Consigli per una lettura ragionata

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Recentemente siamo tornati a parlare di radioattività in campo medico.

In generale l’argomento radioattività riscuote un certo successo, per diversi motivi. E noi lo affrontiamo sempre con piacere. Ma non ci sono dubbi che, per quanto si voglia essere chiari, sintetici e rigorosi nell’esposizione, qualcosa rimane dimenticata in un angolo o nascosta tra le righe. Inoltre, tra un post e l’altro, a chi non ha dimestichezza con la materia potrebbe sfuggire la giusta visione d’insieme.

Pensiamo, dunque, di fare cosa gradita ─ almeno ad alcuni dei nostri venticinque lettori – sottoponendo all’ attenzione di chi passa da queste parti un libro che tratta di radioattività a tutto campo, con un linguaggio facilmente comprensibile anche per i non “adepti”.

Il titolo del libro è “La radioattività intorno a noi – Pregiudizi e realtà” (ed. Dedalo, 2014) e l’autore è Giovanni Vittorio Pallottino, già Ordinario di Elettronica al Dipartimento di Fisica dell’Università di Roma “La Sapienza”. La prefazione è a cura di Paolo Saraceno, Fisico dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica). Ecco un estratto di quest’ultima, per invogliare la lettura:

<< La radioattività è pericolosa […] ma come tutte le cose pericolose, il modo peggiore per affrontarla è quello di non conoscerla, di vederla come una minaccia oscura che aleggia sulla nostra esistenza. Questa paura dell’ignoto non riduce i rischi, ma li aumenta se porta a decisioni sbagliate. […] Spiegare la radioattività in modo semplice e non banale è il compito che si è prefisso questo libro. Il linguaggio usato dall’autore è quello di chi ha passato la vita nel mondo della ricerca, dove i ragionamenti sono basati sui fatti e su quello che dai fatti si può dedurre […] Noi viviamo in una società complessa, molto più complessa di quella dei nostri padri; abbiamo la fortuna di vivere in uno stato democratico […] La democrazia, però, richiede che gli elettori siano informati, in modo che le decisioni prese siano le migliori, e questo non è facile se le questioni sono complesse. La radioattività è uno di questi argomenti […] A chi fosse incuriosito dai fatti raccontati suggerisco di cercare da solo conferme, chiarimenti e approfondimenti: la rete è una fonte inesauribile di informazione e di disinformazione. Con l’aiuto di questo libro ritengo sia possibile imparare a discernere tra l’una e l’altra e acquisire quelle conoscenze indispensabili per divenire dei cittadini liberi e consapevoli. >>

L’Energia del vicino è sempre più verde?

Il 2014 è stato per il Comitato Nucleare e Ragione un anno ricco di avvenimenti, di cui non mancheremo di fornire un ampio resoconto nelle prossime settimane.
Dedichiamo il post di oggi all’iniziativa che ci vedrà protagonisti nel 2015: si tratta di una visita guidata alla centrale nucleare di Krsko, in Slovenia, che avrà luogo il 30 gennaio.
Alla visita, condotta dai tecnici della centrale, parteciperanno anche esperti italiani nel settore (ingegneri nucleari, fisici e sismologi) che non mancheranno di rispondere alle domande e alle curiosità del pubblico.
Le prenotazioni sono aperte. Per richieste di informazioni o dettagli, scriveteci all’indirizzo nucleareeragione@gmail.com.
Trovate anche l’evento su Facebook, a questo indirizzo: https://www.facebook.com/events/1570932559807769/

volantinoKrsko

Notizie flash dall’impianto nucleare di Zaporižžja – Zaporož’e (Ucraina)

Nella mattinata del 3 dicembre alcuni organi di stampa  hanno riportato la notizia di un incidente presso la centrale nucleare di Zaporižžja – Zaporož’e, nell’Ucraina sud orientale.

A quanto risulta l’incidente riguarderebbe la parte elettrica della centrale, la rete di trasmissione o il teleriscaldamento fornito alle abitazioni circostanti e non la parte nucleare, quindi senza alcun coinvolgimento dei reattori e dunque nessun rischio di fuoriuscita di radiazioni.

L’impianto consta di 6 reattori del tipo VVER-1000 (reattori nucleari ad acqua pressurizzata) da 1000 MWe ciascuno, entrati in funzione tra il 1985 e il 1995.

La centrale si trova a circa 200 km dall’area degli scontri tra filo-russi e truppe regolari ucraine.1024px-Kernkraftwerk_Saporischschja

La radioattività in campo medico: terapia o malattia?

Da quando esiste questo sito abbiamo pubblicato nelle sue pagine numerosi articoli sul tema della radioattività, trattando le caratteristiche fisiche di questo fenomeno naturale, gli aspetti applicativi nella vita dell’uomo (in campo sanitario, scientifico, tecnologico) e le problematiche legate ai potenziali effetti biologici dannosi [1-6].

Sullo stesso tema, vi proponiamo oggi due letture di approfondimento.
La prima è un post a cura di Francesco Mauro ─ comparso recentemente su L’Astrolabio, blog degli Amici della Terra Italia ─ nel quale si descrivono con dovizia di particolari i risultati degli studi sui sistemi di riparazione, che le cellule eucariote mettono in atto, quando subiscono un danno indotto dalle radiazioni ionizzanti.

08L’argomento è di particolare interesse, in quanto tali studi sono alla base delle valutazioni sulla relazione esistente tra la dose ricevuta da un organismo e gli effetti biologici in esso indotti. Se da una parte esistono numerosi risultati di studi epidemiologici o di esperimenti condotti con elevati livelli di dose, molto rimane ancora da chiarire per gli effetti alle basse esposizioni, là dove entrano in gioco i meccanismi di riparazione cellulare. Come abbiamo fatto notare anche in un nostro recente articolo, la procedura di estrapolazione dei dati sperimentali sulla base dell’Ipotesi Lineare Senza Soglia (Linear No-Threshold model) è oggetto di frequenti discussioni all’interno degli organismi di regolamentazione delle misure radioprotezionistiche.

 

Il secondo documento che suggeriamo ai nostri lettori è il sommario dei contributi al convegno “Physics & Medicine. Toward a future of integration”, svoltosi alcune settimane fa presso l’Università di Trento. Il volume, liberamente scaricabile a questo link, presenta una pregevole panoramica dello stato dell’arte nell’impiego delle radiazioni ionizzanti per la cura delle neoplasie
e per le tecniche di imaging in medicina. Tra i diversi contributi, segnaliamo in particolare: Physical aspects in the evolving models of cancer treatment with radiations (A.Morganti et al.).

