva la consegna della quota di uranio arricchito che gli sarebbe spettata in base al contratto originale. La Francia si rifiutò, ufficialmente a causa delle sanzioni politiche già allora in vigore – evidentemente era del tutto svanito il ricordo dei bei giorni felici a Neauphle-le-Château [4].

61L’Iran vide in questo rifiuto una prova della inaffidabilità delle forniture estere di “combustibile” nucleare – e fino all’altro ieri si è fatto forte dell’esperienza negativa dell’Eurodif per giusitficare la necessità di raggiungere una propria “indipendenza nucleare” attraverso lo sviluppo di tutti gli elementi del ciclo del combustibile.
All’inizio di questo secolo iniziò dunque la costruzione a Natanz, a 80 km a sud est di Qom, di un impianto di arricchimento piuttosto sofisticato. Il Governo iraniano si dimenticò però di dichiarare i lavori in corso all’AIEA; finché un gruppo dissidente identificò il sito nel 2002 e ne sbandierò l’esistenza ai quattro venti.
La facility di Natanz è nota come Impianto Pilota di Arricchimento del Combustibile (Pilot Fuel Enrichment Plant – PFEP), ed è eretta al di sopra del suolo. Tuttavia, sempre a Natanz è stato costruito ed attrezzato anche un ampio sotterraneo, dove è possibile produrre uranio arricchito. Questo secondo impianto è stato denominato semplicemente FEP. Tutte le operazioni a Natanz erano già sottoposte al controllo internazionale prima dei nuovi accordi, ma il monitoraggio era vincolato: gli ispettori non potevano accedere agli impianti ed agire là del tutto liberamente.
A seguito di un campionamento effettuato nel mese di maggio del 2010 i risultati confermarono che entrambi gli impianti di arricchimento operavano come dichiarato – in particolare il FEP producendo LEU con livelli inferiori al 5% di arricchimento [2].
Entrambi gli impianti sono provvisti di centrifughe disposte a cascata. Presso il PFEP due cascate sono state progettate per la produzione di LEU arricchito di U235 fino al 20%, apparentemente per il reattore di ricerca di Teheran (TRR) – ufficialmente l’intero impianto è dichiarato essere destinato ad attività di Ricerca e Sviluppo.
Durante l’ispezione di cui sopra, si venne a sapere che nel mese di febbraio dello stesso anno circa 1950 kg di LEU erano stati prelevati dal FEP e portati al PFEP. L’AIEA reagì affermando che riguardo alle operazioni al PFEP era necessaria una revisione completa delle garanzie sino ad allora offerte. Si concordò dunque per una maggiore sorveglianza e controlli più severi. Il 23 giugno 2011 l’AEOI (Atomic Energy Organisation of Iran) dichiarò una capacità produttiva pari a 5 kg di “LEU-20%” al mese, contro una richiesta del TRR pari a 1,5 kg di “carburante” al mese. In seguito l’AIEA riferì che i tassi di produzione mensile di “LEU-20%” erano aumentati in modo significativo.
Non si trattava del primo campanello d’allarme, ma dell’ennesimo.
Negli ultimi 15 anni le centrifughe a Natanz sono diventate diverse migliaia, molte sono entrate in funzione prima di essere dichiarate all’AIEA, altre sono state installate apparentemente senza mai entrare in funzione, altre ancora sono state pianificate. Alle “cascate di Natanz” si sono aggiunte dal 2006 (ufficializzate solo nel 2009) quelle di Fordow, nell’omonima base militare sita a circa 20 km a nord di Qom. (Qui le centrifughe sono disposte tutte in un complesso di tunnel sotterranei, e nel 2012 risultavano produrre mediamente 10,6 kg/mese di esafloruro di uranio arricchito al 19,75%.) Non bastassero, dal 2003 sono in corso studi su metodi di arricchimento basati sui laser presso i laboratori di Lashkar Ab’ad, sembrerebbe con ottimi risultati – secondo gli iraniani, che però non hanno condiviso molte informazioni a riguardo.
