Sindrome cinese 2: la cura

[Cinematografia ed energia tra il serio ed il faceto]

primo tempo –

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Nel 1979 usciva nelle sale degli Stati Uniti il film “La Sindrome Cinese” (The China Syndrome, col., 130’) di James Bridges, con Jane Fonda, Jack Lemmon, Micheal Douglas, Scott Brady e Wilfrod Brimley.
Meno di due settimane dopo la prima proiezione, il 28 marzo 1979, alle 4 del mattino circa, presso la centrale nucleare di Three Mile Island, vicino a Middletown, Contea di Dauphin, Pennsylvania, ebbe inizio l’incidente del reattore numero 2: fusione parziale del nocciolo.
Un film tutto sommato mediocre divenne un successo di pubblico.

Perchè?
Il Mereghetti – Dizionario dei Film – ci viene in aiuto:
<<…La “sindrome cinese” è quella per cui un’esplosione atomica negli Stati Uniti, perforando la crosta terrestre, può raggiungere la Cina. È quanto rischia di accadere ad Harrisburg, California, dopo un grave guasto a una centrale nucleare. Due giornalisti televisivi (Fonda e Douglas) sono stati testimoni dell’evento, ma i pezzi grossi non vogliono che la notizia si diffonda, così un ingegnere coraggioso (Lemmon, premiato con la Palma d’oro a Cannes) si sacriferà in nome della verità. Film militante antinucleare in forma di thriller, convenzionale ma efficace, sceneggiato dal regista con Mike Gray e T.S. Cook. Accusato di allarmismo e manicheismo, anticipò invece alcuni incidenti reali…>>
Douglas ne era il produttore e volle che la pellicola fosse senza commento musicale: doveva essere un film serio – doveva forse anche sembrare più vero della realtà?

02Che-cosa-dove: gli antipodi, quelli veri

Altrove apprendiamo che per il ruolo del cameraman Richard Adams venne dapprima scritturato Richard Dreyfuss. Ma per motivi mai precisati l’attore abbandonò le riprese e Douglas si ritrovò costretto a rivestire la parte. Per prepararsi, si avvicinò a diversi professionisti.
Anche la Fonda si preparò con premura, frequentando donne reporter di varie emittenti televisive. Finì con l’immedesimarsi al punto da non uscirne più, neanche fosse Bela Lugosi [1].
Cavalcò l’onda dell’emotività suscitata dall’incidente di TMI-2. Si impegnò a fondo e divenne l’eroina della guerra a 360° – iniziata, a dire il vero, da altri e già da qualche anno – contro la tecnologia nucleare.

03Jane Fonda in azione: anti energia nucleare e anti cellulite

Tornando al Mereghetti, leggiamo dunque che <<accusato di allarmismo e manicheismo>> il film <<anticipò invece alcuni incidenti reali>>.
Ora, davanti alla parola “manicheismo” verrebbe voglia di scomodare il Doctor Gratiae [2], ma per i nostri scopi sarà sufficiente ricordare che una mela è una mela. Un reattore nucleare NON può esplodere come un ordigno nucleare: un guasto in una centrale nucleare, per quanto grave, NON può innescare un’esplosione nucleare.
Ma questo non è tutto. Invero, per un meccanismo assai strano, la “teoria” bislacca esposta nel film si è del tutto mescolata nella “memoria collettiva” sia con la realtà dei fatti accaduti a Three Mile Island sia con le fantasie che suscitò l’incidente, grazie anche ad alcune sottovalutazioni iniziali, ad alcuni gravissimi errori di comunicazione e ad alcune sopravvalutazioni successive concernenti il rischio sanitario per la popolazione [3].
A tal punto che oggi molti sono convinti che il film parli non di un reattore in cui avviene un’esplosione nucleare, ma di un reattore che una volta fuso “si scava una strada” nella crosta terrestre, innescando tutta una serie di fenomeni inenarrabili. Molti altri sono convinti che il reattore di TMI-2 quella strada se la sia scavata davvero, almeno in parte.
Ma noi vogliamo spingerci oltre. Non entriamo infatti nei dettagli termo-fluido-dinamici e geografici di un tale scenario. Ammettiamo, piuttosto, per un momento che sia tutto vero. Ammettiamo che sì, il reattore di TMI-2, o meglio, un ammasso fuso e dalla forma imprecisata – nonostante questo in perenne configurazione critica – composto da uranio, acciaio, attinidi minori, e vari altri materiali, sia sbucato in Cina.
Ebbene, chi l’avrebbe mai detto? È piaciuto!
Guardate quanti ne stanno costruendo [4].