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Per le persone interessate agli impieghi clinici delle radiazioni ionizzanti, ricordiamo infine che in questo blog sono ancora liberamente consultabili le trasparenze del ciclo di conferenze promosso dal Comitato Nucleare e Ragione nella primavera del 2011, tra cui il convegno intitolato “Dalle radiografie alla radioterapia: un viaggio nel mondo delle radiazioni in medicina”.
[1] https://nucleareeragione.org/2011/04/27/una-mela-al-giorno/

[2] https://nucleareeragione.org/2013/10/14/quelli-che-giocano-con-la-paura/

[3] https://nucleareeragione.org/2013/10/31/una-buona-dose-di-marmellata/

[4] https://nucleareeragione.org/2014/04/02/risposte-veloci-a-domande-pertinenti-prima-parte/

[5] https://nucleareeragione.org/2014/04/14/risposte-veloci-a-domande-pertinenti-parte-seconda/

[6] https://nucleareeragione.org/2014/06/12/risposte-veloci-a-domande-pertinenti-parte-terza/

Sindrome cinese 2: la cura – secondo tempo

[Cinematografia ed energia tra il serio ed il faceto]

– secondo tempo –

Da metà degli anni 90, la Cina ha iniziato un processo di “nuclearizzazione” della produzione di elettricità senza precedenti; ovvero, per trovare qualcosa di simile bisogna risalire agli anni 70 in USA. Ad oggi la capacità netta su 22 reattori operativi è di poco più di 18 GWe. Ci sono, inoltre, 27 reattori in costruzione, che entro il 2018 dovrebbero aggiungere un’ulteriore capacità lorda di 29,5 GWe. A questi è molto probabile si aggiungano entro il 2025 altri 34 reattori pianificati, i cui progetti di costruzione sono stati definitivamente approvati, ma rimandati a causa dell’effetto Fukushima. Per molti di questi l’inizio lavori è stato rinviato con una nuova data, già stabilita tra il 2016 ed il 2018, e non “a data da destinarsi”. Ci sono, dunque, buone possibilità che si ottenga entro il 2025 una capacità lorda di circa 37,9 GWe, che andrebbe ad aggiungersi ai 18 GWe ed ai 29,5 GWe di cui sopra. (Si tratta di impianti la cui durata di vita, salvo imprevisti, supererà tranquillamente i 45 anni.) Questa corsa impressionante è visualizzata nel primo grafico qui sotto.

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Fig 1 – a


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Fig. 1 – b


La cura: capacità di generazione elettronucleare cinese. Storico 1994-2014 e previsione a) 2014-2024 (più facilmente praticabile), b) 2014-2030 (più ottimistica) – dati WNA

Nel secondo grafico ci siamo avventurati nella stima di cosa succederebbe se non solo venisse mantenuto l’attuale ritmo di costruzione (5 ─ 6 anni/reattore), ma venissero anche definitivamente approvati i progetti concernenti altri 26 reattori, attualmente in “stand-by post Fukushima”.
Qualcuno parla di renaissance resumed. Entro il 2020, in tutto il mondo 198 nuovi reattori entreranno nella fase di operatività commerciale portando la produzione elettronucleare a livello globale dai 2,4 mln GWh del 2012 a 3,1 mln GWh: +29%. L’Estremo Oriente farebbe da traino, o meglio da “locomotiva nucleare”.
C’è materiale a sufficienza su cui riflettere e potremmo concludere così.
Ma questa volta ci siamo divertiti a fare un po’ i burloni. Ci siamo fatti un giro ad Hollywood ed un viaggetto attraverso il centro della Terra. Perché non concederci dunque un finale ad effetto?
Pochi sanno che tra le star del cinema d’oltreoceano ve ne sono alcune che sono state e/o sono consapevoli dei reali vantaggi ed hanno creduto e/o credono fermamente nei potenziali benefici della tecnologia nucleare [1]. Tra queste ha spiccato in particolare modo Paul Newman. Tutto ebbe inizio grazie all’amicizia con Richard Rhodes [2], maturata sul set di “L’ombra di mille soli(Roland Joffé, 1989).

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L’interesse di Newman si sviluppò in seguito soprattutto grazie alla collaborazione con Denis Beller, comunicatore indefesso dell’American Nuclear Society, con il quale condivideva la passione per le corse automobilistiche. Ne nacque una collaborazione fuori dal comune tra l’ANS e la Newman Haas Racing, sfociata nell’IndyCar Outreach Program, che ha suscitato diversi entusiasmi ad oggi per nulla esauriti. Tuttavia, Newman non si accontentò di un paio di sgommate. Volle approfondire seriamente il discorso sui costi/benefici di una tecnologia che lo affascinava.

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Si racconta che insieme a sua moglie organizzasse spesso nel suo appartamento di New York cene-dibattito, dove veniva invitata la crema della crema tra corporazioni, enti governativi, imprese industriali e dei servizi, nonché organizzazioni ambientaliste.
Newman e sua moglie si impegnarono molto, ma lo fecero in modo totalmente gratuito e con estrema discrezione: non facevano lobbying, cercavano un sano dibattito. Questo va a loro grande merito, secondo noi.
Naturalmente, lasciamo al lettore scegliere in quale “mito” rispecchiarsi.
In fondo, ciascuno ha il (i) proprio (i) “numero uno”.

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Simona de Silvestro alla guida di una Dallara – Lotus

Note

[1] Ok, abbiamo bluffato. Oltre alla splendida moglie, ora vedova, di Newman, Joanne Woodward, non possiamo portare evidenza di altri attori o attrici filo-nucleari. Ci sono molte voci, ma per rispetto di chi ha scelto di non esprimersi apertamente, preferiamo tacere. Ci teniamo, però, a ricordare che il movimento pro/anti-nucleare negli States è davvero trasversale, ci sono democratici, repubblicani e libertari da entrambe le parti. E va fatto notare che le star che più si sono esposte, anche economicamente, nel movimento anti, come ad esempio Alec Baldwin e Kim Basinger, oltre ai già citati Douglas e Fonda, hanno ampiamente dimostrato di legare le proprie convinzioni in buona parte su “dati di fatto” non molto dissimili da quelli esposti nel film di James Bridges.

[2] Storico, giornalista e scrittore. Ha vinto il premio Pulitzer per la saggistica nel 1988. Partecipò alla realizzazione del film in qualità di consulente esperto di storia della tecnologia nucleare.

