Sindrome cinese 2: la cura – secondo tempo

[Cinematografia ed energia tra il serio ed il faceto]

– secondo tempo –

Da metà degli anni 90, la Cina ha iniziato un processo di “nuclearizzazione” della produzione di elettricità senza precedenti; ovvero, per trovare qualcosa di simile bisogna risalire agli anni 70 in USA. Ad oggi la capacità netta su 22 reattori operativi è di poco più di 18 GWe. Ci sono, inoltre, 27 reattori in costruzione, che entro il 2018 dovrebbero aggiungere un’ulteriore capacità lorda di 29,5 GWe. A questi è molto probabile si aggiungano entro il 2025 altri 34 reattori pianificati, i cui progetti di costruzione sono stati definitivamente approvati, ma rimandati a causa dell’effetto Fukushima. Per molti di questi l’inizio lavori è stato rinviato con una nuova data, già stabilita tra il 2016 ed il 2018, e non “a data da destinarsi”. Ci sono, dunque, buone possibilità che si ottenga entro il 2025 una capacità lorda di circa 37,9 GWe, che andrebbe ad aggiungersi ai 18 GWe ed ai 29,5 GWe di cui sopra. (Si tratta di impianti la cui durata di vita, salvo imprevisti, supererà tranquillamente i 45 anni.) Questa corsa impressionante è visualizzata nel primo grafico qui sotto.

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Fig 1 – a


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Fig. 1 – b


La cura: capacità di generazione elettronucleare cinese. Storico 1994-2014 e previsione a) 2014-2024 (più facilmente praticabile), b) 2014-2030 (più ottimistica) – dati WNA

Nel secondo grafico ci siamo avventurati nella stima di cosa succederebbe se non solo venisse mantenuto l’attuale ritmo di costruzione (5 ─ 6 anni/reattore), ma venissero anche definitivamente approvati i progetti concernenti altri 26 reattori, attualmente in “stand-by post Fukushima”.
Qualcuno parla di renaissance resumed. Entro il 2020, in tutto il mondo 198 nuovi reattori entreranno nella fase di operatività commerciale portando la produzione elettronucleare a livello globale dai 2,4 mln GWh del 2012 a 3,1 mln GWh: +29%. L’Estremo Oriente farebbe da traino, o meglio da “locomotiva nucleare”.
C’è materiale a sufficienza su cui riflettere e potremmo concludere così.
Ma questa volta ci siamo divertiti a fare un po’ i burloni. Ci siamo fatti un giro ad Hollywood ed un viaggetto attraverso il centro della Terra. Perché non concederci dunque un finale ad effetto?
Pochi sanno che tra le star del cinema d’oltreoceano ve ne sono alcune che sono state e/o sono consapevoli dei reali vantaggi ed hanno creduto e/o credono fermamente nei potenziali benefici della tecnologia nucleare [1]. Tra queste ha spiccato in particolare modo Paul Newman. Tutto ebbe inizio grazie all’amicizia con Richard Rhodes [2], maturata sul set di “L’ombra di mille soli(Roland Joffé, 1989).

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L’interesse di Newman si sviluppò in seguito soprattutto grazie alla collaborazione con Denis Beller, comunicatore indefesso dell’American Nuclear Society, con il quale condivideva la passione per le corse automobilistiche. Ne nacque una collaborazione fuori dal comune tra l’ANS e la Newman Haas Racing, sfociata nell’IndyCar Outreach Program, che ha suscitato diversi entusiasmi ad oggi per nulla esauriti. Tuttavia, Newman non si accontentò di un paio di sgommate. Volle approfondire seriamente il discorso sui costi/benefici di una tecnologia che lo affascinava.

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Si racconta che insieme a sua moglie organizzasse spesso nel suo appartamento di New York cene-dibattito, dove veniva invitata la crema della crema tra corporazioni, enti governativi, imprese industriali e dei servizi, nonché organizzazioni ambientaliste.
Newman e sua moglie si impegnarono molto, ma lo fecero in modo totalmente gratuito e con estrema discrezione: non facevano lobbying, cercavano un sano dibattito. Questo va a loro grande merito, secondo noi.
Naturalmente, lasciamo al lettore scegliere in quale “mito” rispecchiarsi.
In fondo, ciascuno ha il (i) proprio (i) “numero uno”.

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Simona de Silvestro alla guida di una Dallara – Lotus

Note

[1] Ok, abbiamo bluffato. Oltre alla splendida moglie, ora vedova, di Newman, Joanne Woodward, non possiamo portare evidenza di altri attori o attrici filo-nucleari. Ci sono molte voci, ma per rispetto di chi ha scelto di non esprimersi apertamente, preferiamo tacere. Ci teniamo, però, a ricordare che il movimento pro/anti-nucleare negli States è davvero trasversale, ci sono democratici, repubblicani e libertari da entrambe le parti. E va fatto notare che le star che più si sono esposte, anche economicamente, nel movimento anti, come ad esempio Alec Baldwin e Kim Basinger, oltre ai già citati Douglas e Fonda, hanno ampiamente dimostrato di legare le proprie convinzioni in buona parte su “dati di fatto” non molto dissimili da quelli esposti nel film di James Bridges.

[2] Storico, giornalista e scrittore. Ha vinto il premio Pulitzer per la saggistica nel 1988. Partecipò alla realizzazione del film in qualità di consulente esperto di storia della tecnologia nucleare.

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