(continua…)

Note

[1] Per capire la battuta si veda il film “Ed Wood” (Tim Burton, 1994), ispirato alla vita ed alle opere di Edward D. Wood Jr, definito “il peggior regista di tutti i tempi”. Il ruolo del regista è interpretato da Johnny Depp, quello di Bela Lugosi da Martin Landau, che per questo ha vinto l’oscar come miglior attore non protagonista nel 1995. Si veda anche la nota generale qui in fondo.

[2] i.e. Aurelio Agostino d’Ippona (Tagaste, 13/11/354 – Ippona, 28/08/430), retore, filosofo, vescovo, teologo, monaco, padre e dottore della Chiesa, conosciuto semplicemente come Sant’Agostino. Scrisse molto. Anche contro il manicheismo ─ ovvero in difesa di libertà e responsabilità, contro chi crede che tra le cose materiali ve ne siano alcune che di per sé (in suo genere) non siano cose buone.

[3] Anche i tecnici della Nuclear Regulatory Commission finirono con il creare un allarme esagerato, che non rispecchiava affatto i reali rischi. Oltre che per la messa in sicurezza dell’impianto, occorse molto lavoro per ristabilire un certo livello di fiducia nella popolazione. Molta parte, di questa fiducia, è andata persa per sempre – almeno fino ad ora. Detto questo, oggi, l’ente governativo fornisce una ricostruzione dei fatti rigorosa.
Per chi volesse sapere, dunque, come sta davvero il reattore di TMI-2, un resoconto dettagliato ed altri riferimenti utili sono disponibili qui.
Aggiungiamo che Ted Rockwell, uno dei leader della MPR Associates, associazione di imprese che parteciparono alla pulizia ed all’analisi post mortem dell’impianto, amava ricordare che nonostante il nocciolo si fosse fuso per più del 40%, il corium si raffreddò velocemente appena toccò la superficie placcata del recipiente a pressione (reactor vessel) che lo conteneva. In seguito ad indagini fisiche risultò che il corium aveva penetrato l’acciaio per non più di 5/8 di pollice (i.e. ≈ 1,6 cm): mancavano almeno altri 20 cm prima che fuoriuscisse qualcosa. Il viaggio al centro della Terra era finito prima di iniziare!

[4] http://www.world-nuclear.org/info/Country-Profiles/Countries-A-F/China–Nuclear-Power/

Nota Generale concernente l’attivismo di Jane Fonda – nel caso ci leggesse qualche fan sfegatato

È chiaro che abbiamo giocato, facendo alcune semplificazioni. E ci piace anche pensare di avere suscitato quantomeno un sorriso. In verità, ovviamente, le cose stanno in termini assai più complessi. Scorrendone la biografia sorge il sospetto che la giovane Jane Fonda degli anni 70 fosse giunta all’attivismo antinuclearista, contro l’utilizzo tout court dell’energia nucleare, attraverso ragionamenti iperbolici e tuffi con triplo salto mortale nelle profondità del romanticismo. Non poco contarono certe vicissitudini sentimentali. Ci preme, dunque, sottolineare che quanto da noi esposto non vuole in alcun modo essere un giudizio sulla persona, che per inciso ha mostrato in questi ultimi anni sorprendente capacità critica nei confronti di un certo tipo di integralismo ambientalista. Tuttavia, non possiamo tralasciare un dato di fatto essenziale: si può essere “contro la guerra”, contro l’uso militare dell’energia nucleare, si può essere per la pace ed il benessere dei popoli, ed al contempo profondamente pro-nuclear – Edoardo Amaldi docet.

Il Nobel Rubbia a Trieste sull’energia del futuro

“Non è solo un problema scientifico-tecnologico, l’Europa deve scegliere tra energia costosa o a buon prezzo”

Il Nobel Rubbia a Trieste sull’energia del futuro

La lezione tenuta nel cinquantesimo anniversario del Centro Internazionale di Fisica Teorica di Miramare