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Sindrome cinese 2: la cura

[Cinematografia ed energia tra il serio ed il faceto]

primo tempo –

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Nel 1979 usciva nelle sale degli Stati Uniti il film “La Sindrome Cinese” (The China Syndrome, col., 130’) di James Bridges, con Jane Fonda, Jack Lemmon, Micheal Douglas, Scott Brady e Wilfrod Brimley.
Meno di due settimane dopo la prima proiezione, il 28 marzo 1979, alle 4 del mattino circa, presso la centrale nucleare di Three Mile Island, vicino a Middletown, Contea di Dauphin, Pennsylvania, ebbe inizio l’incidente del reattore numero 2: fusione parziale del nocciolo.
Un film tutto sommato mediocre divenne un successo di pubblico.

Perchè?
Il Mereghetti – Dizionario dei Film – ci viene in aiuto:
<<…La “sindrome cinese” è quella per cui un’esplosione atomica negli Stati Uniti, perforando la crosta terrestre, può raggiungere la Cina. È quanto rischia di accadere ad Harrisburg, California, dopo un grave guasto a una centrale nucleare. Due giornalisti televisivi (Fonda e Douglas) sono stati testimoni dell’evento, ma i pezzi grossi non vogliono che la notizia si diffonda, così un ingegnere coraggioso (Lemmon, premiato con la Palma d’oro a Cannes) si sacriferà in nome della verità. Film militante antinucleare in forma di thriller, convenzionale ma efficace, sceneggiato dal regista con Mike Gray e T.S. Cook. Accusato di allarmismo e manicheismo, anticipò invece alcuni incidenti reali…>>
Douglas ne era il produttore e volle che la pellicola fosse senza commento musicale: doveva essere un film serio – doveva forse anche sembrare più vero della realtà?

02Che-cosa-dove: gli antipodi, quelli veri

Altrove apprendiamo che per il ruolo del cameraman Richard Adams venne dapprima scritturato Richard Dreyfuss. Ma per motivi mai precisati l’attore abbandonò le riprese e Douglas si ritrovò costretto a rivestire la parte. Per prepararsi, si avvicinò a diversi professionisti.
Anche la Fonda si preparò con premura, frequentando donne reporter di varie emittenti televisive. Finì con l’immedesimarsi al punto da non uscirne più, neanche fosse Bela Lugosi [1].
Cavalcò l’onda dell’emotività suscitata dall’incidente di TMI-2. Si impegnò a fondo e divenne l’eroina della guerra a 360° – iniziata, a dire il vero, da altri e già da qualche anno – contro la tecnologia nucleare.

03Jane Fonda in azione: anti energia nucleare e anti cellulite

Tornando al Mereghetti, leggiamo dunque che <<accusato di allarmismo e manicheismo>> il film <<anticipò invece alcuni incidenti reali>>.
Ora, davanti alla parola “manicheismo” verrebbe voglia di scomodare il Doctor Gratiae [2], ma per i nostri scopi sarà sufficiente ricordare che una mela è una mela. Un reattore nucleare NON può esplodere come un ordigno nucleare: un guasto in una centrale nucleare, per quanto grave, NON può innescare un’esplosione nucleare.
Ma questo non è tutto. Invero, per un meccanismo assai strano, la “teoria” bislacca esposta nel film si è del tutto mescolata nella “memoria collettiva” sia con la realtà dei fatti accaduti a Three Mile Island sia con le fantasie che suscitò l’incidente, grazie anche ad alcune sottovalutazioni iniziali, ad alcuni gravissimi errori di comunicazione e ad alcune sopravvalutazioni successive concernenti il rischio sanitario per la popolazione [3].
A tal punto che oggi molti sono convinti che il film parli non di un reattore in cui avviene un’esplosione nucleare, ma di un reattore che una volta fuso “si scava una strada” nella crosta terrestre, innescando tutta una serie di fenomeni inenarrabili. Molti altri sono convinti che il reattore di TMI-2 quella strada se la sia scavata davvero, almeno in parte.
Ma noi vogliamo spingerci oltre. Non entriamo infatti nei dettagli termo-fluido-dinamici e geografici di un tale scenario. Ammettiamo, piuttosto, per un momento che sia tutto vero. Ammettiamo che sì, il reattore di TMI-2, o meglio, un ammasso fuso e dalla forma imprecisata – nonostante questo in perenne configurazione critica – composto da uranio, acciaio, attinidi minori, e vari altri materiali, sia sbucato in Cina.
Ebbene, chi l’avrebbe mai detto? È piaciuto!
Guardate quanti ne stanno costruendo [4].

(continua…)

Note

[1] Per capire la battuta si veda il film “Ed Wood” (Tim Burton, 1994), ispirato alla vita ed alle opere di Edward D. Wood Jr, definito “il peggior regista di tutti i tempi”. Il ruolo del regista è interpretato da Johnny Depp, quello di Bela Lugosi da Martin Landau, che per questo ha vinto l’oscar come miglior attore non protagonista nel 1995. Si veda anche la nota generale qui in fondo.

[2] i.e. Aurelio Agostino d’Ippona (Tagaste, 13/11/354 – Ippona, 28/08/430), retore, filosofo, vescovo, teologo, monaco, padre e dottore della Chiesa, conosciuto semplicemente come Sant’Agostino. Scrisse molto. Anche contro il manicheismo ─ ovvero in difesa di libertà e responsabilità, contro chi crede che tra le cose materiali ve ne siano alcune che di per sé (in suo genere) non siano cose buone.

[3] Anche i tecnici della Nuclear Regulatory Commission finirono con il creare un allarme esagerato, che non rispecchiava affatto i reali rischi. Oltre che per la messa in sicurezza dell’impianto, occorse molto lavoro per ristabilire un certo livello di fiducia nella popolazione. Molta parte, di questa fiducia, è andata persa per sempre – almeno fino ad ora. Detto questo, oggi, l’ente governativo fornisce una ricostruzione dei fatti rigorosa.
Per chi volesse sapere, dunque, come sta davvero il reattore di TMI-2, un resoconto dettagliato ed altri riferimenti utili sono disponibili qui.
Aggiungiamo che Ted Rockwell, uno dei leader della MPR Associates, associazione di imprese che parteciparono alla pulizia ed all’analisi post mortem dell’impianto, amava ricordare che nonostante il nocciolo si fosse fuso per più del 40%, il corium si raffreddò velocemente appena toccò la superficie placcata del recipiente a pressione (reactor vessel) che lo conteneva. In seguito ad indagini fisiche risultò che il corium aveva penetrato l’acciaio per non più di 5/8 di pollice (i.e. ≈ 1,6 cm): mancavano almeno altri 20 cm prima che fuoriuscisse qualcosa. Il viaggio al centro della Terra era finito prima di iniziare!