Insieme a tutti questi impianti di arricchimento l’Iran può “schierare” qualche risorsa mineraria (più che altro riserve stimate in modo approssimativo) e le strutture di Esfahan (Isfahan). Qui, l’Esfahan Nuclear Technology Center (ENTC), come evidenziato dall’Institute for Science and International Security (ISIS – uno strano caso di omonimia), è perfettamente attrezzato per le operazioni di conversione e trattamento dell’uranio che caratterizzano il processamento del “combustibile” nucleare [5].
Detto questo, siamo (finalmente) pronti per il “secondo passo”.
Negli ultimi tre anni la preoccupazione internazionale attorno alla filiera nucleare iraniana è cresciuta con l’aumentare delle attività concernenti l’arricchimento dell’uranio fino al 20% di U235. Ed è presto spiegato il perché: in termini di Unità di Lavoro Separativo (ULS) – ovvero di energia spesa, quel tipo di prodotto è anche potenzialmente materiale pronto al 90% per un ordigno nucleare [6]. E sebbene aver prodotto del “LEU-20%” non significhi automaticamente trovarsi a circa il 90% del percorso temporale per arrivare alla bomba, significa tuttavia avere bisogno solo di un piccolo impianto, magari clandestino, per colmare il divario.
Ragionando in termini di tempo e tenendo conto di tutte le condizioni al contorno, nello scenario più favorevole l’Iran ad oggi si troverebbe a circa 3 mesi dal realizzare una bomba atomica – se mai lo volesse fare. Applicando invece gli accordi sottoscritti, si troverebbe a circa 1 anno dal medesimo obiettivo. Un periodo di tempo di solito sufficiente per prendere decisioni sensate e “fare qualcosa”.
Infine, il “terzo passo” ci porta al reattore di Arak (IR-40).
Si tratta di un reattore moderato ad acqua pesante da 40 MW, “alimentato” con uranio naturale. Ufficialmente dovrebbe sostituire il vecchio reattore di Teheran per la produzione di radioisotopi a scopi di ricerca o per uso medico/industriale. La costruzione è in corso da tempo, e l’impianto incompleto è stato “inaugurato” nel mese di agosto del 2006. Tre anni dopo era completo solo al 63%, e si prevedeva di installare il recipiente del reattore nel 2011. A luglio 2011 l’AEOI segnalò uno stato di avanzamento dei lavori pari al 75%. Ufficialmente il Governo iraniano ha posto il reattore sotto la salvaguardia dell’AIEA, e l’IR-40 è stato oggetto di ispezioni. Tuttavia, a partire dal 2006 l’Iran ha rifiutato di fornire informazioni all’AIEA sulla progettazione di dettaglio, impedendo di fatto che fossero dissipate le preoccupazioni riguardo allo scopo specifico.
Il problema è che il design dell’IR-40 (made in Russia) è molto simile a quello dei reattori utilizzati da India e Israele per produrre plutonio per le armi nucleari [7].
In aggiunta, esiste ed è funzionante ad Arak un impianto di produzione di acqua pesante, dove all’AIEA è stato negato l’accesso dal 2011 al novembre 2013.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha chiesto che i lavori di costruzione dell’IR-40 (mai completati) cessino definitivamente, anche se a febbraio 2014 l’AEOI ha dichiarato che la produzione prevista di 9 kg/anno di plutonio non sarebbe mai stata del tipo weapons grade [8].
Con il nuovo accordo, la Cina si è subito impegnata a modificare radicalmente il reattore di Arak, in modo da eliminare qualsiasi sospetto sulla produzione del plutonio.