C’era il pubblico delle grandi occasioni al Teatro Politeama Rossetti, scienziati da tutto il mondo e tanta gente comune, curiosa di sapere quale fosse il futuro dell’energia. E di saperlo dal professor Carlo Rubbia, Senatore della Repubblica Italiana e Premio Nobel per la Fisica nel 1984. Una vita spesa tra ricerca nel campo della fisica sperimentale e l’energia, con ruoli di consulenza politica di primo piano a livello nazionale (è stato Presidente ENEA) ed europeo.
Il pubblico, forse numeroso, che si aspettava la ricetta pronta e confezionata è rimasto – ci sia concesso il ricorso alla prosa – a bocca asciutta.
Il professor Rubbia ha fatto, invero, più che altro un discorso di metodo, tracciando la complessità delle decisioni in campo energetico (frutto sì di ricette scientifiche e tecnologiche, ma intrecciate a complicate dinamiche economiche e sociali) e proponendo di seguito alcuni possibili scenari, per nulla scontati.
L’assunto di partenza è stato la constatazione che gran parte della politica energetica europea degli ultimi decenni (e di quelli a venire) fa perno sull’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra, onde ridurre la componente antropica del riscaldamento climatico globale. Questo mentre, da una parte, dati alla mano, le temperature medie globali risultano stabili da 17 anni, nonostante il continuo aumento delle emissioni, dall’altra l’Europa ha attuato e continua ad attuare scelte energetiche molto costose, proprio in ottemperanza alla mission di contrasto del cambiamento climatico.

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Lungi dal voler dimostrare – non era quella la sede – l’inconsistenza del fattore antropico sulle sorti del clima che “per sua natura” cambia, il professor Rubbia ha voluto mettere in risalto come conoscenze scientifiche incomplete del complesso sistema climatico siano state la base di decisioni politiche costose in un sistema ancor più complesso come quello dell’energia, laddove invece sarebbe stata, e sarebbe, opportuna maggior prudenza e discussione.
Tale evidenza è resa tanto più ovvia dall’emergere prepotente de “l’altra via” alla soluzione del problema energetico, ovvero quella intrapresa da USA e Cina sull’onda dell’estrazione di petrolio e gas di scisto. Il temuto fracking, che in Italia crea scompiglio già solo a pronunciarlo – e ve ne è stata prova anche tra il pubblico di Rubbia – ma che ha permesso agli Stati Uniti, per la prima volta nella storia, di diventare esportatori di petrolio e di abbattere non solo i costi del gas naturale e dell’elettricità, ma anche – udite, udite! – le emissioni di gas serra.
Un “colpaccio” non riuscito alla “rinnovabile” Europa – per via delle inquinanti centrali a carbone che entrano in azione per bilanciare il sistema – la cui economia, già piegata da anni di recessione, giace ora tra l’incudine dei costi quadrupli dell’energia rispetto agli USA e il martello dell’interruzione delle forniture dalla Russia.

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Eppure “la rivoluzione americana” potrebbe essere riproposta – solo volendolo, chiosa Rubbia – anche in molte zone d’Europa ove formazioni di scisti bituminosi esistono, senza considerare che una nuova rivoluzione potrebbe vedere in futuro protagonisti gli idrati di metano (clatrati), formazioni di metano allo stato solido abbondantissime negli abissi oceanici, le cui prospettive di sfruttamento sono immense.
Certo, essendo anche i clatrati fonti fossili, resterebbe, anzi si accentuerebbe il problema delle emissioni, a meno che un progetto scientifico d’avanguardia – cui lo stesso Rubbia collabora – non consenta di eliminarle “disgregando” il metano in idrogeno e carbonio (pirolisi spontanea).
Una strada non ancora tracciata, ma non più densa di insidie del progetto “80% rinnovabili” cui l’Europa tende per il 2050 e che vede immensi parchi fotovoltaici nel Sahara fornire elettricità al vecchio continente. Un progetto – ha precisato Rubbia che pur della fonte solare fu convinto sostenitore – dai costi enormi e dalle incognite ambientali e geopolitiche rilevanti.

In conclusione, l’intervento di Rubbia ha stigmatizzato come non vi siano ricette facili ed indolori in campo energetico, e come alle considerazioni scientifico-tecnologiche debbano affiancarsi quelle di carattere economico, buttando un occhio a cosa fanno i nostri principali competitori. Ecco perché le tante alternative tecnologiche (tra cui rientra il nucleare) devono essere discusse nel contesto socio-economico, possibilmente coinvolgendo i cittadini e rendendoli consapevoli dei pro e dei contro, cosa che non sempre si è fatta.

E quanto agli scienziati, mantenere curiosità, senso critico e voglia di immaginare il futuro, senza arroccarsi su posizioni ideologiche preconcette.

Un discorso di metodo, appunto. Un discorso da Nobel.

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