[4] http://www.world-nuclear.org/info/Country-Profiles/Countries-A-F/China–Nuclear-Power/

Nota Generale concernente l’attivismo di Jane Fonda – nel caso ci leggesse qualche fan sfegatato

È chiaro che abbiamo giocato, facendo alcune semplificazioni. E ci piace anche pensare di avere suscitato quantomeno un sorriso. In verità, ovviamente, le cose stanno in termini assai più complessi. Scorrendone la biografia sorge il sospetto che la giovane Jane Fonda degli anni 70 fosse giunta all’attivismo antinuclearista, contro l’utilizzo tout court dell’energia nucleare, attraverso ragionamenti iperbolici e tuffi con triplo salto mortale nelle profondità del romanticismo. Non poco contarono certe vicissitudini sentimentali. Ci preme, dunque, sottolineare che quanto da noi esposto non vuole in alcun modo essere un giudizio sulla persona, che per inciso ha mostrato in questi ultimi anni sorprendente capacità critica nei confronti di un certo tipo di integralismo ambientalista. Tuttavia, non possiamo tralasciare un dato di fatto essenziale: si può essere “contro la guerra”, contro l’uso militare dell’energia nucleare, si può essere per la pace ed il benessere dei popoli, ed al contempo profondamente pro-nuclear – Edoardo Amaldi docet.

Il Nobel Rubbia a Trieste sull’energia del futuro

“Non è solo un problema scientifico-tecnologico, l’Europa deve scegliere tra energia costosa o a buon prezzo”

Il Nobel Rubbia a Trieste sull’energia del futuro

La lezione tenuta nel cinquantesimo anniversario del Centro Internazionale di Fisica Teorica di Miramare

C’era il pubblico delle grandi occasioni al Teatro Politeama Rossetti, scienziati da tutto il mondo e tanta gente comune, curiosa di sapere quale fosse il futuro dell’energia. E di saperlo dal professor Carlo Rubbia, Senatore della Repubblica Italiana e Premio Nobel per la Fisica nel 1984. Una vita spesa tra ricerca nel campo della fisica sperimentale e l’energia, con ruoli di consulenza politica di primo piano a livello nazionale (è stato Presidente ENEA) ed europeo.
Il pubblico, forse numeroso, che si aspettava la ricetta pronta e confezionata è rimasto – ci sia concesso il ricorso alla prosa – a bocca asciutta.
Il professor Rubbia ha fatto, invero, più che altro un discorso di metodo, tracciando la complessità delle decisioni in campo energetico (frutto sì di ricette scientifiche e tecnologiche, ma intrecciate a complicate dinamiche economiche e sociali) e proponendo di seguito alcuni possibili scenari, per nulla scontati.
L’assunto di partenza è stato la constatazione che gran parte della politica energetica europea degli ultimi decenni (e di quelli a venire) fa perno sull’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra, onde ridurre la componente antropica del riscaldamento climatico globale. Questo mentre, da una parte, dati alla mano, le temperature medie globali risultano stabili da 17 anni, nonostante il continuo aumento delle emissioni, dall’altra l’Europa ha attuato e continua ad attuare scelte energetiche molto costose, proprio in ottemperanza alla mission di contrasto del cambiamento climatico.

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Lungi dal voler dimostrare – non era quella la sede – l’inconsistenza del fattore antropico sulle sorti del clima che “per sua natura” cambia, il professor Rubbia ha voluto mettere in risalto come conoscenze scientifiche incomplete del complesso sistema climatico siano state la base di decisioni politiche costose in un sistema ancor più complesso come quello dell’energia, laddove invece sarebbe stata, e sarebbe, opportuna maggior prudenza e discussione.
Tale evidenza è resa tanto più ovvia dall’emergere prepotente de “l’altra via” alla soluzione del problema energetico, ovvero quella intrapresa da USA e Cina sull’onda dell’estrazione di petrolio e gas di scisto. Il temuto fracking, che in Italia crea scompiglio già solo a pronunciarlo – e ve ne è stata prova anche tra il pubblico di Rubbia – ma che ha permesso agli Stati Uniti, per la prima volta nella storia, di diventare esportatori di petrolio e di abbattere non solo i costi del gas naturale e dell’elettricità, ma anche – udite, udite! – le emissioni di gas serra.
Un “colpaccio” non riuscito alla “rinnovabile” Europa – per via delle inquinanti centrali a carbone che entrano in azione per bilanciare il sistema – la cui economia, già piegata da anni di recessione, giace ora tra l’incudine dei costi quadrupli dell’energia rispetto agli USA e il martello dell’interruzione delle forniture dalla Russia.

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Eppure “la rivoluzione americana” potrebbe essere riproposta – solo volendolo, chiosa Rubbia – anche in molte zone d’Europa ove formazioni di scisti bituminosi esistono, senza considerare che una nuova rivoluzione potrebbe vedere in futuro protagonisti gli idrati di metano (clatrati), formazioni di metano allo stato solido abbondantissime negli abissi oceanici, le cui prospettive di sfruttamento sono immense.
Certo, essendo anche i clatrati fonti fossili, resterebbe, anzi si accentuerebbe il problema delle emissioni, a meno che un progetto scientifico d’avanguardia – cui lo stesso Rubbia collabora – non consenta di eliminarle “disgregando” il metano in idrogeno e carbonio (pirolisi spontanea).
Una strada non ancora tracciata, ma non più densa di insidie del progetto “80% rinnovabili” cui l’Europa tende per il 2050 e che vede immensi parchi fotovoltaici nel Sahara fornire elettricità al vecchio continente. Un progetto – ha precisato Rubbia che pur della fonte solare fu convinto sostenitore – dai costi enormi e dalle incognite ambientali e geopolitiche rilevanti.

In conclusione, l’intervento di Rubbia ha stigmatizzato come non vi siano ricette facili ed indolori in campo energetico, e come alle considerazioni scientifico-tecnologiche debbano affiancarsi quelle di carattere economico, buttando un occhio a cosa fanno i nostri principali competitori. Ecco perché le tante alternative tecnologiche (tra cui rientra il nucleare) devono essere discusse nel contesto socio-economico, possibilmente coinvolgendo i cittadini e rendendoli consapevoli dei pro e dei contro, cosa che non sempre si è fatta.

E quanto agli scienziati, mantenere curiosità, senso critico e voglia di immaginare il futuro, senza arroccarsi su posizioni ideologiche preconcette.

Un discorso di metodo, appunto. Un discorso da Nobel.