(continua…)

 

Note:

[2]Con arricchimento dell’uranio si intende il processo che porta all’aumento del contenuto di U235 in una data massa di uranio. In natura, fatta eccezione per i casi di “fissione naturale”, come nel “geo-reattore” di Oklo, tipicamente il radioisotopo U235 è presente con una concentrazione pari allo 0,72%. Aumentando tale concentrazione, ossia arricchendo l’uranio naturale (NU), si ottengono principalmente tre tipi di prodotti: il Low-enriched Uranium (LEU) 3-5%, che viene utilizzato soprattutto nei reattori moderati ad acqua leggera (LWR) pressurizzati o bollenti (reactor grade); il LEU 12-20%, che viene utilizzato nei reattori di ricerca e per la produzione di radioisotopi per la medicina nucleare o l’industria in generale; e l’Highly Enriched Uranium (HEU) 90%, l’unico adatto per la fabbricazione di ordigni nucleari (weapons grade). Esiste anche lo Slightly Enriched Uranium (SEU) 0,9-2%, che nei reattori moderati ad acqua pesante può rimpiazzare il NU (e.g. nei CANDU).

[4]Ridente cittadina situata nel dipartimento degli Yvelines, nella regione dell’Île-de-France. Fu assai frequentata nella seconda metà degli anni ’70, quando una certa intellighenzia vi si riuniva per godere della compagnia di monsieur Khomeini.

[5]Ad Isfahan la produzione è stata interrotta nel 2014 rispettando i termini del Joint Action Plan che ha preceduto i nuovi accordi appena stipulati. Il sito ospita anche tre piccoli reattori di ricerca, costruiti con l’aiuto dei cinesi.

[6]A novembre 2014 l’Iran aveva prodotto un totale di 13.397 kg di esafluoruro di uranio arricchito fino al 5%, di cui 8390 kg erano rimasti in quella forma, ed il resto era stato ulteriormente elaborato. In precedenza il tasso di produzione era di circa 233 kg/mese. Grosso modo 3437 kg di LEU-5% sono stati utilizzati per produrre 448 kg di LEU-19,75% negli impianti PFEP (Natanz) e FFEP (Fordow), superando di gran lunga le esigenze per il reattore di ricerca di Teheran (TRR). A maggio 2015 l’Iran risultava avere a disposizione circa 260 kg di materiale trasformabile in circa 56 kg di uranio weapons-grade con il contributo di sole 1800 ULS (con un tasso di produzione facilmente incrementabile utilizzando la capacità già installata).

[7]In realtà tutti i reattori moderati ad acqua pesante offrono preoccupazioni di questo tipo, in quanto la moderazione con deuterio favorisce la trasmutazione U238-Pu239: assorbendo un neutrone l’isotopo U238 diviene U239 e decade rapidamente in Pu239 con un processo a soli 2 step.

[8]Il plutonio weapons grade presenta una concentrazione dell’isotopo Pu239 tipicamente pari a circa il 93%.

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Due parole sulla questione iraniana

[parte seconda]

Dopo una breve illustrazione degli accordi firmati lo scorso 15 luglio, ed in attesa di aggiornamenti da parte della AIEA sulle informazioni ricevute il 15 agosto, facciamo un passo indietro di qualche decennio per ripercorrere le principali tappe dell’avventura nucleare iraniana.

Breve storia del nucleare civile iraniano

Nel 1957 l’Iran aderì subito al programma internazionale “Atomi per la Pace” lanciato dal Presidente degli Stati Uniti d’America Dwight D. Eisenhower.
Nel 1974 lo Scià annunciò un obiettivo di 23 GWe di capacità elettronucleare con lo scopo di liberare gas e petrolio per l’esportazione. Furono allora firmati accordi preliminari con Siemens-KWU e Framatome per quattro centrali nucleari.
L’anno successivo i tecnici della Siemens-KWU iniziarono la costruzione di due unità PWR da 1293 MWe (capacità lorda) 18 km a sud di Bushehr, nel Golfo Persico, basandosi sul design del reattore Biblis B, che stavano completando in Germania. Dopo la Rivoluzione Islamica, i pagamenti furono interrotti e il lavoro fu abbandonato nel 1979, con l’unità 1 sostanzialmente completa e la 2 a metà. L’impianto fu danneggiato da attacchi aerei iracheni nel 1984-88 durante la Jang-e-tahmīlī – la “Guerra Imposta”, come è chiamata in persiano.

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In origine il piano del 1974 prevedeva la costruzione di 4 unità a Bushehr, poi 2 a Isfahan, 340 chilometri a sud di Teheran, ed infine 2 a Saveh, vicino a Teheran. Le centrali di Isfahan e Saveh dovevano essere tutte composte da unità da 1300 MWe con raffreddamento a secco, ossia utilizzando torri di raffreddamento a secco – sarebbero stati i primi grandi impianti nucleari ad utilizzare questa tecnologia.
Il contratto con i francesi di Framatome, che avrebbero dovuto costruire 2 unità da 910 MWe a Darkhovin, sul fiume Karun vicino al confine con l’Iraq, fu annullato nel mese di aprile del 1979 a poche settimane dall’inizio della costruzione. I componenti già pronti della centrale rimasero in Francia, per finire a Gravelines C (unità 5 e 6, entrate in funzione nel 1985). Nel 1992, la Repubblica Islamica dell’Iran ci provò di nuovo e firmò un accordo con la Cina, questa volta per la costruzione di due unità da 300 MWe; ma i cinesi si tirarono fuori prima della cantierizzazione, e non se ne fece più nulla.
Sempre nel 1992 il Governo iraniano si accordò con quello della neonata Federazione Russa per il “restauro” di Bushehr. Due anni dopo la AEOI concordò con la Minatom un progetto che prevedeva l’utilizzo delle strutture, delle apparecchiature e delle infrastrutture ancora in piedi: l’unità 1 sarebbe stata completata trasformandola in un’unità VVER-1000. Il contratto fu firmato nel gennaio del 1995. I lavori si trascinarono per 16 lunghi anni tra problemi tecnici di vario genere (le trasformazioni di impianti per la generazione di potenza elettrica si rivelano assai spesso più complesse ed onerose di quanto previsto in partenza); non mancarono ostacoli di natura politica, come per esempio il rifiuto dei tecnici tedeschi di fornire supporto ai russi, che in questo modo si trovarono persino a dover certificare in modo indipendente diversi componenti e sistemi a loro del tutto sconosciuti; nè quelli di natura burocratica: dal 1975 i requisiti degli standard di sicurezza nucleare erano diventati più severi, e la AIEA vigilava scrupolosamente. Le difficoltà si fecero sempre più opprimenti e ad un certo punto si raggiunse la saturazione: con lo stallo dei lavori si pensò seriamente a mollare tutto. Era il 2007.
Tuttavia, la Atomstroyexport (ATE), che aveva assunto la direzione dei lavori di ri/costruzione, non si diede per vinta. Allo scopo di completare i lavori convinse il Governo iraniano a rimandare la parte del progetto concernente gli impianti di desalinizzazione [3], e soprattutto ad impegnarsi a restituire gratuitamente il combustibile nucleare esausto in cambio di un programma dettagliato di rifornimento di combustibile fresco “just in time” – programma che, prevedendo forniture pronte con arricchimento tra l’1,6% ed il 3,62%, annullava di fatto qualsiasi giustificazione e/o pretesa iraniana per un programma industriale di processamento del combustibile con dispendiose e “sospette” macchine centrifughe (almeno per quel che riguardava la “roba” che sarebbe circolata presso la centrale di Bushehr).
Alla fine, il primo carico fu fissato per il mese di ottobre del 2009; ma ulteriori slittamenti portarono l’avviamento a febbraio 2011. Quando tutto era pronto e partirono le attività di start-up, il guasto di una pompa bloccò le operazioni e fece slittare l’avviamento vero e proprio a maggio; mentre la connessione alla rete fu raggiunta solo a settembre. La pompa apparteneva alla vecchia fornitura tedesca degli anni ‘70.
Alla fase commerciale non si arrivò prima del 2013: furono necessarie operazioni di controllo dell’eventuale contaminazione del circuito primario causata da particelle metalliche entrate nel sistema a seguito del fallimento della suddetta pompa. Tali operazioni compresero la movimentazione dell’intero assembly del combustibile (che aveva subito appena due mesi di irraggiamento) con spostamento dal recipiente del reattore alla piscina del combustibile esausto. Dopo i controlli – di cui non fu pre-avvisata in modo opportuno la AIEA, con conseguente scandalo ed allarme internazionale – finalmente il reattore fu ricollegato alla rete nel gennaio 2013, ed entrò in piena fase commerciale nel settembre dello stesso anno (dopo aver risolto alcuni problemi al generatore).