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Trieste Next: Il Comitato Nucleare e Ragione protagonista

Nell’ambito della terza edizione di “TRIESTE NEXT – Salone Europeo della Ricerca Scientifica“, quest’anno intitolato ENERGETHIC e dedicato al tema dell’energia, avrà luogo il 28 settembre a Trieste il convegno intitolato:

La bolletta energetica di oggi e domani. Cittadini, scienza e istituzioni: un confronto per la nuova Strategia Energetica

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L’evento è co-organizzato dall’Università di Trieste e dal Comitato Nucleare e Ragione, con il seguente programma:

Introduce

Vanni Lughi, docente di Scienza e tecnologia dei materiali, Università di Trieste

Intervengono

Guido Bortoni, presidente Autorità Energia Elettrica, Gas e Sistema Idrico
Massimo Bruno,  responsabile relazioni istituzionali Enel
Livio De Santoli, docente di Impianti tecnici, Università La Sapienza di Roma
Umberto Laureni, assessore all’Ambiente ed Energia, Comune di Trieste
A seguire, tavola rotonda con
Massimo Bruno, responsabile relazioni istituzionali Enel
Livio De Santoli, docente di Impianti tecnici, Università La Sapienza di Roma
Maurizio Fermeglia, rettore Università di Trieste
Umberto Laureni, assessore all’Ambiente ed Energia, Comune di Trieste
Vanni Lughi, docente di Scienza e tecnologia dei materiali, Università di Trieste
Renato Angelo Ricci, presidente Associazione Galileo 2001
Stefano Saglia, membro Consiglio di Amministrazione TERNA
Federico Testa, commissario ENEA

Modera
Davide Giusti, ricercatore e tecnologo ENEA

La Tavola Rotonda sarà incentrata sul rapporto tra istituzioni e mondo della ricerca, in merito al possibile sviluppo di una più stretta collaborazione nella definizione di una strategia energetica sostenibile, competitiva ed efficiente. Verranno anche analizzate le problematiche legislative, ovvero i conflitti di competenza tra Stato e Regioni, che tuttora ostacolano l’adozione di politiche coerenti e di lungo termine.
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L’evento avrà luogo alle ore 15:30 presso il Ridotto del Teatro Verdi di Trieste. L’ingresso è libero ma invitiamo tutte le persone interessate a partecipare, a registrarsi nel sito http://www.triestenext.it, per prenotare così un posto in sala.

Il Comitato Nucleare e Ragione, ora più che mai, è in prima linea nel promuovere un dibattito serio e ragionato tra i cittadini, le istituzioni scientifiche e gli amministratori, sulle tematiche energetiche.

Buone notizie da Fukushima

[Report della Tokyo Electric Power Company – Fukushima, 12 settembre 2014]

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I risultati concernenti il monitoraggio dell’acqua di mare, fuori dal porto di Fukushima Daiichi, mostrano che le molteplici misure messe in atto per affrontare le problematiche legate alla gestione dell’acqua alla centrale nucleare stanno permettendo di mantenere i livelli della radioattività in mare ben al di sotto dei limiti normativi.

Questo significa che gli sforzi di TEPCO e del Governo giapponese volti a ridurre la quantità di acqua contaminata che dall’impianto fluisce in mare sono finalmente premiati.

Il monitoraggio fuori dal porto di Fukushima Daiichi non viene condotto solo dalla TEPCO, ma anche da parte di terzi, come ad esempio l’Autorità per la Regolamentazione Nucleare giapponese (Japanese Nuclear Regulation Authority – JNRA) e la Prefettura di Fukushima.

I risultati del monitoraggio indicano che i livelli di radioattività nell’acqua di mare fuori dal porto sono ben al di sotto dei limiti fissati dal Governo del Giappone, ed anche al di sotto dei limiti più severi imposti per l’acqua potabile dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. (Lo standard OMS non consente più di 10 becquerel per litro, sia per il cesio-134 che per il cesio-137 o lo stronzio-90.)

I valori delle misure reali, prese da più postazioni, sono riportati sul sito della JNRA [http://radioactivity.nsr.go.jp/en/list/205/list-1.html], quello della TEPCO [http://www.tepco.co.jp/en/nu/fukushima-np/f1/smp/index-e.html], e quello della Prefettura di Fukushima [http://www.pref.fukushima.lg.jp/sec/16025c/genan208.html] (quest’ultimo solo in giapponese).

I dati forniti dimostrano che anche all’interno della zona portuale le concentrazioni di radioattività sono in costante diminuzione. I valori concernenti il Cesio sono notevolmente inferiori ai limiti JNRA in tutti i punti, ed anche quelli dello Stronzio sono entro i limiti normativi in più punti, all’interno del porto, tranne vicino ai reattori, dove le misurazioni recenti mostrano livelli di 70─100 Bq/l (il limite JNRA per lo stronzio-90 è pari a 30 Bq/l).

Sin dal momento dell’incidente, la TEPCO ha messo in atto una serie di strategie per ridurre il flusso di acqua contaminata in mare. Strategie che comprendono anche diversi progetti ancora in costruzione. Come risultato, il deflusso stimato di più sostanze è stato tagliato drasticamente. Ad esempio, rispetto al periodo precedente agosto 2013, si sono registrate le seguenti riduzioni:

  • stronzio-90 a circa un terzo;
  • cesio-137 ad un decimo.

Sono attesi ulteriori miglioramenti, grazie alle diverse strategie di gestione dell’acqua in fase di implementazione. In particolare, una volta completato il famoso “muro di ghiaccio” [1] e quello tra l’impianto e il mare, progettati per bloccare il flusso delle acque sotterranee (che si contaminano nei sotterranei della centrale), ed una volta messo in funzione il subdrain system, che correrà intorno alle strutture dei reattori catturando 500─700 tonnellate al giorno di acque freatiche. In questo modo si prevede di ridurre ulteriormente i deflussi di cesio-137 e stronzio-90 fino a un quarantesimo del valore attuale stimato [2].

Concludiamo invitando i più curiosi a consultare il documento elaborato dalla TEPCO per spiegare tutte le loro strategie per la gestione delle acque, tra cui i summenzionati subdrain system e seaside impermeable wall. Lo trovate qui:

http://www.tepco.co.jp/en/nu/fukushima-np/handouts/2014/images/handouts_140811_03-e.pdf

 

Note

[1]            Non mancano le critiche sull’effettiva utilità di quest’opera “faraonica”. Si legga a questo proposito il seguente interessante articolo:

http://thebreakthrough.org/index.php/programs/energy-and-climate/let-it-go

Qui, invece, vengono riportati alcuni problemi che sono emersi il mese scorso ed ulteriori approfondimenti: http://www.neimagazine.com/news/newsfukushima-ice-wall-unaffected-by-trench-water-freezing-problems-tepco-says-4337477

[2]            Si veda pagina 7 qui:

http://www.tepco.co.jp/en/nu/fukushima-np/handouts/2014/images/handouts_140811_03-e.pdf

La terra trema in Giappone, altrove vacillano vecchi castelli di carta

La notte tra venerdì 11 e sabato 12 dello scorso mese un terremoto di magnitudo 6.5 con epicentro al largo della città di Namie, distretto di Futaba, Giappone [1], ha messo in allerta i tecnici della centrale di Fukushima-Daiichi. Tuttavia, l’allarme tsunami è rientrato in appena due ore: una prima onda di circa 20 centimetri è arrivata meno di un’ora dopo la scossa a Ishinomaki, città costiera a nord di Sendai, mentre altre onde di pochi centimetri hanno toccato alcuni punti delle prefetture di Miyagi, Iwate e Fukushima. La società Tepco ha subito dichiarato che «nessuna nuova anomalia alle strutture è stata segnalata nell’immediato», ed ha dato successivamente conferma di tale dichiarazione con un comunicato stampa ad hoc [2].

La notizia ha prodotto una certa eco nei media a livello internazionale, ma anche tenuto conto dell’importanza di allarmi di questo tipo, in realtà le preoccupazioni di Tepco sono ben altre e riguardano il lavoro senza sosta che richiede il monitoraggio ed il contrasto delle perdite di acqua contaminata, il trasferimento degli elementi di combustibile e tutte le operazioni in corso per il mantenimento in sicurezza dei reattori incidentati.

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Gli sforzi per il raggiungimento di una “situazione sotto controllo” non procedono senza intoppi: ritardi e problemi tecnici continuano ad abbondare e confondere. Con ripercussioni su ampia scala, vale a dire sull’intera “flotta” delle centrali nucleari giapponesi, che è attualmente ancorata nel “Porto del Forse”, in condizioni di non-operatività, con tutti i costi che ne conseguono.

A proposito di confusione, è difficile non notare come rimbalzino le notizie in conferme e smentite tra i servizi dell’ente pubblico radiotelevisivo NHK, gli articoli del Japan Times, i comunicati della Tepco e le strigliate dell’Autorità per la Regolamentazione Nucleare (NRA).

Per chi volesse approfondire l’argomento invitiamo a non trascurare mai i report ed i comunicati ufficiali, che forniscono un aggiornamento continuo qui, qui e qui.

Per chi considerasse questi dati eccessivamente “di parte” consigliamo un interessante articolo apparso su Popular Mechanics, dove Andrew Karam, esperto di lungo corso in radioprotezione, racconta la sua “spedizione” in Giappone, durante la quale nella primavera del 2011 ha effettuato diverse misure della radioattività nei pressi della centrale di Fukushima-Daiichi poco dopo l’incidente [3].

Il “reportage” di Karam, partendo dal presupposto che «non tutte le misure di radiazioni sono state create uguali», offre molti dati messi a confronto ed interessanti spunti di riflessione.

L’articolo è datato, nel senso che essendo comparso il 10 maggio 2011 non fornisce un aggiornamento; tuttavia quanto vi è riportato è ancora valido per approfondire il quadro della situazione. In particolare l’autore dichiara che grazie agli strumenti di cui si era dotato ha potuto constatare che la contaminazione da I-131 (isotopo radioattivo dello Iodio) era già allora ad un livello così basso da non essere rilevabile (emivita: circa 8 giorni), mentre era ovviamente persistente quella da Cs-137 e Cs-134 (isotopi radioattivi del Cesio). Inoltre, il lavoro di raccolta dati si è svolto in circa due settimane in un raggio di più o meno 20 chilometri dalla centrale. In questo arco di tempo e comprendendo il viaggio di andata e ritorno in aereo, l’ammontare dell’esposizione cui è stato sottoposto il dott. Karam è risultato pari a 12 mrem (i.e. 12 millirem ─ il rem è l’unità di misura della dose tipica del sistema in uso negli Stati Uniti: 1 millirem = 10 microsievert [4]).

Ora, quanto sin qui esposto ci fornisce un utile pretesto per parlare di un “terremoto” di ben altro genere, che sta minando le fondamenta di uno dei principali “costrutti a sfavore” dell’utilizzo della tecnologia nucleare: il modello LNT (Linear No-Threshold model), ossia l’Ipotesi Lineare Senza Soglia [5]. Ipotesi secondo la quale vige una proporzionalità diretta tra dose e danno da radiazioni – sottintendendo tipicamente un danno irreparabile ‒ qualsiasi sia la dose, la sorgente ed il corpo esposto (inteso come oggetto fisico).

L’U.S. Environment Protection Agency (EPA) è in procinto di aumentare in modo considerevole il “livello di minaccia da radiazioni”, vale a dire il livello al quale le radiazioni divengono una seria minaccia per la salute delle persone eventualmente esposte [6]. Attualmente il threat level è fissato, ad esempio, a 25 mrem/anno di dose equivalente alla popolazione per l’esposizione di tutto il corpo in situazioni ordinarie, ovvero pianificate, secondo lo standard della 40 CFR 190, datato 1977 [7]. Indiscrezioni fanno pensare che l’aumento potrebbe essere di 350 volte, ossia che l’asticella venga presto fissata a grossomodo 9 o 10 rem/anno nel caso di cui sopra.

Si noti che questi valori non tengono conto del fondo naturale di radioattività, che varia da zona a zona e che sarebbe pari a 25 mrem/anno, ad esempio, solo se si vivesse in una barca in mezzo all’oceano, per effetto dell’esposizione ai raggi cosmici provenienti dallo spazio [8]: questi valori rappresentano semplicemente una dose aggiuntiva, rispetto a quella naturale, e considerata come tollerabile indipendentemente dal valore medio che caratterizza il luogo in cui si vive.

Si noti, inoltre, che benché il modello utilizzato sia quello “senza soglia”, 25 mrem/anno costituiscono una sorta di “soglia di ragionevolezza”, per quanto bassa (e per molti ingiustificata/irragionevole). Questo perché nella pratica le linee guida per l’applicazione di suddetto modello hanno sempre raccomandato l’utilizzo del principio ALARA (As Low As Reasonably Achievable) [5]. La questione è, dunque, che cosa in base alle evidenze scientifiche sia da reputarsi ragionevole.

Si noti, infine, che per i “lavoratori esposti”, ossia per chi normalmente opera in particolari settori dell’industria e della medicina nucleare, il limite è già fissato negli Stati Uniti a 5000 mrem/anno (25000 mrem/anno in casi di emergenza). (In Italia tale limite, per i lavoratori esposti cosiddetti “di categoria A”, è pari a 2000 mrem/anno (20 mSv/anno) [9].)