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Attualmente la centrale è esercita quasi esclusivamente da tecnici ed operai russi della ATE, sotto contratto della società iraniana Nuclear Power Production and Development Company, ed in attesa di essere gradualmente sostituiti dagli operatori autoctoni via via istruiti in Russia sotto la supervisione della Rosatom.
Bushehr 1 con i suoi 915 MWe di capacità netta dovrebbe produrre circa 7 TWh/anno, sottraendo all’autoconsumo circa 1,6 milioni di tonnellate di petrolio (11 milioni di barili) o 1,8 miliardi di metri cubi di gas all’anno – tutta “roba” che può essere esportata in cambio di valuta forte. In realtà, per ora la centrale si è mantenuta su livelli di performance abbastanza deludenti, mediamente con un fattore di capacità di poco inferiore al 50%. Il 2015 potrebbe essere l’anno della svolta.
A proposito, poco dopo l’avviamento di Bushehr alcuni alti funzionari iraniani hanno incominciato a parlare di un obiettivo di 20 GWe nucleari entro il 2020. (Non vi suona come qualcosa di già sentito?)

Staremo a vedere.

(continua…)

Note:

[3]          I piani originali comprendevano due impianti di desalinizzazione, ciascuno di capacità pari a 100.000 m3/giorno, legati ai reattori. Dopo il rinvio concordato, la Fase 1 di questi lavori è stata commissionata appena un anno fa. Con la Fase 2, la centrale nucleare fornirà il 20% dell’acqua potabile della città di Bushehr.

Due parole sulla questione iraniana

Molto si è parlato nei giorni scorsi sul nuovo accordo stipulato a Vienna inerente al nucleare iraniano. E la questione potrebbe non essere del tutto chiusa.
Proponiamo qui di seguito una breve esposizione dello “stato dell’arte nucleare” in Medio Oriente (preceduto da una lunga panoramica del Paese dei tulipani selvatici.) Il fine è quello di permettere l’elaborazione di un’analisi più articolata di quella mediamente riscontrabile sui principali mezzi di informazione, e la speranza è quella di suscitare qualche dubbio intelligente ampliando le vedute – magari incominciando ad evitare di concentrarsi troppo su Teheran e a buttare più spesso l’occhio su Riyadh.

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UN Deal, IAEA Deal

Partiamo con una breve ricapitolazione degli accordi raggiunti.
Il 14 luglio 2015, il Direttore Generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Yukiya Amano, e il Vice-Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, Ali Akbar Salehi, hanno sottoscritto a Vienna un “piano di azione per il chiarimento delle questioni in sospeso riguardanti il programma nucleare iraniano”. (Ali Akbar Salehi è anche il Presidente della Atomic Energy Organization of Iran – AEOI.) In particolare, l’AIEA e l’Iran hanno convenuto di dare seguito alla cooperazione in atto accelerando e rafforzando il dialogo con il fine di giungere ad una risoluzione entro la fine dell’anno di tutte le questioni aperte. (Un elenco esaustivo delle questioni di cui sopra è consultabile nel report GOV/2011/63, emesso dal Direttore Generale della AIEA in data 08/11/2011 ed intitolato “Implementation of the NPT Safeguards Agreement and relevant provisions of Security Council resolutions in the Islamic Republic of Iran”.)
L’accordo tra l’AIEA e l’Iran giunge a seguito di quello stabilito separatamente tra l’Iran ed il Gruppo di Paesi delle Nazioni Unite denominato E3+3 [1] sulla limitazione del programma nucleare iraniano.
Con il Joint Comprehensive Plan of Action – che è il risultato dei negoziati di Losanna svoltisi tra il 26 marzo ed il 2 aprile di quest’anno – l’Iran ha accettato, tra le altre cose, che nel corso dei prossimi 15 anni non arricchirà l’uranio al di sopra del 3,67% [2], e non terrà stoccati più di 300 kg di uranio arricchito – dovrà quindi sbarazzarsi di circa il 97% delle sue scorte attuali che ammontano più o meno a 10 tonnellate.