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L’innesco per il cambiamento è stato il riconoscimento da parte del Governo di due dati di fatto. Il primo è la realtà del terrorismo nucleare. Il Government Accounting Office (GAO) ha insistito affinché l’EPA stabilisca limiti realistici in conformità con le ultime scoperte scientifiche. Come si può leggere nel “Report to the Chairman, Committee on Homeland Security and Governmental Affairs, U.S. Senate: Nuclear Terrorism Response Plans” del settembre 2013 [http://gao.gov/assets/660/658336.pdf], con i limiti attualmente in vigore, l’esplosione di una piccola “bomba sporca” (i.e. bomba convenzionale contenente materiale radioattivo) in una città americana comporterebbe l’evacuazione di centinaia di migliaia di persone. Il secondo è l’impatto reale della contaminazione radioattiva post incidente di Fukushima sulla salute delle persone. Dopo la catastrofe circa 130.000 persone sono state portate via a forza dalle loro abitazioni o dai luoghi di cura in cui si trovavano dietro un ordine di evacuazione emesso in conformità con gli standard di radioprotezione cautelativi basati sul modello LNT. Questo ha provocato la morte di circa 1600 persone: qualche centinaia di uomini e donne anziani e/o malati, che non sono sopravvissuti allo stress ed agli inconvenienti del trasferimento d’urgenza, e diverse decine di persone sane che hanno trovato nel suicidio l’unico sollievo ad una situazione opprimente dovuta in parte al terrore delle radiazioni ed in parte allo sconvolgimento delle abitudini di vita [10].

Riportiamo questi dati con il massimo rispetto per le vittime e per il dolore causato dalla loro morte, ma anche con l’imbarazzo di chi stenta a credere che si possa morire per la paura delle radiazioni e dei loro effetti. Nessuna di queste persone aveva ricevuto una dose tale da mettere seriamente in pericolo la propria salute nell’immediato come nel futuro [11]. In parole povere un numero impressionante di anziani e/o malati è morto nel giro di poche settimane per evitare il rischio remoto di sviluppare qualche forma di tumore in futuro (o chi sa quale terrificante mutazione fantascientifica). Era davvero impensabile fornire loro adeguate cure ed assistenza in loco, evitando anche la contaminazione radioattiva all’esterno con la permanenza in strutture chiuse e controllate?

Attualmente si può ancora leggere sul sito web dell’EPA che «non esiste alcuna solida base per stabilire un livello “sicuro” di esposizione alle radiazioni, oltre al fondo naturale. Per quanto riguarda gli effetti stocastici, diverse sorgenti emettono radiazioni molto al di sotto dei livelli naturali. Questo rende estremamente difficile isolare ed identificare i loro effetti stocastici» [12]. In verità, evidenze scientifiche a supporto dell’esistenza di un livello sicuro di esposizione (i.e. con rischio trascurabile, o meglio con rischio di danno biologico non distinguibile da quello associato all’esposizione al fondo di radioattività naturale o all’azione di altri agenti chimici o fisici) sono state raccolte in numerosi studi [13]. Ed è proprio a partire da questi lavori, e dalle considerazioni raccolte negli ultimi documenti dell’UNSCEAR, che si muove la modifica in corso [6].

In pratica non si tratta di una vera e propria “rivoluzione copernicana”, in quanto l’agenzia si sta adoperando per spostare in alto l’asticella del livello di guardia, non per un rigetto tout-court del modello LNT. Questo, però, ha messo in allarme rosso quanti basano la propria ostilità all’utilizzo dell’energia atomica sull’assunto che non esiste una “soglia di sicurezza totale”. Assunto a partire dal quale si vuole dedurre che qualsiasi dose è in qualche modo nociva.

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Ed ecco svelata l’origine del titolo volutamente provocatorio di questo post: le carte che ballano alla base del castello sono i regolamenti che riportano, tra le altre cose, i vincoli per la gestione in sicurezza degli impianti di tutta la filiera nucleare per l’intero ciclo “dalla culla alla tomba”. Riconoscere che tali vincoli sono stati sino ad ora frutto di una sovrastima eccessiva dell’incidenza di effetti stocastici dannosi per l’uomo significa anche riconoscere che alcuni mantra del tipo “ogni piccola radiazione uccide”, suonano quantomeno come una nota stonata.

Naturalmente una revisione dei limiti in questione avrebbe anche ripercussioni economiche notevoli e non sono pochi quelli che stimano in decine di miliardi di dollari (centinaia a livello mondiale) i costi di un’interpretazione pessimistica e cautelativa del rischio correlato alle pratiche che prevedono l’uso di materiali radioattivi.

Ma quello che ci preme evidenziare qui è l’importanza della fonte da cui scaturisce l’esigenza di tali limiti, ossia l’importanza della salute degli uomini e dell’ambiente. Su questo dovremmo essere tutti d’accordo.

È, dunque, quantomai auspicabile che la riflessione su di un argomento così complesso e delicato si faccia sempre più attenta e che si eviti di miscelare nel modo scorretto scienza e politica.

Due anni fa Theodore Rockwell [14] ha scritto qualcosa a questo proposito, nel suo stile sempre forte e combattivo ma non perentorio. Si tratta dell’introduzione ad una particolare pubblicazione dell’American Nuclear Society intitolata “President’s Special Session: Low-Level Radiations and Its Implications for Fukushima Recovery”. È un’introduzione ma noi ve la proponiamo come conclusione su cui meditare:

«Fukushima ha dimostrato che l’ossessiva volontà di ridurre quelle dosi di radiazione che sono già innocue non solo non ha portato ad alcun miglioramento nella sicurezza, ma ha di fatto causato una quantità senza precedenti di sofferenza umana, altrimenti del tutto evitabile. Per di più, rendendo i controlli via via più severi e con limiti sempre più stringenti, l’impressione che si trasmette è che si continui a scoprire che finora non eravamo stati sufficientemente al sicuro. Quale altra ragionevole conclusione si potrebbe trarre?»

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Note:

[1] per la precisione 135 km a est-sudest di Namie; coordinate: 37.040° N 142.425° E; profondità 10.5 km; orario 21:21:59 UTC+02:00 ─ dati della U.S. Geological Survey.

[2] http://www.tepco.co.jp/en/press/corp-com/release/2014/1238987_5892.html

[3] qui l’articolo e qui due righe su chi è Andrew Karam.

[4] nel Sistema Internazionale di Unità di Misura (S.I.) la dose equivalente si misura in sievert (Sv). Rispetto al rem, vecchia unità CGS ancora ampiamente adottata negli Stati Uniti, vale la seguente formula di conversione: 1 rem = 0.01 Sv.

Per maggiori dettagli sulla radioattività, la definizione di dose e gli effetti biologici delle radiazioni, si faccia riferimento ai nostri articoli qui, qui e qui.

[5] la voce wikipedia è abbastanza chiarificatrice: http://it.wikipedia.org/wiki/Modello_Linear_no-threshold (ancor meglio la pagina in inglese ─ molto interessante soprattutto il paragrafo intitolato “Mental health effects”, che richiama gli argomenti trattati nel presente post). È importante sottolineare che non si tratta, come erroneamente viene spesso riportato, di una teoria scientifica, ma di una semplice ipotesi, basata su alcuni dati sperimentali raccolti ad un certo valore di esposizione e con un certo tasso di dose equivalente con successiva estrapolazione a più bassi/alti livelli. Il problema principale di tale modello, oltre al fatto di non tenere in alcun conto il tempo di esposizione, è che mentre l’estrapolazione ad alti livelli è supportata da evidenze scientifiche sperimentali e statistiche, quella a bassi livelli non lo è. Da qui l’affiancamento alla “filosofia ALARA”.

Il modello risulta utile – dimenticando i costi economici per quanto concerne lo studio e la costruzione di sistemi, dispositivi e barriere con approccio radio-protezionistico cautelativo; rimane, però, senz’altro vero che, se lo si utilizza per il calcolo degli effetti sulla popolazione a seguito di contaminazioni post-incidente o dosi collettive di vario genere, si ottiene come risultato principale quello di indurre allarmi ingiustificati (le raccomandazioni dell’International Commission on Radiological Protection a tal proposito sono molto chiare).

Esistono, inoltre, alcuni fondati sospetti sulla nascita di tale ipotesi (si veda ad esempio la seguente intervista: http://www.atomiperlapace.it/articoli/energia-nucleare/44-the-lnt-fraud).

Per approfondire l’argomento si consiglia di partire con la lettura di: http://www.associazioneitaliananucleare.it/wp-content/uploads/2013/11/Esposizione-a-basse-dosi-di-radiazioni-ionizzanti.pdf

[6] qui di seguito alcuni link con dettagli sulla campagna di consultazione pubblica: http://www.regulations.gov/#!documentDetail;D=EPA-HQ-OAR-2013-0689-0001

http://www.troutmansandersenergyreport.com/2014/02/epa-requests-comments-on-radiation-protection-standards-for-nuclear-power-operations/

http://www.epa.gov/radiation/laws/190/

[7] «The annual dose equivalent does not exceed 25 millirems to the whole body, 75 millirems to the thyroid, and 25 millirems to any other organ of any member of the public as the result of exposures to planned discharges of radioactive materials, radon and its daughters excepted, to the general environment from uranium fuel cycle operations and to radiation from these operations.»

[http://www.epa.gov/radiation/docs/laws/40cfr190/40cfr190text.pdf]

Per chi non lo sapesse il “CFR”, Code of Federal Regualtions è il codice delle norme emanate dall’Esecutivo e dalle Agenzie Federali degli Stati Uniti d’America e pubblicate nel Federal Register, che è l’equivalente americano della Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.

[8] tenendo conto anche delle radiazioni naturali di origine terrestre (i.e. provenienti da isotopi radioattivi normalmente presenti nella crosta terrestre, nei materiali da costruzione, nell’acqua, negli alimenti, ecc.) la media mondiale della dose equivalente da fondo di radioattività naturale è pari a 240 mrem/anno ─ ovvero circa 10 volte superiore.

[http://www.unscear.org/docs/reports/2008/09-86753_Report_2008_Annex_B.pdf]

[9] per la precisione, un lavoratore esposto di categoria A non può superare nessuno dei seguenti valori annui: 20 mSv di dose equivalente complessiva; 150 mSv per il cristallino; 500 mSv per la pelle, le mani, gli avambracci, i piedi e le caviglie. I limiti per il pubblico sono invece: 1 mSv di dose equivalente complessiva; 15 mSv per il cristallino; 50 mSv per la pelle, le mani, gli avambracci, i piedi e le caviglie. Qui di seguito il link al testo del Decreto Legislativo 230/95 (con successive modifiche ed integrazioni) che disciplina in Italia la radioprotezione per i lavoratori e la popolazione:

http://www.lavoro.gov.it/SicurezzaLavoro/Documents/DLgs_230_modificato.pdf

[10] ecco un paio di articoli dove se ne è parlato:

http://japandailypress.com/evacuation-related-deaths-now-more-than-quaketsunami-toll-in-fukushima-prefecture-1841150/

http://www.japantimes.co.jp/news/2014/02/20/national/post-quake-illnesses-kill-more-in-fukushima-than-2011-disaster/#.U8znofl_v74

[11] «To date, there have been no health effects attributed to radiation exposure observed among workers, the people with the highest radiation exposures. To date, no health effects attributable to radiation exposure have been observed among children or any other member of the population; (…) A system was established on 20 May 2011 for the management of radiation exposures and medical monitoring of occupationally exposed people involved in dealing with the emergency situation. As of 10 March 2012, none of the six deaths noted since 11 March 2011 had been attributed to exposure to ionizing radiation; (…) Only a few studies have been published on exposure to non-human biota arising from the releases of radionuclides in which dose rates to biota have been estimated explicitly. Those studies show somewhat contrasting results. The highest exposures of wildlife appear to be associated with the marine environment.»

[Report of the United Nations Scientific Committee on the Effects of Atomic Radiation ─ Fifty-ninth session (21-25 May 2012) ─ General Assembly Official Records Sixty-seventh session Supplement no. 46, V.12-55385, pp. 4-5]

[12] «There is no firm basis for setting a “safe” level of exposure above background for stochastic effects. Many sources emit radiation that is well below natural background levels. This makes it extremely difficult to isolate its stochastic effects.»

[ http://www.epa.gov/rpdweb00/understand/health_effects.html ]

[13] alcune pubblicazioni le abbiamo già linkate qui, alla voce “Per consultare le fonti ed approfondire”.

[14] T. Rockwell, ingegnere nucleare, è riconosciuto come uno dei pionieri di questa tecnologia negli Stati Uniti. Dopo essersi distinto in diversi campi ha continuato anche in pensione a fornire il prezioso contributo della sua esperienza attraverso varie consulenze e numerosi interventi gratuiti ed appassionati a favore del continuo progresso dell’industria nucleare per usi civili. È morto a Chevy Chase, nella sua casa nel Maryland, il 31 marzo 2013 all’età di 90 anni.