56Inoltre, le attività di ricerca e di sviluppo concernenti la conversione, il trattamento o il processamento dell’uranio avverranno esclusivamente nel sito di Natanz; nessun processo di arricchimento sarà effettuato a Fordow.
Infine, con lo U.N. deal, datato 14/07/2015 come lo IAEA deal, l’Iran ha accettato a tempo indeterminato di non costruire alcun nuovo reattore ad acqua pesante, di ridisegnare il reattore di Arak, di spedire tutto il combustibile ivi utilizzato fuori del Paese, e di non fare scorte di acqua pesante.
In cambio, le sanzioni economiche contro l’Iran saranno revocate una volta che l’AIEA avrà dato conferma che l’Iran ha rispettato i suoi obblighi ai sensi dell’accordo appena stipulato.
Tale piano congiunto di azione globale senz’altro “apre la strada per la risoluzione pacifica di una controversia che dura da più di un decennio”, come afferma Amano; tuttavia, rimangono dubbi consistenti che potranno essere dipanati solo con l’attuazione del Safeguards Agreement and Additional Protocol che prevede l’impegno del Governo iraniano a fornire tutte le informazioni e i chiarimenti richiesti dalla AIEA, nonché il libero accesso ai siti industriali, militari e di ricerca che sono ufficialmente coinvolti nella filiera nucleare iraniana o che si sospetta lo siano.
Tutte le attività concernenti la filiera nucleare e tutti i relativi inventari dovranno essere monitorati in ogni minimo dettaglio. Solo in questo modo la AIEA sarà in grado di garantire per l’Iran.
Stando alla tabella di marcia, l’Iran ha fino al 15 agosto per fornire spiegazioni alla AIEA riguardo ai possibili aspetti militari del programma nucleare del Paese. L’AIEA avrà quindi un mese di tempo per rivedere queste spiegazioni e sollevare domande sulle eventuali ambiguità contenute nelle informazioni fornite dall’Iran. Le discussioni per risolvere questi problemi dovrebbero poi essere concluse entro il 15 ottobre.

[post scriptum (20/08/2015): l’AIEA dichiara di avere ricevuto le informazioni richieste]

Un discorso a parte riguarda Parchin, complesso militare situato a sudest di Teheran e salito agli onori della cronaca internazionale nei primi anni 2000, quando l’Iran è stato accusato di aver condotto lì attività relative allo sviluppo di ordigni nucleari.
Da allora, Parchin è stato al centro delle discussioni sulle possibili dimensioni militari del programma nucleare iraniano. La questione ha diviso gli analisti essenzialmente in due fazioni principali: quelli convinti che l’eventuale militarizzazione del programma iraniano non sia rilevante per l’attuazione di un accordo, e che renderla un problema potrebbe avere effetti collaterali ancora più negativi, e quelli che credono che non ci sia via d’uscita a meno che Teheran non “confessi tutti i suoi peccati”.

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Alla fine si è proceduto absolutione ante confessionem. La confessione dovrà eventualmente avvenire al più tardi entro il 15 dicembre 2015, si suppone; anche perché per allora saranno delineati in via definitiva tempi e modi di accesso ai vari siti “incriminati” da parte dei tecnici della AIEA – secondo quanto riportato dall’accordo speciale raggiunto per tale questione. (Per il 15/12/2015 è prevista l’emissione di un nuovo report da parte del direttore generale della AIEA concernente la valutazione delle dimensioni effettive del programma nucleare iraniano e dei suoi eventuali aspetti militari – a proposito, l’ultima visita della AIEA a Parchin risale al 2005.)
Secondo Aaron Stein, esperto di armamenti nucleari presso il Royal United Services Institute for Defence and Security Studies (RUSI) di Londra ed il Centre for Security Policy and the Atlantic Council di Ginevra, gli accordi stipulati rendono “estremamente remote le possibilità che l’Iran sviluppi un’arma nucleare nei prossimi 25 anni”. E la maggior parte degli analisti si è schierata grossomodo su questa linea.
D’altra parte la schiera di quanti hanno una visione diametralmente opposta è ben nutrita ed assai variegata: si spazia da chi ritiene l’accordo addirittura un incentivo per l’Iran a sviluppare una fiorente industria militare nucleare, a chi semplicemente teme che il controllo della AIEA non potrà mai essere del tutto efficace, che non conteranno molto le minacce dei “cani da guardia” (USA in primis – il Presidente ha già parlato esplicitamente di uso della forza, in caso di mancato rispetto degli accordi), e che “qualcosina” potrà comunque essere fabbricata sottobanco.
Ci sono fondati motivi per ritenere che il problema più serio sia a lato della effettiva capacità dell’Iran di fornirsi di armamenti nucleari o qualsivoglia “bomba sporca”. Semplicemente l’Iran, sollevato da alcuni costi del suo ambizioso programma nucleare e soprattutto liberato dal giogo dell’embargo, potrebbe trovare nuove energie sufficienti per gettarsi rapidamente in un ampio programma di ri-armamento di tipo “convenzionale”. Programma che gli consentirebbe di muoversi con rinnovato vigore in quel abominio della desolazione che di conflitto in conflitto attraversa l’intero Medio Oriente.

(continua…)

Note:

[1] EU-3 (Francia, Germania, Regno Unito) + Cina, Russia e Stati Uniti d’America – una sorta di piccola troika europea, cui si aggiungono 3 dei 5 membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite; per questo motivo in Russia e USA tale gruppo è più comunemente denominato P5+1.

[2] Con arricchimento dell’uranio si intende il processo che porta all’aumento del contenuto di U235 in una data massa di uranio. In natura, fatta eccezione per i casi di “fissione naturale”, come nel “geo-reattore” di Oklo, tipicamente il radioisotopo U235 è presente con una concentrazione pari allo 0,72%. Aumentando tale concentrazione, ossia arricchendo l’uranio naturale (NU), si ottengono principalmente tre tipi di prodotti: il Low-enriched Uranium (LEU) 3-5%, che viene utilizzato soprattutto nei reattori moderati ad acqua leggera (LWR) pressurizzati o bollenti (reactor grade); il LEU 12-20%, che viene utilizzato nei reattori di ricerca e per la produzione di radioisotopi per la medicina nucleare o l’industria in generale; e l’Highly Enriched Uranium (HEU) 90%, l’unico adatto per la fabbricazione di ordigni nucleari (weapons grade). Esiste anche lo Slightly Enriched Uranium (SEU) 0,9-2%, che nei reattori moderati ad acqua pesante può rimpiazzare il NU (e.g. nei CANDU).

Sendai is back

Satsumasendai, Kagoshima Prefecture, Japan – August 11, 2015. 

At 10:30 a.m. (local time) the unit 1 Mitsubishi PWR 890MWe restarted at Sendai NPP.

Sendai unit 1 & 2 are owned and operated by the Kyūshū Electric Power Company.
The Sendai-1 entered its 31st year of honorable career (read “commercial service”) in July.
sendai sendai reactor

http://www.kyuden.co.jp/en_information_150811.html

Il Giappone riparte.

Satsumasendai, Prefettura di Kagoshima, Giappone – 11 Agosto 2015.
Alle 10:30 locali, il reattore nr. 1 della Centrale Nucleare di Sendai (川内原子力発電所) è stato riavviato.
La produzione di elettricità è prevista per il giorno 14 agosto 2015.
[link al post in versione inglese]

sendai sendai reactor

http://www.kyuden.co.jp/en_information_150811.html